Sulla “scandalosa” nomina di Valeria Fedeli

L’ultima grande sciocca polemica rivelatrice della profonda ignoranza politica dell’elettore medio riguarda ora i titoli di studio della ministra dell’istruzione. Senza entrare sui motivi reali della polemica e sulla sua reale consistenza, mi interessa di più il successo che sta suscitando. Il ragionamento è semplice: chi non ha adeguati titoli di studio non dovrebbe fare il/la ministro/a. Facile, no? E sarebbe altrettanto facile ricordare che Benedetto Croce e Franco Maria Malfatti ricoprirono lo stesso ruolo della Fedeli senza essersi mai laureati, ma così scadremmo nel formalismo e in una sorta di giustificazionismo per diritto consuetudinario. La questione è più seria. Quando si parla di politica il titolo di studio è relativo. In particolare da chi viene posto a capo di un ministero deve essere pretesa non necessariamente una gran competenza tecnica (per quella ci sono già altre persone), ma una notevole capacità di direzione politica, una cosa che non si impara neppure frequentando scienze politiche. In altre parole la capacità di direzione politica è l’abilità di saper usare le risorse che si hanno a disposizione per far funzionare meglio il ramo dell’apparato statale a cui si è preposti dirigendolo verso un chiaro fine politico. Pertanto certe polemiche di questi giorni sono o fuori luogo o l’ennesimo segnale di un pericoloso analfabetismo politico di massa.
Chiariamo meglio con qualche caso illustre. Enzo Biagi fu un grande giornalista e lo sapeva, ma era il primo ad ammettere che non era minimamente capace di fare il direttore di quotidiani. Certo non gli mancavano le competenze giornalistiche, certo conosceva i giornali e le sue dinamiche interne, ma non era capace di guidare una redazione. Ci provò una volta sola col “Resto del Carlino” nel 1970 e gettò la spugna dopo un anno. Con lo Stato è la stessa cosa: puoi essere uno stimatissimo medico primario e non essere capace di fare bene il ministro della sanità. Zhou Enlai pare conoscesse 16 lingue e di certo benissimo l’inglese (lo conferma Kissinger), ma da ministro degli esteri e da primo ministro cinese fece sempre ricorso ai traduttori.
Giudicare preventivamente la qualità dei ministri sfogliando un curriculum come fanno i padroni quando devono assumere un quadro aziendale è un’aberrazione o un’ingenuità degna dei qualunquisti storici che teorizzavano lo “Stato amministrativo” o degli zelanti difensori della superiorità dei governi “amministrativi” o “tecnici” che dimenticano sempre che questi ultimi sono sempre esecutivi politici. E anche qui sarebbe facile ricordare che la tecnicamente espertissima prof.ssa Elsa Fornero non è certo ricordata come un’ottima ministra del lavoro e delle politiche sociali.
La ministra Fedeli non gode della mia fiducia non perché non ha mai fatto l’Università, ma perché è tutto il governo Gentiloni che penso non abbia la capacità, la lucidità e la voglia di pilotare la macchina statale verso i bisogni delle masse. Allo stesso tempo e analogamente non ho fiducia nei politici che esprime il M5s non perché siano di bassa o mediocre scolarità, ma perché non capendo un’acca di politica non fanno granché per rimediare alle loro lacune e confusioni e ciononostante pretendono con ansia totalitaria tutto il potere per sé escludendo tutti quelli che non la pensano come loro.
In politica si può essere grandi con poco e si può essere piccoli con molto. Quello che fa la differenza sono una serie di doti che non si possono né apprendere su un manuale né improvvisare. A volte persino non basta una vita in politica per sviluppare doti come la sagacia e la chiaroveggenza.
Se fosse mera questione di tecnica, tanto varrebbe stabilire che certi ruoli vadano non a chi ha la laurea, ma solo a chi esce dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione!
Preferirei che rimanessimo il paese che ha dimostrato che in politica si può essere dei giganti al servizio dei lavoratori come il bracciante Giuseppe Di Vittorio, il cui unico diploma scolastico fu quello della terza elementare preso da adolescente alla scuola serale.

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Popolarità su Facebook delle organizzazioni, delle frazioni e delle anime a sinistra

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Pubblico per mera curiosità statistica e in ordine di popolarità ovvero di “mi piace” alla data di oggi, le pagine Facebook ufficiali delle organizzazioni e delle forze politico-culturali collocate a sinistra, sperando di non aver dimenticato nessuno. A titolo di paragone ricordiamo che il MoVimento 5 Stelle ha 949.706 mi piace, il solo Beppe Grillo 1.975.674, e Matteo Renzi 1.031.657.

