Neoborbonici, no vax e quella crisi di egemonia delle classi dirigenti

Ho letto la posizione dell’Associazione Italiana di Public History (AIPH) in merito alla Mozione approvata dal Consiglio Regionale della Puglia il 4 luglio 2017 e al diffondersi della “controstoria neoborbonica”.
I bufalari neoborbonici al servizio del pretendente al trono di Napoli sono diventati tanto egemoni perché bravi? Perché hanno Povia che mette le loro bufale in musica? Perché è sempre forte la tentazione reazionaria di guardare al passato con astratta e mitologica nostalgia? Oppure sono le stesse dinamiche che vediamo coi “no vax” per cui qualunque affermazione scientifica fondata e autorevole è una truffa e lo scienziato riconosciuto è un truffatore che cospira contro la “verità”, la quale, però, il popolo sa riconoscere istintivamente per virtù naturale, come ci insegnano i populisti di ogni era e luogo.
Poi c’è il problema che non se ne può più di riempire il calendario con giornate istituzionali per ricordare ogni data che sta a cuore a una qualche sottocomunità di questo paese.

Attualmente, al contrario di quanto sostiene l’AIPH, sembra montare il pessimismo: qualunque tentativo di smontare le bufale con documenti e ragionevolezza non solo non funziona, ma rafforza le convinzioni errate. Non so se sia vero, ma mi pare verosimile perché il problema a monte non è uno scontro fa interpretazioni alternative, non è una riedizione rozza e ridicola dello scontro fra gramsciani e Romeo. La questione mi pare che risalga, come per i “no vax” e altri fenomeni analoghi, alla crisi di egemonia delle classi dirigenti su quegli strati della popolazione che stanno pagando caro la crisi economica e la fine del welfare. Sono masse che hanno capito di essere state fregate (giustamente), ma non avendo chiaro perché e quando sono state fregate, hanno preso a prendersela confusamente verso l’alto con chiunque stia in posizione dominante non riconoscendogli più alcun diritto di parola o addirittura di esistenza. E verso il basso se la prendono con lo spettro dei migranti viste (e storicamente non è una novità) come le cavallette venute a spogliarli di quel po’ che gli è rimasto e a fregargli quel po’ di welfare sopravvissuto nel 2017. Dunque crisi di egemonia e xenofobia si saldano insieme e danno luogo agli esiti più tragici e tragicomici. E il bufalaro con le sue tesi “alternative” e le sue “verità” nascoste diventa il nuovo intellettuale di riferimento la cui autorevolezza è inversamente proporzionale a quanto stia ai margini dalla comunità scientifica. La marginalità, lungi dall’essere un problema, diventa la prova della sua ragionevolezza e della sua estranietà ai dominanti che vogliono male al popolo subalterno.
Se ho ragione, in questo quadro, invocare come fa l’AIPH una «più diffusa consapevolezza storica» è utile quanto ingenuo. Così come non si può rifluire nel pessimismo con punte di aristocraticismo di chi dice che tanto non si può far cambiare idea al popolo-bue, così non si può pensare ottimisticamente che sia solo una questione di quanti lumi possiamo accendere.

«Non esiste una classe indipendente di intellettuali, ma ogni classe ha i suoi intellettuali; però gli intellettuali della classe storicamente progressiva esercitano un tale potere di attrazione, che finiscono, in ultima analisi, col subordinarsi gli intellettuali delle altre classi e col creare l’ambiente di una solidarietà di tutti gli intellettuali con legami di carattere psicologico (vanità ecc.) e spesso di casta (tecnico-giuridici, corporativi).
«Questo fenomeno si verifica “spontaneamente” nei periodi in cui quella determinata classe è realmente progressiva, cioè fa avanzare l’intera società, soddisfacendo alle sue esigenze esistenziali non solo, ma ampliando continuamente i suoi quadri per una continua presa di possesso di nuove sfere di attività industriale-produttiva. Quando la classe dominante ha esaurito la sua funzione, il blocco ideologico tende a sgretolarsi e allora alla “spontaneità” succede la “costrizione” in forme sempre meno larvate e indirette, fino alle misure vere e proprie di polizia e ai colpi di Stato». Antonio Gramsci, Q1 §44.

