Renzi e Gentiloni: dal governo diroccato al governo arroccato

Aver riproposto nel giro di una settimana il governo Renzi senza Renzi e la Giannini, è come riproporre un biscotto nauseante tale e quale ma senza olio di palma.

Si dice che squadra che vince non si cambia, per cui ne deduco che il 4 dicembre i ministri del governo Renzi erano impegnati non nel referendum, ma nelle elezioni austriache a sostenere il candidato verde. Mi sarò confuso io. Del resto, se non si fosse ancora capito, loro sono loro e io non sono ecc.

In altri tempi più lucidi e democratici al governo Renzi sarebbe succeduto un esecutivo di transizione, magari un monocolore PD con qualche indipendente in attesa di inaugurare una nuova legislatura e formare un nuovo governo.

Certo, c’è il problema che le camere non si possono sciogliere subito, ma questo non giustifica un esecutivo di arroccamento per salvare il salvabile.

La coalizione di governo è minoritaria nel paese e maggioritaria solo nel Parlamento. E questo non da una settimana, ma da anni. I risultati delle europee 2014 già ce lo avevano detto. Le amministrative, pur nella loro parzialità, sembravano confermarlo. Il referendum l’ha ribadito a gran voce. Dunque serve un nuovo Parlamento che rispecchi nel bene e nel male la situazione del paese reale e su questa base arrivare a un governo forse non migliore, ma che almeno goda della fiducia di una maggioranza reale di cittadini italiani. Che ognuno pesi nelle decisioni politiche per quello che vale in popolarità, senza trucchi e senza inganni.

Lo sprint opportunista di Renzi di andare subito alle urne è fallito per evidente irrealizzabilità. Si è “accontentato” di continuare a governare per interposta persona a patto di andare a votare al primo momento utile dopo il 24 gennaio. E cioè quando? Se la Corte Costituzionale dirà la sua il 24-25 gennaio, poi occorrerà aspettare un mese per leggere le motivazioni delle sue sovrane decisioni. A quel punto si potrebbe andare a votare subito col porcellum costituzionalizzato al Senato e con l’italicum costituzionalizzato alla Camera sciogliendo il Parlamento intorno al 1° marzo e votando il 7 maggio. Oppure attendere una nuova legge elettorale da scrivere e approvare a marzo. In questo caso, sciogliendo le camere il 1° aprile, si voterebbe il 4 o l’11 giugno. Se entro il 16 aprile non si potessero sciogliere le camere perché il Parlamento non sarebbe stato ancora in grado di approvare una nuova legge elettorale, a quel punto la fine della legislatura slitterebbe di almeno tre mesi e si voterebbe il 24 settembre. Ma chi farebbe campagna elettorale ad agosto? E allora meglio sciogliere per esempio il 27 agosto e votare il 5 novembre o a quel punto meglio ancora (per amore di vitalizio) aspettare almeno il 15 settembre e votare il 27 novembre. Sempre che a quel punto non prevalga la tentazione nella maggioranza di arrivare a scadenza naturale e sciogliere il parlamento entro il 10 dicembre 2017 e votare il 18 febbraio 2018. Mi pare che molto dipenderà dalle dinamiche interne al PD e a che congresso (anticipato) si vorrà dare.

Prima si chiude questa legislatura meglio è, e personalmente spero entro il 2 aprile. Tuttavia, come ci insegna il fallimento del renzismo, la premura non deve portare ad accettare un accordo su legge elettorale pasticciata. Altrimenti con questa legislatura saranno più i problemi nuovi che si apriranno che quelli che si chiuderanno.

Le 38 organizzazioni politiche in Parlamento

Le 38 organizzazioni politiche in Parlamento divise in 23 delegazioni che Mattarella consulterà da domani. Nel 1987 non si andava oltre i 14-15 partiti. Poi arrivarono la seconda Repubblica e il maggioritario….
Intendiamoci: il problema non è il numero, ma la qualità e la reale capacità di rappresentare la società italiana.
N.b.: tra parentesi quadra è indicata la posizione assunta sul referendum costituzionale: 21 per il No e 17 per il Sì. In neretto i partiti che nel 2013 hanno eletto parlamentari con liste proprie o dove era esplicitata la propria partecipazione.

Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (https://www.facebook.com/LibPopAut/) [Sì]
Alternativa Libera (www.alternativalibera.org) [No]
Alternativa per l’Italia – Euro-Exit (www.alternativaitalia.it) [No]
Centro Democratico (www.ilcentrodemocratico.it) [Sì]
Conservatori e Riformisti (www.conservatorieriformisti.it) [No]
Democrazia Solidale (www.democraziasolidale.it) [Sì]
Fare! (www.farecontosi.it) [Sì]
Federazione dei Verdi (www.verdi.it) [No]
Forza Italia (www.forza-italia.it) [No]
Fratelli d’Italia (www.fratelli-italia.it) [No]
Idea – Identità e Azione, Popolo e Libertà (www.movimentoidea.it) [No]
Insieme per l’Italia (www.italiainsieme.org) [No]
Italia dei Valori (www.italiadeivalori.it) [Sì]
Lega Nord – Noi con Salvini (www.leganord.org) [No]
Liguria Civica (www.liguriacivica.it) [No]
Moderati (www.moderatiportas.it) [Sì]
Movimento Associativo Italiani all’Estero (www.maiemondiale.com) [Sì]
MoVimento 5 Stelle (www.beppegrillo.it/movimento/) [No]
Movimento la Puglia in Più (www.lapugliainpiu.it) [Sì]
Movimento Partito Pensiero e Azione (https://www.facebook.com/movppa/) [No]
Movimento Politico Libertas (www.movimentolibertas.org) [No]
Movimento Politico Stella Alpina (www.stella-alpina.org) [Sì]
Movimento X (www.progettox.it) [No]
Nuovo Centrodestra (www.nuovocentrodestra.it) [Sì]
Partito Autonomista Trentino Tirolese (www.patt.tn.it) [Sì]
Partito Democratico (www.partitodemocratico.it) [Sì]
Partito Liberale Italiano (www.partitoliberale.it) [No]
Partito Repubblicano Italiano (www.partitorepubblicanoitaliano.it) [No]
Partito Socialista Italiano (www.partitosocialista.it) [Sì]
Popolari per l’Italia (www.popolariperlitalia.org) [No]
Possibile (www.possibile.com) [No]
Scelta Civica (www.sceltacivica.it) [Sì]
Sinistra Ecologia Libertà (www.sinistraecologialiberta.it) [No]
Südtiroler Volkspartei (www.svp.eu) [Sì]
Unione di Centro (www.udc-italia.it) [No]
Unione per il Trentino (www.unioneperiltrentino.it) [Sì]
Unione Sudamericana Emigrati Italiani (www.usei-it.org) [No]
Union Valdôtaine (www.unionvaldotaine.org) [Sì]

Perché abbiamo avuto i berlusconiani ma non i renziani.

Lo si è detto tante volte tra il serio e il faceto: Renzi è figlio di Berlusconi, Renzi è un Berluschino, ecc. C’è del vero perché in effetti l’avvento di Renzi nel centrosinistra ha significato introdurre una prassi politica e comunicativa perfettamente coerente con la logica di una politica intesa solo come ricerca del consenso attraverso l’agitazione di parole d’ordine e immagini patinate. La politica intesa cioè come una vittoria sull’avversario che premia chi la spara meglio e che presuppone e postula un elettorato tendenzialmente stupido e manipolabile. Questo era il berlusconismo e questo è il renzismo. Di più il renzismo ci ha messo maggior spregiudicatezza e più giovanilismo, ai limiti di un anacronistico yuppismo, anglicismi inclusi. I successi del berlusconismo dal 1994 avevano spinto il campo del centrosinistra ben prima di Renzi a rincorrere quel modello, ma sempre in ritardo e in modo goffo. Renzi si è limitato a perfezionarlo e applicarlo con più convinzione fino a spingere Berlusconi con invidia a riconoscergli di aver superato il maestro.
Tuttavia il berlusconismo creò i berlusconiani, mentre il renzismo non è stato capace di creare i renziani. Quando si parlava di berlusconiani, infatti, venivano in mente tanto i politici vicini al grande capo della destra italiana, quanto i suoi tanti ammiratori comuni che non di rado rasentavano l’innamoramento fanatico.
Quando invece parliamo di renziani a venire in mente sono solo i privilegiati di cui si è circondato Renzi nella sua ascesa e soprattutto al potere una volta conquistato Palazzo Chigi. Ma i renziani intesi come popolo di ammiratori sfegatati dell’extraparlamentare di Rignano sull’Arno, quelli, appunto, non esistono. Il Presidente del Consiglio si sarà illuso di averli avuti, avrà davvero pensato di aver creato un popolo tutto suo che lo avrebbe trainato di avventura in avventura, di vittoria in vittoria. Vuoi per le sue idee persuasive, vuoi per le mance distribuite con qualche provvedimento legislativo. Invece Renzi ieri ha dovuto prendere atto della realtà: «Non credevo mi odiassero così tanto». In realtà non esistono 19 milioni di italiani che lo odiano, semplicemente non ne esistono abbastanza disposti a fidarsi ciecamente di lui, neppure nel suo partito. A parità di tattiche e strategie, cosa è mancato a Renzi che Berlusconi invece ha avuto, tra alti e bassi, per quasi vent’anni? Probabilmente la saggezza di saper riconoscere errori e campanelli d’allarme lungo il suo cammino e di saper mantenere una ipocrita connessione sentimentale con l’elettorato. Berlusconi recitava la parte del seduttore che ti ama senza chiedere nulla in cambio. E funzionava. Renzi invece dava sempre l’idea di essere un seduttore che prima di amarti vuole l’applauso, e che dopo l’amore ti chiede “ti è piaciuto?”. E davanti ai rifiuti o ai reazioni tiepide, invece di insistere e adattarsi, preferiva fare spallucce. Nella logica cinica e perversa della politica come arte dell’imbonimento, sono errori che si pagano caro.

Referendum. Ma chi ha fatto vincere il No?

