Se ci meritavamo Sordi, non ci meritavamo Villaggio

Paolo Villaggio era un autentico autore satirico fin quando credette che il suo lavoro potesse contribuire a scuotere il piccolo borghese dalla sua miseria, a mutare l’orizzonte asfittico delle sue ambizioni da eterno subalterno più o meno entusiasta fino a spingerlo alla rivolta. Non ci riuscì e lo capì quando vide, parole sue, che il pubblico lo ringraziava perché con Fantozzi aveva creato un personaggio in cui era bello rispecchiarsi. Così verso i 50 anni passò dalla satira alla farsa, ma in concomitanza erano arrivati gli anni Ottanta e nessuno se ne accorse, come disse una volta il reverendo Lovejoy parlando delle sue origini di prete impegnato.
Forse in cuor suo Villaggio continuò a sperarci in un’Italia migliore (nel 1987 per 6 voti (sei!) non diventò deputato di Democrazia Proletaria e ci toccò Franco Russo), ma ormai il paese aveva preso la china che conosciamo, quella che nelle migliori delle ipotesi porta al “privilegio” di fare da triglia nell’acquario del Megadirettore galattico. Oppure il ribelle fantozziano a 5 stelle, che è quasi la stessa cosa.
Quando incontrai Villaggio, una dozzina di anni fa, appena dopo aver superato la sua enorme pancia, mi confermò a prima vista l’impressione di un uomo arreso a una realtà inferiore alle sue iniziali aspettative. Forse per questo, deluso, aveva evidentemente preso a darsi alla pazza gioia a tavola. In compenso invecchiando si prese il gusto e il lusso di non coltivare l’arte della falsità e dell’ipocrisia che caratterizza lo scintillante mondo dello spettacolo, e credo si divertisse pure a sabotare, con garbo, certe interviste o certe fiere della superficialità.
E allora, vadi Villaggio, vadi! Salutaci Faber e gli altri genovesi che (non) ci meritavamo.

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Un’America compre(s)sa tra Manchester by the Sea e La la land

14769598193213580PrintHo sempre rifiutato la logica amministrativa dei premi per pesare la qualità di un’opera d’arte. Apprendere quindi che il film La la land abbia vinto sei premi Oscar su 20 possibili e 14 potenziali e che Manchester by the Sea ne abbia vinto “solo” due su sei potenziali ha su di me lo stesso effetto del venire a sapere che uno studente che non conosco Tizio Caio ha superato un difficile esame universitario con un gratificante 30 e lode: posso solo complimentarmi senza provare particolari emozioni. Non ho quindi alcun interesse a cercar di capire perché l’Academy abbia premiato quest’anno certi film più di altri, perché abbia innalzato agli onori certi professionisti del cinema invece di altri, anche perché se mi interessassi seriamente della cosa ho il ragionevole sospetto che potrei scoprire che in quelle decisioni la questione estetica, a dispetto delle apparenze, potrebbe aver giocato un ruolo importante, ma non decisivo, né maggioritario. E per quanto i vincitori abbiano sempre ragione, qui preferirei riflettere sulle ragioni dei vincitori. Artistiche, s’intende.

La la landManchester by the Sea sono due ottimi film che non potrebbero essere più diversi tra loro. Colorato e luccicante il primo, grigio e opaco il secondo; caldo e vaporoso il primo, freddo e rigido il secondo; dolce e swing il primo, aspro e spossato il secondo. Eppure Continua a leggere

Tre film antimafia ovvero La trattativa opera-spettatore

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Tra il 28 novembre 2013 e il 2 ottobre 2014 sono usciti tre film su Cosa nostra e dintorni. Tutti e tre antimafiosi – ci mancherebbe – e tuttavia solo uno veramente utile e destinato a rimanere nel tempo come si confà a un’opera d’arte: Belluscone. Una storia siciliana di Franco Maresco.
Gli altri due film sono mediocri quando non irritanti: da un lato c’è il fiabesco La mafia uccide solo d’estate, dall’altra il bigotto La trattativa. Entrambi hanno in comune superficialità e pressappochismo. Il primo, il debutto del buon Pif, ha (non sempre volutamente) un approccio ingenuo alla questione mafiosa e alla fine si risolve in un lieto fine tanto rassicurante quanto di cattivo gusto. Il secondo film segna il ritorno al “documentario” della debordante Sabina Guzzanti e ha invece un approccio a metà strada tra il giornalistico e il dietrologico, e sembra più debitore al Blu notte di Lucarelli e al Telefono giallo di Augias che non al cinema, ed è in fondo un tardo prodotto della subcultura antiberlusconiana. Continua a leggere