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Intorno al dibattito sul ddl Fiano

«Ma dobbiamo domandarci: basta questa legge ad impedire la riorganizzazione del partito fascista, una ripresa del fascismo? Diciamo subito di no. Ci vuole altro. Questa legge noi la approveremo; ma, approvandola, abbiamo il dovere di dire a noi stessi che essa non basta. Più che una legge ci vuole una politica antifascista. Senza questa politica la legge che voteremo resterà inoperante, come fu inoperante quella del 1947. Occorre una politica antifascista che, realizzando le aspirazioni innovatrici dell’antifascismo militante, colpisca non soltanto le apparenze, il ciarpame, gli “alalà”, i gagliardetti, ma colpisca la base stessa del fascismo, nelle forze sociali che sostengono, che aiutano, che finanziano e che spingono avanti questo movimento».

Giorgio Amendola nel dibattito alla Camera sulla legge Scelba, 5 giugno 1952.

* * *

Il ddl Fiano, non senza ipocrisia, chiede di introdurre nel Codice penale un nuovo articolo, il 293-bis, ovvero il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista. Questo perché le leggi Scelba e Mancino non sono sufficienti in quanto con quelle si può perseguire solo chi fa apologia del fascismo e chi inneggia all’odio razziale in compagnia di almeno altre quattro persone. Il singolo che fa una pagina Facebook piena di foto e meme fascisti e che vi ricorda quanto fosse bello e buono Mussolini e il suo regime non commette di fatto alcun reato, pur essendo palese il veleno che propaganda. Non è altrettanto punibile chi fa il saluto romano da solo. Qualche tempo fa hanno assolto quattro tifosi che allo stadio avevano fatto il saluto romano, proprio perché erano solo quattro.

Ecco il testo del 293-bis proposto: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.
La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

Davanti a una proposta del genere l’on. pentastellato Vittorio Ferraresi in quanto relatore di minoranza scrive e deposita che «il testo all’esame dell’Assemblea, se pur con intenti astrattamente condivisibili, introduce una norma che contraddice la prevalente giurisprudenza, dando luogo a misure potenzialmente e sostanzialmente arbitrarie o liberticide. (…) La compatibilità dei suddetti reati con il principio di libera manifestazione del pensiero è stata infatti più volte affermata nel presupposto che assumano rilievo penale esclusivamente le condotte poste in essere in condizioni di pubblicità tali da rappresentare un concreto tentativo di raccogliere adesioni ad un progetto di ricostituzione del partito fascista. (…) Non si può affermare, infatti, che colui che vende oggetti che si riferiscono al fascismo – o ad altri regimi dittatoriali seppur non considerati dalla XII disposizione transitoria della Costituzione – sia antidemocratico e che quindi stia facendo una pericolosa propaganda sovversiva. Si tratta, più banalmente, di commercio, magari discutibile, ma da sottoporsi alle “leggi del mercato” piuttosto che al diritto penale».

Chi ragiona così, chi pensa che vendere gadget fascisti o fare un saluto romano con un paio di amici sia roba da bontemponi innocui o è un ingenuo o è un cripto-fascista. In ogni caso contrastare con un No e con quelle giustificazioni un norma che rende la vita più difficile ai neofascisti non è certo una grande dimostrazione di spirito democratico e antifascista. E se Grillo e Casaleggio non hanno nulla da ridire sull’operato di Ferraresi, si consolida l’idea che se anche la base del M5s non fosse fascistoide, è probabile che lo sia il suo vertice dirigente ed è del tutto coerente con le ultime posizioni del M5s volte a inseguire l’estrema destra su immigrazione e rom. Se questo è il “cambiamento”, è il classico cambiamento reazionario.