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Confrontiamo due cose diverse: europee 2014 e referendum di ieri.
Corpo elettorale pressoché identico: 50.662.460 nel 2014 contro i 50.773.284 di ieri.
L’affluenza però è stata di 28.991.258 votanti (57,22%) nel 2014 contro i 33.243.845 (65,47%) di ieri.
Dividiamo ora le liste del 2014 in base alle indicazioni di voto date al referendum:
PD+Scelta Europea+IdV+SVP+MAIE = 11.771.561 (42,89%)
M5S+FI+LN+AE+Fd’I+Verdi = 14.474.995 (52,73%).
A questi due dati va aggiunto quello di Area Popolare che alle europee si presentò unito, mentre al referendum ha visto NCD votare Sì e UDC votare No. Ipotizziamo quindi grezzamente che i due terzi di AP sia andato al Sì, avremmo:
PD+NCD+Scelta Europea+IDV+SVP+MAIE = 12.573.128 (45,81%)
M5S+FI+LN+AE+Fd’I+UDC+Verdi = 14.875.778 (54,19%).
Ieri abbiamo avuto 13.432.208 di Sì (40,89%) e 19.419.507 di No (59,11%).
Come si può notare l’alleanza di governo schierata compatta per il Sì è arretrata del 5%. Rispetto al 2014 va comunque notato, come già detto, che l’UDC è passato al No e IdV e ALA di Verdini entrati in maggioranza e schierati per il Sì. Ma si tratta di numeri molto piccoli.
Tutto chiaro? No. Perché appunto sono consultazioni molto diverse con affluenze molto diverse. Più utile il confronto col referendum sulle trivelle di otto mesi fa. Anche allora tutte le opposizioni erano da una parte e tutto il governo dall’altro. Però il governo preferì giocare il vecchio trucco dell’astensione per boicottare il referendum non facendogli raggiungere il quorum. Ad aprile votarono 15.806.488 elettori di cui 13.334.607 votarono contro le indicazioni del governo, grosso modo la stessa quantità di voti raccolti dal Sì ieri.
Ne concludo che è difficile credere che i fragili partiti del 2016 siano capaci di mobilitare le masse e che queste seguano disciplinatamente le indicazioni di partito. Può succedere in Emilia Romagna, Toscana e Sud Tirolo grazie all’ancora forte egemonia di PD e SVP. E può succedere con una forza ancora popolare come il M5S e, in certe zone, con la Lega Nord. Ma per il resto l’impressione è che un governo già minoritario nel 2014 abbia perso e perché stavolta non poteva contare sulla stampella degli astenuti strutturali e perché una fetta notevole di quella astensione si è persuasa in gran maggioranza della bontà degli argomenti del No e della bontà della Costituzione, anche se magari non l’aveva letta bene. Alla fine è prevalsa cioè l’intuizione ben fondata che i problemi più comuni della società italiana non dipendano da come è scritta la nostra Costituzione e che quindi Renzi e i suoi con la loro vistosa e chiassosa smania di voler cambiare le regole del gioco democratico non erano credibili. Non fosse altro perché non poteva certo lamentarsi di essere instabile, lento e impotente un governo che dura da oltre mille giorni con all’attivo diverse riforme e svariate leggi. Qualcosa puzzava e oltre 4 milioni, a differenza del 2014, hanno deciso di andare a votare. E addirittura 6 milioni in più rispetto allo scorso aprile non hanno dato retta al governo.
Renzi e i suoi alleati di destra e di sinistra perdono dunque senza se e senza ma sulla “madre di tutte le battaglie”, come la definì il Presidente del Consiglio, e questo nonostante i potenti mezzi e signori potenti dalla loro parte, la mobilitazione di VIP di ogni risma, una buona comunicazione “pettinata” e, di contro, la scarsa coesione e potenza di fuoco degli avversari del No.
Ecco perché in definitiva penso che ad aver fatto la differenza sia stato il cittadino medio indipendente, il quale sarà spesso confuso e abbrutito dalla crisi, ma che in un momento di grave crisi democratica dovendo scegliere fra due opzioni secche, ha intuito per il proprio bene la scelta democratica migliore.

La riforma della Costituzione secondo il PCI di Berlinguer

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Dal 1979, cioè dall’indomani della morte di Aldo Moro, in Italia riemerge periodicamente il tema della riforma delle istituzioni. Lo scopo di chi invoca revisioni costituzionali, ieri come oggi, è sempre stato quello di arrivare a rompere il patto originario tra cattolici e marxisti che diede vita a un progetto di democrazia avanzata, a favore di regimi più arretrati, anche autoritari, ma più funzionali a certi interessi delle élite. Quando la politica non funziona si fa presto a dare la colpa alla Costituzione per poi proporre riforme che servano a dare più potere ai potenti a danno dei cittadini.
La riforma Renzi-Boschi non fa eccezione. Anche questa punta in definitiva a restringere invece che allargare gli spazi di democrazia del paese progettando un paese con un uomo solo al comando sostenuto da un solo partito che da Palazzo Chigi controlli tutto il paese e che poi sia chiamato a dare conto del suo operato solo una volta ogni cinque anni. La chiamano “democrazia decidente”, ma non dicono che a decidere il bello e cattivo tempo rimarrebbe solo il Presidente del Consiglio. Senza alcuna garanzia che ci tuteli dall’eventualità che un giorno a guidare il governo venga nominato un pazzo.
In attesa di capire se domenica prossima la Costituzione del 1947 resisterà all’attacco renziano o se soccomberà, riproponiamo le tesi approvate al 16° Congresso nazionale del PCI il 6 marzo 1983, l’ultimo ad aver eletto Enrico Berlinguer segretario generale. Sono state messe in neretto le parti che ci sembrano conservare una certa attualità.

