Intorno al dibattito sul ddl Fiano

«Ma dobbiamo domandarci: basta questa legge ad impedire la riorganizzazione del partito fascista, una ripresa del fascismo? Diciamo subito di no. Ci vuole altro. Questa legge noi la approveremo; ma, approvandola, abbiamo il dovere di dire a noi stessi che essa non basta. Più che una legge ci vuole una politica antifascista. Senza questa politica la legge che voteremo resterà inoperante, come fu inoperante quella del 1947. Occorre una politica antifascista che, realizzando le aspirazioni innovatrici dell’antifascismo militante, colpisca non soltanto le apparenze, il ciarpame, gli “alalà”, i gagliardetti, ma colpisca la base stessa del fascismo, nelle forze sociali che sostengono, che aiutano, che finanziano e che spingono avanti questo movimento».

Giorgio Amendola nel dibattito alla Camera sulla legge Scelba, 5 giugno 1952.

* * *

Il ddl Fiano, non senza ipocrisia, chiede di introdurre nel Codice penale un nuovo articolo, il 293-bis, ovvero il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista. Questo perché le leggi Scelba e Mancino non sono sufficienti in quanto con quelle si può perseguire solo chi fa apologia del fascismo e chi inneggia all’odio razziale in compagnia di almeno altre quattro persone. Il singolo che fa una pagina Facebook piena di foto e meme fascisti e che vi ricorda quanto fosse bello e buono Mussolini e il suo regime non commette di fatto alcun reato, pur essendo palese il veleno che propaganda. Non è altrettanto punibile chi fa il saluto romano da solo. Qualche tempo fa hanno assolto quattro tifosi che allo stadio avevano fatto il saluto romano, proprio perché erano solo quattro.

Ecco il testo del 293-bis proposto: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.
La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

Davanti a una proposta del genere l’on. pentastellato Vittorio Ferraresi in quanto relatore di minoranza scrive e deposita che «il testo all’esame dell’Assemblea, se pur con intenti astrattamente condivisibili, introduce una norma che contraddice la prevalente giurisprudenza, dando luogo a misure potenzialmente e sostanzialmente arbitrarie o liberticide. (…) La compatibilità dei suddetti reati con il principio di libera manifestazione del pensiero è stata infatti più volte affermata nel presupposto che assumano rilievo penale esclusivamente le condotte poste in essere in condizioni di pubblicità tali da rappresentare un concreto tentativo di raccogliere adesioni ad un progetto di ricostituzione del partito fascista. (…) Non si può affermare, infatti, che colui che vende oggetti che si riferiscono al fascismo – o ad altri regimi dittatoriali seppur non considerati dalla XII disposizione transitoria della Costituzione – sia antidemocratico e che quindi stia facendo una pericolosa propaganda sovversiva. Si tratta, più banalmente, di commercio, magari discutibile, ma da sottoporsi alle “leggi del mercato” piuttosto che al diritto penale».

Chi ragiona così, chi pensa che vendere gadget fascisti o fare un saluto romano con un paio di amici sia roba da bontemponi innocui o è un ingenuo o è un cripto-fascista. In ogni caso contrastare con un No e con quelle giustificazioni un norma che rende la vita più difficile ai neofascisti non è certo una grande dimostrazione di spirito democratico e antifascista. E se Grillo e Casaleggio non hanno nulla da ridire sull’operato di Ferraresi, si consolida l’idea che se anche la base del M5s non fosse fascistoide, è probabile che lo sia il suo vertice dirigente ed è del tutto coerente con le ultime posizioni del M5s volte a inseguire l’estrema destra su immigrazione e rom. Se questo è il “cambiamento”, è il classico cambiamento reazionario.

Ad ogni modo, intendiamoci, non ci facciamo illusioni che se anche sparisse ogni apologo del regime fascista sparirebbe d’emblée il fascismo. Aveva ragione Amendola: ci vuole altro, ci vuole una politica antifascista.

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L’eterno oscillare di Rifondazione tra fiancheggiamento e repulsione del Pd

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Ho cercato di verificare, limitandomi ai soli comuni capoluogo e incrociando stampa, profili Fb ufficiali e dati del Viminale, come e quanto il Prc sia davvero anti-dem a questo giro elettorale amministrativo.

Quello che era il massimo partito della sinistra italiana dopo la fine del Pci e padre di quasi tutte le organizzazioni politiche che si agitano a sinistra del Pd, ad aprile ha concluso il suo X congresso nazionale con la parola d’ordine «C’è bisogno di rivoluzione» e proponendo la «costruzione di un soggetto unitario della  sinistra antiliberista che raccolga il complesso delle forze sociali, culturali e politiche che si pongono sul terreno dell’alternativa alle politiche liberiste, dunque alternativo al PD ed ai socialisti europei». Ancora il 7 maggio scorso approvava un ordine del giorno sulle elezioni amministrative dove invitava i propri iscritti nei territori interessati «a costruire liste autonome e alternative alle destre e al Partito Democratico invitando a non costruire accordi di coalizione con il PD, tanto attraverso l’utilizzo del proprio simbolo quanto attraverso liste unitarie e/o civiche alleate al PD». Ma poiché il partito a lungo guidato da Fausto Bertinotti e oggi da Maurizio Acerbo non ha dato spesso ottime prove di disciplina di partito, è lecito chiedersi: com’è andata a finire?

Salvo errori – non è sempre facile capire dietro un simbolo “civico” quali e quanti partiti vi partecipino – Rifondazione Comunista sarà presente alle elezioni comunali di 16 comuni capoluogo su 25 al voto il prossimo 11 giugno.
Solo a Parma presenta una lista col proprio logo di partito a sostegno di un candidato sindaco comune col Pci.