Sorrentino, l’autore in più

Credo fosse il 1° settembre 2001 quando a Venezia quasi per caso vidi L’uomo in più, opera prima di Paolo Sorrentino. Lui aveva 31 anni, io 19. Per l’ennesima volta mi ritrovavo con un misto di testardaggine e ingenua speranza a concedere un po’ del mio tempo a un film italiano nonostante mi fossi rassegnato all’idea che dopo il 1975 circa il cinema italiano sembrava ormai privo di idee e di buon gusto, fatte salve le solite sporadiche eccezioni. L’uomo in più invece mi risollevò il morale, mi mostrò che, parafrasando parole allora in voga, un altro cinema italiano fosse possibile. In quei giorni Sorrentino scrisse quattro corsivi per la Repubblica che già allora lasciavano intravedere la sua sensibilità “anomala” rispetto anche a tanti suoi colleghi progressisti.

Nei mesi a seguire mi rammaricai che di quel film e di quell’autore praticamente non se ne era accorto nessuno. Forse avevo equivocato, sopravvalutato quell’opera prima. Forse gli altri, altrove, erano presi da altre cose (l’11 settembre, Il meraviglioso mondo di Amélie…). Fortuna che nel decennio successivo Sorrentino ha continuato ad avere talento, buone idee e denaro per realizzarle. Fino a questo La grande bellezza che all’estero è ammirato ben più sinceramente de La vita è bella e in patria fu accolto da non pochi critici con sufficienza e spesso muovendo l’accusa di “presunzione” laddove c’era solo l’ambizione di colmare una lacuna. Sia chiaro, non è che un Oscar decide cosa è valido esteticamente e cosa no. In verità non lo decide nessuno. E tuttavia che fatica spiegare a taluni mesi fa che tra l’idea di raccontare l’Italia “cafonal” dei nostri giorni e la realizzazione de La grande bellezza, Sorrentino ha saputo muoversi come un maestro di cinema e di pensiero fino a non saper distinguere l’uno dall’altro.

Sono ancora abbastanza lucido e sincero da saper intravedere i limiti de La grande bellezza per cui è difficile parlare di opera perfetta, ma guai a enfatizzarli fino a offuscarne i pregi come ha fatto Paolo Mereghetti (col quale quasi sempre concordo) nel suo dizionario 2014. Sarebbe, per dirla alla Guccini, come rimproverare a dio di aver creato la Terra un po’ schiacciata ai poli.

Quando la fiction commissaria la storia

crediti

Ho visto tutta la fiction su Calabresi. Quella che Saccà voleva fare nel 2007 e che poi Petruccioli bloccò perché vedeva la vedova Calabresi contraria (e ignara dell’operazione). Alla fine il progetto non solo si è sbloccato, ma rientra in un più generale ciclo di tre storie sugli anni 1969-1980 (Gli anni spezzati).

