Quando legalità non fa rima con solidarietà e migrante fa rima con idrante.

Il prefetto di Roma è soddisfatto dell’operazione di stamattina contro i rifugiati. Sono state «ripristinate le condizioni di legalità», ha detto.
Anche quando durante la guerra i treni riprendevano a deportare gli ebrei nei campi di sterminio venivano ripristinate le condizioni di legalità. E sempre per ripristinate le condizioni di legalità il Sudafrica incarcerò Mandela e applicò con zelo l’apartheid per oltre 40 anni. La legalità, che è quanto di più relativo possa esserci, eletta a valore assoluto diventa o un tic burocratico o un comodo alibi morale per coprire o non fare i conti con quei casi in cui il ripristino della legalità comporta necessariamente la cessazione della solidarietà umana. Così può diventare accettabile che in nome della legalità migrante faccia rima con idrante, che intorno alla stazione Termini scatti una caccia all’uomo colpevole solo di ostinarsi precariamente ad esistere.
So tuttavia, ché lo sento e lo leggo, che le parole del prefetto suscitano forse più approvazione che biasimo. E magari da chi quotidianamente ha spregio delle leggi dello Stato quando si tratta di evadere qualche tassa o di prendersi qualche libertà personale ai danni della collettività.
Troppi “mai più” giurati nel 1945 sono stati traditi o vanificati e presto o tardi ne pagheremo tutti un conto salato e barbaro.

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Intorno al dibattito sul ddl Fiano

«Ma dobbiamo domandarci: basta questa legge ad impedire la riorganizzazione del partito fascista, una ripresa del fascismo? Diciamo subito di no. Ci vuole altro. Questa legge noi la approveremo; ma, approvandola, abbiamo il dovere di dire a noi stessi che essa non basta. Più che una legge ci vuole una politica antifascista. Senza questa politica la legge che voteremo resterà inoperante, come fu inoperante quella del 1947. Occorre una politica antifascista che, realizzando le aspirazioni innovatrici dell’antifascismo militante, colpisca non soltanto le apparenze, il ciarpame, gli “alalà”, i gagliardetti, ma colpisca la base stessa del fascismo, nelle forze sociali che sostengono, che aiutano, che finanziano e che spingono avanti questo movimento».

Giorgio Amendola nel dibattito alla Camera sulla legge Scelba, 5 giugno 1952.

* * *

Il ddl Fiano, non senza ipocrisia, chiede di introdurre nel Codice penale un nuovo articolo, il 293-bis, ovvero il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista. Questo perché le leggi Scelba e Mancino non sono sufficienti in quanto con quelle si può perseguire solo chi fa apologia del fascismo e chi inneggia all’odio razziale in compagnia di almeno altre quattro persone. Il singolo che fa una pagina Facebook piena di foto e meme fascisti e che vi ricorda quanto fosse bello e buono Mussolini e il suo regime non commette di fatto alcun reato, pur essendo palese il veleno che propaganda. Non è altrettanto punibile chi fa il saluto romano da solo. Qualche tempo fa hanno assolto quattro tifosi che allo stadio avevano fatto il saluto romano, proprio perché erano solo quattro.

Ecco il testo del 293-bis proposto: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.
La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici».

Davanti a una proposta del genere l’on. pentastellato Vittorio Ferraresi in quanto relatore di minoranza scrive e deposita che «il testo all’esame dell’Assemblea, se pur con intenti astrattamente condivisibili, introduce una norma che contraddice la prevalente giurisprudenza, dando luogo a misure potenzialmente e sostanzialmente arbitrarie o liberticide. (…) La compatibilità dei suddetti reati con il principio di libera manifestazione del pensiero è stata infatti più volte affermata nel presupposto che assumano rilievo penale esclusivamente le condotte poste in essere in condizioni di pubblicità tali da rappresentare un concreto tentativo di raccogliere adesioni ad un progetto di ricostituzione del partito fascista. (…) Non si può affermare, infatti, che colui che vende oggetti che si riferiscono al fascismo – o ad altri regimi dittatoriali seppur non considerati dalla XII disposizione transitoria della Costituzione – sia antidemocratico e che quindi stia facendo una pericolosa propaganda sovversiva. Si tratta, più banalmente, di commercio, magari discutibile, ma da sottoporsi alle “leggi del mercato” piuttosto che al diritto penale».

Chi ragiona così, chi pensa che vendere gadget fascisti o fare un saluto romano con un paio di amici sia roba da bontemponi innocui o è un ingenuo o è un cripto-fascista. In ogni caso contrastare con un No e con quelle giustificazioni un norma che rende la vita più difficile ai neofascisti non è certo una grande dimostrazione di spirito democratico e antifascista. E se Grillo e Casaleggio non hanno nulla da ridire sull’operato di Ferraresi, si consolida l’idea che se anche la base del M5s non fosse fascistoide, è probabile che lo sia il suo vertice dirigente ed è del tutto coerente con le ultime posizioni del M5s volte a inseguire l’estrema destra su immigrazione e rom. Se questo è il “cambiamento”, è il classico cambiamento reazionario.

Ad ogni modo, intendiamoci, non ci facciamo illusioni che se anche sparisse ogni apologo del regime fascista sparirebbe d’emblée il fascismo. Aveva ragione Amendola: ci vuole altro, ci vuole una politica antifascista.

Cosa ci dicono i numeri dei ballottaggi presidenziali francesi del 2002 e del 2017?