Partito Democratico 185.567 “mi piace”
A.N.P.I. Associazione Nazionale Partigiani d’Italia 152.507
Azione Civile 113.589
Sinistra Ecologia Libertà 112.655
CGIL Confederazione Generale Italiana del Lavoro 83.202
L’Altra Europa con Tsipras 78.280
Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo 69.342
Partito della Rifondazione Comunista 58.759
Libertà e Giustizia 40.652
Arci nazionale 35.239
InfoAut 29.380
Possibile 27.528
Insurgencia 25.531
Centro Sociale Rivolta 24.911
Notavinfo Notav 24.331
Coalizione Sociale 21.272
centro sociale askatasuna 19.582
ACT agire, costruire, trasformare 18.955
CSOA La Strada 18.363
Centro Sociale Cantiere 18.131
Sinistra Italiana 17.120
Partito Comunista 15.354
Csoa Corto Circuito 14.964
Csoa Gabrio 14.678
Communia 14.572
Unione Sindacale Di Base 13.696
Pedro Centro Sociale Occupato 13.093
Acrobax 13.073
Federazione Verdi 12.897
Vag61 12.867
Collettivo Militant 11.532
Italia dei Valori 11.357
CSA Magazzino47 11.099
Centro Sociale Zapata Genova 11.041
CSA DORDONI 10.899
CPA Firenze Sud 9.773
Csoa Spartaco 9.749
CSOA Terra Di Nessuno 9.502
Collettivo Autorganizzato Universitario Napoli 9.449
CSA Baraonda 9.440
Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito 9.364
Centro Sociale ExKarcere 8.961
CSOA Lambretta 8.957
Foa Boccaccio 8.831
c.s.a. Pacì Paciana 8.668
Centro Sociale Bruno 8.577
Mensa Occupata 8.507
Partito Comunista Italiano 8.423
Associazione Marx XXI 8.354
CSOA Scurìa Foggia 7.786
Sinistra Anticapitalista 7.689
Associazione demA 7.571
FSI – Fronte Sovranista Italiano 7.569
Partito Comunista dei Lavoratori 7.522
Centro Sociale Anomalia 7.451
CSOA COX18 7.316
CSOA Pinelli 7.155
Sapienza Clandestina 6.793
Comitato Popolare Experia Catania 6.767
Csoa Ex Mattatoio Pg 6.686
Csa Sisma 6.630
CSOA Forte Prenestino 6.503
Centro Sociale Casaloca 6.438
Centro Sociale Rialzo 6.393
Collettivo Politico Scienze Politiche Firenze 6.232
OfficinaRebelde Catania 6.010
Csoa Spartaco Iskra SMCV 5.806
Csoa Angelina Cartella 5.413
Movimento RadicalSocialista 5.303
Csa Jan Assen Salerno 4.957
Partito Di Alternativa Comunista 4.940
csoa Tempo Rosso 4.893
CSA KAVARNA 4.877
Spazio Sociale Ex Cinquantuno 4.863
Csa Oltrefrontiera 4.730
Movimento Popolare Di Liberazione 4.583
Partito Socialista Italiano Psi 4.291
Noi Saremo Tutto 4.196
Csa Astra 4.136
Centro Sociale Liotru 3.755
SinistraDem – PD 3.751
Csoa Officina Trenino 211 3.666
Sinistra Lavoro 3.663
Fronte Popolare 3.605
Centro Sociale La Resistenza Ferrara 3.592
Red Militant 3.546
CSOA Terra Rossa 3.344
Csoa Fucine dell’Eco 3.167
Battaglia Comunista 3.048
PD Sinistra Riformista 2.950
Csoa eXSnia 2.899
Rivoluzione 2.875
Csa Asilopolitico 2.865
CSOA Ex Coni “Anzacresa” 2.846
Partito dei CARC 2.714
Centro Sociale Autogestito Depistaggio 2.569
Patria Socialista 2.298
Rete dei Comunisti 2.274
Csoa Auro 2.101
CSOA Macchia Rossa Magliana 2.061
ColPo Collettivo Politecnico 1.987
ross-a 1.936
Lega dei Socialisti 1.872
ReteDem – PD 1.853
Sinistra è cambiamento – PD 1.756
Risorgimento Socialista 1.693
SLEBest (SpazioLiberatoExBredaEst) 1.527
Futuro a Sinistra 1.470
Associazione Ecologisti Democratici 1.417
Collettivo Scintilla 1.414
Prima le persone 1.412
Gagarin 61 1.283
Associazione Controcorrente 1.233
Proletari Comunisti Italiani 1.230
Nuovo – Partito comunista italiano 1.052
Libertà e Diritti – Socialisti europei – PD 1.033
Genova City Strike-NST 996
Diem25 Italia 981
n+1 930
Nido Di Vespe – Comitato di Lotta Quadraro 613
Movimento per la Rifondazione Socialista 568
per il Partito del Lavoro 522
Proletari Comunisti 521
Clash Collettivo Studentesco 496
Collettivo Universitario Catanese 345
Partito di Unità Comunista-pduc 289
Centro Sociale Ipo’ 270
Utopia Rossa 270