Negli altri 15 comuni:

  • Monza e Gorizia: lista comune e unica con Pci e Sinistra Anticapitalista;
  • Padova: lista comune con Sinistra Italiana, Possibile, ReteDem e Padova 2020, alleata con una lista civica del candidato sindaco;
  • Verona: lista comune con Sinistra Italiana e Possibile, alleata con una lista civica del candidato sindaco;
  • Genova e Lucca: lista comune e unica con Sinistra Italiana, Possibile e Pci;
  • La Spezia: lista unica “Spezia Bene Comune”;
  • Piacenza: lista comune e unica con Sinistra Italiana e Possibile;
  • Pistoia: “Lista Comunista”, alleata del Pd;
  • Frosinone: lista comune e unica con Sinistra Italiana, Possibile, Pci e Azione Civile;
  • Rieti: lista comune con Pci, Sinistra Italiana e Possibile, alleata del Pd;
  • L’Aquila: lista “L’Aquila Bene Comune/L’Aquila a Sinistra”, alleata con altre due liste civiche;
  • Lecce: lista comune e unica con Sinistra Italiana;
  • Taranto: lista “Taranto in Comune”, alleata con altre 3 liste civiche;
  • Palermo: lista comune con Sinistra Italiana e L’Altra Europa, alleata del Pd e Area Popolare.

A questo punto non resta che chiedersi quanto pagherà tanta variabilità di nomi, simboli, tattiche e compagni di strada? Attendiamo lunedì prossimo.

Sicilia, su Facebook vince Crocetta

Dei 10 candidati presidente, quello di Pd e Udc raccoglie più “mi piace”. Seguono Musumeci, Micciché e Cancelleri. Ma Fava…

È dai tempi delle primarie democratiche USA del 2004 che Internet e i social network sono terreno di costruzione di consenso per i candidati politici. Otto anni fa c’erano Howard Dean e i MeetUp, subito copiati in patria nell’incomprensione generale da Beppe Grillo. Dean non riuscì a vincere le primarie, ma ormai la breccia era aperta. Era chiaro che chi sapeva ben usare il web 2.0 accanto agli strumenti politici tradizionali, poteva volare alto. Una lezione che Obama nel 2008 ha saputo sempre tenere a mente. Trionfando.
Anche in Sicilia ci si dà da fare con quel che si può. Qui dove tutto sembra sempre arrivare in ritardo rispetto al resto d’Europa, sembra che stavolta i candidati alla presidenza delle Regione Siciliana giochino a fare in rete gli Obama di turno con esiti molto diversi. A soli quattro giorni dalla chiusura della campagna elettorale, Facebook sembra fare una fotografia netta del consenso “digitale” sviluppato dai magnifici dieci aspiranti governatori.
Il sistema è noto: ogni candidato apre una pagina nel social network di Mark Zuckerberg per farne ben presto un diario pubblico e più o meno aperto di come si svolge la campagna elettorale sul territorio. Chi vuol seguire con regolarità clicca “mi piace”, diventandone sulla carta un “supporter”. Teoricamente. Nei fatti non manca chi dà il proprio “mi piace” a più candidati solo per il gusto di farsi aggiornare in tempo reale.
Se dunque le pagine Facebook ufficiali dei candidati avessero il valore di sondaggio o di previsione del voto, allora senza dubbi il trionfatore del prossimo 28 ottobre sarebbe Rosario Crocetta. La sua pagina conta al momento 14.465 mi piace. Del resto l’europarlamentare del Pd, prima ancora di essere appoggiato dal suo partito, era nato come il candidato presidente di un affollato gruppo su Facebook nato lo scorso 1° giugno.
Secondo risulta essere il candidato del centrodestra Nello Musumeci che si ferma a 11.044 mi piace. Terzo con 9.608 mi piace, la pagina di Gianfranco Micciché. Solo quarto il candidato del Movimento 5 Stelle Giancarlo Cancelleri con 7.727 mi piace. Seguono la candidata della sinistra Giovanna Marano (2.747 mi piace) e quello della destra Cateno De Luca sostenuto da 1.865 mi piace, che diventano però 3.520 nella pagina della sua unica lista. Gli altri restano sotto quota mille: Mariano Ferro ha 375 mi piace (e 581 la pagina della sua lista), 103 Giacomo Di Leo del Pcl e 58 Gaspare Sturzo, il quale tuttavia ha un gruppo omonimo che conta 196 iscritti. Non classificata la candidata dei Volontari per l’Italia Lucia Pinsone: non ha una pagina Facebook personale, a differenza della sua lista che conta 50 mi piace e 678 amici.
È però interessante notare che Giovanna Marano resta pur sempre la candidata di una coalizione che ha come candidato vicepresidente Claudio Fava per i noti e precipitosi fatti di settembre. Il sito web della lista regionale Libera Sicilia rimanda pertanto sia alla pagina Facebook della Marano creata solo lo scorso 27 settembre, sia a quella storica di Fava, in campagna elettorale fin dal 9 giugno. Ebbene la pagina Facebook di Claudio Fava conta attualmente 11.841 mi piace, cioè ben più di Musumeci e secondo solo a Crocetta.
Tra una settimana arriveranno i dati reali e solo allora sapremo quanto il popolo di Facebook sia capace di dare il polso del popolo elettorale. Nel frattempo c’è sempre tempo per cliccare mi piace.

Rossignolo agli arresti domiciliari per truffa

Il presidente della De Tomaso avrebbe avuto dallo Stato sette milioni e mezzo di euro per corsi di formazioni mai svolti

La Guardia di Finanza ha arrestato all’alba l’imprenditore Gian Mario Rossignolo, già manager della Zanussi e della Telecom. L’ordine di arresto è stato emesso dal gip di Torino su richiesta del procuratore aggiunto Alberto Perduca e prevede al momento per Rossignolo gli arresti domiciliari nella sua villa a Vignale Monferrato (Alessandria) avendo questi superato i 70 anni di età.