Nel 2002 uno scialbo Chirac al potere sconfisse il vecchio Le Pen con 25.537.956 di voti (82,21% dei voti validi) contro 5.525.032 (17,79%). In quell’occasione gli astenuti furono 8.358.874 (20,29%).

Ieri lo “sconosciuto” Macron ha sconfitto la “nuova” Le Pen con 20.753.798 di voti (66,1%) contro 10.644.118 (33,9%) e ha visto astenersi 16.170.672 elettori (33,99%).

Non è cosa da poco notare che 15 anni fa Chirac fu eletto in funzione antifascista dal 62% degli elettori, mentre Macron, nonostante abbia goduto ampiamente della stessa grancassa mediatica che metteva in guardia dal pericolo Le Pen e diversi altri vantaggi sulla sfidante, ha convinto al ballottaggio solo il 43,63% degli elettori e i lepenisti sono raddoppiati quanto gli astenuti.

C’è una tendenza del popolo sovrano a considerare progressivamente accettabili certe soluzioni reazionarie? C’è una tendenza a un sano rifiuto del ricatto del voto binario secondo la logica montanelliana del “turarsi il naso”? Mi sembrano questioni importanti eppure non ho letto o ascoltato riflessioni in merito.

Il M5s è populista? Il populismo è pericoloso? Piccola bussola per orientarsi.