La riforma delle istituzioni

Inquinamento della vita pubblica e poteri criminali

In Italia più profonda che altrove è la crisi dello Stato. Non siamo il solo paese capitalistico a democrazia politica in cui le strutture dello Stato si rivelino in larga misura incapaci di corrispondere ai problemi di società sviluppate e complesse, di esprimere la ricchezza delle articolazioni sociali, di far prevalere l’interesse pubblico nei confronti delle vecchie e nuove potenze dominanti (il potere finanziario, il complesso militare-industriale, i centri occulti di decisione, i potentati corporativi, ecc.). C’è una crisi generale degli Stati moderni, aggravata dal peso di centri extranazionali di decisione, innanzitutto economica, che influiscono in modo determinante sulle scelte statali e modificano perfino i termini della sovranità nazionale (moneta, orientamenti produttivi, sistemi di comunicazione e informazione, ecc.).

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Referendum costituzionale. Violante invita al Sì per una Repubblica del Capo spargendo mistificazioni su Amendola e la realtà

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In vista del 4 dicembre Luciano Violante sta lavorando per portare acqua al mulino del Sì attingendo a tutta la sua cultura giuridica e politica. Lo fa con modi garbati e apparentemente senza accenti faziosi, salvo poi ridursi ad acconciare gli argomenti in modo scorretto, edulcorando gli aspetti più controversi, spacciando per bianco ciò che è nero e viceversa, e facendo ricorso ai più triti luoghi comuni antidemocratici.
Il ragionamento di Violante è che in Italia vada tutto apocalitticamente male perché abbiamo una Costituzione che impedisce alla politica di decidere. E aggiunge che per stare come si deve a questo mondo l’Italia dovrebbe avere a cuore la sua competitività mondiale, la quale si migliora edificando uno Stato che coniughi stabilità politica e velocità di decisione. Insomma, poche chiacchiere: per fare soldi e stare tutti bene serve una Repubblica del Capo, di uno che per cinque anni possa starsene tranquillo a prendere rapidamente tutte le decisioni necessarie per il bene delle imprese. Fossero ancora vivi, probabilmente Pacciardi e Almirante se lo prenderebbero allegramente sotto braccio e gli direbbero “Ah, se i democratici fossero tutti come lei!”.
Il ragionamento violantiano non solo è privo di originalità, ma è anche privo di fondamento sul piano storico ed economico, prima che giuridico. Tuttavia mi ha colpito in particolare che l’ex presidente della Camera usi citare una dichiarazione che fece Giorgio Amendola il 5 settembre 1946 alla seconda Sottocommissione della Commissione per la Costituzione dell’Assemblea Costituente, per dimostrare che il peccato originale della nostra “debole” democrazia sia da ricercare nel fatto che nel 1947 «si evitò – dice Violante – di formulare regole costituzionali, rigide e vincolanti, a garanzia della stabilità e del governo del Paese e si preferì attribuire ai partiti e non alle regole costituzionali il compito di governare il sistema». La citazione di Amendola riportata da Violante è questa:
Si è parlato del tentativo di dare alla nostra democrazia condizioni di stabilità con norme legislative. È evidente che una democrazia deve riuscire ad avere una sua stabilità se vuole governare e realizzare il suo programma; ma non è possibile ricercare questa stabilità in accorgimenti legislativi… e c’è il fatto nuovo e positivo della formazione dei grandi partiti democratici, che sono condizione di una disciplina democratica… Oggi la disciplina, la stabilità è data dalla coscienza politica, affidata all’azione dei partiti politici.
Se però leggiamo integralmente cosa disse allora Amendola, emerge un ragionamento più complesso e aderente alla storia concreta e materiale del nostro paese. Non un astratto ragionare su vuote formule costituzionali, ma una riflessione sulla realtà passata e presente e un’idea di repubblica coerente con la matrice antifascista di Dc, Pci, Psi e delle altre forze dalla sensibilità autenticamente democratica.
Leggiamo dunque integralmente (il grassetto è mio):

Si è parlato del tentativo di dare alla nostra democrazia condizioni di stabilità con norme legislative. È evidente che una democrazia deve riuscire ad avere una sua stabilità, se vuole governare e realizzare il suo programma; ma non è possibile ricercare questa stabilità in accorgimenti legislativi da inserire nella Costituzione. In realtà, questa instabilità, che è stata caratteristica di regimi democratici nel corso di questo secolo, ha radici nella situazione politica e sociale, non nella costituzione stessa. Questo è tanto vero, che nessuno Stato, neppure l’Inghilterra dal 1920 al 1940 ha avuto vita politica così rosea come si è mostrato di credere. Per due volte la maggioranza laburista eletta dal popolo, nel corso della legislatura ha dovuto cambiare basi politiche; ed anche nelle maggioranze conservatrici si sono avute modificazioni.