Ad ogni modo, intendiamoci, non ci facciamo illusioni che se anche sparisse ogni apologo del regime fascista sparirebbe d’emblée il fascismo. Aveva ragione Amendola: ci vuole altro, ci vuole una politica antifascista.

La riforma della Costituzione secondo il PCI di Berlinguer

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Dal 1979, cioè dall’indomani della morte di Aldo Moro, in Italia riemerge periodicamente il tema della riforma delle istituzioni. Lo scopo di chi invoca revisioni costituzionali, ieri come oggi, è sempre stato quello di arrivare a rompere il patto originario tra cattolici e marxisti che diede vita a un progetto di democrazia avanzata, a favore di regimi più arretrati, anche autoritari, ma più funzionali a certi interessi delle élite. Quando la politica non funziona si fa presto a dare la colpa alla Costituzione per poi proporre riforme che servano a dare più potere ai potenti a danno dei cittadini.
La riforma Renzi-Boschi non fa eccezione. Anche questa punta in definitiva a restringere invece che allargare gli spazi di democrazia del paese progettando un paese con un uomo solo al comando sostenuto da un solo partito che da Palazzo Chigi controlli tutto il paese e che poi sia chiamato a dare conto del suo operato solo una volta ogni cinque anni. La chiamano “democrazia decidente”, ma non dicono che a decidere il bello e cattivo tempo rimarrebbe solo il Presidente del Consiglio. Senza alcuna garanzia che ci tuteli dall’eventualità che un giorno a guidare il governo venga nominato un pazzo.
In attesa di capire se domenica prossima la Costituzione del 1947 resisterà all’attacco renziano o se soccomberà, riproponiamo le tesi approvate al 16° Congresso nazionale del PCI il 6 marzo 1983, l’ultimo ad aver eletto Enrico Berlinguer segretario generale. Sono state messe in neretto le parti che ci sembrano conservare una certa attualità.

La riforma delle istituzioni

Inquinamento della vita pubblica e poteri criminali

In Italia più profonda che altrove è la crisi dello Stato. Non siamo il solo paese capitalistico a democrazia politica in cui le strutture dello Stato si rivelino in larga misura incapaci di corrispondere ai problemi di società sviluppate e complesse, di esprimere la ricchezza delle articolazioni sociali, di far prevalere l’interesse pubblico nei confronti delle vecchie e nuove potenze dominanti (il potere finanziario, il complesso militare-industriale, i centri occulti di decisione, i potentati corporativi, ecc.). C’è una crisi generale degli Stati moderni, aggravata dal peso di centri extranazionali di decisione, innanzitutto economica, che influiscono in modo determinante sulle scelte statali e modificano perfino i termini della sovranità nazionale (moneta, orientamenti produttivi, sistemi di comunicazione e informazione, ecc.).

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La lezione di Togliatti sul qualunquismo

Prima pagina de l'Unità del 5 ottobre 1947

Prima pagina de l’Unità del 5 ottobre 1947

Il 4 ottobre 1947 Palmiro Togliatti intervenne all’Assemblea Costituente per discutere la propria mozione di sfiducia al quarto governo De Gasperi. Per la cronaca il governo non cadde, ma in quell’occasione il segretario generale del Pci spiegò pubblicamente in che termini i comunisti si interessavano dello sviluppo del Fronte dell’Uomo Qualunque. Non si dimentichi che nove mesi prima vi era stato l’inaspettato dialogo a distanza fra Togliatti e il fondatore del Fuq Guglielmo Giannini sulle colonne dei rispettivi giornali di partito e che Giannini era quasi ossessionato dall’idea di diventare un alleato prezioso di De Gasperi. Perché dunque il Pci non trattava il Fuq come un partito neofascista qualsiasi? Perché non considerarlo come un nemico e basta? Qui Togliatti lo lascia intendere bene dando una lezione autocritica di politica non solo alla sinistra, ma a tutti i democratici.
Guglielmo Giannini di lì a sei mesi avrebbe visto il suo partito dissolversi in una serie di scissioni a catena e sarebbe rientrato a Montecitorio solo dopo un ricorso legale. Nel 1953, in occasione delle elezioni politiche per la seconda legislatura, Togliatti offrì a Giannini la ricandidatura nelle liste del Pci, ma questi rifiutò preferendo i monarchici fra le cui fila c’erano tanti ex qualunquisti. Il commediografo romano tuttavia non riuscì più a tornare in Parlamento. Continua a leggere