Il reato contestato a Rossignolo e ad altre due persone è di truffa ai danni dello Stato. La tesi della magistratura torinese è che Rossignolo come presidente della De Tomaso – azienda automobilistica produttrice di auto di lusso – aveva beneficiato di sette milioni e mezzo di euro di soldi pubblici per corsi di formazione che dovevano riqualificare i dipendenti dello stabilimento ex Pininfarina di Grugliasco acquisito dalla De Tomaso, la quale dal 2009 è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Livorno, dove aveva sede, e altrettanto si appresta a fare il foro di Torino. Corsi dunque mai svolti e soldi comunque intascati pare anche grazie a una fidejussione falsa dell’ammontare di alcuni milioni.

L’operazione ha coinvolto uomini delle fiamme gialle di Piemonte, Lombardia e Toscana che hanno svolto anche otto perquisizioni.

Per Lavika Web Magazine.

Crosta si affida alla Cassazione per riavere la sua pensione da 496.139 euro l’anno

L’ex direttore dell’Arra attende il verdetto per il prossimo 10 luglio

Doveva essere una storia chiusasi con l’anno scorso, e invece il lauto vitalizio di Felice Crosta, ex capo dell’Arra, l’Agenzia siciliana per i rifiuti e le acque e già altissimo dirigente della Regione Siciliana, sarà ancora oggetto di dibattito legale in Cassazione il prossimo 10 luglio.
Felice Crosta in virtù di una norma approvata dall’Ars nel 2005, aveva diritto a un aumento della pensione che valeva quasi un raddoppio proprio per quell’ultimo incarico ai rifiuti affidatogli dall’ex presidente della Regione Cuffaro come commissario straordinario dei rifiuti. La nuova Ars nel dicembre 2008 a scrutinio segreto liquidò a sorpresa l’Agenzia.
Nel suo discorso di commiato nel dicembre 2009, Crosta denunciò come un errore far confluire le competenze di quel assessorato di fatto da 600 dipendenti che era l’Arra nel Dipartimento Acque e rifiuti dell’assessorato Energia: «È un grave errore – disse il direttore – chiudere l’Agenzia regionale dei rifiuti, solo perché qualcuno ci ha visto come un simbolo del cuffarismo e ci ha definitivo un pachiderma».
Intanto Crosta aveva già chiesto di andare in pensione, ma la Regione era pronta a riconoscergli “solo” 219 mila euro, cioè quello che gli spettava col sistema retributivo come impiegato e dirigente regionale in servizio dal 1961. Ma appunto per questo Crosta rivendica il ricalcolo della base pensionabile aggiungendo quanto da lui percepito da direttore dell’Arra dal 2006 al 2009.
Inevitabile dunque la querelle giudiziaria della quale fu investita la Corte dei Conti. Questa in primo grado nel 2010 diede ragione a Crosta, ma in appello fece marcia indietro riconoscendo al dirigente regionale “solo” 227 mila euro annui. Ma il pensionato d’oro però non ci sta, ha sempre sostenuto che quel bonus tanto contestato è un diritto a norma di legge: «Non si tratta certo di un regalo – disse anni fa – io ho lavorato per 45 anni». E allora ecco il ricorso in Cassazione per un cavillo: nella composizione del collegio d’appello pare facesse parte con voto deliberativo un referendario «non in veste di relatore», com’è scritto nel ricorso. Se il 10 luglio la Suprema Corte gli desse ragione, Crosta potrebbe finalmente riottenere dalla Regione Siciliana i tanto agognati 1.369 euro al giorno. Dura lex, sed lex.

Per Lavika Web Magazine.

L’operaio contro se stesso

operaio

Ci sono crisi che, se viste in filigrana, ci parlano di altre crisi. Così la crisi economica che da circa un paio d’anni è quotidianamente all’ordine del giorno, ha come effetto domino quello di incentivare i lavoratori a suicidarsi. Si badi bene che non è detto in senso figurato, ma è la letteraria e amara constatazione che la crisi attuale non è raffigurabile solo in gruppi di persone ben vestite che mette le proprie cose negli scatoloni e se ne va a casa, perché così daremmo solo un’immagine quasi irenica al confronto del fiume di sangue di lavoratori suicidi  che si sta spargendo in Italia dopo, presumibilmente, un altrettanto silenzioso fiume di lacrime per la disperazione di aver perso il lavoro e di non poterne trovare un altro.
Che la crisi economica in Italia non sia un’invenzione di pessimisti melodrammatici è confermata da un buon numero di statistiche che, in soldoni, ci dicono che da mesi è in atto una lunga e neppure tanto lenta eutanasia dell’impresa italiana. Ovunque. Ma soprattutto al Nord, il ricco Nord, dove i fallimenti nel 2009 sono aumentati del 35% contro il 19% del Centro. Così in 9mila, nel solo 2009, hanno chiuso e mandato a casa i propri lavoratori, i quali però scoprono ben presto che non sanno né come andare avanti né da dove ripartire.

