Un’America compre(s)sa tra Manchester by the Sea e La la land

14769598193213580PrintHo sempre rifiutato la logica amministrativa dei premi per pesare la qualità di un’opera d’arte. Apprendere quindi che il film La la land abbia vinto sei premi Oscar su 20 possibili e 14 potenziali e che Manchester by the Sea ne abbia vinto “solo” due su sei potenziali ha su di me lo stesso effetto del venire a sapere che uno studente che non conosco Tizio Caio ha superato un difficile esame universitario con un gratificante 30 e lode: posso solo complimentarmi senza provare particolari emozioni. Non ho quindi alcun interesse a cercar di capire perché l’Academy abbia premiato quest’anno certi film più di altri, perché abbia innalzato agli onori certi professionisti del cinema invece di altri, anche perché se mi interessassi seriamente della cosa ho il ragionevole sospetto che potrei scoprire che in quelle decisioni la questione estetica, a dispetto delle apparenze, potrebbe aver giocato un ruolo importante, ma non decisivo, né maggioritario. E per quanto i vincitori abbiano sempre ragione, qui preferirei riflettere sulle ragioni dei vincitori. Artistiche, s’intende.

La la landManchester by the Sea sono due ottimi film che non potrebbero essere più diversi tra loro. Colorato e luccicante il primo, grigio e opaco il secondo; caldo e vaporoso il primo, freddo e rigido il secondo; dolce e swing il primo, aspro e spossato il secondo. Eppure Continua a leggere

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La crisi nel Pd sa più di darwinismo sociale che di democrazia socialista.

