L’eterno oscillare di Rifondazione tra fiancheggiamento e repulsione del Pd

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Ho cercato di verificare, limitandomi ai soli comuni capoluogo e incrociando stampa, profili Fb ufficiali e dati del Viminale, come e quanto il Prc sia davvero anti-dem a questo giro elettorale amministrativo.

Quello che era il massimo partito della sinistra italiana dopo la fine del Pci e padre di quasi tutte le organizzazioni politiche che si agitano a sinistra del Pd, ad aprile ha concluso il suo X congresso nazionale con la parola d’ordine «C’è bisogno di rivoluzione» e proponendo la «costruzione di un soggetto unitario della  sinistra antiliberista che raccolga il complesso delle forze sociali, culturali e politiche che si pongono sul terreno dell’alternativa alle politiche liberiste, dunque alternativo al PD ed ai socialisti europei». Ancora il 7 maggio scorso approvava un ordine del giorno sulle elezioni amministrative dove invitava i propri iscritti nei territori interessati «a costruire liste autonome e alternative alle destre e al Partito Democratico invitando a non costruire accordi di coalizione con il PD, tanto attraverso l’utilizzo del proprio simbolo quanto attraverso liste unitarie e/o civiche alleate al PD». Ma poiché il partito a lungo guidato da Fausto Bertinotti e oggi da Maurizio Acerbo non ha dato spesso ottime prove di disciplina di partito, è lecito chiedersi: com’è andata a finire?

Salvo errori – non è sempre facile capire dietro un simbolo “civico” quali e quanti partiti vi partecipino – Rifondazione Comunista sarà presente alle elezioni comunali di 16 comuni capoluogo su 25 al voto il prossimo 11 giugno.
Solo a Parma presenta una lista col proprio logo di partito a sostegno di un candidato sindaco comune col Pci.

Negli altri 15 comuni:

  • Monza e Gorizia: lista comune e unica con Pci e Sinistra Anticapitalista;
  • Padova: lista comune con Sinistra Italiana, Possibile, ReteDem e Padova 2020, alleata con una lista civica del candidato sindaco;
  • Verona: lista comune con Sinistra Italiana e Possibile, alleata con una lista civica del candidato sindaco;
  • Genova e Lucca: lista comune e unica con Sinistra Italiana, Possibile e Pci;
  • La Spezia: lista unica “Spezia Bene Comune”;
  • Piacenza: lista comune e unica con Sinistra Italiana e Possibile;
  • Pistoia: “Lista Comunista”, alleata del Pd;
  • Frosinone: lista comune e unica con Sinistra Italiana, Possibile, Pci e Azione Civile;
  • Rieti: lista comune con Pci, Sinistra Italiana e Possibile, alleata del Pd;
  • L’Aquila: lista “L’Aquila Bene Comune/L’Aquila a Sinistra”, alleata con altre due liste civiche;
  • Lecce: lista comune e unica con Sinistra Italiana;
  • Taranto: lista “Taranto in Comune”, alleata con altre 3 liste civiche;
  • Palermo: lista comune con Sinistra Italiana e L’Altra Europa, alleata del Pd e Area Popolare.

A questo punto non resta che chiedersi quanto pagherà tanta variabilità di nomi, simboli, tattiche e compagni di strada? Attendiamo lunedì prossimo.

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Così le europee 2014 sono diventate il ballottaggio delle politiche 2013

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Finita la campagna elettorale si può tentare di trarre un bilancio politico, in attesa di quello elettorale basato sui numeri che conosceremo lunedì prossimo. Partiamo da un apparente paradosso: questa campagna elettorale per le europee non ha quasi mai parlato di Europa. Forse per provincialismo, forse per convenienza di alcuni, i protagonisti della politica e i media non hanno mai creato un dibattito su quale Unione Europea vogliamo per il futuro, preferendo ripiegare sulle nostre solite questioni nazionali più superficiali. Da quando il 22 febbraio si è insediato il governo Renzi, il discorso pubblico è stato orientato su questo e sulla figura del suo presidente in particolare, tanto che sfido io quanti italiani conoscono i ministri dei dicasteri più importanti. C’è solo Renzi. E qualche ministra più o meno avvenente. Un Renzi però più per sentito dire, perché il presidente del Consiglio fino ancora a qualche giorno fa non parlava molto in pubblico, preferendo mandare avanti delle sue compagne di partito a mo’ di pappagalline. E anche in questo il segretario del Pd sembra ricordare il Pdl di Berlusconi rappresentato in pubblico dalle sue “amazzoni”.
Altro tema su cui i media hanno dedicato più tempo del dovuto a danno dei temi europei è stato sicuramente il destino giudiziario di Berlusconi. Il suo modo di scontare l’anno di pena inflittogli sembrava essere diventato un problema di quelli seri. È chiaro che l’evento ha la sua rilevanza storica, è chiaro che Berlusconi ha tutto l’interesse a buttarla sul vittimismo, ma a parer mio i giornalisti avrebbero potuto trattare il fatto con meno enfasi. Continua a leggere

Il caso Ingroia o di una generazione di sinistra

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La legislatura 2008-2013 forse passerà alla storia come quella delle occasioni perdute. Almeno per la sinistra. Era chiaro fin dalla fine del 2007 quello che stava per accadere nel paese e quello che rischiava la sinistra in senso lato, ma purtroppo i partiti del fu governo Prodi II ieri come oggi sono guidati da persone che tendenzialmente è più facile che siano connessi con l’Ansa che con gli umori della società o almeno con quelli del proprio elettorato di riferimento. Per cui poi succede che in Parlamento il Pd da un lato continua imperterrito a cercare di aggiornare e applicare gli schemini dalemiani per la conquista del potere con bizantini compromessi storici; e l’Idv dal canto suo, pur non cercando la conquista del potere, continua a pensare secondo gli schemi della seconda Repubblica: leaderismo spinto, gara alla sparata grossa, trovate elettorali/referendarie, disinteresse per la politica territoriale e partiti intesi come meri comitati elettorali.
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Il programma di Ingroia: con i laici e i lavoratori onesti

La neonata Rivoluzione Civile chiede il voto per riportare in Parlamento le tradizionali rivendicazioni della sinistra rosso-verde-arancione

Una delle principali novità di queste elezioni politiche è il polo di sinistra guidato dal magistrato Antonio Ingroia. La lista Rivoluzione Civile nasce dall’unione dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, Rifondazione Comunista di Paolo Ferrero, i Comunisti Italiani di Oliviero Diliberto, i Verdi di Angelo Bonelli, il Movimento Arancione di Luigi De Magistris e La Rete 2018 di Leoluca Orlando.

Il programma ufficiale della lista Ingroia è di appena 10 punti in due pagine. Tuttavia lo scorso 10 febbraio sul sito ufficiale della lista è apparso un programma molto più vasto definito come quello «completo». Qui troviamo 65 punti programmatici distribuiti in undici temi.

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Le almeno due sfumature di (movimento) arancione

Il 21 e 22 dicembre si confronteranno a distanza l’ala destra e quella sinistra dei rosso-arancioni. E chi guarda al Pd ora gioca la carta Ingroia leader(?)