Un paese ricco in boom economico ha statisticamente sempre una disoccupazione attorno al 4% e a questa regola il Nord Italia degli ultimi decenni non faceva eccezione. Questo, è cosa nota, ha significato per tanto tempo che oltre Po il lavoro bene o male si trovava, tanto che per anni il problema su cui far un facile dibattito era se fosse giusto o meno che i ragazzi del Nord, finita la scuola dell’obbligo,  scegliessero di lavorare in qualche fabbrichetta anzicché proseguire gli studi. Un dibattito impossibile per i meridionali afflitti da una disoccupazione cinque-sei volte superiore.
Non è questa la sede dove sviscerare le cause, pur interessanti, a monte della crisi del fu florido Nord e dell’Italia in genere. Qui preme solo mettere in evidenza che il declino economico non risparmia più nessuno e ha delle conseguenze che vanno ben al di là di una semplice saracinesca abbassata o del calo del troppo osannato PIL. Anche perché prima di abbassare la saracinesca c’è una tutta una fase ansiogena fatta di salari non pagati e di ricorsi a casse integrazioni che meglio di tante voci fanno capire in anticipo a qualunque lavoratore come il terreno sotto i piedi stia venendo meno e quanto l’ombra dei creditori si faccia via via più cupa e inquietante. Del resto, ce l’ha spiegato bene Marx, chi è il proletario se non colui che per campare può vendere solo la propria forza lavoro?

Tuttavia sono tempi questi che di padroni e padroncini disposti a sfruttare e soprattutto a pagare non se ne vedono più molti. Un vicolo apparentemente cieco al quale sempre di più si pensa di poter dar una risposta sventolando bandiera bianca e suicidandosi, facendo così coincidere drammaticamente la propria vita lavorativa (che di norma non dovrebbe superare un terzo della propria giornata) con la vita tout-court. Chiude la fabbrica? allora “chiudo” anch’io – sembra dirci questa scia di sangue operaio fuori cantiere.
Sergio Marra, 36 anni, operaio di Bergamo lo scorso 30 gennaio mattina, un sabato, saluta la moglie, prende la sua modesta auto e con essa va in una strada defilata alla periferia di Brembate. A questo punto tira fuori la sua bella tanica da benzina e si dà fuoco. La piccola azienda per la quale lavorava pare che non lo pagasse più da un po’. Marra sapeva dunque di essere uno di quei 6 mila lavoratori a rischio della Bergamasca, dove già in un anno in 10 mila sono stati licenziati.
E ancora: Emanuele Vacca, solo 28 anni, saputo che la sua piccola azienda di Vinovo (TO) forse lo avrebbe messo in mobilità, in dieci giorni prima si è dato all’alcol e poi, l’11 febbraio, ha deciso di impiccarsi in fabbrica e nel suo ultimo giorno di lavoro.
Due casi su decine, tutti recenti, che hanno spesso come sfondo la Padania delle PMI, che la dicono lunga sul deprimente stato del movimento operaio. Ecco dunque l’altra crisi di cui ci parla la ben più nota crisi economica. Perché quando un gran numero di lavoratori davanti alle difficoltà e alle asperità del capitalismo (perché sempre di questo si tratta) decide subito di rinunciare a intraprendere qualunque battaglia di riscossa per rovesciare come un guanto la propria situazione individuale e collettiva, preferendo invece la “scorciatoia” del suicidio, allora vuol dire che quei lavoratori si sono sentiti soli  in quel vicolo apparentemente cieco del quale si è detto sopra e dal quale pensano nessuno avrebbe potuto tirarli fuori.
La scarsa o nulla coscienza di classe, la sfiducia nei bonzi sindacali (come si diceva una volta), l’assenza di politici prossimi che non siano meri notabili di potere, tutto questo ha certo il suo peso. Marra, prima di darsi fuoco, aveva fatto causa al proprio padrone attraverso il sindacato, ma evidentemente non ci credeva più da voler adare fino in fondo. Così la loro crisi è la nostra crisi, la crisi di un popolo di lavoratori che non fa lega e che non conosce la parola opposizione neppure, cosa sconcertante, quando si tratta di giovani sotto i 30 anni. Ci furono tempi in cui il “problema” per certe classi dirigenti era come mettere a freno i furori giovanili che rischiavano di travolgere e archiviare un certo stato di cose. La violenza contro il proprio nemico di classe è oggi deviata verso se stessi, col risultato che Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, poteva “consolare” gli spettatori di Che tempo che fa del 16 gennaio scorso, ricordando che «l’Italia è un paese straordinario» perché «stiamo attraversando una crisi profonda, però abbiamo una straordinaria pace sociale che in altri momenti della nostra storia non abbiamo avuto: negli anni Settanta, per esempio». Proprio una gran fortuna.

Il senso della scuola (Obama agli studenti, 8/9/2009)

Obama l’8 settembre ha parlato agli studenti americani.

La destra americana aveva diffuso un appello affinchè i genitori tenessero i figli a casa per evitare di esporli all'”ideologia socialista” di Obama.

Di seguito video e testo del discorso. Che a me è piaciuto davvero.
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September 8, 2009

REMARKS BY THE PRESIDENT
IN A NATIONAL ADDRESS TO AMERICA’S SCHOOLCHILDREN

Wakefield High School
Arlington, Virginia

http://www.youtube.com/watch?v=3iqsxCWjCvI

12:06 P.M. EDT

THE PRESIDENT: Hello, everybody! Thank you. Thank you. Thank you, everybody. All right, everybody go ahead and have a seat. How is everybody doing today? (Applause.) How about Tim Spicer? (Applause.) I am here with students at Wakefield High School in Arlington, Virginia. And we’ve got students tuning in from all across America, from kindergarten through 12th grade. And I am just so glad that all could join us today. And I want to thank Wakefield for being such an outstanding host. Give yourselves a big round of applause. (Applause.)

I know that for many of you, today is the first day of school. And for those of you in kindergarten, or starting middle or high school, it’s your first day in a new school, so it’s understandable if you’re a little nervous. I imagine there are some seniors out there who are feeling pretty good right now — (applause) — with just one more year to go. And no matter what grade you’re in, some of you are probably wishing it were still summer and you could’ve stayed in bed just a little bit longer this morning.