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Ci sono diverse definizioni di populismo, concetto da maneggiare un po’ scivoloso come una saponetta e che spesso è confuso con demagogia allorquando i due fenomeni si presentano insieme.
La miglior definizione a mio avviso la dà il dizionario De Mauro, seppur per l’ambito letterario, per cui è populismo la «rappresentazione idealizzata del popolo in quanto considerato come depositario di valori etici e sociali». O se preferiamo di un popolo particolare, ovvero di una sua frazione. Lo stesso dizionario spiega che demagogia è la «ricerca del consenso politico, ottenuto sfruttando le passioni e i pregiudizi delle masse».
Senza andare lontano nel tempo e nello spazio, la Lega di Umberto Bossi delle origini è un ottimo esempio di partito populista e demagogico. Esso a partire dalla fondazione nel 1982 prese a idealizzare un non meglio precisato popolo del Nord come depositario di valori etici e sociali corrotto e oppresso dal popolo del Sud. Per argomentare questa visione populista Bossi sfruttò demagogicamente le passioni e i pregiudizi delle masse piccolo-borghesi che per i più svariati motivi si erano persuase che una certa “crisi” economica iniziata nel Nord alla fine degli anni ’80 era dovuta al fatto che molti uffici pubblici nel Settentrione fossero ricoperti da meridionali. Il popolo buono e subalterno del Nord era quindi in balìa del popolo bieco e oppressore del Sud. Per spezzare le catene di questa oppressione Bossi offrì come soluzione il federalismo o l’indipendenza a seconda dei casi, cioè una rivendicazione nazionalista di destra classica in chiave “etnica”. Dal 1996 Bossi perfezionò questa visione etno-nazionalista inventandosi il mito della Padania, del Po, il colore verde, ecc. L’attuale Lega di Salvini deve molto a questo passato, ma ormai preferisce operare come un movimento di estrema destra tradizionale tutto law & order dove il populismo settentrionalista è diventato nazionalista e la demagogia di conseguenza si è rivolta ad altre passioni e pregiudizi, aumentando i livelli di xenofobia.
Negli anni 2000 è stato bollato come populista anche l’Italia dei Valori. In effetti quando Di Pietro esaltava il popolo degli onesti (gli italiani coi valori, appunto) contro i corrotti di sinistra e soprattutto di destra (a seconda delle stagioni), non c’è dubbio che faceva populismo. Come demagogo in verità non era un granché, non si ricordano momenti di seduzione di massa. Per cui non mi pare un caso che il suo partito non abbia mai messo radici di massa come la Lega, che sia stato al più il megafono di un certo antiberlusconismo astratto e radicale sul fronte legalitario. Così come non mi pare che un caso che nel 2012 si sia squagliato come neve al sole avendo esaurito la sua funzione storica e sia stato liquidato con facilità da una sola puntata di Report (trasmissione Tv culto degli “italiani dei valori”).
E oggi il Movimento 5 Stella è populista? Il grillismo nacque subito fin dal 26 gennaio 2005 come mistica del “basso” contro l'”alto” (si veda il post di Grillo La politica scomparsa), secondo la quale esiste il solito non meglio precisato popolo degli onesti e vessati, degli incolpevoli “presi per il culo”, oppresso da quella che, dopo il libro di Rizzo e Stella del maggio 2007, sarà chiamata la “casta”, cioè dalle classi dirigenti chiuse, corrotte e corruttrici. Non è questo il momento di ripercorrere come e quando questa visione populista del grillismo sia diventata di massa. Qui ci basti ricordare che nel periodo 2005-2009 il blog di Grillo si mosse come un doppione più triviale e meno indulgente col centrosinistra (e quindi più efficace) dell’Idv di Di Pietro culminando nell’appoggio esplicito alle europee del giugno 2009. Ciò portò il dipietrismo in due anni dal 2 al 4 all’8%. Nell’ottobre 2009 nacque il M5s. E se Bossi 20-25 anni prima offriva come soluzione-panacea dei mali del piccolo-borghese settentrionale il federalismo e tutto il potere alla gente in canottiera, Grillo per la salvezza del popolo che esalta propone uno Stato diretto per democrazia elettronica via web e teorizza l’idoneità assoluta del cittadino qualunque a qualunque carica pubblica. E in questo Grillo ricorda molto lo “Stato amministrativo” del Fronte dell’Uomo Qualunque del 1946. Lo schema è dunque quello di un populismo classico sciacquato nelle acque modernissime del web 2.0. Se però Grillo si fosse limitato a organizzare il suo discorso politico su questo schema populista non sarebbe andato oltre il consenso di un Partito Pirata o di una Idv, avrebbe guidato probabilmente un movimento buono per qualche nerd (per definizione pochi), qualche orfano di Di Pietro, qualche teorico della superiorità del popolo della “società civile” orfano di validi partiti a sinistra (altro storico populismo dell’ultimo trentennio), qualche ambientalista fan di Grillo fin dal 1990 e in rotta coi Verdi ufficiali. Con queste componenti non penso sarebbe andato oltre il 3%. La spregiudicatezza che ha sostenuto e alimentato il populismo di Grillo portandogli gambe su cui camminare è stata la tipologia particolare di demagogia usata dal comico genovese e, immagino, concordata col suo editore Casaleggio. Grillo non ha cercato e non cerca il consenso politico sfruttando alcune passioni e taluni pregiudizi delle masse, ma qualunque passione e qualunque pregiudizio circolante  nella società purché compatibile col proprio schema populista. Una demagogia ad ampio spettro gettata come rete a strascico nel mare.
Se dunque il popolo esaltato da Grillo è quello dei soliti piccolo-borghesi che si sentono vessati, truffati e imbrogliati dalla classe dirigente come dall’immigrato, dalla scienza ufficiale come dall’informazione ufficiale, dall’alta borghesia disonesta e parassita come dal sottoproletariato accattone, allora la demagogia di Grillo non può fare altro che esplicitare ed amplificare questo senso di panico da accerchiamento – già acuito dalla crisi economica scoppiata alla fine del 2007 in casuale coincidenza col primo vaffa-day -, cercando di intercettare qualunque cultura paranoide e qualunque nevrosi irrazionale offrendogli legittimazione e ospitalità, forte del credito cumulato negli anni da Grillo come Cassandra su vicende come il caso Parmalat. Il “predicattore” si ritrova così ad alimentare cinicamente incendi soffiando sulle braci del malcontento popolare per proporsi poi come l’unico pompiere possibile. Anzi, meglio, spiegando che il migliore pompiere sei tu, basta organizzarsi telematicamente. Prima dà voce e incoraggia allo sfogo collettivo urlato prendendo a modello Howard Beale del film Quinto potere («I’m as mad as hell, and I’m not going to take this anymore!», tradotto in Italia con «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più»), e poi promette la riscossa facendo esplicito riferimento al protagonista mascherato da Guy Fawkes del film V per vendetta. E i sogni di vendetta sono i preferiti della piccola borghesia in tempo di crisi economica, soprattutto se restano sogni o se possono essere realizzati in modo pacifico.
È chiaro che una demagogia tanto spregiudicata non può che portare a strizzare l’occhio a tutto e al contrario di tutto, ma la storia degli ultimi quattro anni ha dimostrato che ciò ha portato Grillo non a rimanere vittima di gruppi e idee in contraddizione tra loro, ma a riuscire a federare le anime piccolo-borghesi più disparate fino a coalizzarle in una forza che gode della fiducia di un italiano su 5 o su 4, quale è il M5s. E questo nonostante la forte concorrenza al Nord della Lega di Salvini. Ci è riuscito sicuramente grazie al conclamato cattivo stato di salute della società politica, al dilettantismo e alla miopia delle altre forze politiche, all’esaurimento della spinta propulsiva della seconda Repubblica, alla consumazione della sinistra e del berlusconismo, ma anche grazie alla creazione di un partito organizzato su un sostanziale individualismo e privo di organismi dirigenti e di discussione della linea politica: senza il pettine di una riunione, non ci sono mai nodi che si incastrano fra i rebbi, ognuno resta della sua idea e Grillo fa da «garante» dell’unità dando voce a turno a tutti con meticolosa opera di cerchiobottismo e opportunismo.
Ci si chiederà allora cosa differenzia una forza politica populista che cerca il consenso con la demagogia da una forza politica che per esempio si ispira al marxismo proclamando di voler fare gli interessi del “popolo” e promette riscossa per le classi subalterne contro quelle dominanti? E perché il populismo ha una connotazione negativa? La politica marxista, al netto di certe degenerazioni minoritarie, anche quando parla di popolo non parla di un popolo astratto, né ne parla come se questo fosse depositario naturale di tutte le virtù del mondo. Il marxista parte da un’analisi della società basata su un’indagine scientifica e non paranoica dei meccanismi economici e sociali reali, giungendo a rilevare che l’attuale sistema capitalistico crea e si basa grossomodo su due classi già in lotta fra loro, una borghesia dominante, minoritaria e sfruttatrice e un proletariato subalterno maggioritario e sfruttato. Ci sarebbe chiaramente molto altro da aggiungere, ma il marxista sente che per il bene di tutta l’umanità, borghesi inclusi, sia bene che da questa lotta esca vincitore il proletariato che con opera rivoluzionaria arrivi a impadronirsi del potere e mutare i rapporti di produzione per sostituire progressivamente il capitalismo con un nuovo sistema economico-sociale, il comunismo, dove nessuno più sfrutterà nessuno. Dunque il marxista non difende un popolo indefinito o a una sua frazione individuata in modo fumoso e astratto, ma si richiama al proletariato, cioè al popolo dei lavoratori il quale merita di essere difeso non perché si sente sfruttato, ma perché inserito oggettivamente in un sistema che lo sfrutta a prescindere da quanto possa essere buono e generose il padrone borghese che gli dà il salario. Dunque il marxista prende le difese di una parte della società per la salvezza di tutto il genere umano, ovunque collocato geograficamente. Per ottenere il consenso politico il marxista non ricorre alla demagogia perché rifiuta l’irrazionalità del pregiudizio incoraggiando anche nei meno colti la capacità di giudizio fondato su dati reali e concreti. Il marxista dunque non incita alla lotta contro la borghesia demonizzandola inventando astratte e inverificabili frottole complottistiche come poteva fare un Hitler quando parlava degli ebrei. Il marxista incita alla lotta contro la borghesia mostrando nel modo più scientifico possibile come la borghesia mette in atto, consapevolmente o meno, il suo dominio di classe oggettivo generatore di ingiustizie sociali. Il marxista resta sempre su un piano razionale sia quando cerca di spiegare la realtà, sia quando cerca il consenso per cambiare la realtà.
Fare politica “in nome del popolo” non vuol dire dunque necessariamente fare populismo (altrimenti ne deriverebbe che pure le sentenze dei tribunali “in nome del popolo italiano” sono populiste). Dipende da come e per chi o cosa si tira in ballo il popolo e cosa si intende di preciso per “popolo”. I populisti di ogni epoca e regione hanno in comune una tendenza a spiegare la complessità reale con semplificazioni ideali, spiegando le cause del malessere del popolo con comodi spauracchi o incolpando disinvoltamente intere categorie di innocenti contro cui invitano a lottare senza fare prigionieri. Dunque il populismo che prende il potere nella migliore delle ipotesi può portare a un astratto furore che sfocia in un modo di governare rozzo, acquiescente con gli avversari del giorno prima purché siano permessi provvedimenti paternalistici a favore del popolo che si vorrebbe tutelare. Nella peggiore delle ipotesi l’astratto furore può portare a modi di governare rozzi, sempre pronti in ogni questione a buttare il bambino con l’acqua sporca, finalizzati al contrasto di ogni forma di avversario equiparato a nemico se non a traditore del popolo che si vuole tutelare fino a imporre un ordine sociale nuovo finalizzato ad avventure dai rischi incalcolabili. Il populismo al potere oscilla dunque tra il rischio di una democrazia ridotta a parodia di se stessa palco per sterili demagoghi parolai e confusionari, e il il rischio di una franca dittatura che tiene una società in ostaggio dei propri deliranti furori. Gli esempi nella storia non mancano, eppure il cittadino oggi fa ancora fatica a riconoscere un populista e a non cedere alla seduzione demagogica. Sia detto senza stupore.