Il commissario nasce col patrocinio dell’associazione dei poliziotti (Anps) e di quella delle vittime del terrorismo (Aiviter) ed è tratto da un libro di Luciano Garibaldi che, a quanto ne so, nessuno ha mai pubblicato. Garibaldi è un vecchio giornalista cattolico di destra che si diverte a scrivere libri di storia ovviamente privi di scientificità. Per questo gli autori della fiction sono ricorsi a due «consulenti storici»: Adalberto Baldoni e Sandro Provvisionato. Il primo è un giornalista figlio di un repubblichino e dirigente nazionale del Msi prima e di An poi. Il secondo è un giornalista che ha militato nella sinistra (nel ’93 credo fosse de La Rete) passato nella vita da Radio Città Futura al Tg5 dove è stato pure sindacalista. Baldoni e Provvisionato in tandem dal 1989 hanno raccontato gli anni di piombo in tre saggi. Dunque per fare spiegare la storia di Calabresi, Pinelli e dell’Italia 1969-1972 RaiFiction ha ritenuto logico affidarsi a tre giornalisti invece che a uno o più storici di provata competenza scientifica. Il risultato finale infatti è un’agiografica biografia di un poliziotto servo di Dio che insegna all’alba degli anni di piombo a porre l’altra guancia, ma messo in croce perché tradito da chissà quale giuda nascosto nelle alte sfere. E siccome da anni va forte un certo volemose bene bipartisan, gli autori hanno avuto anche cura di lasciare nello spettatore un buon ricordo di Pinelli rendendolo un personaggio quasi simmetrico in virtù a Calabresi.

Questo il quadro sommario incastrato in una cornice teorica secondo la quale negli anni ’60 c’era un’Italia che andava a gonfie vele piena di bravi lavoratori che all’improvviso fu rovinata da personaggi strani e ambigui che giocavano a fare i sovversivi. A sinistra come a destra. Gli anarchici e i capelloni sono macchiette spesso manovrate da folli alti borghesi agiati alla Feltrinelli. I fascisti ombrosi e invisibili, ma non meno idealisti e romantici. Nella polizia troviamo invece camerate di proletari e sottoproletari ansiosi di riscatto sociale e capaci e dotati di alto senso etico, seppur un po’ naif. In particolare attraverso la giovane recluta romana presa in simpatia da Calabresi torna l’abusato luogo comune “pasoliniano” su studenti e poliziotti, nonostante Pasolini avesse già a suo tempo chiarito cosa volesse dire davvero su Valle Giulia ’68.

Siamo alle solite: l’uso pubblico della storia mediante un medium di grande impatto quale è lo sceneggiato televisivo del primo canale italiano. Un’occasione di pedagogia delle masse diventa invece (per l’ennesima volta) una squallida operazione a tavolino per mettere la storia e la sua naturale vocazione alla chiarezza da parte, il più lontano possibile.

E il peggio suppongo si avrà con la terza storia, quando si racconterà la marcia dei 40mila attraverso un immaginario colletto bianco della Fiat. Scommettiamo avrà il sapore di un meraviglioso lieto fine?

Per chi volesse vedere o rivedere in streaming:
Il Commissario – prima parte del 7/01/2014
Il Commissario – seconda parta del 8/01/2014

L’utilità sociale del cinema d’autore

CinemAvvenire

CinemAvvenire ha fondato una scuola di Art-Counseling per la formazione di esperti di linguaggi artistici e multimediali, capaci di interventi finalizzati alla relazione di aiuto alle persone e ai gruppi  nelle situazioni di disagio sociale ed esistenziale.
Ritieni che il cinema  possa essere – sia attraverso la fruizione consapevole delle sue opere, sia attraverso l’ uso attivo ed espressivo del suo linguaggio – anche strumento di un percorso di crescita, di trasformazione individuale e di intervento sociale, che migliora la qualità della vita delle persone e dei gruppi?