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C’è scissione e scissione. Quando è fatta per ragioni strategiche può essere un arricchimento della dialettica politica. Quando è fatta per ragioni tattiche è solo una furbata di corto respiro che i promotori pagheranno con gli interessi nel lungo periodo. E questo nel migliore dei casi. È indubbio che i matrimoni fondati su unioni mal assortite non possono che concludersi con una separazione esplicita (ognuno per sé) o implicita (separati in casa).
Sono tanti coloro che potrebbero spiegare l’attuale crisi del Pd come appunto l’inevitabile esito di un matrimonio inevitabilmente infelice, come previsto da diversi osservatori al momento della sua celebrazione nel 2007. Basti su tutti la critica continua e incessante portata avanti in questi dieci anni da Emanuele Macaluso. Tuttavia l’idea del Pd nella sua formulazione originaria del 2003 lanciata da Michele Salvati non era del tutto campata in aria. È chiaro che in astratto non si capisce come si possa concepire un partito che tenga uniti socialisti, cattolici democratici e liberali di sinistra: tante affinità, ma soprattutto tante divergenze. Nella realtà invece, almeno in Italia, è indubbio che nel 2003 i Democratici di Sinistra da un lato e La Margherita dall’altro avessero ormai raggiunto una certa identità di vedute su tante questioni strategiche, soprattutto, va detto, per il progressivo slittamento a destra del partito erede della maggioranza del Pci.
La cultura del centro del centrosinistra aveva di fatto egemonizzato la sinistra socialriformista non solo perché allora era convinzione diffusa che nelle seconda Repubblica bipolare le elezioni si potessero vincere solo contendendosi l’elettorato di centro più ballerino, ma anche perché il gruppo dirigente occhettiano prima e dalemiano poi del Pci-Pds-Ds, rimasto pressoché immutato dal 1987, aveva sempre mantenuto come bussola del proprio agire politico l’idea di dover doversi accreditare come forza di governo rassicurante per tutta la borghesia. Soprattutto con l’avvento di Berlusconi e confortati dalle tesi vincenti di Tony Blair, i “giovani” D’Alema e Veltroni lavorarono per accreditarsi come l’unica forza politica attrezzata per guidare il paese nell’interesse di tutte le classi, ma assumendo il programma dei desideri della borghesia nazionale ed internazionale. Difficile dire quanto questa operazione abbia reso politicamente, ma di certo i Ds attraversarono gli anni ‘90 e si affacciarono nel nostro secolo con un continuo declino di voti e iscritti. Il declino era certo anche il frutto di un cosciente disfarsi dell’oneroso apparato da partito di massa costruito ed ereditato dal Pci, ma non va sottovalutato il fatto che per inseguire la nuova strategia, il partito avesse perso alla sua sinistra non pochi consensi e militanti senza ottenerne di nuovi.
Nel frattempo quel che rimaneva della Dc a sinistra, il Ppi, insieme a quasi tutte le altre schegge di centro antiberlusconiane creando La Margherita prima come cartello e poi come partito, avevano dimostrato di poter incrementare i propri consensi fino a poter contendere la leadership del centrosinistra ai Ds. Così nel 2003 con i Ds in declino fermi al 16% e La Margherita in ascesa oscillante fra il 10 e il 15%, giunge la proposta Salvati su Il Foglio di Giuliano Ferrara volta a scongiurare una guerra fratricida fra Ds e Margherita per avere anche solo un punto percentuale in più rispetto all’altro: invece di lottare fra noi, ragiona Salvati, meglio una fusione fra le due organizzazioni in nome dei comuni interessi e referenti sociali. Europeisticamente parlando, né socialisti né popolari, ma sintetizzati, ad uso popolare e propagandistico, nel concetto-etichetta di “Ulivo”, anche se notoriamente mai troppo apprezzato da D’Alema, al contrario dell’ala destra dei Ds, ma sufficientemente evocativo di premesse di gloria sul calco del 1996. Quando poi alle europee 2004 e alle politiche 2006 si vide che le liste unitarie uliviste con diessini e margheritini sembravano in effetti portare più voti delle singole componenti fino ad attestarli – allora unici in Italia – al di sopra del 30%, in molti capirono che la fusione poteva essere un’ottima idea, anche in vista di uno scontro con la sinistra radicale allora in via di rafforzamento. Caso raro dai tempi del Fronte Popolare, una lista unitaria sembrava raccogliere più voti dei suoi promotori.
Il via libera ufficiale alla nascita del Pd avvenne nell’ottobre 2006, circa sei mesi dopo la vittoria dell’Unione di Prodi alle elezioni politiche dove Ds e Margherita avevano presentato una lista unitaria ulivista alla Camera e liste separate al Senato. Anche stavolta dal confronto emergeva come in effetti la lista ulivista trainasse meglio. Così dopo un “fidanzamento” durato un paio d’anni, nel 2007 fu celebrata la fusione del Partito Democratico. Una fusione che era costata ai Ds la scissione della Sinistra Democratica di Mussi, Fava e Giovanni Berlinguer (primo embrione dell’attuale Sinistra Italiana), ma fu un costo irrisorio: alle elezioni del 2008 il Pd perse contro Berlusconi incrementando i suoi voti e superando il 33%, mentre Sd si squagliò nel gorgo che risucchiò la Sinistra/l’Arcobaleno.
La fusione si rivelò in fondo più pacifica del previsto: ai Ds andò una sorta di quota di maggioranza della nuova formazione, mentre alla Margherita fu riconosciuta una certa supremazia in Veneto e Sicilia. In questo modo i Ds furono rassicurati come forza numericamente egemone, mentre la Margherita aveva ora un’organizzazione più grande e solida per continuare a egemonizzare culturalmente i Ds. È un po’, mi si permetta, la storia del rapporto fra romani e greci dopo la conquista di questi ultimi a causa dei primi: gli sconfitti seppero poi sedurre i romani imponendo i loro costumi.