Sulla “scandalosa” nomina di Valeria Fedeli

L’ultima grande sciocca polemica rivelatrice della profonda ignoranza politica dell’elettore medio riguarda ora i titoli di studio della ministra dell’istruzione. Senza entrare sui motivi reali della polemica e sulla sua reale consistenza, mi interessa di più il successo che sta suscitando. Il ragionamento è semplice: chi non ha adeguati titoli di studio non dovrebbe fare il/la ministro/a. Facile, no? E sarebbe altrettanto facile ricordare che Benedetto Croce e Franco Maria Malfatti ricoprirono lo stesso ruolo della Fedeli senza essersi mai laureati, ma così scadremmo nel formalismo e in una sorta di giustificazionismo per diritto consuetudinario. La questione è più seria. Quando si parla di politica il titolo di studio è relativo. In particolare da chi viene posto a capo di un ministero deve essere pretesa non necessariamente una gran competenza tecnica (per quella ci sono già altre persone), ma una notevole capacità di direzione politica, una cosa che non si impara neppure frequentando scienze politiche. In altre parole la capacità di direzione politica è l’abilità di saper usare le risorse che si hanno a disposizione per far funzionare meglio il ramo dell’apparato statale a cui si è preposti dirigendolo verso un chiaro fine politico. Pertanto certe polemiche di questi giorni sono o fuori luogo o l’ennesimo segnale di un pericoloso analfabetismo politico di massa.
Chiariamo meglio con qualche caso illustre. Enzo Biagi fu un grande giornalista e lo sapeva, ma era il primo ad ammettere che non era minimamente capace di fare il direttore di quotidiani. Certo non gli mancavano le competenze giornalistiche, certo conosceva i giornali e le sue dinamiche interne, ma non era capace di guidare una redazione. Ci provò una volta sola col “Resto del Carlino” nel 1970 e gettò la spugna dopo un anno. Con lo Stato è la stessa cosa: puoi essere uno stimatissimo medico primario e non essere capace di fare bene il ministro della sanità. Zhou Enlai pare conoscesse 16 lingue e di certo benissimo l’inglese (lo conferma Kissinger), ma da ministro degli esteri e da primo ministro cinese fece sempre ricorso ai traduttori.
Giudicare preventivamente la qualità dei ministri sfogliando un curriculum come fanno i padroni quando devono assumere un quadro aziendale è un’aberrazione o un’ingenuità degna dei qualunquisti storici che teorizzavano lo “Stato amministrativo” o degli zelanti difensori della superiorità dei governi “amministrativi” o “tecnici” che dimenticano sempre che questi ultimi sono sempre esecutivi politici. E anche qui sarebbe facile ricordare che la tecnicamente espertissima prof.ssa Elsa Fornero non è certo ricordata come un’ottima ministra del lavoro e delle politiche sociali.
La ministra Fedeli non gode della mia fiducia non perché non ha mai fatto l’Università, ma perché è tutto il governo Gentiloni che penso non abbia la capacità, la lucidità e la voglia di pilotare la macchina statale verso i bisogni delle masse. Allo stesso tempo e analogamente non ho fiducia nei politici che esprime il M5s non perché siano di bassa o mediocre scolarità, ma perché non capendo un’acca di politica non fanno granché per rimediare alle loro lacune e confusioni e ciononostante pretendono con ansia totalitaria tutto il potere per sé escludendo tutti quelli che non la pensano come loro.
In politica si può essere grandi con poco e si può essere piccoli con molto. Quello che fa la differenza sono una serie di doti che non si possono né apprendere su un manuale né improvvisare. A volte persino non basta una vita in politica per sviluppare doti come la sagacia e la chiaroveggenza.
Se fosse mera questione di tecnica, tanto varrebbe stabilire che certi ruoli vadano non a chi ha la laurea, ma solo a chi esce dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione!
Preferirei che rimanessimo il paese che ha dimostrato che in politica si può essere dei giganti al servizio dei lavoratori come il bracciante Giuseppe Di Vittorio, il cui unico diploma scolastico fu quello della terza elementare preso da adolescente alla scuola serale.