I know that feeling. When I was young, my family lived overseas. I lived in Indonesia for a few years. And my mother, she didn’t have the money to send me where all the American kids went to school, but she thought it was important for me to keep up with an American education. So she decided to teach me extra lessons herself, Monday through Friday. But because she had to go to work, the only time she could do it was at 4:30 in the morning.

Now, as you might imagine, I wasn’t too happy about getting up that early. And a lot of times, I’d fall asleep right there at the kitchen table. But whenever I’d complain, my mother would just give me one of those looks and she’d say, “This is no picnic for me either, buster.” (Laughter.)

So I know that some of you are still adjusting to being back at school. But I’m here today because I have something important to discuss with you. I’m here because I want to talk with you about your education and what’s expected of all of you in this new school year.

Now, I’ve given a lot of speeches about education. And I’ve talked about responsibility a lot.

I’ve talked about teachers’ responsibility for inspiring students and pushing you to learn.

I’ve talked about your parents’ responsibility for making sure you stay on track, and you get your homework done, and don’t spend every waking hour in front of the TV or with the Xbox.

I’ve talked a lot about your government’s responsibility for setting high standards, and supporting teachers and principals, and turning around schools that aren’t working, where students aren’t getting the opportunities that they deserve.

But at the end of the day, we can have the most dedicated teachers, the most supportive parents, the best schools in the world — and none of it will make a difference, none of it will matter unless all of you fulfill your responsibilities, unless you show up to those schools, unless you pay attention to those teachers, unless you listen to your parents and grandparents and other adults and put in the hard work it takes to succeed. That’s what I want to focus on today: the responsibility each of you has for your education.

I want to start with the responsibility you have to yourself. Every single one of you has something that you’re good at. Every single one of you has something to offer. And you have a responsibility to yourself to discover what that is. That’s the opportunity an education can provide.

Maybe you could be a great writer — maybe even good enough to write a book or articles in a newspaper — but you might not know it until you write that English paper — that English class paper that’s assigned to you. Maybe you could be an innovator or an inventor — maybe even good enough to come up with the next iPhone or the new medicine or vaccine — but you might not know it until you do your project for your science class. Maybe you could be a mayor or a senator or a Supreme Court justice — but you might not know that until you join student government or the debate team.

And no matter what you want to do with your life, I guarantee that you’ll need an education to do it. You want to be a doctor, or a teacher, or a police officer? You want to be a nurse or an architect, a lawyer or a member of our military? You’re going to need a good education for every single one of those careers. You cannot drop out of school and just drop into a good job. You’ve got to train for it and work for it and learn for it.

And this isn’t just important for your own life and your own future. What you make of your education will decide nothing less than the future of this country. The future of America depends on you. What you’re learning in school today will determine whether we as a nation can meet our greatest challenges in the future.

You’ll need the knowledge and problem-solving skills you learn in science and math to cure diseases like cancer and AIDS, and to develop new energy technologies and protect our environment. You’ll need the insights and critical-thinking skills you gain in history and social studies to fight poverty and homelessness, crime and discrimination, and make our nation more fair and more free. You’ll need the creativity and ingenuity you develop in all your classes to build new companies that will create new jobs and boost our economy.

We need every single one of you to develop your talents and your skills and your intellect so you can help us old folks solve our most difficult problems. If you don’t do that — if you quit on school — you’re not just quitting on yourself, you’re quitting on your country.

Now, I know it’s not always easy to do well in school. I know a lot of you have challenges in your lives right now that can make it hard to focus on your schoolwork.

I get it. I know what it’s like. My father left my family when I was two years old, and I was raised by a single mom who had to work and who struggled at times to pay the bills and wasn’t always able to give us the things that other kids had. There were times when I missed having a father in my life. There were times when I was lonely and I felt like I didn’t fit in.

So I wasn’t always as focused as I should have been on school, and I did some things I’m not proud of, and I got in more trouble than I should have. And my life could have easily taken a turn for the worse.

But I was — I was lucky. I got a lot of second chances, and I had the opportunity to go to college and law school and follow my dreams. My wife, our First Lady Michelle Obama, she has a similar story. Neither of her parents had gone to college, and they didn’t have a lot of money. But they worked hard, and she worked hard, so that she could go to the best schools in this country.

Some of you might not have those advantages. Maybe you don’t have adults in your life who give you the support that you need. Maybe someone in your family has lost their job and there’s not enough money to go around. Maybe you live in a neighborhood where you don’t feel safe, or have friends who are pressuring you to do things you know aren’t right.

But at the end of the day, the circumstances of your life — what you look like, where you come from, how much money you have, what you’ve got going on at home — none of that is an excuse for neglecting your homework or having a bad attitude in school. That’s no excuse for talking back to your teacher, or cutting class, or dropping out of school. There is no excuse for not trying.

Where you are right now doesn’t have to determine where you’ll end up. No one’s written your destiny for you, because here in America, you write your own destiny. You make your own future.

That’s what young people like you are doing every day, all across America.

Young people like Jazmin Perez, from Roma, Texas. Jazmin didn’t speak English when she first started school. Neither of her parents had gone to college. But she worked hard, earned good grades, and got a scholarship to Brown University — is now in graduate school, studying public health, on her way to becoming Dr. Jazmin Perez.

I’m thinking about Andoni Schultz, from Los Altos, California, who’s fought brain cancer since he was three. He’s had to endure all sorts of treatments and surgeries, one of which affected his memory, so it took him much longer — hundreds of extra hours — to do his schoolwork. But he never fell behind. He’s headed to college this fall.