Permangono le divisioni tattiche e strategiche nella sinistra rosso-arancione. Come la Federazione della Sinistra è implosa perché Rifondazione dal dicembre 2011 lavora per un polo della sinistra alternativa al montismo e ai suoi sostenitori (Pd incluso), mentre il Pdci preferirebbe rientrare nel centrosinistra, così analogamente l’area arancione è divisa tra chi la pensa come il partito di Ferrero (Alba, «Cambiare si può») e chi come quello di Diliberto (De Magistris).
I “quartopolisti” di Cambiare si può sono pronti a partire il 22 dicembre, ma il 17 è arrivata la conferma che il Movimento Arancione di De Magistris, l’Italia dei Valori e il Pdci sono pronti il 21 a lanciare una loro proposta alternativa («Io ci sto») alla presenza di Antonio Ingroia, front man dell’iniziativa.
Ufficialmente tutti stanno con tutti, e sulla carta vogliono tutti la stessa cosa: unire la sinistra e tornare in Parlamento per difendere i lavoratori aggrediti dalla crisi e dall’austerità montiana. Tuttavia basta confrontare i manifesti/appelli di Cambiare si può e di Io ci sto per rendersi conto che qualche differenza c’è e non è proprio di lana caprina. E il fatto che per la seconda volta consecutiva gli arancioni di De Magistris si muovano con proprie iniziative prima di quelli di Alba, sembra dare l’idea che è in corso nell’area una battaglia delle idee. Un’area però il cui valore elettorale nessuno conosce, ma che per il porcellum solo se aggregherà almeno il 4% dei voti potrà entrare alla Camera dei Deputati. O anche solo il 2% se in una coalizione che supera il 10%. E dunque Pd o non Pd? Fare gli anti-Monti coi migliori estimatori di Monti? Tentare in extremis di spostare a sinistra il Pd, anche se con le primarie non ce l’ha fatta neanche la Sel di Vendola? Risposte differenti a queste stesse domande hanno generato le due principali anime rosso-arancioni.
Il manifesto di Cambiare si può è quello dei “Pd-scettici” e degli antagonisti più franchi. Tale manifesto parte dalla crisi economica e dalle politiche economiche montiane basate sulla posizione che «ogni scelta è obbligata e “imposta dall’Europa” (cioè dai mercati)», ricordando che «questa posizione è stata da tempo abbracciata dal Partito democratico e si è tradotta nell’appoggio senza se e senza ma al governo Monti». Quindi per Alba, Rifondazione e tutti coloro che hanno aderito più convintamente a Cambiare si può «i fatti richiedono un’iniziativa politica nuova e intransigente» e nell’immediato occorre «presentare alle elezioni politiche del 2013 una lista di cittadinanza politica, radicalmente democratica, alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono».
I promotori di Io ci sto sono invece per uscire dalla crisi «con una forza riformista» che porti «a un serio governo riformista e democratico». E quasi pragmaticamente presentano 10 rivendicazioni generiche: legalità, solidarietà, laicità, antimafia, sviluppo sostenibile, niente lacci e lacciuoli per gli imprenditori, democrazia nei luoghi di lavoro e ripristino dell’art. 18, fuori i partiti dai cda, selezione dei candidati, questione morale. Di fatto un menu da sottoporre al giudizio del Pd per strappare la tanto agognata alleanza – fin qui rifiutata – sulla base di un programma tutto sommato “demo-compatibile”. E infatti il manifesto Io ci sto si chiude col desiderio «di aprire il confronto con i movimenti e le forze democratiche del Paese», cioè il centrosinistra.
Cosa risponderà Bersani dipenderà forse più da quel che farà Monti e il centro di Casini e Montezemolo e dal peso che in termini di immagine potrà dare al centrosinistra l’arrivo di Di Pietro, Diliberto e De Magistris, le 3 “D” di cui molti democratici farebbero volentieri a meno e il cui valore elettorale non sembra determinante per portare Bersani alla vittoria. C’è poi sempre il rischio che allargando la coalizione, su Bersani piovano le critiche di voler ricreare il caravanserraglio dell’Unione.
Intanto Revelli e Torelli hanno invitato Ingroia all’assemblea di Cambiare si può del 22 dicembre «per un confronto franco e aperto sul progetto elettorale, individuando in te il possibile garante del carattere radicalmente democratico, partecipativo e innovativo del percorso da compiere». Si attende un fine settimana di passione per l’area rosso-arancione.

Per Lavika Web Magazine.

Dicembre costituente per la sinistra rosso-arancione?

Dal 12 al 16 dicembre la sinistra comunista e quella radicale arancione cercheranno la via elettorale per battere il liberismo di Monti e soci.
Ma il Pd divide.

La prossima sarà una settimana costituente per l’area politica a sinistra del Pd. I vari partiti e gruppi politici che fanno opposizione al governo Monti e che guardano con scetticismo al centrosinistra bersaniano suo sostenitore, hanno programmato dal 12 al 16 dicembre una serie di iniziative che dovrebbero far chiarezza nell’area e dirci se nascerà un «quarto polo» di sinistra.

La proposta di creare un’aggregazione della sinistra antagonista era venuta per prima all’allora presidente Fiom-Cgil Giorgio Cremaschi il 14 agosto 2011, quando su Liberazione avvertì come fosse giunto «il momento di costruire un quarto polo anticapitalista, alternativo a tutti gli altri». L’appello sul momento non fu colto dai partiti, ma portò il 1° ottobre successivo alla nascita del Comitato No debito.
La caduta del governo Berlusconi l’8 novembre 2011 e la conseguente nascita il 16 del governo Monti sostenuto da Pd, Udc e Pdl, portò rapidamente a un rimescolamento di carte all’interno dell’opposizione antiberlusconiana. Adesso il problema centrale a sinistra non era più Berlusconi e tutto quel che incarnava, quasi una ossessione personale, ma la crisi economica mondiale e la soluzione per uscirne almeno in Italia. Davanti a una tale questione la via tecnocratica e liberista di Monti si poteva accettare o respingere. Il Pd optò per una via intermedia: accettare con riserva. Tutte le altre forze di sinistra preferirono boicottare da subito il montismo.
Il 2011 aveva però portato a sinistra un’altra novità di non poco rilievo: il 16 maggio le elezioni comunali di città come Milano e Napoli erano state vinte da esponenti della sinistra più o meno più radicale quali Pisapia (Sel) e De Magistris (sinistra Idv); il 13 giugno a furor di popolo passavano – nonostante la sordina televisiva – quattro referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento di impostazione chiaramente di sinistra radicale. Si faceva così strada l’idea che per vincere le elezioni da sinistra non era necessario essere moderati e/o riformisti come il Pd.
Il montismo col suo rigorismo esasperante a danno soprattutto dei lavoratori, era dunque destinato a creare le condizioni per far montare nel paese un’insofferenza sociale diffusa, ma chi l’avrebbe cavalcata e verso dove? Non certo il Pd, che pur con tutti i distinguo e con l’idea strategica di andare al governo con l’Udc e il Terzo Polo, era una forza troppo compromessa col governo dei bocconiani. La sinistra al contrario era naturalmente predisposta, ma aveva è pur sempre il limite delle sue eccessive divisioni e della sudditanza psicologica nei confronti del grande Pd.

Il 29 marzo 2012 su il manifesto viene pubblicato un appello per un «soggetto politico nuovo». A promuoverlo sono personalità importanti della sinistra diffusa, non necessariamente comuniste, anzi. Tra questi spiccano Paul Ginsborg, Luciano Gallino, Marco Revelli e Stefano Rodotà. Da subito il gruppo adotta come proprio colore l’arancione già protagonista delle vittorie di Pisapia e De Magistris. Il messaggio è dunque chiaro: esportare sul piano nazionale la convinzione che le idee della sinistra radicale possano diventare egemoni con le proprie gambe. Idee che in concreto puntano a rompere col «modello neo liberista europeo e la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul parlamento e i partiti». Il 28 aprile nasce così Alba (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente).

De Magistris da subito non è molto persuaso dell’operazione Alba: «Diciamo – dichiara il sindaco di Napoli – che c’è stata un’accelerazione da parte di chi in perfetta buona fede aveva l’ansia di cominciare a percorrere il paese per favorire il cambiamento. Però su quel manifesto bisogna costruire rapporti e alleanze. Senza nasconderci che anche la lista civica non può essere l’obiettivo finale, tutt’al più può essere uno strumento. L’obiettivo, dopo le elezioni, sarà trovare una nuova forma organizzativa».
Ciò che divide De Magistris da Alba non è tanto la strategia, ma la tattica: Alba è pronta ad andare in urto col centrosinistra, se necessario, De Magistris no. Per quest’ultimo il lavoro suo e di Alba dovrebbe portare a una lista alleata del centrosinistra. Quando il 6 novembre gli arancioni di Alba con altri lanciano l’appello Cambiare si può su il manifesto del 6 novembre lancia «l’obiettivo di presentare alle elezioni politiche del 2013 una lista di cittadinanza politica, radicalmente democratica, alternativa al governo Monti, alle politiche liberiste che lo caratterizzano e alle forze che lo sostengono», De Magistris partecipa all’assemblea dei promotori dell’appello del 1° dicembre, ma avvisando: «Io ci sto se si decide di vincere le elezioni».
Le “convergenze parallele” degli arancioni di Alba e quelli di De Magistris si possono ritrovare in filigrana nelle scelte politiche delle altre forze politiche si sinistra. Tra i partiti tradizionali al momento c’è Sel che dopo il magrissimo risultato delle primarie, ha comunque confermato l’alleanza Italia Bene Comune per Bersani premier. Vendola del resto è stato sempre scettico sulle ipotesi di costruzione di poli di sinistra. «Fuori dal centrosinistra  – ammoniva lo scorso 31 ottobre – lo spazio per una sinistra antagonista è solo quello della mera testimonianza». Le primarie del 25 novembre non hanno fatto cambiare idea al presidente di Sel, ma la sua minoranza interna ha viceversa trovato nuove ragioni per prendere le distanze dal Pd e guarda con favore al quarto polo.