Se i libri fossero semplicemente dei cumuli ordinati di carta buoni solo per riempire le librerie, per decorare gli studi di professionisti o al più da usare come zeppe sotto tavoli traballanti, i nazisti non si sarebbero spesi tanto per bruciarli e, prima di loro, non avremmo avuto l’Indice dei libri proibiti. Evidentemente anche il più rozzo nazista non aveva difficoltà a intravedere nella letteratura una carica potenzialmente “eversiva”: l’eversione dell’uomo libero e liberato, che leggendo ne capisce sempre di più e sa più consciamente distinguere tra bene e male. Se tuttavia basta un libro a far tremare regimi di ogni epoca e di ogni luogo, quale può essere il valore del cinema?
Entrambi sono dei medium di massa, entrambi, cioè, si rivolgono a pubblici estesi, ma lo fanno con modalità profondamente diverse. Se il libro col “grigiore” delle sue pagine è in grado di rievocare qualunque scenario, purché il lettore collabori, cosa può scatenare un film dentro una sala cinematografica? Da subito (primi del Novecento) l’impressione fu quella di trovarsi davanti a un mezzo di comunicazione di massa profondamente incisivo nell’animo umano, anche solo per la capacità di riprodurre su un telo realtà esterne con sorprendente “fedeltà”, come e più di una fotografia. Fu Jean Luc Godard a dire una volta che “la fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo”. In realtà ampi settori della semiologia sarebbero pronti a smentire o, perlomeno, a ridimensionare l’idea di Godard, ma nella prima metà del XX secolo, l’equivoco della “verità ventiquattro volte al secondo”, fu sufficiente a spingere poteri politici di vario tipo a far del cinema un potente alleato per la propaganda. Così se in Urss il cinema magnificava ed elogiava la Rivoluzione d’Ottobre, in Germania Hitler commissionava la realizzazione di ‘Olympia’ al fine di esaltare la “razza” ariana per le olimpiadi del 1936; mentre in Italia si tentava di creare un cinema di regime (ma non si andò troppo oltre i cinegiornali). Anche la democraticissima Francia, a metà degli anni ’30, sviluppava un filone cinematografico detto “del Fronte Popolare” per sostenere elettoralmente l’omonima coalizione marxista e il conseguente governo. Dunque instillare presunte verità di regime alle masse, grazie a normalissime visioni collettive di opere cinematografiche.
Funzionava? Sì e no. Da una parte l’influenza sullo spettatore medio è innegabile, ma certo si era lontani dal lavaggio del cervello che sognava qualche potente. In più non s’era capito che, per quanto di massa possa essere la proiezione, il cinema era ed è un’esperienza solitaria e intima molto vicina all’esperienza che un lettore ha in silenzio col suo libro, con tutte le conseguenze del caso. Nella seconda metà del Novecento, non a caso, si rinunciò a politiche cinematografiche di Stato (anche perché ormai c’era la TV) e lo spettatore fu lasciato progressivamente più libero di far le sue individualistiche esperienze cinematografiche. In tal senso, il cinema come propaganda anteguerra, ha passato il testimone ai cortometraggi pubblicitari della TV. Il collassare nel dopoguerra del cinema di propaganda, credo abbia creato le necessarie e sufficienti condizioni perché un nutrito numero di personalità del cinema, potesse sviluppare meglio un cinema con altre “verità” e altri discorsi artistici personali.
Il cinema come arte, come settima arte. Non solo propaganda, non solo evasione, non solo industria e fabbrica dei sogni, ma mezzo espressivo per proseguire una riflessione mai interrotta dall’uomo in tanti millenni: capirne di più di noi e del mondo circostante. Albert Camus affermava che “se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe”, e poiché il mondo è ancora tutt’altro dall’essere chiarito, e le varie arti finora esistite si sono rivelate efficaci tanto nel portare avanti riflessioni filosofiche, quanto nell’avvicinare anche i più restii a queste riflessioni, l’arte non solo continua ad esistere, ma trova nel cinema di artisti e intellettuali, l’occasione per rilanciarsi presso il grande pubblico.
Si va quindi affermando il cinema d’autore, il cinema realizzato da registi e autori capaci di usare la macchina da presa, come uno scrittore potrebbe usare la propria penna su un foglio di carta. Da brava arte, il cinema non fa né più né meno quello che possono fare le altre attività artistiche più antiche e nobili, fatto salvo le specificità di ciascuna. Tuttavia oggi, nel nostro Occidente tanto frenetico e sempre più multimediale, fra tutte le arti, il cinema diventa il mezzo migliore e più opportuno per riflettere sul mondo e spiegarlo in modo semplice (ma mai banale!). Albert Einstein, che di complessità se ne intendeva, arrivò a sostenere che “l’arte é l’espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice” e, aggiungerei, il cinema è il sistema di codifica più accattivante