I problemi politici dentro il Pd iniziarono dopo: la ripresa dell’eterno scontro fra D’Alema e Veltroni con la vittoria del primo nel 2009, la fuga con mini-scissione di Rutelli con l’Api sempre nel 2009, e poi il quadriennio della segreteria Bersani che vide il partito incapace di liquidare il berlusconismo rimanendo bloccato al 25%, incapace di imporre i suoi nelle primarie contro la piccola Sel, incapace di trovare una linea politica autonoma dal Quirinale guidato da Giorgio Napolitano. A destra la simmetrica fusione fra Forza Italia e Alleanza Nazionale nel Popolo della Libertà nel 2008-2009 mostrava un tasso di tensione interna più elevata di quella del Pd, ma il fatto che il Pdl fosse al governo garantiva alla destra di poter fare a meno di dover fare i conti con queste tensioni o di poter liquidare Fini senza dei seri contraccolpi. Nel Pd invece una pacifica e incoraggiante fusione nel 2007 e la scomparsa nel 2008 di seri concorrenti alla propria sinistra e alla propria destra al punto da spingere il partito a proporsi come il partito unico del centrosinistra, non mise la nuova forza politica al riparo da una crisi di ansia e frustrazione: il Pd pareva tanto grande quanto sterile e ciò alimentò un’acuta insofferenza della base per il suo longevo gruppo dirigente. È in questo contesto che il giovane ex popolare, sconosciuto e ambizioso Matteo Renzi viene arruolato dai rutelliani rimasti nel partito per trasformare questo disagio diffuso in scontro generazionale. Analoga operazione compie Dario Franceschini, anche lui ex popolare, che da segretario nazionale pro-tempore nel marzo 2009 dà voce e coopta la giovane sconosciuta veltroniana Debora Serracchiani, diessina dell’ultimissima ora, dopo che si era fatta notare con un appassionato e critico discorso all’assemblea dei circoli del Pd proprio davanti a Franceschini. Quando nell’agosto del 2010 Renzi lancia la parola d’ordine della «rottamazione senza incentivi» e la prima assemblea del suo movimento di scalata al partito da destra, la Serracchiani si ritrova fianco a fianco con Renzi. C’è anche un altro giovane sconosciuto: Giuseppe Civati, che però è un ex diessino un po’ più progressista e infatti ben presto si allontanerà dai renziani per incompatibilità. Il resto è storia recente: Renzi è abile nel raccogliere consenso e il contesto fuori e dentro il partito si dimostra più favorevole del previsto. Ma non fu un ricambio di leadership ordinario, perché con Renzi ascesero persone nuove e nuove amicizie, il partito si sbilanciò ancora più al centro riuscendo a farvi confluire pezzi di notabilato orfani di Berlusconi e senza alternative, specie al Sud. Il gruppo dirigente dalemiano, che mai era stato estromesso dalla guida del partito, fu costretto a scegliere se contrastare Renzi (Cuperlo, D’Alema, Bersani) o venire a patti e aiutare il nuovo venuto (Orfini, Orlando e via via altri).
Con Renzi alla guida del Pd dal dicembre 2013 il partito ha ottenuto tutto quello che aveva inseguito per anni: è diventato il partito di sistema, il perno dell’establishment italiano. Solo il M5s può ancora vantare una base di massa potenzialmente pericolosa per le aspirazione del Pd, ma le leve del potere che contano sono quasi esclusivamente gestite dal Pd, che a sua volta è stato gestito da un gruppo dirigente senza troppi scrupoli unitari.
È in questo contesto che matura il clima attuale da scissione: un partito di potere gestito da un un bulimico di potere, uno che appena eletto segretario liquidando l’ex popolare Enrico Letta si conclamò come politico dal colpo basso facile; uno che alla saggezza politica, alla prudenza e al ruolo di leader di sintesi di un partito di centrosinistra ha sempre preferito l’azzardo avventuriero e il frazionismo di maggioranza di centrodestra; un extraparlamentare che si regge in Parlamento grazie all’alleanza con le correnti di centro-destra del Pd (franceschiniani in primis); uno che ha perso (quasi) tutto con un referendum e tutto rivuole indietro con gli interessi il più presto possibile anche se siamo nell’ultimo anno di una legislatura andata avanti per inerzia e con alta probabilità di essere sostituita da una con una maggioranza fatta dalle destre più reazionarie e populiste; uno così, dicevamo, che rassicurazione può dare sul futuro ai “rottamati” del 2013? I Bersani e i D’Alema sanno che la rivincita nel Pd è dura finché Renzi sarà difeso dal blocco di ex berlusconiani, ex popolari e ex diessini di destra alla Fassino costruito dall’ex sindaco di Firenze. Per cui gli storici leader della sinistra Ds sentono che rischiano di perdere pure quel po’ di parlamentari, spazio politico e ragion d’essere che fin qui gli era rimasto. Non resta che fare un partito a sé cercando di farsi dare dal consenso diretto di una parte degli italiani quello che Renzi non gli darebbe mai, animato com’è dallo spirito di non fare prigionieri coi suoi avversari. Altri antirenziani più o meno focosi come Emiliano e Rossi, in quanto meno identificabili con l’ancien régime, hanno da riflettere perché possono sperare di ricavare dalla loro battaglia interna un ruolo di opposizione più robusta rispetto a quella svolta fin qui da Cuperlo, Speranza e tutte le varie correntine a sinistra di Renzi.
È dunque tutta una questione di difesa e salvaguardia di spazi politici aggrediti, ai limiti del darwinismo sociale. Chi è certo di non avere più spazio dentro il Pd ha già deciso da tempo di andarsene. Gli altri devono capire se possono ancora ottenere di più dentro o fuori dal Pd. In ogni caso, per tornare a quanto detto all’inizio, siamo nel campo delle scissioni per ragioni tattiche. Lo dimostra anche il fatto che gli antirenziani in odore di scissione non sembrano intenzionati a fare mea culpa di tutti gli errori politici che hanno portato alla nascita di Renzi e del renzismo. Come se a sinistra in Italia andasse tutto bene fino allo scorso decennio. Come se il periodo che stiamo vivendo non suoni come una sonora smentita di una certa politica socialista perseguita negli ultimi 25 anni. Il discorso pubblico usato per giustificare la scissione da chi scissioni non ha mai avuto bisogno di farle è, specie in Bersani, quello del bisogno di separarsi dall’untore fiorentino per ritrovare i bei tempi dei Ds e dell’Ulivo, come se il problema e l’urgenza fosse recuperare una sorte di blairismo mite in opposizione al blairismo spinto dell’attuale Pd, omettendo che fuori dall’Italia il blairismo è morto e sepolto da tempo e che nei partiti socialisti di Francia e Regno Unito sembra prevalere in popolarità la riscoperta di un linguaggio socialista pre-blairiano. Persino il Pd americano ha visto emergere nel 2016 un Sanders con discorsi ben più “operaisti” dell’estrema sinistra dem di casa nostra.
Nella crisi del Pd siamo dunque lontani dalla serietà e gravità politica delle scissioni di Palazzo Barberini o del Psiup di Vecchietti. Allora prevaleva la politica e la geopolitica, qui oggi siamo a lotta per l’autoconservazione contro la prevaricazione. Beato chi capisce per chi convenga parteggiare.

Il M5s è populista? Il populismo è pericoloso? Piccola bussola per orientarsi.