Le 38 organizzazioni politiche in Parlamento

Le 38 organizzazioni politiche in Parlamento divise in 23 delegazioni che Mattarella consulterà da domani. Nel 1987 non si andava oltre i 14-15 partiti. Poi arrivarono la seconda Repubblica e il maggioritario….
Intendiamoci: il problema non è il numero, ma la qualità e la reale capacità di rappresentare la società italiana.
N.b.: tra parentesi quadra è indicata la posizione assunta sul referendum costituzionale: 21 per il No e 17 per il Sì. In neretto i partiti che nel 2013 hanno eletto parlamentari con liste proprie o dove era esplicitata la propria partecipazione.

Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (https://www.facebook.com/LibPopAut/) [Sì]
Alternativa Libera (www.alternativalibera.org) [No]
Alternativa per l’Italia – Euro-Exit (www.alternativaitalia.it) [No]
Centro Democratico (www.ilcentrodemocratico.it) [Sì]
Conservatori e Riformisti (www.conservatorieriformisti.it) [No]
Democrazia Solidale (www.democraziasolidale.it) [Sì]
Fare! (www.farecontosi.it) [Sì]
Federazione dei Verdi (www.verdi.it) [No]
Forza Italia (www.forza-italia.it) [No]
Fratelli d’Italia (www.fratelli-italia.it) [No]
Idea – Identità e Azione, Popolo e Libertà (www.movimentoidea.it) [No]
Insieme per l’Italia (www.italiainsieme.org) [No]
Italia dei Valori (www.italiadeivalori.it) [Sì]
Lega Nord – Noi con Salvini (www.leganord.org) [No]
Liguria Civica (www.liguriacivica.it) [No]
Moderati (www.moderatiportas.it) [Sì]
Movimento Associativo Italiani all’Estero (www.maiemondiale.com) [Sì]
MoVimento 5 Stelle (www.beppegrillo.it/movimento/) [No]
Movimento la Puglia in Più (www.lapugliainpiu.it) [Sì]
Movimento Partito Pensiero e Azione (https://www.facebook.com/movppa/) [No]
Movimento Politico Libertas (www.movimentolibertas.org) [No]
Movimento Politico Stella Alpina (www.stella-alpina.org) [Sì]
Movimento X (www.progettox.it) [No]
Nuovo Centrodestra (www.nuovocentrodestra.it) [Sì]
Partito Autonomista Trentino Tirolese (www.patt.tn.it) [Sì]
Partito Democratico (www.partitodemocratico.it) [Sì]
Partito Liberale Italiano (www.partitoliberale.it) [No]
Partito Repubblicano Italiano (www.partitorepubblicanoitaliano.it) [No]
Partito Socialista Italiano (www.partitosocialista.it) [Sì]
Popolari per l’Italia (www.popolariperlitalia.org) [No]
Possibile (www.possibile.com) [No]
Scelta Civica (www.sceltacivica.it) [Sì]
Sinistra Ecologia Libertà (www.sinistraecologialiberta.it) [No]
Südtiroler Volkspartei (www.svp.eu) [Sì]
Unione di Centro (www.udc-italia.it) [No]
Unione per il Trentino (www.unioneperiltrentino.it) [Sì]
Unione Sudamericana Emigrati Italiani (www.usei-it.org) [No]
Union Valdôtaine (www.unionvaldotaine.org) [Sì]

Referendum. Ma chi ha fatto vincere il No?