Sulla stessa questione lo scorso 4 novembre è andata in frantumi la Federazione della Sinistra: Rifondazione Comunista di Paolo Ferrero è tra i più convinti sostenitori del polo di sinistra e quindi di Cambiare si può, mentre i Comunisti Italiani di Oliviero Diliberto e il Movimento per il Partito del Lavoro di Cesare Salvi e Gianpaolo Patta hanno partecipato alle primarie del centrosinistra e ora stanno tentando di entrare dentro la coalizione che unisce Pd, Sel e Psi.
Per l’Italia dei Valori invece sembrano non esserci margini per entrare in Italia Bene Comune, e del resto a Di Pietro non dispiace l’idea del quarto polo. Tuttavia per ora l’IdV deve affrontare tutti i nodi interni venuti al pettine dopo la sciagurata puntata di Report dello scorso 28 ottobre e a tale scopo è prevista un’assemblea generale il prossimo 15 dicembre. Nel frattempo l’ala destra del partito guidata da Massimo Donadi e Nello Formisano hanno già lasciato il partito l’8 novembre per fondare il 22 seguente Diritti e Libertà, anch’esso oggi in fila per allearsi con Bersani.

De Magistris, come annunciato con Pisapia lo scorso 17 novembre, fonderà il prossimo 12 dicembre a Roma il Movimento ArancioneDal 14 al 16 dicembre quelli di Cambiare si può discuteranno nei territori i risultati dell’assemblea del 1° dicembre, quindi una nuova assemblea nazionale il 22 dicembre per trarre le dovute conclusioni. Sembra dunque che il futuro prossimo della sinistra passi dal prossimo fine settimana e la caduta di Monti non potrà che far stringere i tempi delle decisioni costituenti.

Per Lavika Web Magazine.

Fava si arrende, al suo posto Giovanna Marano (FIOM)

Il leader della sinistra siciliana resta “candidato” vicepresidente

Alla fine Claudio Fava si è arreso all’evidenza. L’errore c’è, oggettivo e dunque il prossimo 28 ottobre non potrà né votare né essere votato alle elezioni regionali siciliane. Dopo una lunga serie di incontri e discussioni, la coalizione faviana (Idv, Sel, Prc, Pdci, Verdi e Un’Altra Storia di Rita Borsellino) ha scelto di candidare a erede di Raffaele Lombardo la sindacalista Giovanna Marano della Fiom-Cgil.
Ieri pomeriggio alle 17, a circa 24 ore dallo scoppio del caso Fava, il giornalista e sceneggiatore di Sel ha tenuto una conferenza stampa dove ha presentato la Marano chiarendo che comunque in caso di vittoria di quest’ultima, potrà essere nominato vicepresidente della Regione Siciliana. Tuttavia Fava non ha mancato di prendersela con la legge elettorale annunciando di volere presentare ricorso contro una legge che definisce «feudale e evidentemente incostituzionale», aggiungendo di ritenere «leso il mio diritto di cittadino di non poter essere candidato in Sicilia secondo una norma che è servita fino ad oggi a dare orgoglio, privilegio e pregiudizio ad una sorta di jus sanguinis ingiusto». Il dirigente di Sel se l’è presa pure col ministro dell’Interno da cui è partito tutto: «Credo non ha precedenti – ha detto Fava – un ministro dell’Interno che interviene per giudicare illegittima sul piano delle forme la candidatura alla presidenza della Regione di uno dei candidati, offendo delle motivazioni bizzarre, confuse e piuttosto fantasiose».
L’ultimo mese di campagna elettorale sarà dunque condotto da e per l’acese Giovanna Marano, infermiera di 53 anni che negli ultimi anni si è distinta come segretaria regionale della Fiom. Pur venendo dai Ds, la Marano dopo lo scioglimento del partito non ha più preso tessere, pur simpatizzando per la Sel di Nichi Vendola. Nella Cgil fin dalla fine degli anni Ottanta, Marano è stata membro della segreteria regionale della Funzione pubblica dal 1995 al 2003, quando fu eletta all’unanimità al posto di Claudio Sabattini segretaria della Fiom siciliana, incarico che ha mantenuto fino allo scorso 2 maggio. A luglio ha sostituito Giorgio Cremaschi alla presidenza del Comitato Centrale della Fiom. È stata anche componente della segreteria regionale Cgil occupandosi di pubblico impiego, sanità, politiche sociali e industria.

Per Lavika Web Magazine.

Fava incandidabile perché residente a Roma. Al suo posto Giambrone?

Il candidato presidente della sinistra ha fatto il cambio di residenza in Sicilia nove e non almeno quattordici giorni fa

La burocrazia e un po’ di noncuranza rischiano di rendere inutili i quasi quattro mesi della campagna elettorale di Claudio Fava. La legge elettorale regionale stabilisce che può votare ed essere votato solo chi risiede in un qualsiasi comune della Sicilia. In particolare l’articolo 14 bis, comma 13 – lett. c) stabilisce che entro domani gli aspiranti candidati devono depositare i «certificati attestanti l’iscrizione del capolista e di tutti gli altri candidati nelle liste elettorali di un qualsiasi comune della Regione siciliana». E il capolista di un listino regionale è il candidato alla Presidenza della Regione.
Fava all’inizio di questa campagna elettorale iniziata lo scorso 10 giugno, era residente a Roma. Per votare e farsi votare ha spostato la residenza nel comune di Isnello, provincia di Palermo. Tuttavia la registrazione di qualunque variazione nelle liste elettorali siciliane deve avvenire entro il 13 settembre, cioè 45 giorni prima delle elezioni del 28 ottobre, così come previsto dall’articolo 32, quarto comma, del Dpr 223/1967 e ricordato lo scorso 31 agosto dalla circolare del Ministero dell’Interno 36/2012, ma appunto al 13 settembre scorso Fava non risultava ancora iscrivibile nelle liste elettorali di Isnello, perché ha inoltrato domanda il 18. Cinque giorni di ritardo che rischiano di bruciare 107 giorni di campagna elettorale.
Nel pomeriggio di ieri il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, a margine del question time rivela che sulla candidatura di Fava esiste «un dato tecnico che approfondiremo, ma che temo fondato perché sembrerebbe non siano stati rispettati i tempi di presentazione. Sarebbe un dato oggettivo e sarebbe un’irregolarità difficilmente sanabile». Di più il ministro non dice, ma è abbastanza da fare scoppiare il giallo. Fava, dal canto suo, su Facebook commenta che «sembra esserci in corso un tentativo di mettere in giro informazioni infondate che riguardano presunte irregolarità di liste e listini ancora non presentati. Una notizia talmente grottesca che mi spinge solo a rafforzare il mio impegno nella campagna elettorale di Libera Sicilia». Ma qualche ora dopo il tono è diverso e avverte che «se qualcuno pensa di fermarci col cavillo burocratico di una data su un documento sbaglia. Sarebbe un golpe contro la volontà dei siciliani».
Sarà pure un cavillo, ma su questo la coalizione che sostiene Fava (Idv, Sel, Federazione della Sinistra, Verdi) non ci ha letteralmente dormito tutta la notte. Si è infatti conclusa solo poco prima delle sei di questa mattina nella sede dipietrista di Palermo il vertice dei segretari di Idv Fabio Giambrone, di Sel Erasmo Palazzotto, dei Verdi Carmelo Sardegna, di Rifondazione comunista Antonio Marotta, alla presenza di Claudio Fava e di Leoluca Orlando, portavoce Idv e sindaco di Palermo. Pare che si vada verso la sostituzione di Fava con Fabio Giambrone che attualmente è anche vicecapogruppo al Senato dell’Idv. Se quest’ultimo vincesse le elezioni, nominerebbe Fava vicepresidente della Regione Siciliana.
Atteso per stamattina un nuovo vertice risolutore. Le liste dei candidati vanno presentate entro le ore 16 del 28 settembre.