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Ci sono diverse definizioni di populismo, concetto da maneggiare un po’ scivoloso come una saponetta e che spesso è confuso con demagogia allorquando i due fenomeni si presentano insieme.
La miglior definizione a mio avviso la dà il dizionario De Mauro, seppur per l’ambito letterario, per cui è populismo la «rappresentazione idealizzata del popolo in quanto considerato come depositario di valori etici e sociali». O se preferiamo di un popolo particolare, ovvero di una sua frazione. Lo stesso dizionario spiega che demagogia è la «ricerca del consenso politico, ottenuto sfruttando le passioni e i pregiudizi delle masse».
Senza andare lontano nel tempo e nello spazio, la Lega di Umberto Bossi delle origini è un ottimo esempio di partito populista e demagogico. Esso a partire dalla fondazione nel 1982 prese a idealizzare un non meglio precisato popolo del Nord come depositario di valori etici e sociali corrotto e oppresso dal popolo del Sud. Per argomentare questa visione populista Bossi sfruttò demagogicamente le passioni e i pregiudizi delle masse piccolo-borghesi che per i più svariati motivi si erano persuase che una certa “crisi” economica iniziata nel Nord alla fine degli anni ’80 era dovuta al fatto che molti uffici pubblici nel Settentrione fossero ricoperti da meridionali. Il popolo buono e subalterno del Nord era quindi in balìa del popolo bieco e oppressore del Sud. Per spezzare le catene di questa oppressione Bossi offrì come soluzione il federalismo o l’indipendenza a seconda dei casi, cioè una rivendicazione nazionalista di destra classica in chiave “etnica”. Dal 1996 Bossi perfezionò questa visione etno-nazionalista inventandosi il mito della Padania, del Po, il colore verde, ecc. L’attuale Lega di Salvini deve molto a questo passato, ma ormai preferisce operare come un movimento di estrema destra tradizionale tutto law & order dove il populismo settentrionalista è diventato nazionalista e la demagogia di conseguenza si è rivolta ad altre passioni e pregiudizi, aumentando i livelli di xenofobia.
Negli anni 2000 è stato bollato come populista anche l’Italia dei Valori. In effetti quando Di Pietro esaltava il popolo degli onesti (gli italiani coi valori, appunto) contro i corrotti di sinistra e soprattutto di destra (a seconda delle stagioni), non c’è dubbio che faceva populismo. Come demagogo in verità non era un granché, non si ricordano momenti di seduzione di massa. Per cui non mi pare un caso che il suo partito non abbia mai messo radici di massa come la Lega, che sia stato al più il megafono di un certo antiberlusconismo astratto e radicale sul fronte legalitario. Così come non mi pare che un caso che nel 2012 si sia squagliato come neve al sole avendo esaurito la sua funzione storica e sia stato liquidato con facilità da una sola puntata di Report (trasmissione Tv culto degli “italiani dei valori”).
E oggi il Movimento 5 Stella è populista? Il grillismo nacque subito fin dal 26 gennaio 2005 come mistica del “basso” contro l'”alto” (si veda il post di Grillo La politica scomparsa), secondo la quale esiste il solito non meglio precisato popolo degli onesti e vessati, degli incolpevoli “presi per il culo”, oppresso da quella che, dopo il libro di Rizzo e Stella del maggio 2007, sarà chiamata la “casta”, cioè dalle classi dirigenti chiuse, corrotte e corruttrici. Non è questo il momento di ripercorrere come e quando questa visione populista del grillismo sia diventata di massa. Qui ci basti ricordare che nel periodo 2005-2009 il blog di Grillo si mosse come un doppione più triviale e meno indulgente col centrosinistra (e quindi più efficace) dell’Idv di Di Pietro culminando nell’appoggio esplicito alle europee del giugno 2009. Ciò portò il dipietrismo in due anni dal 2 al 4 all’8%. Nell’ottobre 2009 nacque il M5s. E se Bossi 20-25 anni prima offriva come soluzione-panacea dei mali del piccolo-borghese settentrionale il federalismo e tutto il potere alla gente in canottiera, Grillo per la salvezza del popolo che esalta propone uno Stato diretto per democrazia elettronica via web e teorizza l’idoneità assoluta del cittadino qualunque a qualunque carica pubblica. E in questo Grillo ricorda molto lo “Stato amministrativo” del Fronte dell’Uomo Qualunque del 1946. Lo schema è dunque quello di un populismo classico sciacquato nelle acque modernissime del web 2.0. Se però Grillo si fosse limitato a organizzare il suo discorso politico su questo schema populista non sarebbe andato oltre il consenso di un Partito Pirata o di una Idv, avrebbe guidato probabilmente un movimento buono per qualche nerd (per definizione pochi), qualche orfano di Di Pietro, qualche teorico della superiorità del popolo della “società civile” orfano di validi partiti a sinistra (altro storico populismo dell’ultimo trentennio), qualche ambientalista fan di Grillo fin dal 1990 e in rotta coi Verdi ufficiali. Con queste componenti non penso sarebbe andato oltre il 3%. La spregiudicatezza che ha sostenuto e alimentato il populismo di Grillo portandogli gambe su cui camminare è stata la tipologia particolare di demagogia usata dal comico genovese e, immagino, concordata col suo editore Casaleggio. Grillo non ha cercato e non cerca il consenso politico sfruttando alcune passioni e taluni pregiudizi delle masse, ma qualunque passione e qualunque pregiudizio circolante  nella società purché compatibile col proprio schema populista. Una demagogia ad ampio spettro gettata come rete a strascico nel mare.
Se dunque il popolo esaltato da Grillo è quello dei soliti piccolo-borghesi che si sentono vessati, truffati e imbrogliati dalla classe dirigente come dall’immigrato, dalla scienza ufficiale come dall’informazione ufficiale, dall’alta borghesia disonesta e parassita come dal sottoproletariato accattone, allora la demagogia di Grillo non può fare altro che esplicitare ed amplificare questo senso di panico da accerchiamento – già acuito dalla crisi economica scoppiata alla fine del 2007 in casuale coincidenza col primo vaffa-day -, cercando di intercettare qualunque cultura paranoide e qualunque nevrosi irrazionale offrendogli legittimazione e ospitalità, forte del credito cumulato negli anni da Grillo come Cassandra su vicende come il caso Parmalat. Il “predicattore” si ritrova così ad alimentare cinicamente incendi soffiando sulle braci del malcontento popolare per proporsi poi come l’unico pompiere possibile. Anzi, meglio, spiegando che il migliore pompiere sei tu, basta organizzarsi telematicamente. Prima dà voce e incoraggia allo sfogo collettivo urlato prendendo a modello Howard Beale del film Quinto potere («I’m as mad as hell, and I’m not going to take this anymore!», tradotto in Italia con «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più»), e poi promette la riscossa facendo esplicito riferimento al protagonista mascherato da Guy Fawkes del film V per vendetta. E i sogni di vendetta sono i preferiti della piccola borghesia in tempo di crisi economica, soprattutto se restano sogni o se possono essere realizzati in modo pacifico.
È chiaro che una demagogia tanto spregiudicata non può che portare a strizzare l’occhio a tutto e al contrario di tutto, ma la storia degli ultimi quattro anni ha dimostrato che ciò ha portato Grillo non a rimanere vittima di gruppi e idee in contraddizione tra loro, ma a riuscire a federare le anime piccolo-borghesi più disparate fino a coalizzarle in una forza che gode della fiducia di un italiano su 5 o su 4, quale è il M5s. E questo nonostante la forte concorrenza al Nord della Lega di Salvini. Ci è riuscito sicuramente grazie al conclamato cattivo stato di salute della società politica, al dilettantismo e alla miopia delle altre forze politiche, all’esaurimento della spinta propulsiva della seconda Repubblica, alla consumazione della sinistra e del berlusconismo, ma anche grazie alla creazione di un partito organizzato su un sostanziale individualismo e privo di organismi dirigenti e di discussione della linea politica: senza il pettine di una riunione, non ci sono mai nodi che si incastrano fra i rebbi, ognuno resta della sua idea e Grillo fa da «garante» dell’unità dando voce a turno a tutti con meticolosa opera di cerchiobottismo e opportunismo.
Ci si chiederà allora cosa differenzia una forza politica populista che cerca il consenso con la demagogia da una forza politica che per esempio si ispira al marxismo proclamando di voler fare gli interessi del “popolo” e promette riscossa per le classi subalterne contro quelle dominanti? E perché il populismo ha una connotazione negativa? La politica marxista, al netto di certe degenerazioni minoritarie, anche quando parla di popolo non parla di un popolo astratto, né ne parla come se questo fosse depositario naturale di tutte le virtù del mondo. Il marxista parte da un’analisi della società basata su un’indagine scientifica e non paranoica dei meccanismi economici e sociali reali, giungendo a rilevare che l’attuale sistema capitalistico crea e si basa grossomodo su due classi già in lotta fra loro, una borghesia dominante, minoritaria e sfruttatrice e un proletariato subalterno maggioritario e sfruttato. Ci sarebbe chiaramente molto altro da aggiungere, ma il marxista sente che per il bene di tutta l’umanità, borghesi inclusi, sia bene che da questa lotta esca vincitore il proletariato che con opera rivoluzionaria arrivi a impadronirsi del potere e mutare i rapporti di produzione per sostituire progressivamente il capitalismo con un nuovo sistema economico-sociale, il comunismo, dove nessuno più sfrutterà nessuno. Dunque il marxista non difende un popolo indefinito o a una sua frazione individuata in modo fumoso e astratto, ma si richiama al proletariato, cioè al popolo dei lavoratori il quale merita di essere difeso non perché si sente sfruttato, ma perché inserito oggettivamente in un sistema che lo sfrutta a prescindere da quanto possa essere buono e generose il padrone borghese che gli dà il salario. Dunque il marxista prende le difese di una parte della società per la salvezza di tutto il genere umano, ovunque collocato geograficamente. Per ottenere il consenso politico il marxista non ricorre alla demagogia perché rifiuta l’irrazionalità del pregiudizio incoraggiando anche nei meno colti la capacità di giudizio fondato su dati reali e concreti. Il marxista dunque non incita alla lotta contro la borghesia demonizzandola inventando astratte e inverificabili frottole complottistiche come poteva fare un Hitler quando parlava degli ebrei. Il marxista incita alla lotta contro la borghesia mostrando nel modo più scientifico possibile come la borghesia mette in atto, consapevolmente o meno, il suo dominio di classe oggettivo generatore di ingiustizie sociali. Il marxista resta sempre su un piano razionale sia quando cerca di spiegare la realtà, sia quando cerca il consenso per cambiare la realtà.
Fare politica “in nome del popolo” non vuol dire dunque necessariamente fare populismo (altrimenti ne deriverebbe che pure le sentenze dei tribunali “in nome del popolo italiano” sono populiste). Dipende da come e per chi o cosa si tira in ballo il popolo e cosa si intende di preciso per “popolo”. I populisti di ogni epoca e regione hanno in comune una tendenza a spiegare la complessità reale con semplificazioni ideali, spiegando le cause del malessere del popolo con comodi spauracchi o incolpando disinvoltamente intere categorie di innocenti contro cui invitano a lottare senza fare prigionieri. Dunque il populismo che prende il potere nella migliore delle ipotesi può portare a un astratto furore che sfocia in un modo di governare rozzo, acquiescente con gli avversari del giorno prima purché siano permessi provvedimenti paternalistici a favore del popolo che si vorrebbe tutelare. Nella peggiore delle ipotesi l’astratto furore può portare a modi di governare rozzi, sempre pronti in ogni questione a buttare il bambino con l’acqua sporca, finalizzati al contrasto di ogni forma di avversario equiparato a nemico se non a traditore del popolo che si vuole tutelare fino a imporre un ordine sociale nuovo finalizzato ad avventure dai rischi incalcolabili. Il populismo al potere oscilla dunque tra il rischio di una democrazia ridotta a parodia di se stessa palco per sterili demagoghi parolai e confusionari, e il il rischio di una franca dittatura che tiene una società in ostaggio dei propri deliranti furori. Gli esempi nella storia non mancano, eppure il cittadino oggi fa ancora fatica a riconoscere un populista e a non cedere alla seduzione demagogica. Sia detto senza stupore.