Renzi e Gentiloni: dal governo diroccato al governo arroccato

Aver riproposto nel giro di una settimana il governo Renzi senza Renzi e la Giannini, è come riproporre un biscotto nauseante tale e quale ma senza olio di palma.

Si dice che squadra che vince non si cambia, per cui ne deduco che il 4 dicembre i ministri del governo Renzi erano impegnati non nel referendum, ma nelle elezioni austriache a sostenere il candidato verde. Mi sarò confuso io. Del resto, se non si fosse ancora capito, loro sono loro e io non sono ecc.

In altri tempi più lucidi e democratici al governo Renzi sarebbe succeduto un esecutivo di transizione, magari un monocolore PD con qualche indipendente in attesa di inaugurare una nuova legislatura e formare un nuovo governo.

Certo, c’è il problema che le camere non si possono sciogliere subito, ma questo non giustifica un esecutivo di arroccamento per salvare il salvabile.

La coalizione di governo è minoritaria nel paese e maggioritaria solo nel Parlamento. E questo non da una settimana, ma da anni. I risultati delle europee 2014 già ce lo avevano detto. Le amministrative, pur nella loro parzialità, sembravano confermarlo. Il referendum l’ha ribadito a gran voce. Dunque serve un nuovo Parlamento che rispecchi nel bene e nel male la situazione del paese reale e su questa base arrivare a un governo forse non migliore, ma che almeno goda della fiducia di una maggioranza reale di cittadini italiani. Che ognuno pesi nelle decisioni politiche per quello che vale in popolarità, senza trucchi e senza inganni.

Lo sprint opportunista di Renzi di andare subito alle urne è fallito per evidente irrealizzabilità. Si è “accontentato” di continuare a governare per interposta persona a patto di andare a votare al primo momento utile dopo il 24 gennaio. E cioè quando? Se la Corte Costituzionale dirà la sua il 24-25 gennaio, poi occorrerà aspettare un mese per leggere le motivazioni delle sue sovrane decisioni. A quel punto si potrebbe andare a votare subito col porcellum costituzionalizzato al Senato e con l’italicum costituzionalizzato alla Camera sciogliendo il Parlamento intorno al 1° marzo e votando il 7 maggio. Oppure attendere una nuova legge elettorale da scrivere e approvare a marzo. In questo caso, sciogliendo le camere il 1° aprile, si voterebbe il 4 o l’11 giugno. Se entro il 16 aprile non si potessero sciogliere le camere perché il Parlamento non sarebbe stato ancora in grado di approvare una nuova legge elettorale, a quel punto la fine della legislatura slitterebbe di almeno tre mesi e si voterebbe il 24 settembre. Ma chi farebbe campagna elettorale ad agosto? E allora meglio sciogliere per esempio il 27 agosto e votare il 5 novembre o a quel punto meglio ancora (per amore di vitalizio) aspettare almeno il 15 settembre e votare il 27 novembre. Sempre che a quel punto non prevalga la tentazione nella maggioranza di arrivare a scadenza naturale e sciogliere il parlamento entro il 10 dicembre 2017 e votare il 18 febbraio 2018. Mi pare che molto dipenderà dalle dinamiche interne al PD e a che congresso (anticipato) si vorrà dare.