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Confrontiamo due cose diverse: europee 2014 e referendum di ieri.
Corpo elettorale pressoché identico: 50.662.460 nel 2014 contro i 50.773.284 di ieri.
L’affluenza però è stata di 28.991.258 votanti (57,22%) nel 2014 contro i 33.243.845 (65,47%) di ieri.
Dividiamo ora le liste del 2014 in base alle indicazioni di voto date al referendum:
PD+Scelta Europea+IdV+SVP+MAIE = 11.771.561 (42,89%)
M5S+FI+LN+AE+Fd’I+Verdi = 14.474.995 (52,73%).
A questi due dati va aggiunto quello di Area Popolare che alle europee si presentò unito, mentre al referendum ha visto NCD votare Sì e UDC votare No. Ipotizziamo quindi grezzamente che i due terzi di AP sia andato al Sì, avremmo:
PD+NCD+Scelta Europea+IDV+SVP+MAIE = 12.573.128 (45,81%)
M5S+FI+LN+AE+Fd’I+UDC+Verdi = 14.875.778 (54,19%).
Ieri abbiamo avuto 13.432.208 di Sì (40,89%) e 19.419.507 di No (59,11%).
Come si può notare l’alleanza di governo schierata compatta per il Sì è arretrata del 5%. Rispetto al 2014 va comunque notato, come già detto, che l’UDC è passato al No e IdV e ALA di Verdini entrati in maggioranza e schierati per il Sì. Ma si tratta di numeri molto piccoli.
Tutto chiaro? No. Perché appunto sono consultazioni molto diverse con affluenze molto diverse. Più utile il confronto col referendum sulle trivelle di otto mesi fa. Anche allora tutte le opposizioni erano da una parte e tutto il governo dall’altro. Però il governo preferì giocare il vecchio trucco dell’astensione per boicottare il referendum non facendogli raggiungere il quorum. Ad aprile votarono 15.806.488 elettori di cui 13.334.607 votarono contro le indicazioni del governo, grosso modo la stessa quantità di voti raccolti dal Sì ieri.
Ne concludo che è difficile credere che i fragili partiti del 2016 siano capaci di mobilitare le masse e che queste seguano disciplinatamente le indicazioni di partito. Può succedere in Emilia Romagna, Toscana e Sud Tirolo grazie all’ancora forte egemonia di PD e SVP. E può succedere con una forza ancora popolare come il M5S e, in certe zone, con la Lega Nord. Ma per il resto l’impressione è che un governo già minoritario nel 2014 abbia perso e perché stavolta non poteva contare sulla stampella degli astenuti strutturali e perché una fetta notevole di quella astensione si è persuasa in gran maggioranza della bontà degli argomenti del No e della bontà della Costituzione, anche se magari non l’aveva letta bene. Alla fine è prevalsa cioè l’intuizione ben fondata che i problemi più comuni della società italiana non dipendano da come è scritta la nostra Costituzione e che quindi Renzi e i suoi con la loro vistosa e chiassosa smania di voler cambiare le regole del gioco democratico non erano credibili. Non fosse altro perché non poteva certo lamentarsi di essere instabile, lento e impotente un governo che dura da oltre mille giorni con all’attivo diverse riforme e svariate leggi. Qualcosa puzzava e oltre 4 milioni, a differenza del 2014, hanno deciso di andare a votare. E addirittura 6 milioni in più rispetto allo scorso aprile non hanno dato retta al governo.
Renzi e i suoi alleati di destra e di sinistra perdono dunque senza se e senza ma sulla “madre di tutte le battaglie”, come la definì il Presidente del Consiglio, e questo nonostante i potenti mezzi e signori potenti dalla loro parte, la mobilitazione di VIP di ogni risma, una buona comunicazione “pettinata” e, di contro, la scarsa coesione e potenza di fuoco degli avversari del No.
Ecco perché in definitiva penso che ad aver fatto la differenza sia stato il cittadino medio indipendente, il quale sarà spesso confuso e abbrutito dalla crisi, ma che in un momento di grave crisi democratica dovendo scegliere fra due opzioni secche, ha intuito per il proprio bene la scelta democratica migliore.

La riforma della Costituzione secondo il PCI di Berlinguer

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Dal 1979, cioè dall’indomani della morte di Aldo Moro, in Italia riemerge periodicamente il tema della riforma delle istituzioni. Lo scopo di chi invoca revisioni costituzionali, ieri come oggi, è sempre stato quello di arrivare a rompere il patto originario tra cattolici e marxisti che diede vita a un progetto di democrazia avanzata, a favore di regimi più arretrati, anche autoritari, ma più funzionali a certi interessi delle élite. Quando la politica non funziona si fa presto a dare la colpa alla Costituzione per poi proporre riforme che servano a dare più potere ai potenti a danno dei cittadini.
La riforma Renzi-Boschi non fa eccezione. Anche questa punta in definitiva a restringere invece che allargare gli spazi di democrazia del paese progettando un paese con un uomo solo al comando sostenuto da un solo partito che da Palazzo Chigi controlli tutto il paese e che poi sia chiamato a dare conto del suo operato solo una volta ogni cinque anni. La chiamano “democrazia decidente”, ma non dicono che a decidere il bello e cattivo tempo rimarrebbe solo il Presidente del Consiglio. Senza alcuna garanzia che ci tuteli dall’eventualità che un giorno a guidare il governo venga nominato un pazzo.
In attesa di capire se domenica prossima la Costituzione del 1947 resisterà all’attacco renziano o se soccomberà, riproponiamo le tesi approvate al 16° Congresso nazionale del PCI il 6 marzo 1983, l’ultimo ad aver eletto Enrico Berlinguer segretario generale. Sono state messe in neretto le parti che ci sembrano conservare una certa attualità.

