L’eterno oscillare di Rifondazione tra fiancheggiamento e repulsione del Pd

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Ho cercato di verificare, limitandomi ai soli comuni capoluogo e incrociando stampa, profili Fb ufficiali e dati del Viminale, come e quanto il Prc sia davvero anti-dem a questo giro elettorale amministrativo.

Quello che era il massimo partito della sinistra italiana dopo la fine del Pci e padre di quasi tutte le organizzazioni politiche che si agitano a sinistra del Pd, ad aprile ha concluso il suo X congresso nazionale con la parola d’ordine «C’è bisogno di rivoluzione» e proponendo la «costruzione di un soggetto unitario della  sinistra antiliberista che raccolga il complesso delle forze sociali, culturali e politiche che si pongono sul terreno dell’alternativa alle politiche liberiste, dunque alternativo al PD ed ai socialisti europei». Ancora il 7 maggio scorso approvava un ordine del giorno sulle elezioni amministrative dove invitava i propri iscritti nei territori interessati «a costruire liste autonome e alternative alle destre e al Partito Democratico invitando a non costruire accordi di coalizione con il PD, tanto attraverso l’utilizzo del proprio simbolo quanto attraverso liste unitarie e/o civiche alleate al PD». Ma poiché il partito a lungo guidato da Fausto Bertinotti e oggi da Maurizio Acerbo non ha dato spesso ottime prove di disciplina di partito, è lecito chiedersi: com’è andata a finire?

Salvo errori – non è sempre facile capire dietro un simbolo “civico” quali e quanti partiti vi partecipino – Rifondazione Comunista sarà presente alle elezioni comunali di 16 comuni capoluogo su 25 al voto il prossimo 11 giugno.
Solo a Parma presenta una lista col proprio logo di partito a sostegno di un candidato sindaco comune col Pci.

Negli altri 15 comuni:

  • Monza e Gorizia: lista comune e unica con Pci e Sinistra Anticapitalista;
  • Padova: lista comune con Sinistra Italiana, Possibile, ReteDem e Padova 2020, alleata con una lista civica del candidato sindaco;
  • Verona: lista comune con Sinistra Italiana e Possibile, alleata con una lista civica del candidato sindaco;
  • Genova e Lucca: lista comune e unica con Sinistra Italiana, Possibile e Pci;
  • La Spezia: lista unica “Spezia Bene Comune”;
  • Piacenza: lista comune e unica con Sinistra Italiana e Possibile;
  • Pistoia: “Lista Comunista”, alleata del Pd;
  • Frosinone: lista comune e unica con Sinistra Italiana, Possibile, Pci e Azione Civile;
  • Rieti: lista comune con Pci, Sinistra Italiana e Possibile, alleata del Pd;
  • L’Aquila: lista “L’Aquila Bene Comune/L’Aquila a Sinistra”, alleata con altre due liste civiche;
  • Lecce: lista comune e unica con Sinistra Italiana;
  • Taranto: lista “Taranto in Comune”, alleata con altre 3 liste civiche;
  • Palermo: lista comune con Sinistra Italiana e L’Altra Europa, alleata del Pd e Area Popolare.

A questo punto non resta che chiedersi quanto pagherà tanta variabilità di nomi, simboli, tattiche e compagni di strada? Attendiamo lunedì prossimo.

Lo stallo delle elezioni comunali 2016. Chi ha vinto davvero e perché? Verso dove va l’Italia dei renziani e dei grillini?

Le elezioni comunali del 2016 per una volta hanno riportato alla ribalta il valore del numero assoluto dei voti per stabilire chi ha vinto e chi ha perso. Le logiche del bipolarismo avevano via via trascurato questo dato a favore della mera quantità dei sindaci conquistati dal centrodestra e dal centrosinistra: 7 a 4, 8 a 5, ecc. Stavolta, invece, Pd e M5s si sono rintuzzati a vicenda il numero dei voti dell’uno e dell’altro. Sono due forze nazionali che per diffusione e popolarità possono confrontare numeri di una certa entità, ma il fenomeno è anche il sintomo che già si ragiona in termini di italicum, dove lo scontro nazionale sarà molto probabilmente proprio tra queste due forze, senza alleati e fiancheggiatori. E ricordiamo che quel giorno chi vincerà si prenderà letteralmente tutto il potere centrale.

Quante liste?