Per Lavika Web Magazine.

Bersani compagno della provvidenza?


Il 19 febbraio scorso Diliberto, incalzato dai giornalisti di In onda sulle future alleanze, ha nuovamente rilanciato l’idea dell’accordo programmatico col Pd su 2-3 cose non meglio definite. La novità è che il leader del Pdci ha detto che ciò sarebbe reso possibile dal fatto che Bersani è un «riformista emiliano».
Piuttosto che vedere in Bersani il leader di un partito avverso, Diliberto si ostina a considerare e propagandare il segretario democratico come una sorta di fratello maggiore, un compagno del Pci che si è “smarrito”, ma non del tutto. In altre parole, il figlio di Peppone col quale sarà possibile concludere rapidamente un accordo di programma seduti al tavolino di una balera emiliana.
Tuttavia questo modo bonario e certo interessato di accattivarsi Bersani è una novità relativamente recente, da quando cioè si era capito che D’Alema l’aveva scelto come testa d’ariete per sfrattare Veltroni dalla prima poltrona del Pd.
Ancora il 31 marzo 2008, in campagna elettorale, si metteva in guardia sul fatto che «il manifesto ideologico del Pd di Veltroni sta tutto nel Bersani-pensiero che colloca saldamente il partito sul versante del centrodestra». Veltroni e Bersani pari sono e pure di destra!
Il 5 maggio, divenuta la sinistra extraparlamentare, arriva invece il contrordine: Bersani e Veltroni sono diversi perché il primo è buono come D’Alema, l’altro è cattivo. Da qui il tifo allusivo della Palermi: «D’Alema e Bersani, pensateci voi».
Tifo che per bocca di Diliberto il 20 ottobre 2009, a cinque giorni dalla primarie per il segretario Pd, si fa decisamente esplicito per Bersani: «Spero che domenica prossima vinca Bersani. Perché Bersani ha promesso agli italiani e alla sinistra italiana di tornare a un sistema di alleanze». Il Pdci (ma anche buona parte del Prc) non riesce ad uscire dalla logica bipolare e siccome l’ansia di tornare sugli scranni di Montecitorio si fa sentire, ergo, tra le mille opzioni politiche possibile, meglio puntare puntare sul fiancheggiamento del Pd e della sua maggioranza dalemiana in particolare, così che almeno si venga recuperati all’interno del centrosinistra per riconoscenza.
Infatti il 26 ottobre il presidente Pdci Cuffaro si congratula «vivamente» con Bersani per la sua elezione battendo subito cassa «per la costruzione di un ampio fronte democratico».
Con queste premesse, il colloquio a quattro Diliberto-Ferrero-Salvi-Bersani del 30 ottobre non poteva concludersi che positivamente. In realtà non è successo nulla, ma tanto basta a Diliberto per parlare di «”clima diverso” rispetto ai precedenti leader del Pd e che “nonostante ci siano differenze programmatiche, abbiamo due terreni comuni su cui lavorare: la questione economica e sociale e la questione democratica”».

Di fondo c’è la credenza – non so quanto reale o strumentale – che Pd e comunisti condividano ancora lo stesso “popolo” del Pci scito diviso dalla Bolognina, come in un eterno 1991. Ecco perché Diliberto si rivolge a Bersani parlando delle rispettive basi come di un unico «nostro popolo».
Dopo il primo mese di segretaria Bersani, il 25 novembre Diliberto fa il punto su la Rinascita della sinistra. Il segretario Pdci si mostra cosciente del lato capitalista del nuovo leader democratico: «Bersani è un liberalizzatore, che da noi significa un privatizzatore», però «ha dato una risposta positiva rispetto al tema della autosufficienza del Partito Democratico». Sembra trapelare la sicurezza che grazie a Bersani ci sarà «una sorta di largo CLN, dove si incontrano tutti quelli che si oppongono alla deriva autoritaria e reazionaria che c’è in Italia» che permetterà ai comunisti di tornare in Parlamento, ma non al governo perché ci vuole ancora un «confronto programmatico».
Bersani è dunque il compagno della provvidenza mandato da D’Alema o quantomeno come tale andrebbe apprezzato e coccolato da tutta Federazione della Sinistra.
Ovviamente Bersani e il gruppo dirigente del Pd a tutto pensa meno che alla Fds ridotta al lumicino. In ballo c’è il tentativo di ricostruire sì il centrosinistra, ma da allargare a destra anche a scapito di sacrificare qualcosina alla sinistra.
Quando quindi il 23 aprile 2010, tre settimane dopo le regionali stravinte dalla destra, Bersani su l’Unità lancia l’idea di «un patto repubblicano per difendere gli assetti della democrazia nel solco della nostra Costituzione (…) a tutte le forze disponibili, anche oltre il centrosinistra», Diliberto preoccupato ma affettuoso chiede «Caro Bersani, che vuol dire ‘oltre il centrosinistra’?». Il dubbio di tutti è che il Pd punti a coinvolgere Fini, nonostante questo sia ancora interno al Pdl. Basterà una debole smentita di Bersani per far tornare il sereno: «Sono molto contento per la puntualizzazione di Bersani. Fini sta conducendo una battaglia rispettabile, ma non c’entra nulla con il centrosinistra».
Quattro giorni dopo questi fatti, Diliberto finisce persino per tessere su Facebook le lodi di uno scritto di Bersani per il suo presunto carattere progressista: «Oggi c’è una lettera splendida di Bersani ad una lettrice dell’Unità. Vi invito a leggerla. Scrive che occorre ripartire dalla battaglia delle idee e, prima tra tutte, dall’uguaglianza. E’ musica per le mie orecchie. Confesso che era parecchio che non sentivo un esponente del Pd affermare queste cose. Per la verità da molto tempo non li sentivo più nominare quella parola che i comunisti amano da sempre: uguaglianza». Sull’episodio rimando al mio post del 28 aprile scorso.
A dimostrazione di quanto fosse debile la smentita di Bersani del 23 aprile, il 29 D’Alema sul Corriere della Sera riprende le idee di Bersani su un patto repubblicano precisando che Fini «può essere un interlocutore».
Diliberto sbotta: «si torna ad un modo di ragionare stantio e perdente e, D’Alema me lo permetta, tutto politicista». Non si fa in tempo a dipingere Bersani come un grande progressista, che D’Alema apre a Fini. Ma la rottura come opsione politica è rifiutata, tanto che la critica dilibertiana è lanciata con un «D’Alema me lo permetta» che la dice lunga.
Stavolta le smentite o le retromarce non arrivano. Viceversa Diliberto concede su l’Unità del 3 maggio che se Casini ci sta, l’Udc può entrare nel futuro centrosinistra. «Dopodiché – precisa – dentro questa coalizione ampia bisogna ricostruire la sinistra, mantenendo ciascuno la propria specificità». Dunque né più né meno che la vecchia e fallimentare Unione con Casini al posto di Mastella. E pazienza se i rapporti di forza stavolta sarebbero nettamente a favore della destra della coalizione.
Il 12 maggio Aprile on line, storico sito della vecchia sinistra Ds, si dà un restyling e diventa PaneAcqua. Al suo interno si incontrano vendoliani e democratici veltroniani. Diliberto ne approfitta per irridere l’iniziativa («Che aspetta la sinistra a fare meno salotti e più sinistra?») sostenendo che l’operazione PaneAcqua è «contro il segretario di un partito, nel caso Bersani».