e completo per meglio spiegare questa complessità. Lungi da me svalutare le riflessioni che nascono dalla lettura di seri e posati saggi, ma non si può negare che purtroppo non a tutti e non a tutte le età è dato accostarsi con disinvoltura a certe letture impegnative, più che impegnate. Anche una persona colta e anziana come Eugenio Scalfari, per esempio, non fa mistero di trovare difficoltoso leggere ‘La critica della ragion pura’ dell’acuto Kant. Per risolvere, dunque, le naturali angosce insite nell’uomo, per svelare ciò che non sempre è visibile, per far ciò che è proprio dell’attività di un intellettuale, allo stato di cose presenti, non si può fare a meno del cinema, non si può non coltivare un interesse cinematografico, almeno come spettatore, se non anche come regista.
Purtroppo la natura umana non ci consente di condurre una vita normale e di superare ogni difficoltà senza l’aiuto di qualcuno o qualcosa. Siamo gli unici animali che per difenderci dal freddo non possiamo contare sulla nostra nuda e semplice epidermide. Come il bambino per nuotare in mari infiniti e profondi necessita di braccioli per non annegare e poter progressivamente acquisir sicurezza, così il cinema d’autore può essere l’alleato, i braccioli per vivere. Ma così come i braccioli vanno indossati correttamente per renderli efficienti, così anche la fruizione, la comunicazione con un film da parte di un qualunque spettatore deve essere ottimale, pena rendere vano il progetto a monte compiuto dal regista.
Fermo rimanendo che ogni opera dell’intelletto umano è figlia del suo tempo, carico di valori e di messaggi di uno o più autori, nei lavori d’autore questa caratterista è amplificata e, anzi, diventa cruciale per il destino dei suoi fruitori. Il bravo artista è colui che cerca di fornire dei dubbi, di suggerire ipotesi, di comunicare visioni del mondo. E lo fa non ricorrendo alla “brutalità” della parola esplicita (altrimenti non sarebbe diverso dal comizio di un deputato), ma trasformando tutto in sogni, storie, simboli a seconda della personalità e dello stile dell’autore. In pratica codifica un proprio originale pensiero molto più di quanto noi non facciamo usando la lingua italiana.
Ma se il regista codifica, spetta allo spettatore decodificare. Difficilmente si può comprendere in pieno un film facendoselo calare dall’alto senza nessuna nozione preliminare. In fondo neanche i critici più navigati arrivano a comprendere tutto di tutti, ma questo non autorizza ad improvvisarsi spettatori. Serve maggior consapevolezza. Armando Fumagalli, nel saggio ‘I vestiti nuovi del narratore’ (Il Castoro), ha scritto che “le tecniche di scrittura drammaturgica insegnano sempre di più a lavorare come se dovessero emergere sullo schermo solo le punte degli iceberg”, e spesso “si vede uno ma – se stiamo attenti – si comprende dieci”. Se il regista, come s’è detto, comunica dubbi, domande, lo spettatore deve essere quindi pronto a ricettare dentro di sé queste domande e conseguentemente sarà invitato a tentare di trovare delle risposte. Non è detto che le risposte arrivino, ma intanto quello spettatore, dopo ogni film, sarà una persona diversa, migliore: è una delle conseguenze più nobili dell’arte in genere. Sempre Godard osservava che “l’arte ci attrae solo per ciò che rivela del nostro io più intimo”. E in questa rivelazione può succedere di tutto. Le epifanie cui può portarci il film giusto al momento giusto, possono avere conseguenze inimmaginabili nella nostra vita. Solitamente nulla che si possa cogliere nel breve termine, ma a lungo termine sì. Del resto non ho notizia di cose buone nate dalla fretta.
A questo proposito ritengo sia esemplare un brano tratto da un vecchio scritto di Francesco De Gregori sulla sua adolescenza: “Il cinema lo scoprii andando a un cineforum, il Planetario, attraverso la scuola. Lì vidi film stupendi, non so: ‘Il settimo sigillo’…. Il cinema mi piaceva molto. Mi innamorai di Pasolini, vedendo ‘Il vangelo secondo Matteo’, che mi folgorò. E poi Antonioni: ‘Blow up’ lo so a memoria. Scatenò anche in me la moda delle macchine fotografiche. Corsi a comprarmi una Petri e andavo a fare fotografie. Mi piaceva molto James Bond con Sean Connery. I western all’italiana non mi piacevano particolarmente, preferivo i western veri: ‘I magnifici sette’, ad esempio. I miei primi approcci con la musica sono nati attraverso certe colonne sonore”.