Guardando a tutti i comuni, indipendentemente dalla dimensione demografica, lo scorso 5 giugno sono andati al voto 1.342 città. Escludendo dal computo Friuli-Venezia Giulia e Sicilia, negli oltre 1200 comuni il M5s ha presentato il proprio simbolo in 230 città, il Pd in 142, la Lega Nord in 113 e in altre 25 città come Noi con Salvini, Forza Italia in 92, Fratelli d’Italia in 82. Tutte le altre forze politiche erano col proprio simbolo in poche decine di comuni. Questo perché nei piccoli comuni, dove si vota col maggioritario, è raro che si presentino i partiti nazionali col proprio logo. Lo fa in genere solo il M5s, allergico alle alleanze anche nei comuni di poche case. Le altre forze preferiscono liste civiche di coalizione. Altrove, nelle medie e grandi amministrazioni, in genere prevale il simbolo tradizionale se si è sufficientemente robusti da poter creare liste complete da soli, altrimenti si ricorre a biciclette, tricicli e insalate miste di forze politiche, lasciando che siano le preferenze a decidere chi debba prevalere. Ci sono però le eccezioni. A Salerno per esempio il Pd preferisce candidare i suoi uomini e le sue donne in diverse liste civiche, soprattutto nella lista “Progressisti per Salerno”.
In sostanza, però, si può notare che da quando è scomparsa la prima Repubblica prevalga in misura crescente il gusto di mettere in campo le liste civiche dai nomi più improbabili o liste politiche con nomi e simboli, per così dire, usa e getta, che cioè, finite le elezioni, sono destinati a scomparire.

Un problema di identità e di metodo.

Il proliferare di liste più o meno civiche o il fenomeno per cui i partiti nazionali a livello locale tendono a eclissarsi dietro nomi e simboli inediti anche nei grandi comuni, porta alla difficoltà di identificare rapidamente quale forza anima questa o quella lista. Era un problema che c’era già nelle elezioni politiche di 100 anni fa e che allora come oggi si può risolvere parzialmente solo guardando chi sono i candidati e studiando la stampa locale. In base a ciò abbiamo provato a guardare le liste e i risultati dei soli comuni capoluoghi andati al voto quest’anno, comprese Carbonia e Olbia, ma anche la città di Bolzano che ha votato un mese prima dopo appena un anno dalla volta precedente. Si tratta di 25 città che vanno da Torino e Milano fino a Cosenza e Crotone passando per Roma. Non sono in un numero e in una distribuzione tali da indurci a facili generalizzazioni nazionali, tuttavia restano un episodio elettorale non trascurabile che vale la pena analizzare.

Le 25 città possono essere riassunte nei risultati di 383 liste. In realtà le liste effettive sono di più, ma per esempio le sei liste “Cittadini per X” (dove X sta per il nome della città sede del voto) riconducibili a Cittadini per l’Italia (già Scelta Civica) si è preferito considerarle come espressione di un solo partito come si fa col Pd, il M5s o FI. Analogamente si è fatto con le nove liste dai nomi affini riconducibili ad Area Popolare (cioè l’Ncd di Alfano). Continua a leggere

Scusate la lealtà

Il partito trasversale dei Grandi Strateghi delle nostre sconfitte sembra ossessionato dall’idea di dover mettere in guardia l’elettore dal votare L’Altra Aci. Sel e il Pdci da Catania come splendide sirene hanno nuotato fino ad Aci Castello per spiegarci con le loro belle voci che non bisogna votare L’Altra Aci, ma il Partito Democratico. Ma come vuole la tradizione, chi volesse ascoltare queste sirene, è destinato a naufragare!
Cos’è L’Altra Aci? È una lista rossa animata da Sinistra Ecologia Libertà, Rifondazione Comunista e Azione Civile e che si ispira all’eurolista L’Altra Europa con Tsipras. Continua a leggere

Cosa ci dice e cosa non ci può dire la Sicilia

Raffaele Lombardo in Tv non ha mai brillato. Le sue doti non sono quelle del leader carismatico all’americana. Eppure il vecchio democristiano siciliano è più arrosto che fumo e la sua biografia politica sta lì a dimostrarcelo. Anche se non ha potuto avere un secondo mandato da Presidente della Regione Siciliana e il primo l’ha dovuto concludere leggermente anzitempo. Il personaggio è lucido e sa bene quanto la politica fatta solo per il potere sia guerra permanete. Un generale abile come lui sa quando è il momento di fare un passo indietro per farne due in avanti.
Riassunto per chi non c’era. Il presidente della provincia catanese Lombardo viene chiamato nel 2008 dal centrodestra per guidare la Sicilia dopo le dimissioni del suo noto gemello politico della Sicilia occidentale, Totò Cuffaro. Perché in Sicilia a destra si ragiona così. Si sa già che il centrosinistra non vincerà mai, quindi non serve affannarsi a cercare un candidato vincente, ne basta uno utile alla propria parte politica. Non è che i siciliani siano a vocazione conservatrice, ma hanno un’antica difficoltà a smarcarsi dagli atavici meccanismi clientelari. Le elezioni ridotte a mera ratifica dell’egemonia dei potenti.
Lombardo vince con Pdl, Mpa e Udc che controllano i loro bei 61 seggi su 90 all’Ars, lasciando il monopolio dell’opposizione al Pd. Ma il Presidente delle Regione eletto direttamente ha il potere di fare e disfare la propria giunta a piacimento e ben presto iniziano una serie di manovre per emancipare Lombardo dal Pdl, anche a colpi di rimpasto. Dicembre 2009: Pdl all’opposizione, mentre l’Mpa del presidente si avvicina e si lascia avvicinare lentamente da un Pd in crisi di astinenza da sala dei bottoni. Il Pd si giustifica sostenendo che è la mossa giusta per scardinare il sistema di potere del centrodestra. Crocetta in particolare ne è certo. E fin dal maggio 2009. Nel frattempo la giustizia indaga e sorge il dubbio che Lombardo non sia proprio uno stinco di santo. In attesa di essere assolti o condannati, con una politica nazionale in disfacimento, che poteva fare Lombardo? Aspettare che nell’ultimo anno di legislatura dell’Ars qualcosa cambiasse e tornare al voto contemporaneamente alle elezioni politiche del 2013? Roba da avventurieri. Meglio dimettersi e ritirarsi a vita privata subito dopo il rinvio a giudizio e andare così alle elezioni giusto sei mesi prima delle politiche, così da lasciare mano libera a tutti nella costruzione di coalizioni che non fossero il riflesso di quelle nazionali. Si creano le aggregazioni elettorali più credibili e utili, e allo stesso tempo si creano le condizioni perché dopo le elezioni verosimilmente si possa tornare a un governo di fatto demoautonomista, ma trazione inversa e sempre col Pdl all’opposizione. E infatti dopo le elezioni niente di strano che sostanzialmente dal governo Lombardo-Crocetta, si passi a uno Crocetta-Lombardo. Sempre lentamente, siamo mediterranei.