L’instabilità è stata determinata da fatti politici e sociali, legati all’intervento nella vita politica delle grandi forze popolari, che nel secolo scorso erano assenti. L’entrata di queste forze politiche, inquadrate nei partiti socialisti e nei sindacati, ha creato le condizioni delle crisi, caratterizzate dalla resistenza dei ceti interessati ed ostili a rinnovamenti politici e sociali. La crisi del dopoguerra e del fascismo non è nata dalla proporzionale; è nata da questo contrasto tra le esigenze rinnovatoci della società italiana del dopoguerra e l’ostilità che queste esigenze incontravano, per cui gruppi politici, che pur erano formalmente liberali, passavano ad una posizione di reazione e divenivano fiancheggiatori del governo di Mussolini.

Oggi l’Italia attraversa una crisi analoga: è uscita dalla dittatura in condizioni tragiche; ha il problema del rinnovamento democratico in tutti i campi, il bisogno di riforme profonde nella società, che, solo se attuate, potranno dare basi solide alla democrazia; ma vi è la resistenza interessata dei ceti che appoggiavano ieri il fascismo e che sarebbero colpiti da queste riforme; e c’è il fatto nuovo positivo della formazione dei grandi partiti democratici, che sono condizione di una disciplina democratica. Oggi che il suffragio universale è stato esteso alle donne e con l’ingresso nella vita politica di milioni e milioni di lavoratori, il collegio uninominale con corpo elettorale ristretto è un ricordo nostalgico, che non ha niente a che fare con le esigenze politiche attuali. Oggi la disciplina, la stabilità è data dalla coscienza politica, affidata all’azione dei partiti politici.

Quindi, regime parlamentare il più aperto possibile, perché la situazione è fluida ed è bene che si consentano adeguamenti successivi. Tanto meglio se gli adeguamenti si possono fare senza crisi; ma, se crisi ci devono essere, è meglio siano crisi di adeguamenti successivi, per evitare rotture più profonde. Si vogliono porre delle dighe a queste forze popolari che avanzano?

Quando la maggioranza della Sottocommissione si sia pronunziata per la repubblica parlamentare, egli seguirà gli sforzi dei colleghi per assicurare la stabilità; ma pensa che la maggiore stabilità possa essere assicurata da un regime parlamentare che permetta l’adeguamento della situazione governativa allo sviluppo della situazione politica del Paese, in modo da evitare quei contrasti tra la situazione politica del Paese e la situazione politica parlamentare governativa, che sono causa delle crisi che pongono in pericolo la struttura dello Stato.

Come si vede Amendola partendo dalla constatazione reale che non c’è alcuna norma costituzionale che possa dare necessariamente stabilità ai governi, ricorda che la crisi politica italiana del 1919-1922 non fu frutto dell’introduzione della legge elettorale proporzionale o dello Statuto albertino, quanto del fatto nuovo che la società italiana uscita dalla prima guerra mondiale aveva nuove esigenze e poneva nuove problematiche alle quali la classe dirigente liberale si mostrò sorda o comunque incapace di dare risposte adeguate, quando non ostile al punto da fiancheggiare il nascente fascismo. La tanto invocata stabilità può nascere solo se non c’è una frattura fra politica e società, quando cioè un governo gode della fiducia di una maggioranza parlamentare realmente rappresentante di quanto si muove nella società o almeno in gran parte di essa. E questo è tanto più possibile se ci sono dei partiti di massa, come quelli della prima Repubblica, capaci di ascoltare ed educare le masse di cittadini ai quali spetta, per dirla con l’art. 49 della Costituzione, di determinare la politica nazionale.

Purtroppo questi sono tempi in cui le classi dirigenti sembrano soffrire della fatica che comporta organizzare la democrazia, cioè della capacità di ascolto delle masse da un lato e della ricerca di un sano dialogo tra diversi all’interno della società politica. E allora viene la tentazione o di disfarsi di fatto della democrazia o di trovare formule magiche, scorciatoie legislative o costituzionali, regolette elettorali o organizzative capaci di far conquistare il potere a un solo gruppo e di poterlo tenere il più a lungo possibile senza doverne dare continuamente conto, neppure ai propri elettori. È un’ansia di potere e una pigrizia che non solo niente hanno a che fare con la democrazia, ma che viene camuffata, come sembra fare Violante, con l’idea che questo è ciò che serve per il bene comune. Potremmo ricordare che il mondo è pieno di democrazie retti da governi instabili, Stati Uniti compresi, eppure ciò non impedisce a tanti di questi paesi di primeggiare nel mondo in ogni campo. Potremmo ricordare che l’Italia nonostante le sue tante crisi di governo o forse grazie ad esse è riuscita a risollevarsi dalle macerie fino a diventare una delle primissime potenze economiche. E potremmo infine ricordare che la stabilità ventennale del governo Mussolini portò la nazione alla catastrofe come mai né prima né dopo.