Questa testimonianza ha notevole importanza non perché riguarda il noto artista De Gregori, ma perché, se cercassimo bene, troveremmo molte storie simili tra persone di tutto il mondo che poi magari sono rimasti lontani dalle luci della ribalta. De Gregori, ragazzino, guarda ‘Blow up’ e, influenzato dal fotografo protagonista, inizia a coltivare un nobile hobby quale è quello della fotografia. Lo stesso ragazzo guarda il Vangelo di Pasolini e ne resta “folgorato” (e di certo il soggetto del film non doveva apparirgli come una gran novità). La folgorazione dopo un buon film è una sensazione comunissima e, come si diceva, dagli esiti positivi ma imprevedibili. Si torni al pallino della fotografia nel giovane “principe”: i maligni potrebbero pensare che in fondo De Gregori non è diventato un fotografo e che s’è solo lasciato prendere da una moda passeggera. Può darsi. Ma una delle doti di scrittura di De Gregori riguarda la capacità di evocare grandi quadri con poche pennellate, e chissà che dietro non vi sia stato l’allenamento del proprio sguardo dietro una Petri? Se vi aggiungiamo la dichiarazione finale sulle colonne sonore, si capisce quanto il De Gregori cantautore debba molto di più al cinema che non a parallele passioni per la musica.
Si osservi poi come non sia casuale che tutto quello di cui parla De Gregori sopra, sia circoscritto all’adolescenza. L’adolescenza, si sa, è l’età delle prime angosce, delle trasformazioni, dei tumulti non solo ormonali, ma esistenziali. Se De Gregori ne è uscito fuori come un buon adulto, lo deve anche, ma certo non solo, al suo incontro col cinema avvenuto, grazie “alla scuola”, in un cineforum romano. Dunque la scuola come mezzo fondamentale per avvicinare nel modo più opportuno un giovane al cinema. Negli anni ’60 del secolo scorso qualche dirigente scolastico di De Gregori ebbe la felice intuizione di portare dei giovani in un cineforum e non in una generica sala a vedere film generici. E, in fondo, la scelta ha pagato e ha compensato evidenti mancanze da parte di altre istituzioni (la famiglia in primis). Il che oggi non pare così scontato: mesi fa è venuto nella facoltà di Lettere e Filosofia di Catania, il noto produttore Aurelio De Laurentiis con il cast principale di ‘Manuale d’amore’, allo scopo di promuoverne il film. In quell’occasione l’università ha rinunciato a organizzare un minimo di discorso attorno a un qualunque tema cinematografico, limitandosi a concedere i migliori saloni a un produttore che, solitario, ha fatto il suo mestiere di pubblicitario facendo sfilare le star di turno e alimentando solo l’aspetto spettacolare e divistico del cinema che, quando va bene, è sterile, altrimenti rischia di essere controproducente su giovani appena maggiorenni. In quella stessa occasione De Laurentiis promise di organizzare, d’intesa col Ministero dell’Istruzione, un circuito pubblicitario dei propri film italiani presso una settantina di università, magari in videoconferenza. De Laurentiis ci guadagnerà sicuramente, probabilmente si riprenderà anche il cinema italiano, ma non sono del tutto sicuro che ci guadagni l’arte del cinema.
E allora è consolante sapere che l’associazione CinemAvvenire organizzi una scuola di Art-Counseling, per formare esperti di linguaggi artistici e multimediali. Da quel che ho potuto leggere a riguardo, CinemAvvenire ha addirittura l’ardire di creare dei professionisti che possano usare il cinema e non solo, come mezzo di intervento sociale anche nelle realtà più difficili. Utopia? Tutt’altro! Ma evidentemente una scarsa diffusione del pensiero dello scrittore Henry Miller, secondo cui “l’arte non ci insegna nulla, salvo il significato della vita”, fa sì che le “pretese” della scuola di Art-Counseling appaino come la scoperta dell’uovo di Colombo! Oltretutto viviamo tempi che tecnologicamente ci permettono di poter giostrare nelle nostre mani ogni medium di ottima qualità, come più ci pare e a seconda del momento. Oggi più di ieri, con la giusta formazione, si possono fare grandi cose con poco e, da quanto posso intuire, proprio gli Art-Counselor che CinemAvvenire si appresta a formare, hanno, in tal senso, grandi potenzialità e potranno essere una preziosa risorsa per la nostra contraddittoria società. Dispiace solo, ma spero sia un’impressione errata, che simili progetti non siano indicati nelle sedi opportune come vie maestre per rivoluzionare persone che sappiano rivoluzionare lo stato (triste) di cose presenti.
Ma sono certo che la scuola di CinemAvvenire sarebbe piaciuta al François Truffaut del libro ‘Il piacere degli occhi’, quando scriveva: “Ecco perché sono il più felice degli uomini: realizzo i miei sogni e sono pagato per farlo, sono un regista. Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell’infanzia (…) Penso che tutte le individualità debbano esprimersi e che tutti i film siano utili, formalisti o realisti, barocchi o impegnati, drammatici o leggeri, moderni o antiquati, a colori o in bianco e nero, a 35 mm o in Super 8, con attori famosi o sconosciuti ambiziosi o modesti… Conta solo il risultato, cioè il bene che il regista fa a se stesso e il bene che fa agli altri”. Se poi il “bene che il regista fa agli altri” viene incanalato da persone preparate per far bene agli ultimi e recuperarli, il cinema d’autore avrà raggiunto la pienezza delle sue potenzialità.