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Tenere delle elezioni il 28 ottobre 2012 vuol dire andare incontro a risultati da fine impero. Accadrebbe in Friuli come in Basilicata e Umbria. Le circostanze e il genio politico lombardiano hanno fatto sì che ciò avvenisse in Sicilia. Da fine marzo si vociferava di elezioni anticipate in Sicilia, ma siccome solo il 28 settembre si  potevano depositare le candidature, ci sono toccati sei lunghi mesi di campagna elettorale che hanno permesso a chiunque di poter sognare di poter approfittare del clima appunto da fine impero arrivato fin oltre lo Stretto, di quel limbo in cui il vecchio marcisce e il nuovo tarda ad arrivare. Gli aspiranti presidenti di regione spuntano in ogni angolo dell’isola e tra maggio e settembre si arriva a ben 11 candidature di ogni colore. Tutti, ma proprio tutti, hanno in comune il fatto di presentarsi come veri e propri rivoluzionari. E fanno bene. Il clima  in Italia è rivoluzionario. Oggi anche la persona più moderata auspica moti rivoluzionari violenti. Così ecco Cateno De Luca e l’estrema destra creare il cartello Rivoluzione Siciliana con tanto di “Quarto stato” di Pellizza da Volpedo e l’appoggio del Partito della Rivoluzione di Vittorio Sgarbi (sic!). Ecco Crocetta chiamare il suo listino “La rivoluzione è già iniziata”. Ecco Micciché che nella sua coalizione include il logo del Ppa con scritto “Piazza Pulita” ed ecco infine i Forconi ufficiali scendere in politica per la prima volta. Il centrodestra in crisi di credibilità si affida a Nello Musumeci, l’unico destro noto e sicuro immune presso il popolo da accuse antipolitiche. A sinistra intanto si autoimpone la candidatura di Claudio Fava l’integerrimo. E ovviamente non manca il MoVimento 5 Stelle, che proprio in Sicilia ebbe il suo debutto nazionale nel 2008 come “Amici di Beppe Grillo” per Sonia Alfano presidente.
Troppo facile farsi capopopolo rivoluzionari solo con le chiacchiere, soprattutto in Sicilia dove l’ignavia fatalista la fa da padrona. Però perché non provarci? In fondo le clientele scricchiolano, non reggono più bene come una volta, sono anzi in declino come ha fatto notare Ivan Lo Bello lo scorso 30 settembre. Nella terra con i risultati elettorali più ovvi d’Italia, tutto sembra diventare possibile. E Orlando vincitore lo scorso maggio a Palermo contro tutti sembra stare lì a dimostrarlo.
“Caro siciliano – sembravano dire tutti in coro – hai ragione, per una volta l’abitudine non paga, occorre un cambiamento radicale”. Ed giù un menu di 10 aspiranti presidenti sostenuti da ben 20 liste a dispetto dello sbarramento del 5% senza eccezione alcuna. Poi però arriva la campagna elettorale nel territorio e si scopre che la voglia di rivoluzione c’è sì, ma non è incanalabile nell’urna elettorale. Servirebbe ben altro. Altrimenti meglio starsene a casa, al più usare la cabina elettorale come sfogatoio discreto per scrivere improperi contro Nicole Minetti.