And then there’s Shantell Steve, from my hometown of Chicago, Illinois. Even when bouncing from foster home to foster home in the toughest neighborhoods in the city, she managed to get a job at a local health care center, start a program to keep young people out of gangs, and she’s on track to graduate high school with honors and go on to college.

And Jazmin, Andoni, and Shantell aren’t any different from any of you. They face challenges in their lives just like you do. In some cases they’ve got it a lot worse off than many of you. But they refused to give up. They chose to take responsibility for their lives, for their education, and set goals for themselves. And I expect all of you to do the same.

That’s why today I’m calling on each of you to set your own goals for your education — and do everything you can to meet them. Your goal can be something as simple as doing all your homework, paying attention in class, or spending some time each day reading a book. Maybe you’ll decide to get involved in an extracurricular activity, or volunteer in your community. Maybe you’ll decide to stand up for kids who are being teased or bullied because of who they are or how they look, because you believe, like I do, that all young people deserve a safe environment to study and learn. Maybe you’ll decide to take better care of yourself so you can be more ready to learn. And along those lines, by the way, I hope all of you are washing your hands a lot, and that you stay home from school when you don’t feel well, so we can keep people from getting the flu this fall and winter.

But whatever you resolve to do, I want you to commit to it. I want you to really work at it.

I know that sometimes you get that sense from TV that you can be rich and successful without any hard work — that your ticket to success is through rapping or basketball or being a reality TV star. Chances are you’re not going to be any of those things.

The truth is, being successful is hard. You won’t love every subject that you study. You won’t click with every teacher that you have. Not every homework assignment will seem completely relevant to your life right at this minute. And you won’t necessarily succeed at everything the first time you try.

That’s okay. Some of the most successful people in the world are the ones who’ve had the most failures. J.K. Rowling’s — who wrote Harry Potter — her first Harry Potter book was rejected 12 times before it was finally published. Michael Jordan was cut from his high school basketball team. He lost hundreds of games and missed thousands of shots during his career. But he once said, “I have failed over and over and over again in my life. And that’s why I succeed.”

These people succeeded because they understood that you can’t let your failures define you — you have to let your failures teach you. You have to let them show you what to do differently the next time. So if you get into trouble, that doesn’t mean you’re a troublemaker, it means you need to try harder to act right. If you get a bad grade, that doesn’t mean you’re stupid, it just means you need to spend more time studying.

No one’s born being good at all things. You become good at things through hard work. You’re not a varsity athlete the first time you play a new sport. You don’t hit every note the first time you sing a song. You’ve got to practice. The same principle applies to your schoolwork. You might have to do a math problem a few times before you get it right. You might have to read something a few times before you understand it. You definitely have to do a few drafts of a paper before it’s good enough to hand in.

Don’t be afraid to ask questions. Don’t be afraid to ask for help when you need it. I do that every day. Asking for help isn’t a sign of weakness, it’s a sign of strength because it shows you have the courage to admit when you don’t know something, and that then allows you to learn something new. So find an adult that you trust — a parent, a grandparent or teacher, a coach or a counselor — and ask them to help you stay on track to meet your goals.

And even when you’re struggling, even when you’re discouraged, and you feel like other people have given up on you, don’t ever give up on yourself, because when you give up on yourself, you give up on your country.

The story of America isn’t about people who quit when things got tough. It’s about people who kept going, who tried harder, who loved their country too much to do anything less than their best.

It’s the story of students who sat where you sit 250 years ago, and went on to wage a revolution and they founded this nation. Young people. Students who sat where you sit 75 years ago who overcame a Depression and won a world war; who fought for civil rights and put a man on the moon. Students who sat where you sit 20 years ago who founded Google and Twitter and Facebook and changed the way we communicate with each other.

So today, I want to ask all of you, what’s your contribution going to be? What problems are you going to solve? What discoveries will you make? What will a President who comes here in 20 or 50 or 100 years say about what all of you did for this country?

Now, your families, your teachers, and I are doing everything we can to make sure you have the education you need to answer these questions. I’m working hard to fix up your classrooms and get you the books and the equipment and the computers you need to learn. But you’ve got to do your part, too. So I expect all of you to get serious this year. I expect you to put your best effort into everything you do. I expect great things from each of you. So don’t let us down. Don’t let your family down or your country down. Most of all, don’t let yourself down. Make us all proud.

Thank you very much, everybody. God bless you. God bless America. Thank you. (Applause.)

Su “Una sinistra a partire dalla realtà”

Fulvia Bandoli

Non tutti invecchiano allo stesso modo. La regola per cui invecchiando quello che si perde in vigore fisico, lo si guadagna in saggezza, non ha purtroppo valore universale. Qualcuno purtroppo la saggezza la va perdendo strada facendo e si arriva al paradosso che a 30 anni si è stati più lucidi che a 50.

Un esempio ce lo offre la compagna Fulvia Bandoli nientemeno che su Critica Marxista. Come molti sapranno, la Bandoli (classe 1952) appartiene a quei compagni sessantottini che, dopo essersi opposti alla svolta della Bolognina, accettarono di aderire al PDS per uscirne solo nel 2007 fondando Sinistra Democratica. Nel frattempo è stata deputata dal 1994 al 2008 e qualcuno forse la ricorderà pure a capo di una mozione ecologista al congresso DS del 2005.