Il segretario del Pd non va dunque disturbato e se possibile stimolato, come se lui e solo lui può salvar il paese. Di questo è tenore è infatti la tiratina per la giacchetta fatta da Diliberto il 9 giugno che il 16 luglio, per bocca di Pignatiello, diventa ad un tempo plauso e incitamento: «Bersani ha ragione. (…) Attrezziamoci per le elezioni politiche anticipate: scendiamo in piazza uniti, parliamo alla gente, incontriamoci e decidiamo un programma».
L’effimera proposta di Bersani del 26 agosto di un Nuovo Ulivo non può quindi che attirarsi le lodi (anche un po’ nostalgiche) di Diliberto: «Personalmente apprezzo molto lo sforzo di sintesi e di unità di Bersani, avendo creduto fortemente nell’Ulivo, che è stato il momento più alto di unità nel centrosinistra e di consenso da parte degli elettori».
L’Ulivo 2.0 cade ben presto nel vuoto, tanto che ogni occasione, anche la più spiacevole, diventa buona per ribadire a Bersani la richiesta di un nuovo centrosinistra e di una stabile intesa fra Pd e Fds. Si veda a tal fine le dichiarazioni del 14 ottobre e soprattutto quelle che dall’8 novembre chiedono a Bersani di trasformare la manifestazione del Pd programmata per l’11 dicembre in una manifestazione di tutto il centrosinistra. Il 16 novembre in particolare viene ribadito il concetto di «nostro popolo» e la difficoltà ad «accettare la disinvoltura con la quale dirigenti stimati del Pd prefigurino un’alleanza con Fini», dove lo “stimato” non può essere centro Veltroni, ma D’Alema.
Alla fine l’11 dicembre il Pd farà la sua manifestazione senza dare alcuna risposta a Diliberto, il quale, cionostante, si presenta in piazza ufficialmente «per portare un saluto» che si trasforma in un caloroso abbraccio a Bersani.
Tutto ciò dovrebbe preludere al voto di sfiducia alla Camera del 14 che dovrebbe far cadere il governo Berlusconi. Non ci sarà nessuna caduta, né alcuna precipitazione verso elezioni anticipate. Bersani, fallito clamorosamente il colpo, il 15 incontra Veltroni e il 17 dalla colonne de la Repubblica abbandona la sinistra per corteggiare l’intero terzo polo.
Quello stesso giorno la Palermi tuona: «Non mi piace l’intervista di Bersani a ‘la Repubblica’. È solo tattica, fra l’altra messa in campo senza nessuna probabilità di risposte positive. Quando si pensa ad un accordo col Terzo Polo, bisogna avere il coraggio di dire che il Pd ha cambiato totalmente natura, e che non solo noi comunisti, ma anche Vendola e Di Pietro sono alleati scomodi che ci si tiene buoni solo perché portano un po’ di voti».
Nei giorni successivi Bersani non muta la linea politica che anzi viene approvata dal partito nei suoi massimi organismi dirigenti. Dal canto suo il terzo polo non sembra escludere nulla. Davanti a questo mutamento tutt’altro che imprevedibile, Diliberto imbarazzato il 9 gennaio 2011 ammette «di essere deluso da Bersani».

Non basta la categoria dell’opportunismo per spiegare come un comunista possa cambiare idea in pochi mesi su un partito e il suo gruppo dirigente. Bersani, e non da oggi, non è né un compagno né un uomo di sinistra. Può essere in certi temi vagamente progressista, ma resta il fatto che sia fodamentalmente il segretario di un partito centrista che cerca di fare al meglio il suo gioco per giungere al governo nella migliore posizione possibile. In quest’ottica gli alleati possono variare in funzione del momento politico, dando priorità a chi è ideologicamente più affine e popolare. La scelta democratica di agganciare il terzo polo è dunque molto logica, quanto quella di non considerare più di tanto le richieste di una Fds tanto piccola quanto potenzialmente foriera di troppi mal di pancia per la sua nota ideologia di fondo. Non conta dunque quanto Diliberto possa genuflettersi o coccolare Bersani. Questi farà, e non certo da solo, le sue scelte politiche in base alla pura convenienza politica ed elettorale, due campi non coincidenti dove la Fds ha ben poco da pretendere.
Vendola dal canto suo, che pure ha lo stesso problema di Diliberto, pur avendo scelto da tempo di collocarsi strategicamente dentro il centrosinistra (che non c’è) e pur potendo vantare un seguito a sinistra secondo al solo Pd, non ha scelto la strada del fiancheggiamento, ma al contrario quello della competizione. Vendola quando parla dice sì al centrosinistra tanto quanto Diliberto, ma non sceglie la posizione critica, modesta e burocratica di chi si accontenterebbe di concordare 2-3 punti di programma, preferendo quella di chi vuole creare un centrosinistra inedito e di fatto egemonizzato da delle non meglio precisate idee di sinistra delle quali lo stesso leader di Sel dovrebbe essere autore, garante ed esecutore.
Tuttavia tanto Vendola quanto Diliberto nei loro disegni sono destinati al fallimento. Il primo perché non ha nessuna garanzia che prossimamente si costituirà un centrosinistra, né con chi, ed eventualmente tutto lascia presagire che tale centrosinistra sia destinato a fallire come i precedenti per gli stessi identici motivi di classe. Unica consolazione per Sel sarebbe che ormai Vendola ha fidelizzato un discreto popolo che se anche venisse sconfitto su tutta la linea non ottenendo né la guida del centrosinistra, né l’alleanza col Pd, non lo abbandonerebbe per nessun motivo e gli darebbe energia sufficiente per portare Sel in parlamento.
Alla Fds andrebbe peggio perché avendo sprecato tempo a mostrarsi come il migliore amico del Pd, ha finito per regalare ampie fette di elettorato a un Vendola percepito come più radicale, riducendola a una forza politica che forse non sarebbe in grado di superare neppure la soglia di sbarramento di coalizione del 2%. Inoltre tanta accondiscendenza verso Bersani ha ovviamente annullato ogni suo potere contrattuale coi democratici, e i numeri non sono appunto tali da poter fargli pretendere alcunché. Sperare sulla riconoscenza di Bersani è impolitico, per cui alla fine ai comunisti non resterebbe che la cosa isolata e sterile o la richiesta di ospitalità in liste altrui , ma inquest’ultimo caso la Fds porrebbe una seria ipoteca sulla propria sopravvivenza autonoma.
Tanto Sel quando la Fds sono dunque velleitari dimostrando di essere incapaci di pensarsi politicamente terzi ad eventi politici che non sanno controllare o prevedere, rischiando di farsi cogliere impreparati come nel 2008. E nel caso della Fds anche deboli.

A proposito della Fds e altre cose di oggi e di ieri

Ci siamo: nasce la Fds

Con la celebrazione del Congresso costituente della Federazione della Sinistra giunge al culmine un processo politico di 20 mesi che ricongiunge principalmente Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani in una forza politica di circa 70mila iscritti. Un percorso accidentato, ricco di battute di arresto e di ripartenze che poteva sfociare nella rottura di ogni forma di unità, come anche in una definitiva fusione che sanasse la scissione del 1998. Così, almeno per ora, non è stato. Può darsi che la Federazione sia la premessa di una fusione auspicata da tanti, me compreso, come però non è da escludere un’esplosione e il ripristino dell’automia di Prc e Pdci. Sono fenomeni politici noti alla storia, basterebbe ricordare la scissione, fusione e riscissione del Psdi dal Psi. Per ora, dunque, si resta a metà del guado tra la delusione cocente di avrebbe voluto almeno un congresso vero senza delegati quotizzati e con organismi dirigenti trasparenti, e l’incognita di cosa potranno mettere in moto nella galassia della sinistra le elezioni politiche del 2011 o 2012 e i congressi ordinari di Prc e Pdci.