Prima si chiude questa legislatura meglio è, e personalmente spero entro il 2 aprile. Tuttavia, come ci insegna il fallimento del renzismo, la premura non deve portare ad accettare un accordo su legge elettorale pasticciata. Altrimenti con questa legislatura saranno più i problemi nuovi che si apriranno che quelli che si chiuderanno.

Le 38 organizzazioni politiche in Parlamento

Le 38 organizzazioni politiche in Parlamento divise in 23 delegazioni che Mattarella consulterà da domani. Nel 1987 non si andava oltre i 14-15 partiti. Poi arrivarono la seconda Repubblica e il maggioritario….
Intendiamoci: il problema non è il numero, ma la qualità e la reale capacità di rappresentare la società italiana.
N.b.: tra parentesi quadra è indicata la posizione assunta sul referendum costituzionale: 21 per il No e 17 per il Sì. In neretto i partiti che nel 2013 hanno eletto parlamentari con liste proprie o dove era esplicitata la propria partecipazione.

Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (https://www.facebook.com/LibPopAut/) [Sì]
Alternativa Libera (www.alternativalibera.org) [No]
Alternativa per l’Italia – Euro-Exit (www.alternativaitalia.it) [No]
Centro Democratico (www.ilcentrodemocratico.it) [Sì]
Conservatori e Riformisti (www.conservatorieriformisti.it) [No]
Democrazia Solidale (www.democraziasolidale.it) [Sì]
Fare! (www.farecontosi.it) [Sì]
Federazione dei Verdi (www.verdi.it) [No]
Forza Italia (www.forza-italia.it) [No]
Fratelli d’Italia (www.fratelli-italia.it) [No]
Idea – Identità e Azione, Popolo e Libertà (www.movimentoidea.it) [No]
Insieme per l’Italia (www.italiainsieme.org) [No]
Italia dei Valori (www.italiadeivalori.it) [Sì]
Lega Nord – Noi con Salvini (www.leganord.org) [No]
Liguria Civica (www.liguriacivica.it) [No]
Moderati (www.moderatiportas.it) [Sì]
Movimento Associativo Italiani all’Estero (www.maiemondiale.com) [Sì]
MoVimento 5 Stelle (www.beppegrillo.it/movimento/) [No]
Movimento la Puglia in Più (www.lapugliainpiu.it) [Sì]
Movimento Partito Pensiero e Azione (https://www.facebook.com/movppa/) [No]
Movimento Politico Libertas (www.movimentolibertas.org) [No]
Movimento Politico Stella Alpina (www.stella-alpina.org) [Sì]
Movimento X (www.progettox.it) [No]
Nuovo Centrodestra (www.nuovocentrodestra.it) [Sì]
Partito Autonomista Trentino Tirolese (www.patt.tn.it) [Sì]
Partito Democratico (www.partitodemocratico.it) [Sì]
Partito Liberale Italiano (www.partitoliberale.it) [No]
Partito Repubblicano Italiano (www.partitorepubblicanoitaliano.it) [No]
Partito Socialista Italiano (www.partitosocialista.it) [Sì]
Popolari per l’Italia (www.popolariperlitalia.org) [No]
Possibile (www.possibile.com) [No]
Scelta Civica (www.sceltacivica.it) [Sì]
Sinistra Ecologia Libertà (www.sinistraecologialiberta.it) [No]
Südtiroler Volkspartei (www.svp.eu) [Sì]
Unione di Centro (www.udc-italia.it) [No]
Unione per il Trentino (www.unioneperiltrentino.it) [Sì]
Unione Sudamericana Emigrati Italiani (www.usei-it.org) [No]
Union Valdôtaine (www.unionvaldotaine.org) [Sì]

Perché abbiamo avuto i berlusconiani ma non i renziani.