Quando la fiction commissaria la storia

crediti

Ho visto tutta la fiction su Calabresi. Quella che Saccà voleva fare nel 2007 e che poi Petruccioli bloccò perché vedeva la vedova Calabresi contraria (e ignara dell’operazione). Alla fine il progetto non solo si è sbloccato, ma rientra in un più generale ciclo di tre storie sugli anni 1969-1980 (Gli anni spezzati).

Il commissario nasce col patrocinio dell’associazione dei poliziotti (Anps) e di quella delle vittime del terrorismo (Aiviter) ed è tratto da un libro di Luciano Garibaldi che, a quanto ne so, nessuno ha mai pubblicato. Garibaldi è un vecchio giornalista cattolico di destra che si diverte a scrivere libri di storia ovviamente privi di scientificità. Per questo gli autori della fiction sono ricorsi a due «consulenti storici»: Adalberto Baldoni e Sandro Provvisionato. Il primo è un giornalista figlio di un repubblichino e dirigente nazionale del Msi prima e di An poi. Il secondo è un giornalista che ha militato nella sinistra (nel ’93 credo fosse de La Rete) passato nella vita da Radio Città Futura al Tg5 dove è stato pure sindacalista. Baldoni e Provvisionato in tandem dal 1989 hanno raccontato gli anni di piombo in tre saggi. Dunque per fare spiegare la storia di Calabresi, Pinelli e dell’Italia 1969-1972 RaiFiction ha ritenuto logico affidarsi a tre giornalisti invece che a uno o più storici di provata competenza scientifica. Il risultato finale infatti è un’agiografica biografia di un poliziotto servo di Dio che insegna all’alba degli anni di piombo a porre l’altra guancia, ma messo in croce perché tradito da chissà quale giuda nascosto nelle alte sfere. E siccome da anni va forte un certo volemose bene bipartisan, gli autori hanno avuto anche cura di lasciare nello spettatore un buon ricordo di Pinelli rendendolo un personaggio quasi simmetrico in virtù a Calabresi.

Questo il quadro sommario incastrato in una cornice teorica secondo la quale negli anni ’60 c’era un’Italia che andava a gonfie vele piena di bravi lavoratori che all’improvviso fu rovinata da personaggi strani e ambigui che giocavano a fare i sovversivi. A sinistra come a destra. Gli anarchici e i capelloni sono macchiette spesso manovrate da folli alti borghesi agiati alla Feltrinelli. I fascisti ombrosi e invisibili, ma non meno idealisti e romantici. Nella polizia troviamo invece camerate di proletari e sottoproletari ansiosi di riscatto sociale e capaci e dotati di alto senso etico, seppur un po’ naif. In particolare attraverso la giovane recluta romana presa in simpatia da Calabresi torna l’abusato luogo comune “pasoliniano” su studenti e poliziotti, nonostante Pasolini avesse già a suo tempo chiarito cosa volesse dire davvero su Valle Giulia ’68.

Siamo alle solite: l’uso pubblico della storia mediante un medium di grande impatto quale è lo sceneggiato televisivo del primo canale italiano. Un’occasione di pedagogia delle masse diventa invece (per l’ennesima volta) una squallida operazione a tavolino per mettere la storia e la sua naturale vocazione alla chiarezza da parte, il più lontano possibile.

E il peggio suppongo si avrà con la terza storia, quando si racconterà la marcia dei 40mila attraverso un immaginario colletto bianco della Fiat. Scommettiamo avrà il sapore di un meraviglioso lieto fine?