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Il 52,58% dei siciliani è rimasto a casa, un altro 3,85% ha fatto scheda bianca o nulla, totale 56,43% di astensione. Il rimanente 43,57% si è diviso in tre parti: poco più del 6% ha votato l’M5s e il 37,4% ha votato altro per inossidabile fiducia nel potere rinnovatore dei partiti o per amicizia verso qualche candidato deputato o perché come cliente non poteva astenersi.
Se infatti si focalizza l’attenzione sul 1.915.830 voti di lista, ben 83,53% risultano accompagnati da preferenza. In particolare i risultati di ben 13 partiti su 20 sono mediamente costituiti al 90,15% da voti di preferenza. In particolare i voti con preferenza di Mpa, Udc, Fli, Cantiere Popolare e Grande Sud sono oltre il 95% del totale delle singole liste, mentre Pd, Pdl, Crocetta Presidente, Nello Musumeci Presidente, Idv, Fds-Sel-Verdi, Rivoluzione Siciliana e Sturzo Presidente sono tutti ampiamente tra l’82% e l’88% dei voti con preferenza. Voi, M5s e Adc stanno intorno al 50%. tra questi due macro gruppi stanno intermedi i Forconi col 64% dei voti dei propri voti presi con preferenza. Pcl, Ppa e Udcons prendono la quasi totalità dei loro pochissimi voti voti senza preferenza.
Insomma 315.506 elettori (6,79% del totale) hanno votato una lista provinciale senza esprimere preferenze e di questi 141.423 hanno scelto il M5s.
Riassumendo: il 52,58% degli elettori è rimasto a casa, il 3,85% ha votato scheda bianca o nulla, il 2,34% ha votato solo per il presidente, il 34,44% ha votato con preferenza e il 6,79% senza preferenza. Tra chi ha votato, il 75% ha scelto partiti di governo e d’ordine, il 25% ha preferito M5s, Idv, Fds-Sel-Verdi, Forconi, Riv. Sic., Pcl, cioè partiti che hanno impostato maggiormente il proprio profilo sulla rottura pesante col passato. Se ne conclude che chi è all’opposizione in modo attivo (col voto) o passivo (con l’astensione) dello stato di cose presenti in Sicilia è il doppio di chi continua ad accordare la propria fiducia ai partiti tradizionali di governo o d’ordine, ma siccome gli oppositori attivi sono nettamente minoritari, alle urne prevalgono i conservatori del sistema col risultato che all’Ars gli unici deputati rappresentativi dei siciliani di opposizione sono solo 15 grillini.
A parte il M5s e pochissimi altri piccoli partiti, sembra che il resto della politica siciliana sia riuscita a portare alle urne solo la propria comunità politica più affezionata o comunque gli elettori più legati direttamente e a vario titolo agli interessi dei candidati provinciali in campo.

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Riepilogo storico dell’affluenza alle urne per le elezioni dell’Ars:

1947 – 79,8%
1951 – 81,7%
1955 – 86,9%
1959 – 85,7%
1963 – 81,4%
1967 – 81,6%
1971 – 81,4%
1976 – 85,9%
1981 – 76,2%
1986 – 77,8%
1991 – 74,4%
1996 – 66,1%
2001 – 63,5%
2006 – 59,2%
2008 – 66,7%
2012 – 47,4%

Per il rinnovo dell’Ars si è sempre votato a giugno, tranne quest’anno e nel 1947 (aprile). Quindi figurarsi se in quel tradizionale 20-30% di astensione non ci sia stato chi marinare le urne per andare a mare. Anche in Sicilia si assiste poi a quel fenomeno nazionale che vuole dal 1979 una crescente astensione elettorale interrotta parzialmente solo in casi davvero eccezionali. Per cui, come si vede sopra, prima del 1979 votava mediamente l’83%. Poi fino al 1991 si scende al 75% e nella seconda repubblica si crolla al 64%. Lungi da me accreditare tutto il 53% di non votanti al movimento oppositivo passivo (queste forzature le lascio fare ai cattolici fanatici nei referendum sulla procreazione assistita), però questo movimento esiste ed è probabilmente stimabile intorno al 16% dell’elettorato.
Dunque levata la tara degli astensionisti irriducibili tendenzialmente impolitici, levati gli astensionisti per caso (i fuori sede che non sono potuti tornare a casa perché è ottobre) per un totale del 36-37%, il resto è movimento d’opposizione passivo e “genuino” che insieme a quello attivo fanno circa il 31-32% di elettorato all’opposizione dello stato di cose presenti. I conservatori e i conformisti sono il rimanente 31%.
La mafia probabilmente c’è stata a macchia di leopardo. Sulla base di quello che la stampa riportava prima del voto da fonti della giustizia, e visti i numeri dopo, potremmo dedurre che la mafia in sé non pare aver stretto patti particolari, vecchio stile, validi in tutta l’isola. Possiamo ipotizzare in astratto che qualche singolo candidato possa anche aver attinto all’aiuto mafioso, ma in generale la mafia non si è mobilitata perché al momento non sa bene come e con chi tutelarsi meglio. È una mafia forte, ma molto in affanno che spesso nelle intercettazioni si lagna di essere tradita dalla politica.

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In tale contesto di forte astensionismo e davanti a una maggioranza di votanti molto conformista è difficile dire, per esempio, quanti siciliani siano oggi di destra o di sinistra. Lo stesso M5s poi si cautela dichiarandosi né di destra né di sinistra e lo stesso programma di Sicilia 5 Stelle alterna soluzioni progressiste e conservatrici a seconda dei temi. Fosse per i numeri allora sarebbe evidentissimo che il centro in Sicilia continua a farla da padrone tra voti andati a Mpa, Udc, Cantiere Popolare e persino a Sturzo Pr. e Voi. La sinistra anche volendola considerare in senso lato andando dal Pd e la lista Crocetta al Pcl, resta nettamente minoritaria anche se Crocetta si è rivelato il candidato presidente più popolare con poco più del 30% dei voti. Chissà col doppio turno che sarebbe successo. L’area democratica (Pd e lista Crocetta) insieme ai voti per Idv e sinistra sembra comunque in netto calo rispetto alla coalizione di centrosinistra del 2008. Per fortuna di Crocetta c’era l’Udc a compensare, nonostante il calo dovuto alla scissione di Cantiere Popolare.