Concludiamo con un’ultima citazione. Stavolta a parlare è Massimo Villone, costituzionalista a lungo compagno di partito di Violante e oggi contrario alla riforma costituzionale Renzi-Boschi. Villone tre anni fa, ai tempi del governo Letta, ha avuto modo di fare delle brevi riflessioni sulle dichiarazioni di Amendola che abbiamo letto sopra, riconoscendo l’attualità e la validità immutata del ragionamento amendoliano.

Sono passati più di 60 anni dalle parole di Amendola. Ma ora come allora instabilità e ingovernabilità hanno radici nella politica, nei contrasti reali di interessi, nelle condizioni materiali di vita, nella incapacità di dare risposta a domande e bisogni pressanti, individuali e collettivi. Ora come allora la domanda è se sia utile cercare governabilità e stabilità in una rigida ingessatura di politica e istituzioni, ovvero, al contrario, aprendo le istituzioni alla più ampia rappresentatività e favorendo la corrispondenza agli equilibri politici reali. Può mai essere artificiosamente reso stabile e governabile un paese in cui si ampliano inarrestabilmente povertà e disoccupazione, aumentano le diseguaglianze, muoiono le speranze delle generazioni future? Può mai bastare a renderlo davvero stabile e governabile la riscrittura delle regole costituzionali o elettorali allo scopo di generare fittizie maggioranze numeriche nelle sedi istituzionali, senza riscontro nel consenso reale dei cittadini elettori? Queste sono domande ineludibili, e la risposta è certamente negativa. Bene lo sapeva Giorgio Amendola. E noi?

Lo stallo delle elezioni comunali 2016. Chi ha vinto davvero e perché? Verso dove va l’Italia dei renziani e dei grillini?

Le elezioni comunali del 2016 per una volta hanno riportato alla ribalta il valore del numero assoluto dei voti per stabilire chi ha vinto e chi ha perso. Le logiche del bipolarismo avevano via via trascurato questo dato a favore della mera quantità dei sindaci conquistati dal centrodestra e dal centrosinistra: 7 a 4, 8 a 5, ecc. Stavolta, invece, Pd e M5s si sono rintuzzati a vicenda il numero dei voti dell’uno e dell’altro. Sono due forze nazionali che per diffusione e popolarità possono confrontare numeri di una certa entità, ma il fenomeno è anche il sintomo che già si ragiona in termini di italicum, dove lo scontro nazionale sarà molto probabilmente proprio tra queste due forze, senza alleati e fiancheggiatori. E ricordiamo che quel giorno chi vincerà si prenderà letteralmente tutto il potere centrale.

Quante liste?

Guardando a tutti i comuni, indipendentemente dalla dimensione demografica, lo scorso 5 giugno sono andati al voto 1.342 città. Escludendo dal computo Friuli-Venezia Giulia e Sicilia, negli oltre 1200 comuni il M5s ha presentato il proprio simbolo in 230 città, il Pd in 142, la Lega Nord in 113 e in altre 25 città come Noi con Salvini, Forza Italia in 92, Fratelli d’Italia in 82. Tutte le altre forze politiche erano col proprio simbolo in poche decine di comuni. Questo perché nei piccoli comuni, dove si vota col maggioritario, è raro che si presentino i partiti nazionali col proprio logo. Lo fa in genere solo il M5s, allergico alle alleanze anche nei comuni di poche case. Le altre forze preferiscono liste civiche di coalizione. Altrove, nelle medie e grandi amministrazioni, in genere prevale il simbolo tradizionale se si è sufficientemente robusti da poter creare liste complete da soli, altrimenti si ricorre a biciclette, tricicli e insalate miste di forze politiche, lasciando che siano le preferenze a decidere chi debba prevalere. Ci sono però le eccezioni. A Salerno per esempio il Pd preferisce candidare i suoi uomini e le sue donne in diverse liste civiche, soprattutto nella lista “Progressisti per Salerno”.
In sostanza, però, si può notare che da quando è scomparsa la prima Repubblica prevalga in misura crescente il gusto di mettere in campo le liste civiche dai nomi più improbabili o liste politiche con nomi e simboli, per così dire, usa e getta, che cioè, finite le elezioni, sono destinati a scomparire.

Un problema di identità e di metodo.

Il proliferare di liste più o meno civiche o il fenomeno per cui i partiti nazionali a livello locale tendono a eclissarsi dietro nomi e simboli inediti anche nei grandi comuni, porta alla difficoltà di identificare rapidamente quale forza anima questa o quella lista. Era un problema che c’era già nelle elezioni politiche di 100 anni fa e che allora come oggi si può risolvere parzialmente solo guardando chi sono i candidati e studiando la stampa locale. In base a ciò abbiamo provato a guardare le liste e i risultati dei soli comuni capoluoghi andati al voto quest’anno, comprese Carbonia e Olbia, ma anche la città di Bolzano che ha votato un mese prima dopo appena un anno dalla volta precedente. Si tratta di 25 città che vanno da Torino e Milano fino a Cosenza e Crotone passando per Roma. Non sono in un numero e in una distribuzione tali da indurci a facili generalizzazioni nazionali, tuttavia restano un episodio elettorale non trascurabile che vale la pena analizzare.