Lo si è detto tante volte tra il serio e il faceto: Renzi è figlio di Berlusconi, Renzi è un Berluschino, ecc. C’è del vero perché in effetti l’avvento di Renzi nel centrosinistra ha significato introdurre una prassi politica e comunicativa perfettamente coerente con la logica di una politica intesa solo come ricerca del consenso attraverso l’agitazione di parole d’ordine e immagini patinate. La politica intesa cioè come una vittoria sull’avversario che premia chi la spara meglio e che presuppone e postula un elettorato tendenzialmente stupido e manipolabile. Questo era il berlusconismo e questo è il renzismo. Di più il renzismo ci ha messo maggior spregiudicatezza e più giovanilismo, ai limiti di un anacronistico yuppismo, anglicismi inclusi. I successi del berlusconismo dal 1994 avevano spinto il campo del centrosinistra ben prima di Renzi a rincorrere quel modello, ma sempre in ritardo e in modo goffo. Renzi si è limitato a perfezionarlo e applicarlo con più convinzione fino a spingere Berlusconi con invidia a riconoscergli di aver superato il maestro.
Tuttavia il berlusconismo creò i berlusconiani, mentre il renzismo non è stato capace di creare i renziani. Quando si parlava di berlusconiani, infatti, venivano in mente tanto i politici vicini al grande capo della destra italiana, quanto i suoi tanti ammiratori comuni che non di rado rasentavano l’innamoramento fanatico.
Quando invece parliamo di renziani a venire in mente sono solo i privilegiati di cui si è circondato Renzi nella sua ascesa e soprattutto al potere una volta conquistato Palazzo Chigi. Ma i renziani intesi come popolo di ammiratori sfegatati dell’extraparlamentare di Rignano sull’Arno, quelli, appunto, non esistono. Il Presidente del Consiglio si sarà illuso di averli avuti, avrà davvero pensato di aver creato un popolo tutto suo che lo avrebbe trainato di avventura in avventura, di vittoria in vittoria. Vuoi per le sue idee persuasive, vuoi per le mance distribuite con qualche provvedimento legislativo. Invece Renzi ieri ha dovuto prendere atto della realtà: «Non credevo mi odiassero così tanto». In realtà non esistono 19 milioni di italiani che lo odiano, semplicemente non ne esistono abbastanza disposti a fidarsi ciecamente di lui, neppure nel suo partito. A parità di tattiche e strategie, cosa è mancato a Renzi che Berlusconi invece ha avuto, tra alti e bassi, per quasi vent’anni? Probabilmente la saggezza di saper riconoscere errori e campanelli d’allarme lungo il suo cammino e di saper mantenere una ipocrita connessione sentimentale con l’elettorato. Berlusconi recitava la parte del seduttore che ti ama senza chiedere nulla in cambio. E funzionava. Renzi invece dava sempre l’idea di essere un seduttore che prima di amarti vuole l’applauso, e che dopo l’amore ti chiede “ti è piaciuto?”. E davanti ai rifiuti o ai reazioni tiepide, invece di insistere e adattarsi, preferiva fare spallucce. Nella logica cinica e perversa della politica come arte dell’imbonimento, sono errori che si pagano caro.

Referendum. Ma chi ha fatto vincere il No?