Vincitore del Premio CinemAvvenire 2005 come miglior tema.

L’Argentina di Naomi Klein

la presa

Le tematiche new global e gli orrori del capitalismo glo­balizzato sbarcano alla Mostra di Venezia con Naomi Klein, autrice della sceneggiatura del do­cumentario The take – L’autoge­stione. La regìa affidata ad Avi Lewis confeziona in formato digi­tale un lungometraggio che vuole essere e una sorta di No logo in for­ma video e una riflessione-denun­cia sul collasso economico dell’Ar­gentina della fine del 2001. Men­tre avidi speculatori e ingenti ca­pitali fuggivano all’estero spingen­do la popolazione argentina ai no­ti assalti ai supermercati con ap­propriazione degli alimentari, Lewis e Klein filmavano la sponta­nea risposta di un nutrito gruppo di operai: l’autogestione della pro­pria fabbrica, l’abrograzione del padrone.

Nello sfacelo generale del più ricco ceto medio sudamericano forgiato a suo tempo da Peron, la classe operaia di Buenos Aires cer­ ca riscatto e voglia di andare avan­ti riprendendo in mano la propria vita e la propria fabbrica, risco­prendo, ebbene sì, la cara vecchia coscienza di classe, che, bene o male, funziona. I salari diventano equi, il laroro più giusto e l’otti­mismo sembra farsi largo in quel­la che, all’esterno dei capannoni, sembra assumere la forma dell’apocalisse del capitalismo, con tanto di giudizio universale della classe dirigente argentina (in primis l’ex presidentissimo Me­nem) e delle ricette economiche dettate dal Fondo monetario inter­naziabaíe e sempre benedette da­gli Stati Uniti.

La borghesia avverte il rischio di una rivoluzione e mette in mo­to la reazione mandando, guarda caso, la polizia a riportare ordine e disciplina nelle fabbriche occu­pate. Ma gli operai resistono e l’autogestione continua. Non resta che tornare a elezioni presidenzia­li e tentare di riaffidarsi a Menem, il quale, fresco di prigione, inizia a gridare quanto l’Argentina abbia bisogno di ritrovare ordine: le cooperative vanno boicottate. L’alternativa è rappresentata da altri quattro potenti che in sostan­za sono tutti pronti a rifar gli in­teressi statunitensi, più che, degli argentini. In un simile scenario, tra gli operai c’è chi sceglie l’astensione, chi il peronista Kir­chner, vincitore e legalizzore delle cooperative e chi, invece, si dichiara pronto a votare Menem, che intanto si propaganda come “il salvatore”, quasi messianico.