Per chi volesse vedere o rivedere in streaming:
Il Commissario – prima parte del 7/01/2014
Il Commissario – seconda parta del 8/01/2014

I sette referendum elettorali italiani

Cattura

Ora che la Corte Costituzionale ha detto la sua su due dei tanti meccanismi che regolano la legge elettorale Calderoli, i maggiori partiti presenti in Parlamento sembrano entrati nel panico. Niente di nuovo sotto il sole. Già in ambito radiotelevisivo siamo stati abituati a vedere i giudici costituzionali essere più solerti e lungimiranti nel gestire l’etere italiano, mentre la politica prendeva tempo o decisioni errate e di corto respiro.
La legge elettorale delle massime istituzioni nazionali dovrebbe essere un qualcosa da discutere una volta ogni secolo, solo in Italia pare invece essere questione massima e permanente. E siccome la classe politica degli ultimi vent’anni si rifiuta di ragionare con lucidità e coscienza, anche la materia elettorale diventa argomento da bar sport più che da aule parlamentari, presi come sono tutti a capire quale potrebbe essere il sistema o il mix di sistemi che potrebbe garantire al proprio partito una vittoria quanto più netta e sicura.
Non manca poi chi cerca di forzare le cose per via referendaria (o se vogliamo plebiscitaria). L’Italia ha così il singolare primato di aver indetto 7 referendum in 18 anni. Una strategia che in un primo tempo fece le fortune di Mario Segni e la destra che rappresentava che invano per anni aveva sperato di introdurre il maggioritario con appelli e azioni di pressione sui parlamentari. Fu infatti per obbedire alla volontà popolare di un referendum dell’aprile 1993 che neanche quattro mesi dopo l’ultimo Parlamento della prima Repubblica approvò il cosiddetto Mattarellum. Da allora non c’è maggioritarista che non si affanni a ricordarci anche in queste ore che “nel 1993 gli italiani decisero…”. Come se un referendum fosse vincolante per sempre. Come se dopo il 1993 non ci fossero stati altri 4-5 referendum pro-maggioritario falliti per mancanza di quorum. Per non parlare della rozza proposta di referendum per sostituire il Porcellum col Mattarellum bocciata dalla Consulta nel 2012.
Al momento pare che Forza Italia, il Pd renziano, il M5s e Sel siano a favore di un ritorno al Mattarellum degli anni 1993-2005. Immagino che la logica sia che ognuno di questi partiti (Sel esclusa) crede di poter guadagnare più seggi dell’altro in quanto partito più votato nella maggioranza dei collegi uninominali. Sel invece suppongo ritenga che con un Mattarellum si sentirà sempre indispensabile per aiutare il Pd a imporsi nei collegi sopradetti in cambio di una quota di eletti sicuri, uno scambio già applicato a suo tempo da Ds o FI con Pdci, la Federazione dei Verdi e l’Udc. Tutti però sembrano dimenticare da un lato tutti i difetti del maggioritario e soprattutto il fatto che se l’Italia rivotasse come ha fatto lo scorso febbraio, si riotterrebbe la stessa situazione di apparente ingovernabilità indipendentemente dalla legge elettorale.
Si metteranno comunque d’accordo sull’usato “sicuro”? Personalmente spero di no. Non abbiamo bisogno di parlamenti distorti per le presunte esigenze di governabilità del salvatore della patria di turno. Meglio un parlamento specchio del paese dove ogni opinione pesi per quello che vale nel paese e dove si lavori per trovare i migliori accordi possibili per il bene dei più rinunciando al muro contro muro del bipolarismo muscolare. E per far ciò basterebbe tornare alla legge elettorale pre-Mattarellum: un proporzionale puro con sbarramento verso i partiti che raccolgono meno di 300mila voti. Perché le regole del gioco si fanno a beneficio di tutti per “sempre”. E non per chi si crede vincerà il prossimo scudetto.

