La riforma della Costituzione secondo il PCI di Berlinguer

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Dal 1979, cioè dall’indomani della morte di Aldo Moro, in Italia riemerge periodicamente il tema della riforma delle istituzioni. Lo scopo di chi invoca revisioni costituzionali, ieri come oggi, è sempre stato quello di arrivare a rompere il patto originario tra cattolici e marxisti che diede vita a un progetto di democrazia avanzata, a favore di regimi più arretrati, anche autoritari, ma più funzionali a certi interessi delle élite. Quando la politica non funziona si fa presto a dare la colpa alla Costituzione per poi proporre riforme che servano a dare più potere ai potenti a danno dei cittadini.
La riforma Renzi-Boschi non fa eccezione. Anche questa punta in definitiva a restringere invece che allargare gli spazi di democrazia del paese progettando un paese con un uomo solo al comando sostenuto da un solo partito che da Palazzo Chigi controlli tutto il paese e che poi sia chiamato a dare conto del suo operato solo una volta ogni cinque anni. La chiamano “democrazia decidente”, ma non dicono che a decidere il bello e cattivo tempo rimarrebbe solo il Presidente del Consiglio. Senza alcuna garanzia che ci tuteli dall’eventualità che un giorno a guidare il governo venga nominato un pazzo.
In attesa di capire se domenica prossima la Costituzione del 1947 resisterà all’attacco renziano o se soccomberà, riproponiamo le tesi approvate al 16° Congresso nazionale del PCI il 6 marzo 1983, l’ultimo ad aver eletto Enrico Berlinguer segretario generale. Sono state messe in neretto le parti che ci sembrano conservare una certa attualità.

La riforma delle istituzioni

Inquinamento della vita pubblica e poteri criminali

In Italia più profonda che altrove è la crisi dello Stato. Non siamo il solo paese capitalistico a democrazia politica in cui le strutture dello Stato si rivelino in larga misura incapaci di corrispondere ai problemi di società sviluppate e complesse, di esprimere la ricchezza delle articolazioni sociali, di far prevalere l’interesse pubblico nei confronti delle vecchie e nuove potenze dominanti (il potere finanziario, il complesso militare-industriale, i centri occulti di decisione, i potentati corporativi, ecc.). C’è una crisi generale degli Stati moderni, aggravata dal peso di centri extranazionali di decisione, innanzitutto economica, che influiscono in modo determinante sulle scelte statali e modificano perfino i termini della sovranità nazionale (moneta, orientamenti produttivi, sistemi di comunicazione e informazione, ecc.).

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La lezione di Togliatti sul qualunquismo

Prima pagina de l'Unità del 5 ottobre 1947

Prima pagina de l’Unità del 5 ottobre 1947

Il 4 ottobre 1947 Palmiro Togliatti intervenne all’Assemblea Costituente per discutere la propria mozione di sfiducia al quarto governo De Gasperi. Per la cronaca il governo non cadde, ma in quell’occasione il segretario generale del Pci spiegò pubblicamente in che termini i comunisti si interessavano dello sviluppo del Fronte dell’Uomo Qualunque. Non si dimentichi che nove mesi prima vi era stato l’inaspettato dialogo a distanza fra Togliatti e il fondatore del Fuq Guglielmo Giannini sulle colonne dei rispettivi giornali di partito e che Giannini era quasi ossessionato dall’idea di diventare un alleato prezioso di De Gasperi. Perché dunque il Pci non trattava il Fuq come un partito neofascista qualsiasi? Perché non considerarlo come un nemico e basta? Qui Togliatti lo lascia intendere bene dando una lezione autocritica di politica non solo alla sinistra, ma a tutti i democratici.
Guglielmo Giannini di lì a sei mesi avrebbe visto il suo partito dissolversi in una serie di scissioni a catena e sarebbe rientrato a Montecitorio solo dopo un ricorso legale. Nel 1953, in occasione delle elezioni politiche per la seconda legislatura, Togliatti offrì a Giannini la ricandidatura nelle liste del Pci, ma questi rifiutò preferendo i monarchici fra le cui fila c’erano tanti ex qualunquisti. Il commediografo romano tuttavia non riuscì più a tornare in Parlamento. Continua a leggere

Quando la fiction commissaria la storia

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Ho visto tutta la fiction su Calabresi. Quella che Saccà voleva fare nel 2007 e che poi Petruccioli bloccò perché vedeva la vedova Calabresi contraria (e ignara dell’operazione). Alla fine il progetto non solo si è sbloccato, ma rientra in un più generale ciclo di tre storie sugli anni 1969-1980 (Gli anni spezzati).