La riforma delle istituzioni

Inquinamento della vita pubblica e poteri criminali

In Italia più profonda che altrove è la crisi dello Stato. Non siamo il solo paese capitalistico a democrazia politica in cui le strutture dello Stato si rivelino in larga misura incapaci di corrispondere ai problemi di società sviluppate e complesse, di esprimere la ricchezza delle articolazioni sociali, di far prevalere l’interesse pubblico nei confronti delle vecchie e nuove potenze dominanti (il potere finanziario, il complesso militare-industriale, i centri occulti di decisione, i potentati corporativi, ecc.). C’è una crisi generale degli Stati moderni, aggravata dal peso di centri extranazionali di decisione, innanzitutto economica, che influiscono in modo determinante sulle scelte statali e modificano perfino i termini della sovranità nazionale (moneta, orientamenti produttivi, sistemi di comunicazione e informazione, ecc.).

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Referendum costituzionale. Violante invita al Sì per una Repubblica del Capo spargendo mistificazioni su Amendola e la realtà

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In vista del 4 dicembre Luciano Violante sta lavorando per portare acqua al mulino del Sì attingendo a tutta la sua cultura giuridica e politica. Lo fa con modi garbati e apparentemente senza accenti faziosi, salvo poi ridursi ad acconciare gli argomenti in modo scorretto, edulcorando gli aspetti più controversi, spacciando per bianco ciò che è nero e viceversa, e facendo ricorso ai più triti luoghi comuni antidemocratici.
Il ragionamento di Violante è che in Italia vada tutto apocalitticamente male perché abbiamo una Costituzione che impedisce alla politica di decidere. E aggiunge che per stare come si deve a questo mondo l’Italia dovrebbe avere a cuore la sua competitività mondiale, la quale si migliora edificando uno Stato che coniughi stabilità politica e velocità di decisione. Insomma, poche chiacchiere: per fare soldi e stare tutti bene serve una Repubblica del Capo, di uno che per cinque anni possa starsene tranquillo a prendere rapidamente tutte le decisioni necessarie per il bene delle imprese. Fossero ancora vivi, probabilmente Pacciardi e Almirante se lo prenderebbero allegramente sotto braccio e gli direbbero “Ah, se i democratici fossero tutti come lei!”.
Il ragionamento violantiano non solo è privo di originalità, ma è anche privo di fondamento sul piano storico ed economico, prima che giuridico. Tuttavia mi ha colpito in particolare che l’ex presidente della Camera usi citare una dichiarazione che fece Giorgio Amendola il 5 settembre 1946 alla seconda Sottocommissione della Commissione per la Costituzione dell’Assemblea Costituente, per dimostrare che il peccato originale della nostra “debole” democrazia sia da ricercare nel fatto che nel 1947 «si evitò – dice Violante – di formulare regole costituzionali, rigide e vincolanti, a garanzia della stabilità e del governo del Paese e si preferì attribuire ai partiti e non alle regole costituzionali il compito di governare il sistema». La citazione di Amendola riportata da Violante è questa:
Si è parlato del tentativo di dare alla nostra democrazia condizioni di stabilità con norme legislative. È evidente che una democrazia deve riuscire ad avere una sua stabilità se vuole governare e realizzare il suo programma; ma non è possibile ricercare questa stabilità in accorgimenti legislativi… e c’è il fatto nuovo e positivo della formazione dei grandi partiti democratici, che sono condizione di una disciplina democratica… Oggi la disciplina, la stabilità è data dalla coscienza politica, affidata all’azione dei partiti politici.
Se però leggiamo integralmente cosa disse allora Amendola, emerge un ragionamento più complesso e aderente alla storia concreta e materiale del nostro paese. Non un astratto ragionare su vuote formule costituzionali, ma una riflessione sulla realtà passata e presente e un’idea di repubblica coerente con la matrice antifascista di Dc, Pci, Psi e delle altre forze dalla sensibilità autenticamente democratica.
Leggiamo dunque integralmente (il grassetto è mio):

Si è parlato del tentativo di dare alla nostra democrazia condizioni di stabilità con norme legislative. È evidente che una democrazia deve riuscire ad avere una sua stabilità, se vuole governare e realizzare il suo programma; ma non è possibile ricercare questa stabilità in accorgimenti legislativi da inserire nella Costituzione. In realtà, questa instabilità, che è stata caratteristica di regimi democratici nel corso di questo secolo, ha radici nella situazione politica e sociale, non nella costituzione stessa. Questo è tanto vero, che nessuno Stato, neppure l’Inghilterra dal 1920 al 1940 ha avuto vita politica così rosea come si è mostrato di credere. Per due volte la maggioranza laburista eletta dal popolo, nel corso della legislatura ha dovuto cambiare basi politiche; ed anche nelle maggioranze conservatrici si sono avute modificazioni.

L’instabilità è stata determinata da fatti politici e sociali, legati all’intervento nella vita politica delle grandi forze popolari, che nel secolo scorso erano assenti. L’entrata di queste forze politiche, inquadrate nei partiti socialisti e nei sindacati, ha creato le condizioni delle crisi, caratterizzate dalla resistenza dei ceti interessati ed ostili a rinnovamenti politici e sociali. La crisi del dopoguerra e del fascismo non è nata dalla proporzionale; è nata da questo contrasto tra le esigenze rinnovatoci della società italiana del dopoguerra e l’ostilità che queste esigenze incontravano, per cui gruppi politici, che pur erano formalmente liberali, passavano ad una posizione di reazione e divenivano fiancheggiatori del governo di Mussolini.