I limiti della Fds

Ad ogni modo la creazione della Fds nasce per portare al superamento dei limiti e delle difficolà che avvolgono i partiti di Ferrero e Diliberto, ma così per ora non è e non potrebbe essere altrimenti. La Fds unisce due case deboli per farne una più robusta, ma se dentro i mobili sono sgangherati e le tubature gocciolanti c’è poco da stare allegri. Per motivi vari e vizi antichi oggi Prc e Pdci scontano il problema di farsi scoprire impreparati all’esterno davanti alla realtà italiana e all’interno davanti ad ampi settori di iscritti, per cui poi anche elettoralmente si viene politicamente emarginati e scavalcati con relativa facilità. Tali difficoltà sono talmente profondi ed evidenti che purtroppo una semplice Fds è la condizione necessaria, ma non sufficiente per risanarsi.

La madre di tutti tutti i problemi dei comunisti in Italia è certamente la confusione ideologica originata nel Prc da un’eccessiva parcellizzazione di opzioni politiche in eterna attesa di una sintesi, e nel Pdci da una forte carenza di elasticità mentale nell’applicazione del marxismo al giorno d’oggi. Entrambi hanno troato nella Fds un compromesso ideologico chiamato «socialismo del XXI secolo» ovvero «un’alternativa di sistema» che allude a Chavez, ma non chiaramente definita in modo concreto, rimanendo così un vago orizzonte esotico tutto da approfondire.

Gli autoinganni

Nella confusione ideologica è facile cadere in un sonno della ragione che, come diceva Goya, genera mostri. o più semplicemente degli errori politici mostruosi.

A tal riguardo giova ricordare uno dei tanti ammonimenti di Gramsci scritti in carcere:

«L’errore in cui si cade spesso nelle analisi storico-politiche consiste nel non saper trovare il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale. Si riesce così o ad esporre come immediatamente operanti cause che invece sono operanti mediatamente, o ad affermare che le cause immediate sono le sole cause efficienti: nell’un caso si ha l’eccesso di “economismo” o di dottrinarismo pedantesco, dall’altro l’eccesso di “ideologismo”, nell’un caso si sopravalutano le cause meccaniche: nell’altro si esalta l’elemento volontaristico e individuale. (La distinzione tra “movimenti” e fatti organici e movimenti e fatti di “congiuntura” o occasionali deve essere applicata a tutti i tipi di situazione non solo a quelle in cui si verifica uno svolgimento regressivo o di crisi acuta ma a quelle in cui si verifica uno svolgimento progressivo o di prosperità e a quelle in cui si verifica una stagnazione delle forze produttive). Il nesso dialettico tra i due ordini di movimento e quindi di ricerca difficilmente viene stabilito esattamente e se l’errore è grave nella storiografia, ancor più grave diventa nell’arte politica quando si tratta non di ricostruire la storia passata ma di costruire quella presente e avvenire: i proprii desideri e le proprie passioni deteriori e immediate sono la causa dell’errore in quanto essi sostituiscono l’analisi obbiettiva e imparziale e ciò avviene non come “mezzo” consapevole per stimolare all’azione ma come autoinganno. La biscia, anche in questo caso, morde il ciarlatano ossia il demagogo è la prima vittima della sua demagogia».

Le attuali analisi politiche della Fds hanno saputo «trovare il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale»? Hanno saputo evitare che «i proprii desideri e le proprie passioni deteriori e immediate» li inducessero in errore? Insomma, la Fds corre il rischio di autoingannarsi? Il tempo ci darà le giuste risposte. Nel frattempo si puà provare ad abbozzare delle risposte.

Gli autoinganni dei giorni nostri: il berlusconismo

Sono due gli autoinganni principali in cui rischia di incorrere la Fds e sono figli di una serie di equivoci stratificatosi nel tempo su concetti come “berlusconismo” e “democrazia”, entrambi correlati.

Com’è giusto e ovvio i comunisti sono parte di quell’ampio movimento che chiamiamo antiberlusconiano da cui discende quel fenomeno curioso chiamato antiberlusconismo. In sostanza si tratta di dire ora a sproposito ora in modo pertinente, che Berlusconi è l’origine di tutti i mali, il novello Mussolini pronto a istaurare un nuovo regime fascista. Berlusconi è così agitato come lo spauracchio supremo, l’anticristo contro il quale qualunque tipo di opposizione e ben accetta e qualunque antiberlusconiano è comunque un buon amico. È una logica, si badi, comune a tutti gli antiberlusconiani nella quale i comunisti col tempo non hanno fatto eccezione. Così in nome di un antiberlusconismo astratto si sono via via costruiti schieramenti di centrosinistra eterogenei guidati da progressisti convintisi di poter dimostrare di poter rappresentare i bisogni borghesi meglio di un qualunque berlusconiano tenendo buono con sé anche il movimento operaio. Così si è appoggiato il governo Dini, la cui agenda politica fu proseguita da Prodi e Ciampi e rilanciata da Prodi e Padoa-Schioppa. I comunisti col tempo si son persuasi, pezzo dopo pezzo, che assecondare il centrosinistra in nome dell’antiberlusconismo fosse la cosa più giusta. Così i comunisti hanno votato la guerra, accettato i sacrifici economici, i tagli alle pensioni, i Cpt e la precarietà lavorativa, l'”innovazione” del pacchetto Treu. Così Berlusconi quantunque provvisoriamente rimaneva all’opposizione, i lavoratori regredivano e, consci di ciò, maturavano una progressiva disaffezione prima dalla sinistra moderata, poi da quella radicale e infine dalla politica tutta.

Nonostante gli sforzi della sinistra borghese di far da lacché alla borghesia e nonostante Berlusconi non sia mai stato amato dai poteri forti, il Cavaliere di Arcore ha fatto e fa il presidente del Consiglio da quasi 10 anni introducendo delle modificazioni evidenti nella vita del paese. Modificazioni enormi e pericolose senza mai modificare, nonostante la tentazione, la Costituzione antifascista del 1948. Berlusconi e i suoi alleati in quasi 17 anni di politica non sono mai riusciti a istaurare un regime fascista, limitandosi ad assecondare una pulsione molto più vecchia di certi settori minoritari, quelli che sognano da sempre una repubblica autoritaria che sostituisca al compromesso democratico del ’48 un nuovo modello, più americano e quindi presidenzialista. La strada fu aperta Mario Segni, il ritorno del maggioritario e l’elezione diretta di sindaci e presidenti degli enti locali, ma già Craxi e il Caf tentarono negli anni Ottanta di realizzare ciò con la cosidetta “Grande riforma” (con tanto di strizzatine d’occhio al Msi). Il disegno è riuscito a metà e non riesce tuttora. Berlusconi non è il duce e in Italia non c’è il fascismo. Non rimaneva quindi che, operando all’interno della Costituzione, disarticolare e rimuovere tutta una serie di diritti e libertà ottenuti dai cittadini e dai lavoratori dal dopoguerra fino al 1980. E ci stanno riuscendo anche grazie a certi settori progressisti, non importa se in buona o cattiva fede.

L’antiberlusconismo pertanto da un lato riduce l’autoritarismo di certa borghesia al “caratteraccio” di un singolo politico vicino alla P2 come a Craxi e ai loro disegni. Dall’altro enfatizza il potere dello stesso singolo a onnipotenza, perdendo di vista, per riprendere Gramsci, «il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale».

Gli autoinganni dei giorni nostri: la democrazia

In sostanza l’assunto classico per cui “Berlusconi mette a repentaglio la democrazia” è una verità relativa finché non si chiarisce cosa sia la democrazia, parola dalle mille e una definizioni. Oliver Stone in Wall Street (1987) fa dire al duro capitalista made in Usa, Gekko: «Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato e tu ne fai parte». Il capitale, cioè, ammette davanti al piccolo cittadino che è lui che muove tutto e non viceversa. La democrazia è il regime della libertà, soprattutto di quella dei padroni. Il resto è retorica, fumo, “ideologia” per dirla con Marx.

È dunque un pesante autoinganno equiparare la democrazia alla libertà e viceversa, e pensare che l’attuale libertà costituzionale sia sufficiente a renderci tutti liberi davvero. I comunisti nascono con ambizioni superiori e ovunque dovrebbero lottare per una democrazia socialista.