Il commissario nasce col patrocinio dell’associazione dei poliziotti (Anps) e di quella delle vittime del terrorismo (Aiviter) ed è tratto da un libro di Luciano Garibaldi che, a quanto ne so, nessuno ha mai pubblicato. Garibaldi è un vecchio giornalista cattolico di destra che si diverte a scrivere libri di storia ovviamente privi di scientificità. Per questo gli autori della fiction sono ricorsi a due «consulenti storici»: Adalberto Baldoni e Sandro Provvisionato. Il primo è un giornalista figlio di un repubblichino e dirigente nazionale del Msi prima e di An poi. Il secondo è un giornalista che ha militato nella sinistra (nel ’93 credo fosse de La Rete) passato nella vita da Radio Città Futura al Tg5 dove è stato pure sindacalista. Baldoni e Provvisionato in tandem dal 1989 hanno raccontato gli anni di piombo in tre saggi. Dunque per fare spiegare la storia di Calabresi, Pinelli e dell’Italia 1969-1972 RaiFiction ha ritenuto logico affidarsi a tre giornalisti invece che a uno o più storici di provata competenza scientifica. Il risultato finale infatti è un’agiografica biografia di un poliziotto servo di Dio che insegna all’alba degli anni di piombo a porre l’altra guancia, ma messo in croce perché tradito da chissà quale giuda nascosto nelle alte sfere. E siccome da anni va forte un certo volemose bene bipartisan, gli autori hanno avuto anche cura di lasciare nello spettatore un buon ricordo di Pinelli rendendolo un personaggio quasi simmetrico in virtù a Calabresi.

Questo il quadro sommario incastrato in una cornice teorica secondo la quale negli anni ’60 c’era un’Italia che andava a gonfie vele piena di bravi lavoratori che all’improvviso fu rovinata da personaggi strani e ambigui che giocavano a fare i sovversivi. A sinistra come a destra. Gli anarchici e i capelloni sono macchiette spesso manovrate da folli alti borghesi agiati alla Feltrinelli. I fascisti ombrosi e invisibili, ma non meno idealisti e romantici. Nella polizia troviamo invece camerate di proletari e sottoproletari ansiosi di riscatto sociale e capaci e dotati di alto senso etico, seppur un po’ naif. In particolare attraverso la giovane recluta romana presa in simpatia da Calabresi torna l’abusato luogo comune “pasoliniano” su studenti e poliziotti, nonostante Pasolini avesse già a suo tempo chiarito cosa volesse dire davvero su Valle Giulia ’68.

Siamo alle solite: l’uso pubblico della storia mediante un medium di grande impatto quale è lo sceneggiato televisivo del primo canale italiano. Un’occasione di pedagogia delle masse diventa invece (per l’ennesima volta) una squallida operazione a tavolino per mettere la storia e la sua naturale vocazione alla chiarezza da parte, il più lontano possibile.

E il peggio suppongo si avrà con la terza storia, quando si racconterà la marcia dei 40mila attraverso un immaginario colletto bianco della Fiat. Scommettiamo avrà il sapore di un meraviglioso lieto fine?

Per chi volesse vedere o rivedere in streaming:
Il Commissario – prima parte del 7/01/2014
Il Commissario – seconda parta del 8/01/2014