scheda-votata
Confrontiamo due cose diverse: europee 2014 e referendum di ieri.
Corpo elettorale pressoché identico: 50.662.460 nel 2014 contro i 50.773.284 di ieri.
L’affluenza però è stata di 28.991.258 votanti (57,22%) nel 2014 contro i 33.243.845 (65,47%) di ieri.
Dividiamo ora le liste del 2014 in base alle indicazioni di voto date al referendum:
PD+Scelta Europea+IdV+SVP+MAIE = 11.771.561 (42,89%)
M5S+FI+LN+AE+Fd’I+Verdi = 14.474.995 (52,73%).
A questi due dati va aggiunto quello di Area Popolare che alle europee si presentò unito, mentre al referendum ha visto NCD votare Sì e UDC votare No. Ipotizziamo quindi grezzamente che i due terzi di AP sia andato al Sì, avremmo:
PD+NCD+Scelta Europea+IDV+SVP+MAIE = 12.573.128 (45,81%)
M5S+FI+LN+AE+Fd’I+UDC+Verdi = 14.875.778 (54,19%).
Ieri abbiamo avuto 13.432.208 di Sì (40,89%) e 19.419.507 di No (59,11%).
Come si può notare l’alleanza di governo schierata compatta per il Sì è arretrata del 5%. Rispetto al 2014 va comunque notato, come già detto, che l’UDC è passato al No e IdV e ALA di Verdini entrati in maggioranza e schierati per il Sì. Ma si tratta di numeri molto piccoli.
Tutto chiaro? No. Perché appunto sono consultazioni molto diverse con affluenze molto diverse. Più utile il confronto col referendum sulle trivelle di otto mesi fa. Anche allora tutte le opposizioni erano da una parte e tutto il governo dall’altro. Però il governo preferì giocare il vecchio trucco dell’astensione per boicottare il referendum non facendogli raggiungere il quorum. Ad aprile votarono 15.806.488 elettori di cui 13.334.607 votarono contro le indicazioni del governo, grosso modo la stessa quantità di voti raccolti dal Sì ieri.
Ne concludo che è difficile credere che i fragili partiti del 2016 siano capaci di mobilitare le masse e che queste seguano disciplinatamente le indicazioni di partito. Può succedere in Emilia Romagna, Toscana e Sud Tirolo grazie all’ancora forte egemonia di PD e SVP. E può succedere con una forza ancora popolare come il M5S e, in certe zone, con la Lega Nord. Ma per il resto l’impressione è che un governo già minoritario nel 2014 abbia perso e perché stavolta non poteva contare sulla stampella degli astenuti strutturali e perché una fetta notevole di quella astensione si è persuasa in gran maggioranza della bontà degli argomenti del No e della bontà della Costituzione, anche se magari non l’aveva letta bene. Alla fine è prevalsa cioè l’intuizione ben fondata che i problemi più comuni della società italiana non dipendano da come è scritta la nostra Costituzione e che quindi Renzi e i suoi con la loro vistosa e chiassosa smania di voler cambiare le regole del gioco democratico non erano credibili. Non fosse altro perché non poteva certo lamentarsi di essere instabile, lento e impotente un governo che dura da oltre mille giorni con all’attivo diverse riforme e svariate leggi. Qualcosa puzzava e oltre 4 milioni, a differenza del 2014, hanno deciso di andare a votare. E addirittura 6 milioni in più rispetto allo scorso aprile non hanno dato retta al governo.
Renzi e i suoi alleati di destra e di sinistra perdono dunque senza se e senza ma sulla “madre di tutte le battaglie”, come la definì il Presidente del Consiglio, e questo nonostante i potenti mezzi e signori potenti dalla loro parte, la mobilitazione di VIP di ogni risma, una buona comunicazione “pettinata” e, di contro, la scarsa coesione e potenza di fuoco degli avversari del No.
Ecco perché in definitiva penso che ad aver fatto la differenza sia stato il cittadino medio indipendente, il quale sarà spesso confuso e abbrutito dalla crisi, ma che in un momento di grave crisi democratica dovendo scegliere fra due opzioni secche, ha intuito per il proprio bene la scelta democratica migliore.

La riforma della Costituzione secondo il PCI di Berlinguer

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Dal 1979, cioè dall’indomani della morte di Aldo Moro, in Italia riemerge periodicamente il tema della riforma delle istituzioni. Lo scopo di chi invoca revisioni costituzionali, ieri come oggi, è sempre stato quello di arrivare a rompere il patto originario tra cattolici e marxisti che diede vita a un progetto di democrazia avanzata, a favore di regimi più arretrati, anche autoritari, ma più funzionali a certi interessi delle élite. Quando la politica non funziona si fa presto a dare la colpa alla Costituzione per poi proporre riforme che servano a dare più potere ai potenti a danno dei cittadini.
La riforma Renzi-Boschi non fa eccezione. Anche questa punta in definitiva a restringere invece che allargare gli spazi di democrazia del paese progettando un paese con un uomo solo al comando sostenuto da un solo partito che da Palazzo Chigi controlli tutto il paese e che poi sia chiamato a dare conto del suo operato solo una volta ogni cinque anni. La chiamano “democrazia decidente”, ma non dicono che a decidere il bello e cattivo tempo rimarrebbe solo il Presidente del Consiglio. Senza alcuna garanzia che ci tuteli dall’eventualità che un giorno a guidare il governo venga nominato un pazzo.
In attesa di capire se domenica prossima la Costituzione del 1947 resisterà all’attacco renziano o se soccomberà, riproponiamo le tesi approvate al 16° Congresso nazionale del PCI il 6 marzo 1983, l’ultimo ad aver eletto Enrico Berlinguer segretario generale. Sono state messe in neretto le parti che ci sembrano conservare una certa attualità.

La riforma delle istituzioni

Inquinamento della vita pubblica e poteri criminali

In Italia più profonda che altrove è la crisi dello Stato. Non siamo il solo paese capitalistico a democrazia politica in cui le strutture dello Stato si rivelino in larga misura incapaci di corrispondere ai problemi di società sviluppate e complesse, di esprimere la ricchezza delle articolazioni sociali, di far prevalere l’interesse pubblico nei confronti delle vecchie e nuove potenze dominanti (il potere finanziario, il complesso militare-industriale, i centri occulti di decisione, i potentati corporativi, ecc.). C’è una crisi generale degli Stati moderni, aggravata dal peso di centri extranazionali di decisione, innanzitutto economica, che influiscono in modo determinante sulle scelte statali e modificano perfino i termini della sovranità nazionale (moneta, orientamenti produttivi, sistemi di comunicazione e informazione, ecc.).