Pensare quindi di salvare la democrazia eliminando Berlusconi è un duplice autoinganno, perché da un lato si sopravvaluta questa democrazia e dall’altro si sopravvaluta Berlusconi il quale, in quanto essere umano, è comunque destinato a passare. In più così si dimentica che dopo Berlusconi può facilmente arrivare di peggio se non si agisce a dovere a monte

Cosa facevano i comunisti di Gramsci nel 1926

Prendiamo per buono l’assunto che con Berlusconi siamo sull’orlo del regime fascista. Se così fosse non sarebbe ovviamente la prima volta, essendo già successo negli anni Venti del Novecento. I fatti sono noti: 1922, marcia su Roma e Mussolini diventa presidente del Consiglio; 1924, alle elezioni il Pnf ottiene una maggioranza del 66%; 1926, viene dichiarata illegale l’opposizione antifascista.

Gramsci con buona parte del gruppo dirigente fascista viene arrestato ai primi di novembre del 1926. Soltanto un mese prima il Pcd’I si era riunito per fare il punto della situazione. Le altre opposizioni stavano discutendo di unificarsi nella cosiddetta “concentrazione repubblicana”. I comunisti rifiutarono l’invito ad aderirvi e anzi invitarono i compagni a mettere in guardia i lavoratori dalle «utopie» della concentrazioni.

Questa l’analisi che approvarono (il neretto è mio), basandosi sulle tesi di Lione di Gramsci e che lo stesso segretario sardo difese su l’Unità fino a quando non l’arrestarono:

«La concentrazione repubblicana avrebbe la stessa funizione che ha avuto l’Aventino nel 1924-25; rappresenterebbe la resurrezione dell’Aventino nella veste adatta alla situazione attuale. Il suo carattere più radicale, fino ad assumere atteggiamenti pseudo-rivoluzionari con la pregiudiziale repubblicana, è in rapporto alla radicalizzazione generale della situazione ed alla crisi che mina le fondamenta dello Stato borghese. Il problema politico fondamentale non muta. Si tratta della posizione e della funzione delle varie classi nella lotta contro la reazione. La piccola borghesia, come classe, non può assolvere alla funzione di direzione al cui seguito si trascini la classe operaia. La storia di questi anni ha dato ripetute conferme di questa verità. Il clamoroso fallimento dell’Aventino ne è la migliore riprova. Il Partito comunista riafferma oggi, di fronte alla conccntrazione repubblicana in formazione, come ha affermato ieri di fronte all’Aventino, che solo sotto la direzione della classe operaia, sostenuta ed appoggiata dai contadini, le masse lavorataci, di tutti i ceti e di tutte le classi, potranno essere liberate dalla oppressione fascista.

Su questo concetto fondamentale si imposta tutto il programma politico del Partito comunista. Ad esso deve informarsi tutta la propaganda e l’agitazione contro le illusioni che possono accompagnare un eventuale movimento antifascista democratico-repubblicano.

In realtà la tendenza alla concentrazione repubblicana non è ancor giunta alla formulazione di un programma politico concreto, non ha neanche inizialo una attività d’organizzazione. Essa trovasi tuttora nella fase di maturazione ideologica: è su questo terreno che deve essere immediatamente affrontata combattendo tutte le illusioni e tutti gli errori ad essa connessi, poiché non mancano nella situazione generale gli elementi di una sua transitoria affermazione e vitalità. La media e piccola borghesia urbana e rurale, le masse contadine, gli strati proletari arretrati possono essere portati a considerare la concentrazione repubblicana come la via d’uscita dalla situazione attuale, il mezzo capace di realizzare le loro aspirazioni e rivendicazioni particolari e di classe; la forza politica che può rappresentare un intero periodo storico, di progresso e di sviluppo della società.

Bisogna combattere in tempo queste utopie.

La democrazia repubblicana non è oggi una forza politica che possa rappresentare un «periodo storico», un «progresso», ecc., perché essa non esprime una necessità di sviluppo delle forze economiche fondamentali; perché essa non è il mezzo adeguato e capace di distruggere e superare gli ostacoli che soffocano ed impediscono tale sviluppo. Questi ostacoli sono i rapporti capitalistici di proprietà; I’organizzazione politica e giuridica delio Stato borghese che la democrazia repubblicana si guarderebbe bene dal distruggere. I residui quasi feudali, i vecchiumi che la borghesia italiana non ha saputo e voluto distruggere nella fase del suo sviluppo storico (monarchia, religione di Stato, o quasi, privilegi del clero, latifondo, ecc.) ed il cui superamento assorbe tutto il programma della democrazia repubblicana, hanno oggi valore secondario di fronte alla insuperabile barriera che la proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio, cioè il capitalismo, oppone ad ogni progresso e ad ogni sviluppo della società umana.

Oggi, solo la rivoluzione proletaria e l’organizzazione socialista dell’economia, può creare le possibilità di un ulteriore sviluppo delle forze economiche e perciò può rappresentare un nuovo periodo storico, aprire una nuova fase di progresso. La esistenza dei vecchiumi semifeudali non giustifica storicamente una nova fase democratico-repubblicana; significa solo che la loro distruzione diviene il compito della rivoluzione proletaria nella sua marcia verso il socialismo.

Questi punti entrano nel programma di transizione del proletariato al potere. Il programma della concentrazione repubblicana nella sua parte reale e positiva è assorbito nel programma politico del proletariato rivoluzionario e si realizza immediatamente con il suo avvento al potere.

È compito dell’avanguardia rivoluzionaria del proletariato agir contro tutti gli elementi che possono rendere possibile il sorgere e lo svilupparsi, sia pure transitorio, della concentrazione repubblicana, puntanto su quei ceti e classi fra le quali più facile è la diffusione delle illusioni democratico-repubblicane e che potrebbero costituire la base sociale di un tal movimento, la cui sola funzione positiva, anche inconsapevole, potrebbe essere quella di servire quale diversivo alle classi dominanti per deviare l’attenzione delle masse proletarie dai fini essenziali e concreti della loro lotta ed allontanare dal loro capo la tempesta rivoluzionaria. Alla democrazia repubblicana si deve opporre il programma già proposto dal Partito comunista fino dal maggio 1925 ai Partiti massimalista, riformista e repubblicano quale comune base di azione per la mobilitazione e la concentratone di tutte le forze antifasciste per una lotta a fondo contro il fascismo. Esso si riassume nelle seguenti parole d’ordine:

1) Assemblea repubblicana sulla base dei Comitati operai e contadini;

2) Controllo operaio nell’industria;

3) La terra ai contadini.

Il Partito comunista attende ancora risposta dai Partiti ai quali tale proposta fu diretta.

Fuori di questo terreno non c’è che illusione ed inganno. È vano parlar di repubblica senza dire se si tratta della repubblica operaia e contadina nella quale è soppresso il potere politico ed economico della borghesia fascista oppure della repubblica borghese nella quale i lavoratori continuerebbero a rimanere sotto il giogo della plutocrazia e degli agrari oggi dominanti; è un inganno parlar di democrazia senza dire se si tratta della democrazia operaia nella quale il potere e nelle mani del proletariato e ogni residuo di fascismo e possibilità di sua resurrezione sono radicalmente eliminati, ovvero se in essa rimane il dominio di classe degli agrari, degli industriali e dei banchieri che hanno generato il fascismo e per opera dei quali esso può sempre risorgere; è illusorio parlar di libertà senza dire se si tratta della libertà degli sfruttati di combattere ed eliminare i loro sfruttatori oppure della libertà degli sfruttatori di affamare i lavoratori.

La diffusione di tali illusioni in seno alle masse lavoratrici e nettamente antiproletaria ed è tanto più dannosa quanto più si ammanta di fraseologia proletaria. Questo compito assolve il Quarto Stato, cioè la frazione di destra de! Partito massimalista, che rappresenta la via aperta alla influenza piccolo-borghese della democrazia repubblicana nel proletariato. La Direzione del P.S.I. lasciando a questa tendenza diritto di cittadinanza e libertà di azione nelle sue file, opponendosi contemporaneamente al fronte unico proletario, combattendo e sabotando i Comitati di unità proletaria, ecc., dimostra con i fatti di non essere sostanzialmente diversa da essa, anche se la sua verbosità rivoluzionaria vorrebbe far apparire il contrario.