Di seguito rammentiamo agli smemorati come sono andati tutti i referendum elettorali nel nostro Belpaese:

9 giugno 1991
il 95,57% del 62,50% di italiani votanti (quindi il 59,73% degli elettori) è per ridurre a una le preferenze per eleggere i deputati

18 aprile 1993
l’82,74% del 77,01% di italiani votanti (quindi il 63,72% degli elettori) è per eleggere il Senato col maggioritario

18 aprile 1999
il 91,52% del 49,58% di italiani votanti (quindi il 45,38% degli elettori) è per abrogare la quota proporzionale alla Camera del Mattarellum

21 maggio 2000
l’82,02% del 32,44% di italiani votanti (quindi il 26,61% degli elettori) è per abrogare la quota proporzionale alla Camera del Mattarellum

21 giugno 2009
il 77,63% e il 77,68% del 23,49% e del 23,52% di italiani votanti (quindi il 18,24% e il 18,27% degli elettori) è favorevole a trasformare il Porcellum in un meccanismo maggioritario rispettivamente alla Camera e al Senato.
Un altro 87,00% del 24,02% di italiani votanti (quindi il 20,90% degli elettori) è favorevole a impedire a un cittadino la candidatura in più circoscrizioni alla Camera.

I discorsi seri di Togliatti al faceto Giannini

DISCORSO SERIO A GENTE FACETA
di Palmiro Togliatti

l’Unità, 22 dicembre 1946

Qualcuno mi ha detto che a Guglielmo Giannini, per l’ipotesi di collaborazione ch’egli ha avanzato tra il movimento da lui diretto e il Partito comunista, non vale la pena di rispondere, perché l’ipotesi non è seria, perché viene avanzata soltanto a scopo di propaganda, perché il qualunquismo è movimento qualificatamente reazionario e di tipo fascista, perché si tratta d’un commediografo e non d’un uomo politico e via dicendo. Non mi è parso, però, che tutti questi argomenti, e tutti gli altri che ancora si potrebbero scoprire, siano pertinenti. Il periodo che viviamo è di grave sconvolgimento sociale, politico, morale. Volere pretendere che in un periodo simile tutto si svolga, nel campo della politica, e soprattutto per quanto riguarda gli schieramenti delle masse lavoratrici e dei disorientati ceti medi, in modo regolare, secondo le norme prestabilite, senza scarti, senza che si producano fenomeni impreveduti, paradossali, e persino grotteschi? E soprattutto, volete pretendere che in un periodo simile i movimenti politici di rilievo si producano allo stato puro, tutti di natura omogenea, tutti reazionari o tutti progressivi, dal capo alla coda, secondo la qualifica che voi loro avrete data o secondo la natura del gruppo che prevale alla loro sommità? Avrete preteso l’impossibile e finirete come i poveri liberali, abilissimi nell’acchiappare le idee eterne nella rete come si acchiappano le farfallette nei prati, e incapaci di comprendere un’acca della realtà. Continua a leggere

Il caso Ingroia o di una generazione di sinistra

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La legislatura 2008-2013 forse passerà alla storia come quella delle occasioni perdute. Almeno per la sinistra. Era chiaro fin dalla fine del 2007 quello che stava per accadere nel paese e quello che rischiava la sinistra in senso lato, ma purtroppo i partiti del fu governo Prodi II ieri come oggi sono guidati da persone che tendenzialmente è più facile che siano connessi con l’Ansa che con gli umori della società o almeno con quelli del proprio elettorato di riferimento. Per cui poi succede che in Parlamento il Pd da un lato continua imperterrito a cercare di aggiornare e applicare gli schemini dalemiani per la conquista del potere con bizantini compromessi storici; e l’Idv dal canto suo, pur non cercando la conquista del potere, continua a pensare secondo gli schemi della seconda Repubblica: leaderismo spinto, gara alla sparata grossa, trovate elettorali/referendarie, disinteresse per la politica territoriale e partiti intesi come meri comitati elettorali.
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