È questa dunque l’autrice sull’ultimo numero di Critica Marxista di Una sinistra a partire dalla realtà, riflessione sulla sinistra italiana dopo le ultime disfatte elettorali. Per la Bandoli il problema resta quello di «come costruire in Italia un nuovo, unitario e plurale soggetto politico della sinistra» e siccome la soluzione – argomenta – non può essere un’ammucchiata generale modello Arcobaleno, non resta che scegliere fra «Sinistra e Libertà da un lato e da Rifondazione Comunista dall’altro». Tuttavia, si fa intuire, trattasi di falsa scelta, perché la prima viene descritta gagliardamente come «un nuovo soggetto politico della Sinistra, autonomo e competitivo rispetto al Pd, nel quale vivano tutte le culture politiche storiche della sinistra assieme a coloro che sono diventati di sinistra in altri modi e con altri percorsi», insomma quasi una comune hippy, mentre a suo dire «il secondo ripropone la ricostruzione in Italia di una forza solo comunista e dai tratti fortemente identitari», cioè il solito cliché che ci vuole un’asfittica setta marxista-leninistra dura e pura. E con la scusa che «non serve ora alcuna polemica con Rifondazione Comunista», Fulvia Bandoli sui comunisti la chiude lì.

Segue quindi tutta la cronaca delle “scoperte” fatte dalla Bandoli nell’ultima campagna elettorale «girando per l’Italia, guardando la vita reale e ascoltando con attenzione le persone». A parte che non è bello sapere che le serviva la campagna elettorale per ritrovare la «vita reale», ma almeno si spera che le scoperte siano state felici e fruttuose e l’abbiano fatta meditare sugli errori politici suoi e dei partiti che ha appoggiao negli ultimi vent’anni.

Sostiene la Bandoli che le son state poste da chi ha incontrato «domande di realtà», essendo quest’ultima in notevole contraddizione con le verità veicolate dai media, ma funzionale a un sistema di gestione del potere basato sulla paura e sulla speranza usati rispettivamente, par di capire, come il bastone e la carota di mussoliniana memoria. «Dal che possiamo dedurre già – scrive sempre Fulvia Bandoli – una prima importantissima cosa: la buona politica è quella che cerca di non spaventare nessuno». Deduzione illogica, prima che discutibile, perché non tutti i comportamenti dei cattivi sono cattivi! Se si scoprisse, per ipotesi, che la destra per i suoi scopi facesse largo uso del sapone, non per questo la sinistra dovrebbe smettere di lavarsi! Dunque non credo che bisogna ripudiare l’uso della paura in politica. «Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo», scriveva qualcuno più importante di tutti noi, perché ci fu un tempo in cui ai nostri nemici non suscitavamo risolini o falso pietismo, ma una paura ai limiti del panico che dava poi origine a uno scontro che dimostrava da sé quanto noi del lavoro avessimo ragione e loro del capitale torto. Il che poi non contraddice il nostro dovere di smontare le falsità messe in circolazione dalla destra, cioè togliere il prosciutto ideologico dagli occhi costruito ad arte dalla destra per leggittimare lo statu quo.

Si dice però poi che la sinistra «dovrebbe avere a cuore la trasformazione della realtà e il miglioramento dello stato di cose presenti». Il punto politico principe è da sempre questo e proprio qui si dimostra quanto i dirigenti di Sinistra e Libertà siano scientemente delle armi spuntate contro il nostro nemico comune: lo stato di cose presenti non si “migliora”, si abbatte e lo si sostituisce con qualcosa di superiore e se non lo si vuol fare o è perché non si avverte la cancrena maleodorante dello stato di cose presenti, o è perché non si ha voglia di creare una profonda cesura nella vita delle persone, ma solo di alleviarne un po’ il peso della vita. Insomma, siamo al vecchio, trito e sterile riformismo.

L’intervento della Bandoli si conclude con quella che è definita «una delle ragioni del declino della Sinistra in Italia», e cioè il «fatto che ad un certo punto cominciammo a diventare alieni, e così iniziarono a percepirci le persone che incontravamo. Alieni, arroganti, e per nulla incuriositi o innamorati della realtà. Ora possiamo solo migliorare». C’è molto di vero in questo, ma detta così sembra quasi di parlare di una mutazione genetica prodotta dal caso, quasi un’inevitabile colpo di sfiga. Vengono poi almeno mille dubbi all’idea che ora si posso solo migliorare, magari proprio grazie alle riflessioni di Fulvia Bandoli. O quantomeno dipende quali riflessioni.

Se infatti torno con la mente al 1990, XIX congresso del PCI, ricordo una Bandoli delegata di Ravenna che a quelli della Bolognina ricordava che «proprio perché il “comunismo reale” è crollato ad Est trovo oggi più ragioni per raccogliere qui ad Ovest, una sfida che veda i valori di un orizzonte comunista (…) in campo nella lotta che oggi c’è tra conservazione e rinnovamento. (…) L’unico comunismo possibile è proprio quello che si può interpretare come tendenza verso una società libera, giusta e democratica». Ineccepibile. E se Fulvia Bandoli volesse rifar suo queste parole sostenendo che per far ciò occorre un partito come Sinistra e Libertà e non come il PRC, le si può rispondere ricordandole che allora ammonì i congressisti occhettiani spiegando che invece «serve una formazione politica non genericamente di “sinistra” né genericamente popolare, ma un partito rappresentativo di ceti sociali, di bisogni manifesti, di diritti da definire, di potere da ridislocare: un partito, quindi, fortemente antogonista e critico». Cioè tutto il contrario di quel che è stato il PDS-DS e, ahinoi viste le premesse, di quel che sarà il PD e SL. Non tutti invecchiano allo stesso modo.