Popolarità su Facebook di organizzazioni, frazioni e anime collocate a destra

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Pubblichiamo in ordine di popolarità (i famosi like) i link a 96 pagine Facebook di organizzazioni, frazioni e anime collocate a destra, a volte esplicitamente, a volte deducibile dai contenuti che veicolano e/o dalla simbologia di riferimento.

Lega Nord Padania 318.023 [Fondato da Umberto Bossi nel 1989 e ora guidato da Matteo Salvini]
Noi con Salvini 233.666 [Fondato e guidato da Matteo Salvini il 19 dicembre 2014 per i suoi ammiratori del Centro-Sud]
Forza Nuova 211.726 [Guidato da Roberto Fiore fin dalla fondazione avvenuta il 29 settembre 1997 dopo essere uscito dal Movimento Sociale-Fiamma Tricolore]
CasaPound Italia 199.121 [Fondata nel maggio 2008 dopo l’espulsione del leader Gianluca Iannone dal Movimento Sociale-Fiamma Tricolore]
Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale 139.360 [Fondato il 20 dicembre 2012 dai fuoriusciti da Il Popolo della Libertà Giorgia Meloni, Guido Crosetto e Ignazio La Russa]
Riva Destra 88.984 [Fondato nel 1994 e guidato da Fabio Sabbatani Schiuma. Fiancheggia Noi con Salvini]
Risorgimento Sociale Italiano-Fiamma Nazionale 89.910 [Fondato da Stefano Salmè il 3 marzo 2015 dopo la sua espulsione dal Movimento Sociale-Fiamma Tricolore]
Nazionalisti Italiani 51.367 [Fondato il 18 dicembre 2013]
Casaggì 36.917 [Centro sociale di Firenze nato nel 2005 da fuoriusciti di Alleanza Nazionale e oggi interno a Fratelli d’Italia]
Il Popolo della Famiglia 33.210 [Fondato il 3 marzo 2016 da Mario Adinolfi e Gianfranco Amato]
Generazione Identitaria 24.853 [Fondata il 21 novembre 2012]
Sovranità 23.292 [Fondato il 9 gennaio 2015 dai dirigenti di CasaPound Italia per fiancheggiare Matteo Salvini]
Il Fronte degli Italiani 23.196 [Attivo dalla nascita del Fronte Nazionale per l’Italia, se ne distacca nell’aprile 2016 con la creazione di Famiglia Nazione Identità di Lucio Neve]
Movimento Fascismo e Libertà 20.669 [Fondato il 25 luglio 1991 dal fuoriuscito dall’MSI Giorgio Pisanò e oggi guidato da Carlo Gariglio]
Lealtà – Azione 17.414 [Nascono nel 2008, ma si costituiscono in associazione inaugurando la loro sede centrale a Milano il 28 ottobre 2010]
Movimento Sociale Fiamma Tricolore 14.146 [Fondato il 3 marzo 1995 dai missini ostili allo scioglimento dell’MSI e alla confluenza in AN]
Lorien – Il portale dei Cantiribelli 12.221 [associazione costituita il 28 ottobre 1997]
Fronte Nazionale 11.783 [Guidato da Adriano Tilgher fin dalla fondazione avvenuta il 28 settembre 1997 dopo essere uscito dal Movimento Sociale-Fiamma Tricolore]
Occidente 2.1 8.361 [Dovrebbe essere finito con la morte del suo fondatore Guido Virzì]
Io Rappresento Il Cambiamento 7.621 [Fondato il 26 maggio 2014 da Rossella Caradonna]
Die Freiheitlichen (Freiheitliche Partei Südtirol) 7.352 [Fondato il 7 dicembre 1992]
Fronte dei Nazionalisti 6.953 [Lanciato il 10 maggio 2015 come progetto di federazione tra Fiamma Tricolore, Forza Nuova e Movimento Sociale Europeo. Non sembra aver avuto un seguito]
Movimento Irredentista Italiano 6.652 [Fondato il 24 maggio 2011]
Movimento Patria 6.632 [Nasce come “Il Popolo della Vita” di Antonio Buonfiglio almeno nel 2011. Nell’estate 2015 divenne “Nessuno tocchi il mio popolo”. Dal dicembre 2015 sostiene Alfredo Iorio sindaco di Roma]
Progetto Firenze Dinamo 6.602 [Fondato il 23 marzo 2013]
Ugl Nazionale 6.235 [Sindacato vicino al Movimento Sociale Italiano prima e ad Alleanza nazionale poi, fondato come CISNAL il 24 marzo 1950 e ribattezzato Unione Generale del lavoro il 29 novembre 1996]
Azione Nazionale 6.235 [Fondata il 9 novembre 2015 da Gianni Alemanno ed ex finiani di FLI. Alemanno era uscito da Il Popolo della Libertà per fondare Prima l’Italia il 13 ottobre 2013]
Insieme per l’Italia 5.171 [Fondato il 30 novembre 2013 e guidato da Andrea Ronchi]
Destra Sociale 5.020 [Lanciata il 14 dicembre 2013 da Luca Romagnoli a seguito della sua decadenza da segretario nazionale del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore]
Il Talebano 4.582 [È la pagina che sostiene “1000 patrie” fondato dal leghista Vincenzo Sofo il 28 febbraio 2015]
Editrice Thule Italia 4.301 [Casa editrice e associazione nata nel novembre 2007]
Azione Identitaria 4.312 [Nasce scindendosi da Generazione Identitaria il 1° dicembre 2015]
Movimento Nazionale 4.262 [Fondato il 26 giugno 2016 da Giuseppe Scherma sulle ceneri del Fronte Nazionale per l’Italia fondato dallo stesso nel luglio 2014]
Unione per il Socialismo Nazionale – Raggruppamento Sociale Italiano 4.279 [Fuoriusciti dal Fronte Nazionale il 23 ottobre 2005, si sono costituiti come USN il 28 ottobre 2011]
Liberadestra 4.144 [Fondazione di Gianfranco Fini lanciata il 9 ottobre 2013]
Unione Monarchica Italiana 3.267 [Fondata il 14 giugno 1944 come Unione Monarchica Democratico Liberale]
Aurora Boreale 3.203 [Fondato il 13 settembre 2014]
Conservatori e Riformisti 3.148 [Fondato il 3 giugno 2015 da fuoriusciti da Forza Italia guidati da Raffaele Fitto]
Militia Christi 2.968 [Fondato il 23 aprile 1992]
Fronte Verde 2.799 [Fondato il 21 dicembre 2006 da Vincenzo Galizia, già leader dei giovani del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore e cofondatore del Movimento Idea Sociale]
Azione Frontale 2.786 [Gruppo guidato da Ernesto Moroni almeno dal dicembre 2012]
Fronte Patriottico 2.576 [Fondato da Salvatore Stefio il 28 giugno 2014]
Unione Movimento Liberazione 2.515 [Fondato da Filippo Sciortino nel giugno 2014]
Nuovo Ordine Nazionale 2.447 [Fondato da Giuseppe Martorana il 22 dicembre 2003]
Freccia Nera 2.408 [Attivi dal maggio 2014]
Azione Dannunziana 2.368 [Fondato il 12 luglio 2015]
Spazio Libero Cervantes 2.256 [Centro sociale fondato il 31 dicembre 2004. Era già attivo come associazione Radici e germogli]
Movimento Idea Sociale 2.083 [Scissione dal Movimento Sociale-Fiamma Tricolore operata da Pino Rauti il 7 maggio 2004. È oggi guidato da Raffaele Bruno]
Movimento Sociale Europeo 2.073 [Fondato nell’ottobre 2011 da Alfredo Iorio]
Alternativa Tricolore 1.872 [Fondato il 1° ottobre 2011]
Progetto Nazionale 1.754 [Fondato il 29 maggio 2010 da fuoriusciti del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore guidati da Piero Puschiavo. Dopo una breve parentesi con La Destra, dal 25 gennaio 2014 PN fiancheggia Flavio Tosi]
Nuovo Risorgimento per l’Italia 1.689 [Fondato nell’aprile 2013]
La MIA Nazione 1.679 [Attivi almeno dall’aprile 2014]
Fondazione Farefuturo 1.641 [Fondata il 15 maggio 2007 da Gianfranco Fini e Adolfo Urso, è oggi presieduta solo da quest’ultimo dopo l’esperienza di FareItalia fondato il 9 luglio 2011 uscendo da Futuro e Libertà]
Movimento Fronte Nazionale Indipendente 1.599 [Attivo dal febbraio 2013]
La Destra 1.587 [Fondato da Francesco Storace il 3 luglio 2007 scindendosi da Alleanza Nazionale]
Alleanza Calabrese 1.467 [Fondato nel maggio 2006]
Movimento Monarchico Italiano 1.444 [Fondato nel 1944]
Spina Nel Fianco 1.308 [sembrerebbero attivi dall’aprile 2011]
AlPoCat – Comunità Militante Catanzarese 1.249 [Fondato nell’aprile 2004)
AreAzione 1.186 [Fondato nel 2010?]
Federazione Nazionalista Italiana 1.157 [Attivo dall’ottobre 2013]
Movimento Nazionale Italiano 1.144 [Fondato da Francesco Campopiano nell’ottobre 2014]
Destre Unite 1.103 [Fondato nel marzo 2014 e guidato da Massimiliano Panero]
Movimento Sociale Nazionalista 1.011 [Fondato il 3 gennaio 2008 da Michele Marini]
Difesa Sociale 900 [Fondato il 25 marzo 2013 da Nello Alessio dopo la sua fuoriuscita da La Destra]
Spazio Identitario Atreju – Palermo 887
Nazione Superiore 872 [Attivo dal maggio 2012]
MSI Destra Nazionale – Maria Antonietta Cannizzaro 812 [Fondato il 12 agosto 2000 col nome Destra Nazionale da Gaetano Saya]
Movimento Patria Nostra 786 [Fondato il 12 aprile 2010 da Valerio Arenare, oggi vicino a Forza Nuova]
Unitalia 755 [Fondato da Donato Seppi nel 1996 scindendosi da Alleanza Nazionale]
Avanguardia Di Popolo – Movimento Sociale Nazionale 754 [Fondato il 28 ottobre 1969]
Movimento Sociale Italia Nostra 721 [Fondato il 24 aprile 2013]
Radio Europa Libera 679 [Attiva dal gennaio 2013]
Democrazia Corporativa – Italia Sociale 621 [Fondato il 25 gennaio 2015]
Italia Reale – Stella e Corona 615 [Fondato nel 1972 dall’ala del Pdium ostile alla confluenza nell’MSI]
Partito della Destra Popolare 499 [Attivo dal 9 aprile 2016, dal simbolo sembrerebbe lo stesso PDP fondato nel 2004]
Fronte Nazionale per la Rinascita 453 [Fondato il 24 luglio 2012]
Movimento Italia Sociale 411 [Scissosi il 12 aprile 2015 dal Movimento Idea Sociale]
Fronte Nero – Onore e Patria 370 [Sorto nel febbraio 2013]
Fronte per la Famiglia 360 [Nato nel gennaio 2016]
Movimento sociale massicci d’Italia 354 [Attivo dall’ottobre 2016]
Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo 352 [Fondato nel 1968 da Mirko Tremaglia e oggi presieduto da Roberto Menia]
Movimento Italia Sociale MIS 326 [Fondato il 4 febbraio 2001 da Roberto Miranda]
Fronte Sud Europa 261 [Fondato il 27 aprile 2011]
Movimento Sovranità Difesa Sociale 244 [Fondato il 4 aprile 2013]
Destra Popolare 239 [Fondato il 19 ottobre 2015]
Movimento Futuro Italia 210 [Attivo dal giugno 2015]
Movimento Sociale Popolare 203 [Fondato il 13 gennaio 2016 da Antonio Iuffredo]
DNI – Destra Nazionale Italiana 179 [Attivo dal settembre 2016]
Rinascita Nazionalista – R.N. 151 [attivo dall’ottobre 2016]
Realtà Popolare 140 [Attivo almeno dal giugno 2013, presieduta da Pasquale Buffardi, dirigente della Democrazia Cristiana di Angelo Sandri]
Movimento Patria Sociale 137 [Fondato il 7 luglio 2014 da Carlo Lasi, fuoriuscito dal Fronte Nazionale]
Appio Tuscolano 134 [Attivo almeno dall’agosto 2013, dal novembre 2013 prende a usare anche il nome “Destra Popolare per l’Italia” di Roberto Fedeli]
SINLAI (CONFEDERATO CON CONFSICEL) 132 [Sindacato fondato dal Movimento Patria Nostra il 27 luglio 2010]
Avanguardia Nazionale – 1960 124 [Blog creato il 9 luglio 2016]
Italia Victrix Nazionale 123 [Fondato il 25 gennaio 2016 da Orlando Cioffi, fuoriuscito dal Movimento Sociale – Fiamma Tricolore]

Per approfondimenti sull’estrema destra cfr. La galassia nera su Facebook su “Patria Indipendente”.