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Lo stallo delle elezioni comunali 2016. Chi ha vinto davvero e perché? Verso dove va l’Italia dei renziani e dei grillini?

Le elezioni comunali del 2016 per una volta hanno riportato alla ribalta il valore del numero assoluto dei voti per stabilire chi ha vinto e chi ha perso. Le logiche del bipolarismo avevano via via trascurato questo dato a favore della mera quantità dei sindaci conquistati dal centrodestra e dal centrosinistra: 7 a 4, 8 a 5, ecc. Stavolta, invece, Pd e M5s si sono rintuzzati a vicenda il numero dei voti dell’uno e dell’altro. Sono due forze nazionali che per diffusione e popolarità possono confrontare numeri di una certa entità, ma il fenomeno è anche il sintomo che già si ragiona in termini di italicum, dove lo scontro nazionale sarà molto probabilmente proprio tra queste due forze, senza alleati e fiancheggiatori. E ricordiamo che quel giorno chi vincerà si prenderà letteralmente tutto il potere centrale.

Quante liste?

Guardando a tutti i comuni, indipendentemente dalla dimensione demografica, lo scorso 5 giugno sono andati al voto 1.342 città. Escludendo dal computo Friuli-Venezia Giulia e Sicilia, negli oltre 1200 comuni il M5s ha presentato il proprio simbolo in 230 città, il Pd in 142, la Lega Nord in 113 e in altre 25 città come Noi con Salvini, Forza Italia in 92, Fratelli d’Italia in 82. Tutte le altre forze politiche erano col proprio simbolo in poche decine di comuni. Questo perché nei piccoli comuni, dove si vota col maggioritario, è raro che si presentino i partiti nazionali col proprio logo. Lo fa in genere solo il M5s, allergico alle alleanze anche nei comuni di poche case. Le altre forze preferiscono liste civiche di coalizione. Altrove, nelle medie e grandi amministrazioni, in genere prevale il simbolo tradizionale se si è sufficientemente robusti da poter creare liste complete da soli, altrimenti si ricorre a biciclette, tricicli e insalate miste di forze politiche, lasciando che siano le preferenze a decidere chi debba prevalere. Ci sono però le eccezioni. A Salerno per esempio il Pd preferisce candidare i suoi uomini e le sue donne in diverse liste civiche, soprattutto nella lista “Progressisti per Salerno”.
In sostanza, però, si può notare che da quando è scomparsa la prima Repubblica prevalga in misura crescente il gusto di mettere in campo le liste civiche dai nomi più improbabili o liste politiche con nomi e simboli, per così dire, usa e getta, che cioè, finite le elezioni, sono destinati a scomparire.

Un problema di identità e di metodo.

Il proliferare di liste più o meno civiche o il fenomeno per cui i partiti nazionali a livello locale tendono a eclissarsi dietro nomi e simboli inediti anche nei grandi comuni, porta alla difficoltà di identificare rapidamente quale forza anima questa o quella lista. Era un problema che c’era già nelle elezioni politiche di 100 anni fa e che allora come oggi si può risolvere parzialmente solo guardando chi sono i candidati e studiando la stampa locale. In base a ciò abbiamo provato a guardare le liste e i risultati dei soli comuni capoluoghi andati al voto quest’anno, comprese Carbonia e Olbia, ma anche la città di Bolzano che ha votato un mese prima dopo appena un anno dalla volta precedente. Si tratta di 25 città che vanno da Torino e Milano fino a Cosenza e Crotone passando per Roma. Non sono in un numero e in una distribuzione tali da indurci a facili generalizzazioni nazionali, tuttavia restano un episodio elettorale non trascurabile che vale la pena analizzare.