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Scorrendo i dati elettorari saltano agli occhi una serie di anomalie.
1) Il primo partito dell’isola (M5s) non arriva neanche al 15% dei voti, cosa non spiegabile semplicemente col fatto che in campo ci fossero 20 liste, perché di queste comunque sei sono rimaste sotto l’1% e altre 5 sotto il 5%.
2) I risultati di uno stesso partito nelle nove provincie hanno alti e bassi non proprio fisiologici e non spiegabili semplicemente col fatto che ogni provincia avesse una lista di candidati diversa.
3) Il grado di popolarità dei partiti muta notevolmente da provincia a provincia, tanto che il primo partito dell’isola (M5s) è il primo partito “solo” in mezza Sicilia (Caltanissetta, Palermo, Ragusa, Siracusa e Trapani). Il Pd è il partito più votato a Enna e Messina; il Pdl ad Agrigento e Catania. E non sempre M5s, Pd e Pdl sono le prime tre liste più votate.
4) Il voto disgiunto ha sostanzialmente penalizzato solo Micciché (-4,6% rispetto alla propria coalizione) e favorito solo Cancelleri (+3,3%).
5) I candidati del M5s raccolgono tutti tantissime preferenze, anche se il 51% dei voti 5 stelle sono stati come si è detto d’opinione.

A mio avviso buona parte di questi fenomeni sono spiegabili in un solo modo. Essendo state quelle siciliane delle elezioni che hanno consultato una minoranza di elettori per disaffezione cronica di larghi stati della popolazione dalla vita democratica, è ragionevole ipotizzare anche alla luce di quanto detto sopra sulle preferenze, che mai come stavolta i risultati li hanno scritti i singoli candidati sul territorio. Chi è andato a votato in sostanza è andato giusto per votare Tizio, quindi l’affluenza e l’esito del partito è ricaduto sulle capacità di mobilitazioni di Tizio.

Se dunque i partiti volevano misurare con queste elezioni il grado di appeal di un partito rispetto a un altro, hanno fallito, nel senso che i numeri usciti sono inaffidabili e dicono solo quello che si sapeva già: “i gruppi sociali si stanno staccando dai loro partiti tradizionali”, per dirla alla Gramsci. La crisi di egemonia iniziata nel 2007 è ormai a livelli di allarme persino in Sicilia e se non vi si pone rimedio radicalmente e lucidamente, nel 2013 sarà un bagno di sangue per le classi dirigenti, i cui esiti, sul medio-lungo periodo per il resto della popolazione ansiosa di una (qualunque) rivoluzione,  non è possibile prevedere.

Ecco tutti gli oltre mille candidati per l’Assemblea Regionale Siciliana

Pubblicati in Gazzetta Ufficiale tutte le liste e i candidati per le regionali siciliane del 28 ottobre

La Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana ha pubblicato oggi i nomi di tutti i candidati per le prossime elezioni regionali. Gli aspiranti deputati sono un esercito di 1.286 candidati per 80 posti all’Ars (ma alcuni sono presenti in più province) che si daranno battaglia il prossimo 28 ottobre a colpi di preferenze. A questi vanno aggiunti gli 84 candidati dei listini regionali per gli ultimi dieci seggi all’Ars, tra i quali spiccano ovviamente i dieci capolista candidati a Presidente della Regione.

A sostegno dei dieci candidati presidente votabili in tutta la regione, ci sono venti liste provinciali delle quali sei non presenti in tutte le province. Così Micciché non potrà contare sul Ppa-Piazza Pulita a Catania, mentre Crocetta sarà privo dell’Unione Democratica per i Consumatori in tutte le province Siracusa esclusa, e Musumeci non avrà il sostegno dell’Alleanza di Centro a Catania e Ragusa. Sturzo non presenta liste provinciali solo a Catania, mentre il Pcl e il Voi della Pinsone saranno presenti in quattro provincie su nove solo col listino regionale.

Ben 74 deputati uscenti su 90 si ricandidano e altri cinque eletti nel 2008 e poi dimessisi durante la legislatura cercheranno il consenso necessario per tornare a Palazzo dei Normanni, come il candidato presidente Cateno De Luca. Tra i 16 che non si sono ricandidati spiccano i fratelli Lombardo, Francesco Musotto e Bernardo Mattarella.

Si vota solo domenica 28 ottobre dalle ore 8 alle 22. Per il Presidente della Regione si vota tracciando un segno sul nome o sul simbolo del candidato presidente. Per votare per un candidato alla carica di deputato regionale, basta tracciare un altro segno sulla lista provinciale del candidato scrivendo accanto il relativo nominativo. È possibile votare una lista regionale ed una lista provinciale non collegate fra loro. Se si omette di votare per una lista regionale, ma si esprime validamente un voto per una lista provinciale, il voto si intende espresso anche a favore della lista regionale collegata. Viceversa il voto va solo alla lista regionale.