Comunicate eventuali imprecisioni, errori od omissioni.

Sulla “scandalosa” nomina di Valeria Fedeli

L’ultima grande sciocca polemica rivelatrice della profonda ignoranza politica dell’elettore medio riguarda ora i titoli di studio della ministra dell’istruzione. Senza entrare sui motivi reali della polemica e sulla sua reale consistenza, mi interessa di più il successo che sta suscitando. Il ragionamento è semplice: chi non ha adeguati titoli di studio non dovrebbe fare il/la ministro/a. Facile, no? E sarebbe altrettanto facile ricordare che Benedetto Croce e Franco Maria Malfatti ricoprirono lo stesso ruolo della Fedeli senza essersi mai laureati, ma così scadremmo nel formalismo e in una sorta di giustificazionismo per diritto consuetudinario. La questione è più seria. Quando si parla di politica il titolo di studio è relativo. In particolare da chi viene posto a capo di un ministero deve essere pretesa non necessariamente una gran competenza tecnica (per quella ci sono già altre persone), ma una notevole capacità di direzione politica, una cosa che non si impara neppure frequentando scienze politiche. In altre parole la capacità di direzione politica è l’abilità di saper usare le risorse che si hanno a disposizione per far funzionare meglio il ramo dell’apparato statale a cui si è preposti dirigendolo verso un chiaro fine politico. Pertanto certe polemiche di questi giorni sono o fuori luogo o l’ennesimo segnale di un pericoloso analfabetismo politico di massa.
Chiariamo meglio con qualche caso illustre. Enzo Biagi fu un grande giornalista e lo sapeva, ma era il primo ad ammettere che non era minimamente capace di fare il direttore di quotidiani. Certo non gli mancavano le competenze giornalistiche, certo conosceva i giornali e le sue dinamiche interne, ma non era capace di guidare una redazione. Ci provò una volta sola col “Resto del Carlino” nel 1970 e gettò la spugna dopo un anno. Con lo Stato è la stessa cosa: puoi essere uno stimatissimo medico primario e non essere capace di fare bene il ministro della sanità. Zhou Enlai pare conoscesse 16 lingue e di certo benissimo l’inglese (lo conferma Kissinger), ma da ministro degli esteri e da primo ministro cinese fece sempre ricorso ai traduttori.
Giudicare preventivamente la qualità dei ministri sfogliando un curriculum come fanno i padroni quando devono assumere un quadro aziendale è un’aberrazione o un’ingenuità degna dei qualunquisti storici che teorizzavano lo “Stato amministrativo” o degli zelanti difensori della superiorità dei governi “amministrativi” o “tecnici” che dimenticano sempre che questi ultimi sono sempre esecutivi politici. E anche qui sarebbe facile ricordare che la tecnicamente espertissima prof.ssa Elsa Fornero non è certo ricordata come un’ottima ministra del lavoro e delle politiche sociali.
La ministra Fedeli non gode della mia fiducia non perché non ha mai fatto l’Università, ma perché è tutto il governo Gentiloni che penso non abbia la capacità, la lucidità e la voglia di pilotare la macchina statale verso i bisogni delle masse. Allo stesso tempo e analogamente non ho fiducia nei politici che esprime il M5s non perché siano di bassa o mediocre scolarità, ma perché non capendo un’acca di politica non fanno granché per rimediare alle loro lacune e confusioni e ciononostante pretendono con ansia totalitaria tutto il potere per sé escludendo tutti quelli che non la pensano come loro.
In politica si può essere grandi con poco e si può essere piccoli con molto. Quello che fa la differenza sono una serie di doti che non si possono né apprendere su un manuale né improvvisare. A volte persino non basta una vita in politica per sviluppare doti come la sagacia e la chiaroveggenza.
Se fosse mera questione di tecnica, tanto varrebbe stabilire che certi ruoli vadano non a chi ha la laurea, ma solo a chi esce dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione!
Preferirei che rimanessimo il paese che ha dimostrato che in politica si può essere dei giganti al servizio dei lavoratori come il bracciante Giuseppe Di Vittorio, il cui unico diploma scolastico fu quello della terza elementare preso da adolescente alla scuola serale.

Popolarità su Facebook delle organizzazioni, delle frazioni e delle anime a sinistra

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Pubblico per mera curiosità statistica e in ordine di popolarità ovvero di “mi piace” alla data di oggi, le pagine Facebook ufficiali delle organizzazioni e delle forze politico-culturali collocate a sinistra, sperando di non aver dimenticato nessuno. A titolo di paragone ricordiamo che il MoVimento 5 Stelle ha 949.706 mi piace, il solo Beppe Grillo 1.975.674, e Matteo Renzi 1.031.657.

Partito Democratico 185.567 “mi piace”
A.N.P.I. Associazione Nazionale Partigiani d’Italia 152.507
Azione Civile 113.589
Sinistra Ecologia Libertà 112.655
CGIL Confederazione Generale Italiana del Lavoro 83.202
L’Altra Europa con Tsipras 78.280
Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo 69.342
Partito della Rifondazione Comunista 58.759
Libertà e Giustizia 40.652
Arci nazionale 35.239
InfoAut 29.380
Possibile 27.528
Insurgencia 25.531
Centro Sociale Rivolta 24.911
Notavinfo Notav 24.331
Coalizione Sociale 21.272
centro sociale askatasuna 19.582
ACT agire, costruire, trasformare 18.955
CSOA La Strada 18.363
Centro Sociale Cantiere 18.131
Sinistra Italiana 17.120
Partito Comunista 15.354
Csoa Corto Circuito 14.964
Csoa Gabrio 14.678
Communia 14.572
Unione Sindacale Di Base 13.696
Pedro Centro Sociale Occupato 13.093
Acrobax 13.073
Federazione Verdi 12.897
Vag61 12.867
Collettivo Militant 11.532
Italia dei Valori 11.357
CSA Magazzino47 11.099
Centro Sociale Zapata Genova 11.041
CSA DORDONI 10.899
CPA Firenze Sud 9.773
Csoa Spartaco 9.749
CSOA Terra Di Nessuno 9.502
Collettivo Autorganizzato Universitario Napoli 9.449
CSA Baraonda 9.440
Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito 9.364
Centro Sociale ExKarcere 8.961
CSOA Lambretta 8.957
Foa Boccaccio 8.831
c.s.a. Pacì Paciana 8.668
Centro Sociale Bruno 8.577
Mensa Occupata 8.507
Partito Comunista Italiano 8.423
Associazione Marx XXI 8.354
CSOA Scurìa Foggia 7.786
Sinistra Anticapitalista 7.689
Associazione demA 7.571
FSI – Fronte Sovranista Italiano 7.569
Partito Comunista dei Lavoratori 7.522
Centro Sociale Anomalia 7.451
CSOA COX18 7.316
CSOA Pinelli 7.155
Sapienza Clandestina 6.793
Comitato Popolare Experia Catania 6.767
Csoa Ex Mattatoio Pg 6.686
Csa Sisma 6.630
CSOA Forte Prenestino 6.503
Centro Sociale Casaloca 6.438
Centro Sociale Rialzo 6.393
Collettivo Politico Scienze Politiche Firenze 6.232
OfficinaRebelde Catania 6.010
Csoa Spartaco Iskra SMCV 5.806
Csoa Angelina Cartella 5.413
Movimento RadicalSocialista 5.303
Csa Jan Assen Salerno 4.957
Partito Di Alternativa Comunista 4.940
csoa Tempo Rosso 4.893
CSA KAVARNA 4.877
Spazio Sociale Ex Cinquantuno 4.863
Csa Oltrefrontiera 4.730
Movimento Popolare Di Liberazione 4.583
Partito Socialista Italiano Psi 4.291
Noi Saremo Tutto 4.196
Csa Astra 4.136
Centro Sociale Liotru 3.755
SinistraDem – PD 3.751
Csoa Officina Trenino 211 3.666
Sinistra Lavoro 3.663
Fronte Popolare 3.605
Centro Sociale La Resistenza Ferrara 3.592
Red Militant 3.546
CSOA Terra Rossa 3.344
Csoa Fucine dell’Eco 3.167
Battaglia Comunista 3.048
PD Sinistra Riformista 2.950
Csoa eXSnia 2.899
Rivoluzione 2.875
Csa Asilopolitico 2.865
CSOA Ex Coni “Anzacresa” 2.846
Partito dei CARC 2.714
Centro Sociale Autogestito Depistaggio 2.569
Patria Socialista 2.298
Rete dei Comunisti 2.274
Csoa Auro 2.101
CSOA Macchia Rossa Magliana 2.061
ColPo Collettivo Politecnico 1.987
ross-a 1.936
Lega dei Socialisti 1.872
ReteDem – PD 1.853
Sinistra è cambiamento – PD 1.756
Risorgimento Socialista 1.693
SLEBest (SpazioLiberatoExBredaEst) 1.527
Futuro a Sinistra 1.470
Associazione Ecologisti Democratici 1.417
Collettivo Scintilla 1.414
Prima le persone 1.412
Gagarin 61 1.283
Associazione Controcorrente 1.233
Proletari Comunisti Italiani 1.230
Nuovo – Partito comunista italiano 1.052
Libertà e Diritti – Socialisti europei – PD 1.033
Genova City Strike-NST 996
Diem25 Italia 981
n+1 930
Nido Di Vespe – Comitato di Lotta Quadraro 613
Movimento per la Rifondazione Socialista 568
per il Partito del Lavoro 522
Proletari Comunisti 521
Clash Collettivo Studentesco 496
Collettivo Universitario Catanese 345
Partito di Unità Comunista-pduc 289
Centro Sociale Ipo’ 270
Utopia Rossa 270