Le 25 città possono essere riassunte nei risultati di 383 liste. In realtà le liste effettive sono di più, ma per esempio le sei liste “Cittadini per X” (dove X sta per il nome della città sede del voto) riconducibili a Cittadini per l’Italia (già Scelta Civica) si è preferito considerarle come espressione di un solo partito come si fa col Pd, il M5s o FI. Analogamente si è fatto con le nove liste dai nomi affini riconducibili ad Area Popolare (cioè l’Ncd di Alfano). Continua a leggere

La crisi porta in dono paure, paranoie e professionisti dell’odio

Funziona così: scoppia una bolla che fa scoppiare una crisi in Usa nel 2007 che diventa una crisi globale nel 2008 non ancora finita. La crisi porta con sé calo dei guadagni e disoccupazione. La classi sociali più deboli affondano e soprattutto la fasce più basse della piccola borghesia si proletarizzano. Aristocrazie proletarie e piccolo borghesi iniziano a risvegliarsi dal loro ottimistico torpore e iniziano a urlare fuoco e fiamme contro chiunque sembri il responsabile delle loro angosce e disperazioni. Sanno che rischiano la povertà, sentono odore di rovina e iniziano a essere sicuri che la colpa è dei politici. Tutti. Ma anche dei migranti e degli zingari. Politici e poveracci sono tutti colpevoli come soldati stranieri che portano la peste. I più “intelligenti” capiscono che è anche colpa di misteriosissimi poteri occulti. Gli astratti furori prendono il sopravvento fondandosi su paure paranoiche ancora più astratte, prima fra tutti quella che esiste un complotto mondiale per favorire orde di straccioni pronte a depredare le ultime ricchezze rimaste. I più tattici hanno occhi di falco per vedere alleanze fra omosessuali e immigrati per capovolgere coi loro inediti matrimoni l’ordine naturale delle cose, quell’ordine che li vedeva “ricchi” e “felici” prima della crisi.
Su questa polveriera di furori paranoici soffiano astuti gli impresari della paura di ogni risma, gli unici che nella crisi sperano di trovare la loro ricchezza: fascisti, reazionari, antidemocratici, elitari, seminatori professionisti di odio e diffidenza.
Intanto le classi dirigenti che hanno causato la crisi dopo qualche breve momento di panico, si sono convinte che anche questa è l’occasione buona per fare qualche esperimento sociale e qualche affare, per guadagnare qualche nuovo vantaggio sulle classi subalterne e intanto aspettare che passi la nottata, perché dopo ogni crisi c’è sempre un boom economico. Matematico. Anche se non si sa quando. Ma loro possono aspettare. Loro. Di conseguenza lasciano fare, lasciano correre. E pazienza se nel frattempo altrove qualcuno si dà da fare per scrivere i nuovi protocolli dei savi di Sion sotto forma di bufale in pillole da far girare in rete e grazie a esse riesce a conquistare la coscienza fragile delle masse impaurite. Effetti collaterali non preoccupanti. E poi meglio in giro un nuovo Hitler che un nuovo Lenin. meglio avere in giro delle masse infantili che hanno paura del buio e dei mostri sotto il letto, che delle masse adulte e lucide che escono di casa per organizzarsi e per riprendersi ciò che è loro.
Euronews l’ha scritto lo scorso 24 maggio: l’estrema destra cresce in tutta Europa, soprattutto nel centro-Nord. Spagna, Italia e Grecia sembrano più al riparo dal fenomeno. Un po’ come con la Riforma protestante cinque secoli fa. Può essere. Ma non c’è dubbio che i furori di cui si è detto siano anche alla base dei successi mediterranei di Lega Nord e M5s in Italia, o che Alba Dorata mantiene comunque una base di consenso inusuale per una forza neonazista in una terra come la Grecia. E persino di una forza dichiaratamente progressista come Podemos in Spagna deve il suo relativo successo alle parole d’ordine di furore più simili a quelle dell’estrema destra.
Si fa presto, come fanno molti, a commemorare la tragedia di Auschwitz con la sola categoria della “follia” o della “sventura”, ma quando poi si ripresenta il clima economico degli anni Venti si dimentica che fu proprio quel contesto a convincere i più della bontà del modello fascista o almeno autoritario in quasi tutta Europa. E ancor più  si dimentica che fu il clima economico degli anni Trenta a far sì che un partitino del 2% guidato da un imbianchino potesse diventare sufficientemente forte da far piombare il mondo nella tragedia della guerra mondiale. Dove si vuole arrivare stavolta? Continueremo a dormire sonni tranquilli perché in Austria la Provvidenza riesce a far vincere il candidato antifascista per uno 0,7%?

Eco l’Eburneo o del nome della cultura altezzosa

Apprendiamo dall’Ansa che Umberto Eco ha ricevuto a Torino l’ennesima laurea honoris causa. Auguri. La stessa agenzia riferisce anche che Eco chiacchierando coi giornalisti si è lasciato andare a delle considerazioni sui social network. Citiamo: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. (…) La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità».