I sette referendum elettorali italiani

Cattura

Ora che la Corte Costituzionale ha detto la sua su due dei tanti meccanismi che regolano la legge elettorale Calderoli, i maggiori partiti presenti in Parlamento sembrano entrati nel panico. Niente di nuovo sotto il sole. Già in ambito radiotelevisivo siamo stati abituati a vedere i giudici costituzionali essere più solerti e lungimiranti nel gestire l’etere italiano, mentre la politica prendeva tempo o decisioni errate e di corto respiro.
La legge elettorale delle massime istituzioni nazionali dovrebbe essere un qualcosa da discutere una volta ogni secolo, solo in Italia pare invece essere questione massima e permanente. E siccome la classe politica degli ultimi vent’anni si rifiuta di ragionare con lucidità e coscienza, anche la materia elettorale diventa argomento da bar sport più che da aule parlamentari, presi come sono tutti a capire quale potrebbe essere il sistema o il mix di sistemi che potrebbe garantire al proprio partito una vittoria quanto più netta e sicura.
Non manca poi chi cerca di forzare le cose per via referendaria (o se vogliamo plebiscitaria). L’Italia ha così il singolare primato di aver indetto 7 referendum in 18 anni. Una strategia che in un primo tempo fece le fortune di Mario Segni e la destra che rappresentava che invano per anni aveva sperato di introdurre il maggioritario con appelli e azioni di pressione sui parlamentari. Fu infatti per obbedire alla volontà popolare di un referendum dell’aprile 1993 che neanche quattro mesi dopo l’ultimo Parlamento della prima Repubblica approvò il cosiddetto Mattarellum. Da allora non c’è maggioritarista che non si affanni a ricordarci anche in queste ore che “nel 1993 gli italiani decisero…”. Come se un referendum fosse vincolante per sempre. Come se dopo il 1993 non ci fossero stati altri 4-5 referendum pro-maggioritario falliti per mancanza di quorum. Per non parlare della rozza proposta di referendum per sostituire il Porcellum col Mattarellum bocciata dalla Consulta nel 2012.
Al momento pare che Forza Italia, il Pd renziano, il M5s e Sel siano a favore di un ritorno al Mattarellum degli anni 1993-2005. Immagino che la logica sia che ognuno di questi partiti (Sel esclusa) crede di poter guadagnare più seggi dell’altro in quanto partito più votato nella maggioranza dei collegi uninominali. Sel invece suppongo ritenga che con un Mattarellum si sentirà sempre indispensabile per aiutare il Pd a imporsi nei collegi sopradetti in cambio di una quota di eletti sicuri, uno scambio già applicato a suo tempo da Ds o FI con Pdci, la Federazione dei Verdi e l’Udc. Tutti però sembrano dimenticare da un lato tutti i difetti del maggioritario e soprattutto il fatto che se l’Italia rivotasse come ha fatto lo scorso febbraio, si riotterrebbe la stessa situazione di apparente ingovernabilità indipendentemente dalla legge elettorale.
Si metteranno comunque d’accordo sull’usato “sicuro”? Personalmente spero di no. Non abbiamo bisogno di parlamenti distorti per le presunte esigenze di governabilità del salvatore della patria di turno. Meglio un parlamento specchio del paese dove ogni opinione pesi per quello che vale nel paese e dove si lavori per trovare i migliori accordi possibili per il bene dei più rinunciando al muro contro muro del bipolarismo muscolare. E per far ciò basterebbe tornare alla legge elettorale pre-Mattarellum: un proporzionale puro con sbarramento verso i partiti che raccolgono meno di 300mila voti. Perché le regole del gioco si fanno a beneficio di tutti per “sempre”. E non per chi si crede vincerà il prossimo scudetto.

Di seguito rammentiamo agli smemorati come sono andati tutti i referendum elettorali nel nostro Belpaese:

9 giugno 1991
il 95,57% del 62,50% di italiani votanti (quindi il 59,73% degli elettori) è per ridurre a una le preferenze per eleggere i deputati

18 aprile 1993
l’82,74% del 77,01% di italiani votanti (quindi il 63,72% degli elettori) è per eleggere il Senato col maggioritario

18 aprile 1999
il 91,52% del 49,58% di italiani votanti (quindi il 45,38% degli elettori) è per abrogare la quota proporzionale alla Camera del Mattarellum

21 maggio 2000
l’82,02% del 32,44% di italiani votanti (quindi il 26,61% degli elettori) è per abrogare la quota proporzionale alla Camera del Mattarellum

21 giugno 2009
il 77,63% e il 77,68% del 23,49% e del 23,52% di italiani votanti (quindi il 18,24% e il 18,27% degli elettori) è favorevole a trasformare il Porcellum in un meccanismo maggioritario rispettivamente alla Camera e al Senato.
Un altro 87,00% del 24,02% di italiani votanti (quindi il 20,90% degli elettori) è favorevole a impedire a un cittadino la candidatura in più circoscrizioni alla Camera.

I discorsi seri di Togliatti al faceto Giannini

DISCORSO SERIO A GENTE FACETA
di Palmiro Togliatti

l’Unità, 22 dicembre 1946

Qualcuno mi ha detto che a Guglielmo Giannini, per l’ipotesi di collaborazione ch’egli ha avanzato tra il movimento da lui diretto e il Partito comunista, non vale la pena di rispondere, perché l’ipotesi non è seria, perché viene avanzata soltanto a scopo di propaganda, perché il qualunquismo è movimento qualificatamente reazionario e di tipo fascista, perché si tratta d’un commediografo e non d’un uomo politico e via dicendo. Non mi è parso, però, che tutti questi argomenti, e tutti gli altri che ancora si potrebbero scoprire, siano pertinenti. Il periodo che viviamo è di grave sconvolgimento sociale, politico, morale. Volere pretendere che in un periodo simile tutto si svolga, nel campo della politica, e soprattutto per quanto riguarda gli schieramenti delle masse lavoratrici e dei disorientati ceti medi, in modo regolare, secondo le norme prestabilite, senza scarti, senza che si producano fenomeni impreveduti, paradossali, e persino grotteschi? E soprattutto, volete pretendere che in un periodo simile i movimenti politici di rilievo si producano allo stato puro, tutti di natura omogenea, tutti reazionari o tutti progressivi, dal capo alla coda, secondo la qualifica che voi loro avrete data o secondo la natura del gruppo che prevale alla loro sommità? Avrete preteso l’impossibile e finirete come i poveri liberali, abilissimi nell’acchiappare le idee eterne nella rete come si acchiappano le farfallette nei prati, e incapaci di comprendere un’acca della realtà. Continua a leggere