Renzi e Gentiloni: dal governo diroccato al governo arroccato

Aver riproposto nel giro di una settimana il governo Renzi senza Renzi e la Giannini, è come riproporre un biscotto nauseante tale e quale ma senza olio di palma.

Si dice che squadra che vince non si cambia, per cui ne deduco che il 4 dicembre i ministri del governo Renzi erano impegnati non nel referendum, ma nelle elezioni austriache a sostenere il candidato verde. Mi sarò confuso io. Del resto, se non si fosse ancora capito, loro sono loro e io non sono ecc.

In altri tempi più lucidi e democratici al governo Renzi sarebbe succeduto un esecutivo di transizione, magari un monocolore PD con qualche indipendente in attesa di inaugurare una nuova legislatura e formare un nuovo governo.

Certo, c’è il problema che le camere non si possono sciogliere subito, ma questo non giustifica un esecutivo di arroccamento per salvare il salvabile.

La coalizione di governo è minoritaria nel paese e maggioritaria solo nel Parlamento. E questo non da una settimana, ma da anni. I risultati delle europee 2014 già ce lo avevano detto. Le amministrative, pur nella loro parzialità, sembravano confermarlo. Il referendum l’ha ribadito a gran voce. Dunque serve un nuovo Parlamento che rispecchi nel bene e nel male la situazione del paese reale e su questa base arrivare a un governo forse non migliore, ma che almeno goda della fiducia di una maggioranza reale di cittadini italiani. Che ognuno pesi nelle decisioni politiche per quello che vale in popolarità, senza trucchi e senza inganni.

Lo sprint opportunista di Renzi di andare subito alle urne è fallito per evidente irrealizzabilità. Si è “accontentato” di continuare a governare per interposta persona a patto di andare a votare al primo momento utile dopo il 24 gennaio. E cioè quando? Se la Corte Costituzionale dirà la sua il 24-25 gennaio, poi occorrerà aspettare un mese per leggere le motivazioni delle sue sovrane decisioni. A quel punto si potrebbe andare a votare subito col porcellum costituzionalizzato al Senato e con l’italicum costituzionalizzato alla Camera sciogliendo il Parlamento intorno al 1° marzo e votando il 7 maggio. Oppure attendere una nuova legge elettorale da scrivere e approvare a marzo. In questo caso, sciogliendo le camere il 1° aprile, si voterebbe il 4 o l’11 giugno. Se entro il 16 aprile non si potessero sciogliere le camere perché il Parlamento non sarebbe stato ancora in grado di approvare una nuova legge elettorale, a quel punto la fine della legislatura slitterebbe di almeno tre mesi e si voterebbe il 24 settembre. Ma chi farebbe campagna elettorale ad agosto? E allora meglio sciogliere per esempio il 27 agosto e votare il 5 novembre o a quel punto meglio ancora (per amore di vitalizio) aspettare almeno il 15 settembre e votare il 27 novembre. Sempre che a quel punto non prevalga la tentazione nella maggioranza di arrivare a scadenza naturale e sciogliere il parlamento entro il 10 dicembre 2017 e votare il 18 febbraio 2018. Mi pare che molto dipenderà dalle dinamiche interne al PD e a che congresso (anticipato) si vorrà dare.

Prima si chiude questa legislatura meglio è, e personalmente spero entro il 2 aprile. Tuttavia, come ci insegna il fallimento del renzismo, la premura non deve portare ad accettare un accordo su legge elettorale pasticciata. Altrimenti con questa legislatura saranno più i problemi nuovi che si apriranno che quelli che si chiuderanno.

Le 38 organizzazioni politiche in Parlamento

Le 38 organizzazioni politiche in Parlamento divise in 23 delegazioni che Mattarella consulterà da domani. Nel 1987 non si andava oltre i 14-15 partiti. Poi arrivarono la seconda Repubblica e il maggioritario….
Intendiamoci: il problema non è il numero, ma la qualità e la reale capacità di rappresentare la società italiana.
N.b.: tra parentesi quadra è indicata la posizione assunta sul referendum costituzionale: 21 per il No e 17 per il Sì. In neretto i partiti che nel 2013 hanno eletto parlamentari con liste proprie o dove era esplicitata la propria partecipazione.

Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (https://www.facebook.com/LibPopAut/) [Sì]
Alternativa Libera (www.alternativalibera.org) [No]
Alternativa per l’Italia – Euro-Exit (www.alternativaitalia.it) [No]
Centro Democratico (www.ilcentrodemocratico.it) [Sì]
Conservatori e Riformisti (www.conservatorieriformisti.it) [No]
Democrazia Solidale (www.democraziasolidale.it) [Sì]
Fare! (www.farecontosi.it) [Sì]
Federazione dei Verdi (www.verdi.it) [No]
Forza Italia (www.forza-italia.it) [No]
Fratelli d’Italia (www.fratelli-italia.it) [No]
Idea – Identità e Azione, Popolo e Libertà (www.movimentoidea.it) [No]
Insieme per l’Italia (www.italiainsieme.org) [No]
Italia dei Valori (www.italiadeivalori.it) [Sì]
Lega Nord – Noi con Salvini (www.leganord.org) [No]
Liguria Civica (www.liguriacivica.it) [No]
Moderati (www.moderatiportas.it) [Sì]
Movimento Associativo Italiani all’Estero (www.maiemondiale.com) [Sì]
MoVimento 5 Stelle (www.beppegrillo.it/movimento/) [No]
Movimento la Puglia in Più (www.lapugliainpiu.it) [Sì]
Movimento Partito Pensiero e Azione (https://www.facebook.com/movppa/) [No]
Movimento Politico Libertas (www.movimentolibertas.org) [No]
Movimento Politico Stella Alpina (www.stella-alpina.org) [Sì]
Movimento X (www.progettox.it) [No]
Nuovo Centrodestra (www.nuovocentrodestra.it) [Sì]
Partito Autonomista Trentino Tirolese (www.patt.tn.it) [Sì]
Partito Democratico (www.partitodemocratico.it) [Sì]
Partito Liberale Italiano (www.partitoliberale.it) [No]
Partito Repubblicano Italiano (www.partitorepubblicanoitaliano.it) [No]
Partito Socialista Italiano (www.partitosocialista.it) [Sì]
Popolari per l’Italia (www.popolariperlitalia.org) [No]
Possibile (www.possibile.com) [No]
Scelta Civica (www.sceltacivica.it) [Sì]
Sinistra Ecologia Libertà (www.sinistraecologialiberta.it) [No]
Südtiroler Volkspartei (www.svp.eu) [Sì]
Unione di Centro (www.udc-italia.it) [No]
Unione per il Trentino (www.unioneperiltrentino.it) [Sì]
Unione Sudamericana Emigrati Italiani (www.usei-it.org) [No]
Union Valdôtaine (www.unionvaldotaine.org) [Sì]

Perché abbiamo avuto i berlusconiani ma non i renziani.