Il Partito comunista, continuando con ogni sua energia la sua azione contro il fascismo, cioè contro il blocco fascista industriale-agrario, per la ricostruzione dei Sindacati di classe, per la mobilitazione e la organizzazione di tutte le forze lavoratrici contro di esso, per la realizzazione del fronte unico e la loro unità d’azione, combatterà con non minore energia tutte le illusioni piccolo borghesi e gli inganni che si cercheranno di diffondere fra le masse Iavoratrici.

I comunisti devono svolgere fra le masse la critica di tutte le illusioni e di tutti gli errori sui quali si basa la concentrazione repubblicana, rilevandone la funzione negativa nella lotta contro il fascismo e il carattere antiproletario e fondamentalmente controrivoluzionario del programma».

Cosa fanno i comunisti di Ferrero e Diliberto

Citazione lunga, ma utile per capire un certo modo di fare. Se davvero questo 2010 sta al 1926 come Berlusconi sta a Mussolini e la Fds al Pcd’I, l’allora concentrazione repubblicana è l’equivalente di una coalizione antiberlusconiana dominata dal Pd. Ieri come oggi operazioni come quelle del Pd con le sue coalizioni di centrosinistra nei fatti diffondono utopie perché dicono che col loro avvento al potere e la liquidazione di Berlusconi i lavoratori avranno sconfitto il fascismo, cioè il berlusconismo e vivrano liberi in una libera democrazia. Tutto ciò, appunto, è illusorio.

Si potrebbe obiettare che questa non sarebba una cosa di buon senso, che data la situazione sarebbe meglio comunque dire sì al centrosinistra e magari lottare dopo in Parlamento (posto che ci si arrivi) per spostarlo a sinistra. Già, sembra una cosa di buon senso dire no alla borghesia reazionaria di Pdl e Lega e dire sì alla grande e piccola borghesia del centrosinistra. Ma la storia non si fa con un certo “buon senso”. Tale fu l’ultima lezione di Pasolini poche ore prima di essere ucciso:

«Il rifiuto è sempre stato un fatto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, non di buon senso. Eichman, caro mio, aveva una gran quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno, alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e l’acqua per i deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina».

Per Pasolini storicamente se si vuole inceppare la macchina «il rifiuto per funzionare deve essere grande» e così dicendo sembra dar ragione a quanto facevano i comunisti nel 1926. Oggi anche dentro la Fds prevale invece l’idea che si possa arrivare all’alternativa di sistema con rifiuti parziali. Nel 2006 ci si cullò addirittura di poter cambiare l’Italia grazie ai buoni rapporti di forza parlamentare. Illusioni pagate a caro prezzo.

Qualcosa nel modo di fare e pensare è dunque cambiato. Se ne è accorto pure Valentino Parlato lo scorso 7 novembre: «Il problema è che Vendola, come Diliberto o Ferrero, attacca Berlusconi con formule berlusconiane. Mentre il governatore della Banca d’Italia avverte che il Paese sta morendo di precariato, noi ci occupiamo di Ruby». È dunque successo di peggio negli ultimi 15 anni?

In effetti Parlato usando l’espressione «formule berlusconiane» colpisce nel segno. Vendola per le sue ambizioni dall’ego smisurato, punta in primo luogo sulla formula berlusconiana del leader inteso come Uomo della provvidenza. In secondo luogo sul partito unico del centrosinistra (Lavoro e Libertà) come Berlusconi col Pdl. I segretari della Fds e del centrosinistra in genere, invece, attaccano la destra con le formule berlusconiane del battibecco mediatico, del gioco di ruolo fascisti vs. comunisti, dell’urlo confuso ma teoricamente ad effetto, del conformismo all’agenda mediatica del momento.

Una volta non eravamo così, eravamo “diversi”: parole posate, radicali, spesso controcorrente. Fatti netti, popolari, ma non per forza eclatanti. Così la sinistra davanti al berlusconismo, piano piano, è diventata omeopatica.

Quale tattica e quale strategia per i comunisti d’Italia del XXI secolo?

Sempre secondo il Gramsci dei Quaderni, «la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale”. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a “liquidare” o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati». E citava l’esempio dell’ottocentesco Partito d’Azione, il quale «non si appoggiava specificamente a nessuna classe storica e le oscillazioni subite dai suoi organi dirigenti in ultima analisi si componevano secondo gli interessi dei moderati». Gramsci osservava poi come «l’assorbimento delle élites dei gruppi nemici porta alla decapitazione di questi e al loro annichilimento per un periodo spesso molto lungo». Che è quello che ha fatto il Pds-Ds-Pd dalemiano nei confronti del Prc dai Comunisti Unitari (1995) ai giorni nostri.

Oggi i comunisti della Fds rischiano di far la fine del vecchio Partito d’Azione nel momento in cui non rafforzano ed esplicitano quotidianamente il loro legame con la classe dei lavoratori offrendogli in concreto l’obiettivo del socialismo globale del XXI secolo. Autoingannarsi puntando sul meno peggio, alla sopravvivenza più o meno istituzionale, alla miglior performance possibile secondo le regole del gioco imposte in parte da Berlusconi e in parte dal Pd vorrebbe dire farsi dirigere inconsapevolmente dal segretario nazionale fino all’ultimo iscritto da forze moderate, ieri a sostegno del Re oggi al sostegno degli ultimi interessi capitalistici nazionali. Il rischio concreto è di pretendere di rappresentare «l’Italia che non si piega» senza avere la schiena dritta.

Occorre dimenticarsi di avere l’1, il 2 o persino il 5%, perché altrimenti si agirà nella lotta politica con pensieri minoritari autorelegandoci ad un eterno minoritarismo. Si è quello che si pensa di essere. Vendola non si cura troppo delle sue reali magre forze, ma apparentemente accampa pretese vigorose.

Sempre Gramsci prosegue:

«Perché il Partito d’Azione fosse diventato una forza autonoma e, in ultima analisi, fosse riuscito per lo meno a imprimere al moto del Risorgimento un carattere piú marcatamente popolare e democratico (piú in là non poteva forse giungere date le premesse fondamentali del moto stesso), avrebbe dovuto contrapporre all’attività “empirica” dei moderati (che era empirica solo per modo di dire poiché corrispondeva perfettamente al fine) un programma organico di governo che riflettesse le rivendicazioni essenziali delle masse popolari, in primo luogo dei contadini: all’”attrazione spontanea” esercitata dai moderati avrebbe dovuto contrapporre una resistenza e una controffensiva “organizzata” secondo un piano. (…) Invece il Partito d’Azione mancò addirittura di un programma concreto di governo. Esso, in sostanza, fu sempre, piú che altro, un organismo di agitazione e propaganda al servizio dei moderati. I dissidi e i conflitti interni del Partito d’Azione, gli odî tremendi che Mazzini suscitò contro la sua persona e la sua attività da parte dei piú gagliardi uomini d’azione (Garibaldi, Felice Orsini, ecc.) furono determinati dalla mancanza di una ferma direzione politica. Le polemiche interne furono in gran parte tanto astratte quanto lo era la predicazione del Mazzini (…). Il Partito d’Azione era imbevuto della tradizione retorica della letteratura italiana: confondeva l’unità culturale esistente nella penisola – limitata però a uno strato molto sottile della popolazione e inquinata dal cosmopolitismo vaticano – con l’unità politica e territoriale delle grandi masse popolari che erano estranee a quella tradizione culturale e se ne infischiavano dato che ne conoscessero l’esistenza stessa».

La Fds decollerà come forte movimento di popolo solo quando, risolti i nodi ideologici, si proporrà come la forza delle pretese dei lavoratori che rifiutano totalmente il sistema attuale secondo un rigoroso programma innovativo che ecciti le passioni e stilato come se avesse già il potere tutto per sé. Quindi iniziare a battagliare con precisi “chiodi fissi”, perché come diceva Pasolini «so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa».

In definitiva occorre scatenare l’inferno per ottenere il paradiso!