Le 25 città possono essere riassunte nei risultati di 383 liste. In realtà le liste effettive sono di più, ma per esempio le sei liste “Cittadini per X” (dove X sta per il nome della città sede del voto) riconducibili a Cittadini per l’Italia (già Scelta Civica) si è preferito considerarle come espressione di un solo partito come si fa col Pd, il M5s o FI. Analogamente si è fatto con le nove liste dai nomi affini riconducibili ad Area Popolare (cioè l’Ncd di Alfano). Continua a leggere

La crisi porta in dono paure, paranoie e professionisti dell’odio

Funziona così: scoppia una bolla che fa scoppiare una crisi in Usa nel 2007 che diventa una crisi globale nel 2008 non ancora finita. La crisi porta con sé calo dei guadagni e disoccupazione. La classi sociali più deboli affondano e soprattutto la fasce più basse della piccola borghesia si proletarizzano. Aristocrazie proletarie e piccolo borghesi iniziano a risvegliarsi dal loro ottimistico torpore e iniziano a urlare fuoco e fiamme contro chiunque sembri il responsabile delle loro angosce e disperazioni. Sanno che rischiano la povertà, sentono odore di rovina e iniziano a essere sicuri che la colpa è dei politici. Tutti. Ma anche dei migranti e degli zingari. Politici e poveracci sono tutti colpevoli come soldati stranieri che portano la peste. I più “intelligenti” capiscono che è anche colpa di misteriosissimi poteri occulti. Gli astratti furori prendono il sopravvento fondandosi su paure paranoiche ancora più astratte, prima fra tutti quella che esiste un complotto mondiale per favorire orde di straccioni pronte a depredare le ultime ricchezze rimaste. I più tattici hanno occhi di falco per vedere alleanze fra omosessuali e immigrati per capovolgere coi loro inediti matrimoni l’ordine naturale delle cose, quell’ordine che li vedeva “ricchi” e “felici” prima della crisi.
Su questa polveriera di furori paranoici soffiano astuti gli impresari della paura di ogni risma, gli unici che nella crisi sperano di trovare la loro ricchezza: fascisti, reazionari, antidemocratici, elitari, seminatori professionisti di odio e diffidenza.
Intanto le classi dirigenti che hanno causato la crisi dopo qualche breve momento di panico, si sono convinte che anche questa è l’occasione buona per fare qualche esperimento sociale e qualche affare, per guadagnare qualche nuovo vantaggio sulle classi subalterne e intanto aspettare che passi la nottata, perché dopo ogni crisi c’è sempre un boom economico. Matematico. Anche se non si sa quando. Ma loro possono aspettare. Loro. Di conseguenza lasciano fare, lasciano correre. E pazienza se nel frattempo altrove qualcuno si dà da fare per scrivere i nuovi protocolli dei savi di Sion sotto forma di bufale in pillole da far girare in rete e grazie a esse riesce a conquistare la coscienza fragile delle masse impaurite. Effetti collaterali non preoccupanti. E poi meglio in giro un nuovo Hitler che un nuovo Lenin. meglio avere in giro delle masse infantili che hanno paura del buio e dei mostri sotto il letto, che delle masse adulte e lucide che escono di casa per organizzarsi e per riprendersi ciò che è loro.
Euronews l’ha scritto lo scorso 24 maggio: l’estrema destra cresce in tutta Europa, soprattutto nel centro-Nord. Spagna, Italia e Grecia sembrano più al riparo dal fenomeno. Un po’ come con la Riforma protestante cinque secoli fa. Può essere. Ma non c’è dubbio che i furori di cui si è detto siano anche alla base dei successi mediterranei di Lega Nord e M5s in Italia, o che Alba Dorata mantiene comunque una base di consenso inusuale per una forza neonazista in una terra come la Grecia. E persino di una forza dichiaratamente progressista come Podemos in Spagna deve il suo relativo successo alle parole d’ordine di furore più simili a quelle dell’estrema destra.
Si fa presto, come fanno molti, a commemorare la tragedia di Auschwitz con la sola categoria della “follia” o della “sventura”, ma quando poi si ripresenta il clima economico degli anni Venti si dimentica che fu proprio quel contesto a convincere i più della bontà del modello fascista o almeno autoritario in quasi tutta Europa. E ancor più  si dimentica che fu il clima economico degli anni Trenta a far sì che un partitino del 2% guidato da un imbianchino potesse diventare sufficientemente forte da far piombare il mondo nella tragedia della guerra mondiale. Dove si vuole arrivare stavolta? Continueremo a dormire sonni tranquilli perché in Austria la Provvidenza riesce a far vincere il candidato antifascista per uno 0,7%?