Lo si è detto tante volte tra il serio e il faceto: Renzi è figlio di Berlusconi, Renzi è un Berluschino, ecc. C’è del vero perché in effetti l’avvento di Renzi nel centrosinistra ha significato introdurre una prassi politica e comunicativa perfettamente coerente con la logica di una politica intesa solo come ricerca del consenso attraverso l’agitazione di parole d’ordine e immagini patinate. La politica intesa cioè come una vittoria sull’avversario che premia chi la spara meglio e che presuppone e postula un elettorato tendenzialmente stupido e manipolabile. Questo era il berlusconismo e questo è il renzismo. Di più il renzismo ci ha messo maggior spregiudicatezza e più giovanilismo, ai limiti di un anacronistico yuppismo, anglicismi inclusi. I successi del berlusconismo dal 1994 avevano spinto il campo del centrosinistra ben prima di Renzi a rincorrere quel modello, ma sempre in ritardo e in modo goffo. Renzi si è limitato a perfezionarlo e applicarlo con più convinzione fino a spingere Berlusconi con invidia a riconoscergli di aver superato il maestro.
Tuttavia il berlusconismo creò i berlusconiani, mentre il renzismo non è stato capace di creare i renziani. Quando si parlava di berlusconiani, infatti, venivano in mente tanto i politici vicini al grande capo della destra italiana, quanto i suoi tanti ammiratori comuni che non di rado rasentavano l’innamoramento fanatico.
Quando invece parliamo di renziani a venire in mente sono solo i privilegiati di cui si è circondato Renzi nella sua ascesa e soprattutto al potere una volta conquistato Palazzo Chigi. Ma i renziani intesi come popolo di ammiratori sfegatati dell’extraparlamentare di Rignano sull’Arno, quelli, appunto, non esistono. Il Presidente del Consiglio si sarà illuso di averli avuti, avrà davvero pensato di aver creato un popolo tutto suo che lo avrebbe trainato di avventura in avventura, di vittoria in vittoria. Vuoi per le sue idee persuasive, vuoi per le mance distribuite con qualche provvedimento legislativo. Invece Renzi ieri ha dovuto prendere atto della realtà: «Non credevo mi odiassero così tanto». In realtà non esistono 19 milioni di italiani che lo odiano, semplicemente non ne esistono abbastanza disposti a fidarsi ciecamente di lui, neppure nel suo partito. A parità di tattiche e strategie, cosa è mancato a Renzi che Berlusconi invece ha avuto, tra alti e bassi, per quasi vent’anni? Probabilmente la saggezza di saper riconoscere errori e campanelli d’allarme lungo il suo cammino e di saper mantenere una ipocrita connessione sentimentale con l’elettorato. Berlusconi recitava la parte del seduttore che ti ama senza chiedere nulla in cambio. E funzionava. Renzi invece dava sempre l’idea di essere un seduttore che prima di amarti vuole l’applauso, e che dopo l’amore ti chiede “ti è piaciuto?”. E davanti ai rifiuti o ai reazioni tiepide, invece di insistere e adattarsi, preferiva fare spallucce. Nella logica cinica e perversa della politica come arte dell’imbonimento, sono errori che si pagano caro.

Referendum. Ma chi ha fatto vincere il No?

scheda-votata
Confrontiamo due cose diverse: europee 2014 e referendum di ieri.
Corpo elettorale pressoché identico: 50.662.460 nel 2014 contro i 50.773.284 di ieri.
L’affluenza però è stata di 28.991.258 votanti (57,22%) nel 2014 contro i 33.243.845 (65,47%) di ieri.
Dividiamo ora le liste del 2014 in base alle indicazioni di voto date al referendum:
PD+Scelta Europea+IdV+SVP+MAIE = 11.771.561 (42,89%)
M5S+FI+LN+AE+Fd’I+Verdi = 14.474.995 (52,73%).
A questi due dati va aggiunto quello di Area Popolare che alle europee si presentò unito, mentre al referendum ha visto NCD votare Sì e UDC votare No. Ipotizziamo quindi grezzamente che i due terzi di AP sia andato al Sì, avremmo:
PD+NCD+Scelta Europea+IDV+SVP+MAIE = 12.573.128 (45,81%)
M5S+FI+LN+AE+Fd’I+UDC+Verdi = 14.875.778 (54,19%).
Ieri abbiamo avuto 13.432.208 di Sì (40,89%) e 19.419.507 di No (59,11%).
Come si può notare l’alleanza di governo schierata compatta per il Sì è arretrata del 5%. Rispetto al 2014 va comunque notato, come già detto, che l’UDC è passato al No e IdV e ALA di Verdini entrati in maggioranza e schierati per il Sì. Ma si tratta di numeri molto piccoli.
Tutto chiaro? No. Perché appunto sono consultazioni molto diverse con affluenze molto diverse. Più utile il confronto col referendum sulle trivelle di otto mesi fa. Anche allora tutte le opposizioni erano da una parte e tutto il governo dall’altro. Però il governo preferì giocare il vecchio trucco dell’astensione per boicottare il referendum non facendogli raggiungere il quorum. Ad aprile votarono 15.806.488 elettori di cui 13.334.607 votarono contro le indicazioni del governo, grosso modo la stessa quantità di voti raccolti dal Sì ieri.
Ne concludo che è difficile credere che i fragili partiti del 2016 siano capaci di mobilitare le masse e che queste seguano disciplinatamente le indicazioni di partito. Può succedere in Emilia Romagna, Toscana e Sud Tirolo grazie all’ancora forte egemonia di PD e SVP. E può succedere con una forza ancora popolare come il M5S e, in certe zone, con la Lega Nord. Ma per il resto l’impressione è che un governo già minoritario nel 2014 abbia perso e perché stavolta non poteva contare sulla stampella degli astenuti strutturali e perché una fetta notevole di quella astensione si è persuasa in gran maggioranza della bontà degli argomenti del No e della bontà della Costituzione, anche se magari non l’aveva letta bene. Alla fine è prevalsa cioè l’intuizione ben fondata che i problemi più comuni della società italiana non dipendano da come è scritta la nostra Costituzione e che quindi Renzi e i suoi con la loro vistosa e chiassosa smania di voler cambiare le regole del gioco democratico non erano credibili. Non fosse altro perché non poteva certo lamentarsi di essere instabile, lento e impotente un governo che dura da oltre mille giorni con all’attivo diverse riforme e svariate leggi. Qualcosa puzzava e oltre 4 milioni, a differenza del 2014, hanno deciso di andare a votare. E addirittura 6 milioni in più rispetto allo scorso aprile non hanno dato retta al governo.
Renzi e i suoi alleati di destra e di sinistra perdono dunque senza se e senza ma sulla “madre di tutte le battaglie”, come la definì il Presidente del Consiglio, e questo nonostante i potenti mezzi e signori potenti dalla loro parte, la mobilitazione di VIP di ogni risma, una buona comunicazione “pettinata” e, di contro, la scarsa coesione e potenza di fuoco degli avversari del No.
Ecco perché in definitiva penso che ad aver fatto la differenza sia stato il cittadino medio indipendente, il quale sarà spesso confuso e abbrutito dalla crisi, ma che in un momento di grave crisi democratica dovendo scegliere fra due opzioni secche, ha intuito per il proprio bene la scelta democratica migliore.