Oggi l’Italia attraversa una crisi analoga: è uscita dalla dittatura in condizioni tragiche; ha il problema del rinnovamento democratico in tutti i campi, il bisogno di riforme profonde nella società, che, solo se attuate, potranno dare basi solide alla democrazia; ma vi è la resistenza interessata dei ceti che appoggiavano ieri il fascismo e che sarebbero colpiti da queste riforme; e c’è il fatto nuovo positivo della formazione dei grandi partiti democratici, che sono condizione di una disciplina democratica. Oggi che il suffragio universale è stato esteso alle donne e con l’ingresso nella vita politica di milioni e milioni di lavoratori, il collegio uninominale con corpo elettorale ristretto è un ricordo nostalgico, che non ha niente a che fare con le esigenze politiche attuali. Oggi la disciplina, la stabilità è data dalla coscienza politica, affidata all’azione dei partiti politici.

Quindi, regime parlamentare il più aperto possibile, perché la situazione è fluida ed è bene che si consentano adeguamenti successivi. Tanto meglio se gli adeguamenti si possono fare senza crisi; ma, se crisi ci devono essere, è meglio siano crisi di adeguamenti successivi, per evitare rotture più profonde. Si vogliono porre delle dighe a queste forze popolari che avanzano?

Quando la maggioranza della Sottocommissione si sia pronunziata per la repubblica parlamentare, egli seguirà gli sforzi dei colleghi per assicurare la stabilità; ma pensa che la maggiore stabilità possa essere assicurata da un regime parlamentare che permetta l’adeguamento della situazione governativa allo sviluppo della situazione politica del Paese, in modo da evitare quei contrasti tra la situazione politica del Paese e la situazione politica parlamentare governativa, che sono causa delle crisi che pongono in pericolo la struttura dello Stato.

Come si vede Amendola partendo dalla constatazione reale che non c’è alcuna norma costituzionale che possa dare necessariamente stabilità ai governi, ricorda che la crisi politica italiana del 1919-1922 non fu frutto dell’introduzione della legge elettorale proporzionale o dello Statuto albertino, quanto del fatto nuovo che la società italiana uscita dalla prima guerra mondiale aveva nuove esigenze e poneva nuove problematiche alle quali la classe dirigente liberale si mostrò sorda o comunque incapace di dare risposte adeguate, quando non ostile al punto da fiancheggiare il nascente fascismo. La tanto invocata stabilità può nascere solo se non c’è una frattura fra politica e società, quando cioè un governo gode della fiducia di una maggioranza parlamentare realmente rappresentante di quanto si muove nella società o almeno in gran parte di essa. E questo è tanto più possibile se ci sono dei partiti di massa, come quelli della prima Repubblica, capaci di ascoltare ed educare le masse di cittadini ai quali spetta, per dirla con l’art. 49 della Costituzione, di determinare la politica nazionale.

Purtroppo questi sono tempi in cui le classi dirigenti sembrano soffrire della fatica che comporta organizzare la democrazia, cioè della capacità di ascolto delle masse da un lato e della ricerca di un sano dialogo tra diversi all’interno della società politica. E allora viene la tentazione o di disfarsi di fatto della democrazia o di trovare formule magiche, scorciatoie legislative o costituzionali, regolette elettorali o organizzative capaci di far conquistare il potere a un solo gruppo e di poterlo tenere il più a lungo possibile senza doverne dare continuamente conto, neppure ai propri elettori. È un’ansia di potere e una pigrizia che non solo niente hanno a che fare con la democrazia, ma che viene camuffata, come sembra fare Violante, con l’idea che questo è ciò che serve per il bene comune. Potremmo ricordare che il mondo è pieno di democrazie retti da governi instabili, Stati Uniti compresi, eppure ciò non impedisce a tanti di questi paesi di primeggiare nel mondo in ogni campo. Potremmo ricordare che l’Italia nonostante le sue tante crisi di governo o forse grazie ad esse è riuscita a risollevarsi dalle macerie fino a diventare una delle primissime potenze economiche. E potremmo infine ricordare che la stabilità ventennale del governo Mussolini portò la nazione alla catastrofe come mai né prima né dopo.

Concludiamo con un’ultima citazione. Stavolta a parlare è Massimo Villone, costituzionalista a lungo compagno di partito di Violante e oggi contrario alla riforma costituzionale Renzi-Boschi. Villone tre anni fa, ai tempi del governo Letta, ha avuto modo di fare delle brevi riflessioni sulle dichiarazioni di Amendola che abbiamo letto sopra, riconoscendo l’attualità e la validità immutata del ragionamento amendoliano.

Sono passati più di 60 anni dalle parole di Amendola. Ma ora come allora instabilità e ingovernabilità hanno radici nella politica, nei contrasti reali di interessi, nelle condizioni materiali di vita, nella incapacità di dare risposta a domande e bisogni pressanti, individuali e collettivi. Ora come allora la domanda è se sia utile cercare governabilità e stabilità in una rigida ingessatura di politica e istituzioni, ovvero, al contrario, aprendo le istituzioni alla più ampia rappresentatività e favorendo la corrispondenza agli equilibri politici reali. Può mai essere artificiosamente reso stabile e governabile un paese in cui si ampliano inarrestabilmente povertà e disoccupazione, aumentano le diseguaglianze, muoiono le speranze delle generazioni future? Può mai bastare a renderlo davvero stabile e governabile la riscrittura delle regole costituzionali o elettorali allo scopo di generare fittizie maggioranze numeriche nelle sedi istituzionali, senza riscontro nel consenso reale dei cittadini elettori? Queste sono domande ineludibili, e la risposta è certamente negativa. Bene lo sapeva Giorgio Amendola. E noi?