Lo Bello: «Lombardo è stato il peggiore governo possibile della storia siciliana»

Il Vice presidente di Confindustria critica duramente il Pd siciliano per l’appoggio alla giunta Lombardo e a Crocetta chiede meno timidezze e più discontinuità

È stato un intervento tutt’altro che rituale quello svolto ieri dal vice presidente per l’Education di Confindustria Ivan Lo Bello alla Conferenza nazionale del Pd per il Mezzogiorno di Lamezia Terme. L’ex leader degli industriali siciliani davanti a Bersani ha espresso con forza tutte le sue critiche sulla tattica del Pd siciliano. Secondo Lo Bello negli ultimi anni «una parte del Pd ha portato avanti una storia vecchia e cioè l’idea che un partito di sinistra non potrebbe mai vincere o governare da solo» in una terra difficile come la Sicilia. Un grave errore di sottovalutazione per l’imprenditore catanese, perché così il Pd ha dimostrato di non sapere cogliere «i grandi mutamenti sociali ed economici che stanno interessando la Sicilia e il Mezzogiorno» dovuti anche al tramonto della spesa clientelare e assistenziale.
Per Lo Bello il modello politico per cui si crea consenso spendendo risorse pubbliche è ormai agli sgoccioli in tutto il Sud, perché queste sono sempre meno e la società sta mutando. Occorrerebbe invece puntare su governi che sappiano redistribuire le risorse create dall’economia reale, dai lavoratori e dalle industrie meridionali.
A dispetto di ciò «una parte del Pd – ha aggiunto l’ex presidente di Confindustria Sicilia – ha pensato che l’unica soluzione per governare fosse governare col peggiore governo possibile della storia siciliana. Questo è un tema sul quale si deve riflettere perché si è classe dirigente e si vince una battaglia politica quando si è coerenti con la propria storia, quando si ha capacità di innovazione, di rappresentare il nuovo e non il vecchio Mezzogiorno».
Pochi e brevi gli applausi in sala, fra un Bersani freddo al tavolo della presidenza e un Bassolino perplesso in platea. Tuttavia Lo Bello non ha mancato di dare il suo appoggio al candidato democratico Rosario Crocetta («persona che stimo, col quale abbiamo fatto tante battaglie contro la mafia»), pur non mancando di ricordare che ha avvisato l’ex sindaco di Gela che «la campagna elettorale si vince se si è in grado di rappresentare una discontinuità reale e forte rispetto alla precedente stagione. Ad oggi – ha chiosato Lo Bello – permangono alcune timidezze in una parte della classe dirigente del Pd che vanno superate rapidamente altrimenti troverete grosse difficoltà in questa campagna elettorale anche se Fava si è ritirato».

Guarda l’intervento di Ivan Lo Bello su YouDem: http://www.youdem.tv/doc/243938/conferenza-nazionale-del-pd-per-il-mezzogiorno-ivan-lo-bello.htm

Elezioni regionali, 11 i candidati alla presidenza della Sicilia

Depositate le liste di 18 partiti, ora al vaglio dell’Ufficio centrale regionale

È scaduto ieri alle 16 il termine ultimo per i partiti per depositare liste e listini da sottoporre al voto dei siciliani il prossimo 28 ottobre. Salvo sorprese dell’ultima ora – ogni decisione definitiva della Regione sulle candidature verrà presa entro il 6 ottobre – sono dunque undici gli aspiranti governatori, di cui due donne dopo la sostituzione di Claudio Fava con Giovanna Marano.

In principio a candidarsi è stato Cateno De Luca, leader di Sicilia Vera che lo scorso 28 luglio a Enna ha creato la lista Rivoluzione Siciliana con il Partito della Rivoluzione di Vittorio Sgarbi, il Movimento dei Forconi di Martino Morsello e Forza Nuova di Roberto Fiore. Appoggiano Rivoluzione Siciliana con propri candidati anche il Partito Autonomista Siciliano, il Partito del Popolo Siciliano e il Partito Nazionale Autonomo. Rivoluzione Siciliana potrà contare anche sull’appoggio del Movimento Patria Nostra.

Dal 6 giugno è in campagna elettorale Rosario Crocetta, europarlamentare del Pd sostenuto oltre che dalle liste del partito di Bersani, anche da quelle dell’Udc e di Crocetta Presidente. Con Crocetta anche il Psi e l’Api di Rutelli, che tuttavia non presentano proprie liste.

Era partita il 9 giugno la campagna elettorale di Claudio Fava sostenuto da Idv e dalla lista che unisce Sel, Federazione della Sinistra (Prc-Pdci), Verdi e Un’Altra Storia di Rita Borsellino. Dal 27 settembre la candidata della sinistra è però Giovanna Marano la quale in caso di vittoria nominerebbe Fava vicepresidente della Regione Siciliana.