Dal Pdci al Prc

Rifondazione

Mi sono avvicinato al Pdci sul finire del 2003 e, dopo aver lavorato alla campagna elettorale europea, presi la tessera 2004 dei Comunisti Italiani. Era la mia prima tessera di partito, la prima di una discreta serie, sempre nel Pdci. In fondo il mio è il percorso comune a tanti giovani della mia generazione, quella di chi è nato nei primi anni ’80 e ha vissuto gli anni ’90 acquisendo quel poco di consapevolezza che bastava per portarlo a Genova, materialmente o idealmente, nel luglio 2001 a urlare tutta la propria rabbia contro chi stava portando il Titanic delle nostre vite contro l’iceberg del mercato. Genova, Carlo, il primo vero governo Berlusconi, la timida opposizione dei riformisti, e fuori d’Italia Bush, i teo-con, la guerra… ce n’era abbastanza per spingere me e tanti altri a non limitarsi a scrutare la politica nei media. Occorreva farla. Occorreva uscire di casa, ritrovarsi con altri come te e fare politica, da sinistra, ma meglio ancora da comunisti perché solo negli ingialliti libri di Marx, Lenin o Gramsci si trovava spesso la teoria più lucida in circolazione a spiegare cosa era il nostro neonato XXI secolo. E anche perché solo nella pratica di lotta comunista si respirava il senso vero della parola “lotta” (possibilmente di classe). Allora c’è chi scelse il Prc, e c’è chi scelse il Pdci. Io scelsi quest’ultimo, come da allora tanti altri dopo di me, perché l’impressione è che dopo il congresso del 2002, il Prc aveva avviato un processo che a parole era di rifondazione del comunismo, ma che nei fatti mi appariva di autentica liquidazione di quest’ultimo. Una liquidazione che oggi sappiamo a cosa probabilmente avrebbe dovuto portare (lo scioglimento del Prc in qualcosa di sinistra tanto più largo, quanto moderato e confuso) e che allora mi sembrava più efficace contrastare dal Pdci, che certo non correva rischi di involuzione anticomunista, anzi sembrava che col tempo quel piccolo partito si andasse radicalizzando sempre di più, tanto da spingere un Cossutta turbato a fuoriuscirne da destra.

Nel Pdci sono cresciuto e maturato politicamente, ho imparato tanto e, come ogni esperienza di vita che si rispetti, ho avuto gioie, dolori, vittorie (il 2006 su tutte) e sconfitte (il 2008 su tutte, ovviamente!). Da ogni vittoria ho tratto entusiasmo per andare avanti, da ogni sconfitta ho tratto lezioni per superare i propri limiti. Ma credevo che il vecchio “chi sbaglia, impara” fosse applicabile solo a me e non a un partito di 90mila iscritti come il Prc. Chianciano 2008 ha dimostrato che mi sbagliavo.

L’elezione di Paolo Ferrero alla segreteria e la contestuale sconfitta di Nichi Vendola hanno platealmente dimostrato che nel Prc l’opzione comunista viene ritenuta rifondabile, ma anche insostituibile. Due necessità che se non presenti contestualmente portano solo a partorire cose informi e sterili. Progetti come Sinistra Arcobaleno o Sinistra e Libertà sono la mera sostituzione del comunismo con, nella migliore delle ipotesi, un riformismo più o meno massimalista. Viceversa non sostituire il comunismo senza rifondarlo porta solo alla creazione di quacosa di statico via via sempre più inefficace ad aggregare masse, figurarsi ad avviare processi rivoluzionari! Un partito di tale tipo sarebbe destinato a essere di pura opinione, un’opinione tanto bella quanto inefficace per sé e per gli altri.

Da Chianciano all’ultimo Cpn del 13-14 giugno ho assistito a un lavorìo complesso, accidentato, fatto di difficoltà interne prima che esterne. Eppure la bussola non è mai stata smarrita. Dalla proposta di un partito sociale avanzata a Chianciano a quella di trovare «un momento di discussione che rilanci la ricerca sul terreno della rifondazione comunista» contenuta nell’ultimo Odg Ferrero (ma in fondo ritrovabile anche nei documenti respinti), si ritrova lo spirito migliore col quale fu fondato il Prc nel 1991 e che per anni era andato come smarrito.

Di contro nel Pdci dopo otto anni di ricerca dell’unità della sinistra, da uno ci si è fermati all’unità dei comunisti senza aggiungere altro. Come se i processi unitari da soli fossero operazioni sufficienti davanti all’erosione di consenso senza precedenti della sinistra e che ormai tende a essere strutturale o non episodica. Così l’Ufficio Politico del Pdci il 9 giugno scorso si è limitato a proporre come «assai utile la comune organizzazione delle tradizionali feste di Prc e Pdci». Il che sarebbe come curare un tumore con’aspirina. Forse altri hanno bisogno di riunificare il Prc e il Pdci a piccoli passi, ma non io di certo. La crisi dei comunisti impone prontezza di riflessi.

Per questo scelgo di entrare da subito nel Prc e nel mio piccolo contribuire a rilanciare la rifondazione comunista, rafforzare la svolta a sinistra di Chianciano e arrivare nel lungo termine a ricreare insieme un partito anticapitalista rinnovato, radicato e socialmente utile.

Ai compagni con i quali ho condiviso tanto in questi anni mando un caloroso arrivederci, certo che ci ritroveremo tutti.

Ai compagni che andrò trovando dico: scusate il ritardo.

Voto europeo per aree ideologiche

Eruopee2009

Europee 2009

dx (Pdl+Ln+Aut.+Ft+Fn+Vd’A) – 49,04% (15.041.001)

cn (Udc+Ld) – 6,74% (2.068.156)

sx (Pd+Idv+Prci+Sl+Pr+Pcl+Svp+Ald) – 44,13% (13.537.471)

Europee 2004

dx (Fi, An, Ln, Npsi, As, Pp, Ft, Pri, Vv, No€, Mis) – 44,11% (14.342.370)

cn (Udc, Udeur, Segni) – 7,71% (2.506.455)

sx (Ulivo, Prc, Verdi, Pdci, Pr, Idv, Svp, Pn, Ala, Cons, Uv) – 48,18% (15.667.421)