Sicché se in Italia esistono «legioni di imbecilli», se circola facilmente tanta imbecillità, la responsabilità sarebbe dei nuovi mass media telematici, dei social network dove l’opinione del signor Rossi, sciocco e ignorante, è formalmente uguale a quella di un Eco, colto e intelligente. Ma siccome in giro sono più gli sciocchi che i savi, è facile che l’opinione di Rossi diventi più popolare (o “virale”) di quella di Eco. «Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità».

Dietro l’apparente razionalità di una simile valutazione, è mal celato un pensiero aristocratico degno del peggior reazionario. Perché lanciare l’allarme che «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino» e concludere che siamo davanti a un’«invasione degli imbecilli», è autentico razzismo intellettuale e anche un po’ classista.
Si badi bene che Eco non parla del fenomeno contemporaneo di un semplice allargamento della pubblicità delle opinioni, che come tale può essere valutato e interpretato in sede scientifica, ma del “diritto di parola”, Eco si lagna cioè che la costituzionalissima libertà di parola, diritto umano illuminista e borghese per eccellenza, sia stata realizzata mediaticamente nell’ultimo decennio come mai prima al punto tale che assistiamo alla messa in circolo di idee e opinioni di basso livello culturale. Prima dei social, invece, tutti avevano potenzialmente diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, ma pochi potevano attuarlo in pieno. Si poteva, entro ovviamente certi limiti, parlare in piazza o farsi un volantino e persino un giornaletto, ma solo le élite potevano dire la loro su giornali, radio e Tv nazionali o pubblicare libri di larga diffusione. Il diritto di parola era nell’Italia repubblicana per tutti, ma l’opinione pubblica la facevano le élite, le classi dirigenti. Ci vorrà lo shock Tambroni nel 1960 per portare la voce del Pci ad apparire sui teleschermi Rai, e ci vorrà il 1975 per legalizzare le radio e le Tv pirata in nome del riconoscimento del diritto di parola con qualunque mezzo. L’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948) sancisce che «ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere». Attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere. Ma provate ad avvalervi di questo diritto se foste contadini dell’entroterra siciliano nel 1948, o anche nel 1968. E provate a farlo oggi con Facebook, Twitter o con un blog. O persino in calce a qualche articolo delle più importanti testate giornalistiche on line. In linea di principio il contadino dell’entroterra siciliano oggi può far sapere la sua a qualunque autorità senza mediazioni e con una rapidità superiore persino al telefono! E anche quando fosse stato possibile esprimersi liberamente, per quanto tempo in Italia il pensiero divergente è stato perseguitato e  censurato anche ad alto livello? Pasolini dopo più di trenta processi ne sapeva qualcosa. E pure Dario Fo credo si ricorderà com’era difficile esprimersi liberamente prima del Nobel nonostante il sostegno di un pezzo di paese e della casa editrice Einaudi.

Oggi con il web 2.0, con cioè quel particolare meccanismo che permette la pubblicazione su Internet del proprio pensiero in modo istantaneo anche a chi ignora l’informatica, l’opinione pubblica è anche fatta da quello che rozzamente e populisticamente i giornalisti chiamano «popolo della rete». Che non esiste in quanto tale o che  in quanto tale esiste solo come costruzione giornalistica, ma che comunque sanziona il fatto che le masse esprimono un pensiero libero che ha un raggio di influenza inedito. Nel bene e nel male. È chiaro che spesso ciò è foriero di immondizia, sciocchezze e bufale di ogni risma. Ma di conseguenza che facciamo? Ce la prendiamo col medium Internet e rimpiangiamo i bei tempi in cui pochi parlavano a pochi con pochi mezzi di comunicazione di massa? O cominciamo invece a chiederci perché c’è tanta ignoranza in giro, perché gli intellettuali non hanno più tanto credito presso le masse, perché tanti (laureati inclusi) abboccano alle bufale senza la minima verifica ritenendo forse che tutti i siti sono uguali per credibilità?

Se Eco è democratico dovrebbe gioire dell’accesso delle masse al web e della partecipazione di queste ai social network. Se Eco è (ancora) intellettualmente curioso, potrebbe investigare le luci e le ombre del fenomeno. Se Eco è (ancora) un lucido e onesto intellettuale dovrebbe ragionare su dove lui e quelli come lui hanno sbagliato se nel 2015 i social testimoniano che tanti italiani sono oscenamente sgrammaticati nella lingua e nel pensiero,si lasciano andare a rozze invettive contro i fantasmi del pericolo straniero e coltivano ancora tanto egoismo e sessismo con allegra noncuranza.

Ma Eco, che è persona degnissima e che certamente ha letto e scritto più di me, ha evidentemente scelto una strada diversa e antica, quella di disprezzare le masse incolte perché masse e perché incolte rimpiangendo i tempi in cui la libertà d’opinione della democrazia liberale era solo l’eventuale possibilità dei più di parteggiare, se capaci, per questo o quell’esimio intellettuale all’interno della dialettica borghese. E chi voleva dissentire poteva farlo al più in separata sede senza disturbare, come si conviene agli zotici a cui può essere concesso di apparecchiare le tavole dei signori senza che pretendano di potervici poi sedere.