Dal 28 giugno è in corsa anche Gaspare Sturzo, pronipote del più noto Luigi. Sturzo, magistrato ordinario, già componente della Direzione Antimafia di Palermo, è sostenuto da una lista che unisce il suo Italiani Liberi e Forti con Italia Giovane Solidale e il Movimento Civico Solidale.

All’estrema sinistra si pone Giacomo Di Leo, dallo scorso 23 luglio candidato del Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando. Il Pcl ha presentato liste per l’Ars in tutta l’isola, meno che nella provincia di Palermo.

Il 4 agosto anche i grillini del MoVimento 5 Stelle siciliano hanno designato il geometra nisseno 37enne Giancarlo Cancelleri loro candidato Presidente.

Il 13 agosto sono scesi in campo anche i Forconi candidando il loro leader Mariano Ferro alla presidenza regionale con l’appoggio e la presenza di candidati degli storici indipendentisti del Fronte Nazionale Siciliano di Giuseppe Scianò.

Dal 22 agosto è in campo anche il giornalista Davide Giacalone, 53 anni, già collaboratore di Vincenzo Muccioli e consigliere del ministro repubblicano della Poste Oscar Mammì dal 1987 al 1991. Collaborare di Libero e voce quotidiana di  RTL 102.5, guida da giugno il partito LeAli alla Sicilia, le cui liste godono anche dell’appoggio del Pri di Francesco Nucara, dei Liberal Democratici di Daniela Melchiorre, di Sicilia Confederata di Gianni Lo Piccolo, e pare anche di Italia Futura di Montezemolo.

Sempre il  22 agosto su proposta di Gianfranco Micciché il Pdl, Cantiere Popolare (Popolari di Italia Domani, Azione popolare, Movimento Cristiano dei Lavoratori e Patto Cristiano Esteso) e La Destra di Storace hanno deciso di puntare su Nello Musumeci per riconquistare la poltrona di Palazzo d’Orleans. Musumeci è sostenuto oltre che dalle liste di Pdl e Cp, anche da quelle di Nello Musumeci Presidente e gode dell’appoggio della Fiamma Tricolore, dell’Udeur e del Movimento di Responsabilità Nazionale di Domenico Scilipoti.

Tuttavia il 28 agosto Gianfranco Miccichè ha rinunciato a sostenere Musumerci per divenire il candidato Presidente oltre che del suo Grande Sud, anche del Partito dei Siciliani-Mpa di Raffaele Lombardo, del Fli di Fini e del Partito Pensiero e Azione. Quattro liste che vedono anche candidati del Pli e del Movimento Popolare Siciliano nelle liste di Fli. Miccichè gode anche del sostegno del Movimento per la Gente di Maurizio Zamparini.
Il 3 settembre ha deciso di candidarti anche Lucia Pinsone, docente di matematica e presidente della RIDAS, associazione che si occupa di assistenza ai disabili. La Pinsone corre per il VOI – Volontari per l’Italia.

Come si vede, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Fava si arrende, al suo posto Giovanna Marano (FIOM)

Il leader della sinistra siciliana resta “candidato” vicepresidente

Alla fine Claudio Fava si è arreso all’evidenza. L’errore c’è, oggettivo e dunque il prossimo 28 ottobre non potrà né votare né essere votato alle elezioni regionali siciliane. Dopo una lunga serie di incontri e discussioni, la coalizione faviana (Idv, Sel, Prc, Pdci, Verdi e Un’Altra Storia di Rita Borsellino) ha scelto di candidare a erede di Raffaele Lombardo la sindacalista Giovanna Marano della Fiom-Cgil.
Ieri pomeriggio alle 17, a circa 24 ore dallo scoppio del caso Fava, il giornalista e sceneggiatore di Sel ha tenuto una conferenza stampa dove ha presentato la Marano chiarendo che comunque in caso di vittoria di quest’ultima, potrà essere nominato vicepresidente della Regione Siciliana. Tuttavia Fava non ha mancato di prendersela con la legge elettorale annunciando di volere presentare ricorso contro una legge che definisce «feudale e evidentemente incostituzionale», aggiungendo di ritenere «leso il mio diritto di cittadino di non poter essere candidato in Sicilia secondo una norma che è servita fino ad oggi a dare orgoglio, privilegio e pregiudizio ad una sorta di jus sanguinis ingiusto». Il dirigente di Sel se l’è presa pure col ministro dell’Interno da cui è partito tutto: «Credo non ha precedenti – ha detto Fava – un ministro dell’Interno che interviene per giudicare illegittima sul piano delle forme la candidatura alla presidenza della Regione di uno dei candidati, offendo delle motivazioni bizzarre, confuse e piuttosto fantasiose».
L’ultimo mese di campagna elettorale sarà dunque condotto da e per l’acese Giovanna Marano, infermiera di 53 anni che negli ultimi anni si è distinta come segretaria regionale della Fiom. Pur venendo dai Ds, la Marano dopo lo scioglimento del partito non ha più preso tessere, pur simpatizzando per la Sel di Nichi Vendola. Nella Cgil fin dalla fine degli anni Ottanta, Marano è stata membro della segreteria regionale della Funzione pubblica dal 1995 al 2003, quando fu eletta all’unanimità al posto di Claudio Sabattini segretaria della Fiom siciliana, incarico che ha mantenuto fino allo scorso 2 maggio. A luglio ha sostituito Giorgio Cremaschi alla presidenza del Comitato Centrale della Fiom. È stata anche componente della segreteria regionale Cgil occupandosi di pubblico impiego, sanità, politiche sociali e industria.