Il caso Ingroia o di una generazione di sinistra

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La legislatura 2008-2013 forse passerà alla storia come quella delle occasioni perdute. Almeno per la sinistra. Era chiaro fin dalla fine del 2007 quello che stava per accadere nel paese e quello che rischiava la sinistra in senso lato, ma purtroppo i partiti del fu governo Prodi II ieri come oggi sono guidati da persone che tendenzialmente è più facile che siano connessi con l’Ansa che con gli umori della società o almeno con quelli del proprio elettorato di riferimento. Per cui poi succede che in Parlamento il Pd da un lato continua imperterrito a cercare di aggiornare e applicare gli schemini dalemiani per la conquista del potere con bizantini compromessi storici; e l’Idv dal canto suo, pur non cercando la conquista del potere, continua a pensare secondo gli schemi della seconda Repubblica: leaderismo spinto, gara alla sparata grossa, trovate elettorali/referendarie, disinteresse per la politica territoriale e partiti intesi come meri comitati elettorali.
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Se anche il papa può perdersi d’animo

C’è un passaggio chiave nel discorso di dimissioni del papa ed è quando questi spiega che «per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito». Ora che un uomo quasi 86enne possa lamentare un repentino e definitivo calo nel vigore del corpo, è cosa comprensibile e quasi ovvia. Se però quell’uomo è anche il papa della Chiesa cattolica e lamenta pure un calo nel vigore dell’animo, la cosa è già meno scontata. La traduzione è corretta, il papa teologo nel pieno delle sue facoltà ha denunciato davanti ai suoi porporati che il «vigor quidam corporis et animae (…) qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur». Non negli ultimi anni, ma negli ultimi mesi. Non solo il corpo, ma anche lo spirito.
Una dichiarazione di tale peso meditata da chissà quanto tempo e scritta comunque da un un’autorità intellettuale, non può aver usato la parola “anima” in modo superficiale o retorico. Ed è forse nel sottinteso di quell’espressione che è nascosto un messaggio sul movente che ha portato Benedetto XVI a voler rimettere la tiara.
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Salvatore Lupo e lo strano fenomeno del candidato Orlando

Orlando che al primo turno vince col 47,4% contro il 17,3% di Ferrandelli è un risultato «evidentemente molto negativo» perché a prevalere non è stata l’idea democratica, ma quella della «capacità demiurgica della personalità».

A sostenerlo è lo storico Salvatore Lupo in un’ampia intervista al Manifesto di oggi.
Quello che soprattutto è avvertito come «patologico» dall’autore di “Partito e antipartito“, è che Orlando abbia preso il 32,4% in più delle liste che lo appoggiavano.
Ricordiamo che stavolta il voto a sindaco e al consigliere comunale erano totalmente indipendenti, senza effetto “trascinamento”, dunque il fatto che circa un terzo degli elettori palermitani abbia votato espressamente solo per Orlando sindaco «è una enormità, quindi è da questo che bisogna partire perché è un fatto politico di primaria rilevanza». Un fatto che appunto indicherebbe che agli occhi delle masse palermitane «Orlando sia l’unica alternativa possibile agli occhi della collettività, che sia l’unico elemento riconoscibile». Non dunque elezioni di discontinuità col nostro recente passato, ma un fenomeno elettorale tipico dal 1993 a oggi.
«Siamo schiavi delle retoriche ripetitive», nota sconsolato lo storico dell’Università di Palermo. È prevalsa cioè la logica personalistica, del grande notabile, non dissimile dal ghe pensi mi del Berlusconi più popolare, ma non solo. È l’idea cioè che i partiti siano apparati personali, con tanto di nome del leader/padrone nel simbolo. Una prassi né democratica, né utile, visto che ci ha dato «una classe dirigente che non semina, [che] non genera nuovo, ma si limita a tappare i buchi».
L’intervista è però anche l’occasione per fare il punto sulla politica siciliana. Per Lupo i dirigenti del Pd «non hanno capacità politica», né la capacità di fare «un’opposizione forte e credibile»; a sinistra siamo davanti a «una storia di forti debolezze che non porta da nessuna parte»; quanto al centrodestra nota come in Sicilia sia imploso ben prima che in Italia.
Infine su Raffaele Lombardo, Lupo ha le idee chiare: «È un pezzo di macchina politica ex democristiana che si è riconsolidata, ha creato una poderosa struttura elettorale e ha cercato di metterci sopra un discorso regionalista» che tuttavia «corre il rischio di bucare laddove ci sono le giunture tra la macchina politica e le altre macchine di potere che ci sono in Sicilia». E certo l’indagine che vede il presidente della Regione imputato di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio è «un evidente problema politico».

Per Lavika Web Magazine.