Per Lavika Web Magazine.

Fava incandidabile perché residente a Roma. Al suo posto Giambrone?

Il candidato presidente della sinistra ha fatto il cambio di residenza in Sicilia nove e non almeno quattordici giorni fa

La burocrazia e un po’ di noncuranza rischiano di rendere inutili i quasi quattro mesi della campagna elettorale di Claudio Fava. La legge elettorale regionale stabilisce che può votare ed essere votato solo chi risiede in un qualsiasi comune della Sicilia. In particolare l’articolo 14 bis, comma 13 – lett. c) stabilisce che entro domani gli aspiranti candidati devono depositare i «certificati attestanti l’iscrizione del capolista e di tutti gli altri candidati nelle liste elettorali di un qualsiasi comune della Regione siciliana». E il capolista di un listino regionale è il candidato alla Presidenza della Regione.
Fava all’inizio di questa campagna elettorale iniziata lo scorso 10 giugno, era residente a Roma. Per votare e farsi votare ha spostato la residenza nel comune di Isnello, provincia di Palermo. Tuttavia la registrazione di qualunque variazione nelle liste elettorali siciliane deve avvenire entro il 13 settembre, cioè 45 giorni prima delle elezioni del 28 ottobre, così come previsto dall’articolo 32, quarto comma, del Dpr 223/1967 e ricordato lo scorso 31 agosto dalla circolare del Ministero dell’Interno 36/2012, ma appunto al 13 settembre scorso Fava non risultava ancora iscrivibile nelle liste elettorali di Isnello, perché ha inoltrato domanda il 18. Cinque giorni di ritardo che rischiano di bruciare 107 giorni di campagna elettorale.
Nel pomeriggio di ieri il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, a margine del question time rivela che sulla candidatura di Fava esiste «un dato tecnico che approfondiremo, ma che temo fondato perché sembrerebbe non siano stati rispettati i tempi di presentazione. Sarebbe un dato oggettivo e sarebbe un’irregolarità difficilmente sanabile». Di più il ministro non dice, ma è abbastanza da fare scoppiare il giallo. Fava, dal canto suo, su Facebook commenta che «sembra esserci in corso un tentativo di mettere in giro informazioni infondate che riguardano presunte irregolarità di liste e listini ancora non presentati. Una notizia talmente grottesca che mi spinge solo a rafforzare il mio impegno nella campagna elettorale di Libera Sicilia». Ma qualche ora dopo il tono è diverso e avverte che «se qualcuno pensa di fermarci col cavillo burocratico di una data su un documento sbaglia. Sarebbe un golpe contro la volontà dei siciliani».
Sarà pure un cavillo, ma su questo la coalizione che sostiene Fava (Idv, Sel, Federazione della Sinistra, Verdi) non ci ha letteralmente dormito tutta la notte. Si è infatti conclusa solo poco prima delle sei di questa mattina nella sede dipietrista di Palermo il vertice dei segretari di Idv Fabio Giambrone, di Sel Erasmo Palazzotto, dei Verdi Carmelo Sardegna, di Rifondazione comunista Antonio Marotta, alla presenza di Claudio Fava e di Leoluca Orlando, portavoce Idv e sindaco di Palermo. Pare che si vada verso la sostituzione di Fava con Fabio Giambrone che attualmente è anche vicecapogruppo al Senato dell’Idv. Se quest’ultimo vincesse le elezioni, nominerebbe Fava vicepresidente della Regione Siciliana.
Atteso per stamattina un nuovo vertice risolutore. Le liste dei candidati vanno presentate entro le ore 16 del 28 settembre.

Per Lavika Web Magazine.

Elezioni in Sicilia, cinque i simboli bocciati

Modificato e ammesso il logo del Movimento Libera Italia

Ultimata la revisione dei simboli elettorali per le prossime elezioni regionali siciliane depositati lo scorso 16 settembre. L’Assessorato regionale alle Autonomie Locali ha bocciato cinque simboli e ha spinto a modificarne uno.
Non potranno quindi partecipare alle elezioni Indipendenza e Produttività di Lorenzina Grasso, il Movimento Noi Consumatori e il Movimento Noi Consumatori Anti-Equitalia (i cui candidati dovrebbero presentarsi nelle liste di Nello Musumeci Presidente), la Lega Sud Ausonia e il Movimento Giusto Governo delle Famiglie. Via libera invece al Movimento Libera Italia dopo l’inserimento del nome di questi nel simbolo.
A quanto punto ai 42 partiti rimasti non resta che decidere se presentare le liste dei candidati tra il 27 e il 28 settembre e sottoporsi quindi al giudizio degli elettori un mese dopo.

Per Lavika Web Magazine.