Qui il documentario inizia a mo­strare i limiti dei progetti new glo­bal: Klein narrando fuori campo sembra quasi convincere sulla vali­dità della strategia dell’autogestio­ne in risposta al capitalismo glo­balizzato, ma dalle intenzioni di voto degli operai emerge che la borghesia ha ancora grande in­fluenza sugli operai e che la cosid­detta abrogazione del padrone è più formale che reale. Non a caso Menem vince al primo turno e so­lo i sondaggi fortemente negativi lo porteranno a ritirarsi a favore di Kirchner che, pur promuovendo iniziative sociali, torna a firmare i soliti accordi col Fondo monetario internazionale.

Il documentario chiude molto ot­timisticamente, invitando ad agire globalmente in favore delle autoge­stioni per evitare di far dell’intero pianeta un “caso Argentina”. Il tut­to senza superare il capitalismo e quindi rinviando solamente i problemi di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Piacevole e utile, il lavo­ro di Naomi Klein è un documenta­rio dalle spinte più riformiste che al­termondialiste, ma riceve comun­que lunghi applausi da parte dei gio­vani accorsi numerosi in sala.

per la Rinascita della sinistra n. 36, 17/9/2004

Tra giovani e cinema non mettere la Tv

Nuovo Cinema Paradiso

Cosa vogliono i giovani dal cinema italiano ed europeo? Quali contenuti, quali stili e quali linguaggi? E, soprattutto, quali  valori? Può il cinema rispondere alle domande di fondo che i giovani si pongono sulla vita e sul mondo? Può aiutare a capire un po’ più la vita e a viverla meglio, come dice Gillo Pontecorvo? Avere un’idea sul cinema, significa anche avere un’idea sul mondo, come ha detto Truffaut? Il cinema deve servire a qualcosa, come diceva Rossellini? Può servire a rilanciare la speranza di un cambiamento profondo della cultura, dei rapporti umani e dei modi di vivere?


A furia di voler etichettare come unici, fenomeni ricchi di sfaccettature, si rischia di far la fine di quegli antichi che ritenevano l’acqua un elemento semplice, quando invece, come è noto, è un composto di ossigeno e idrogeno: nel 1967 uscì uno studio sui giovani di quel periodo, condotto da esperti abbastanza blasonati, che bollava i ventenni dell’epoca come svogliati, senza valori, mediocri, capaci di poco o nulla. L’anno dopo quegli stessi giovani davano luogo alla contestazione sessantottina, ancora oggi ricordata come un grande laboratorio di idee e di progresso, malgrado certi limiti. Vale la pena di tenere a mente questo episodio perché davanti all’argomento “giovani”, il rischio di imbarazzanti miopie è sempre dietro l’angolo. E certo io, che giovane lo sono ancora, non ne sono esente.
Quando quindi indaghiamo su cosa vogliono i giovani del 2004 dal cinema italiano ed europeo, bisogna ricordare quanto i giovani (che orientativamente sono i maggiorenni sotto i 30 anni), siano profondamente eterogenei e di come spesso siano gelosi delle loro diversità, anche a rischio di creare un’assurda incomunicabilità fra coetanei. Comunque a carattere generale, in qualunque spazio e tempo, il giovane è sempre stato un vulcano di energie fisiche e/o intellettive, che non si limita a rimpiazzare la generazione precedente, che non si limita a farsi nuova classe dirigente, ma che tende anche di immettere elementi (ora timidi, ora estremi) di innovazione nel genere umano. È il nuovo che porta la novità. O almeno ci prova. Per sua natura l’uomo è, nel bene e nel male, creativo, il giovane, poi, lo è in maniera più netta, forte delle sue fresche energie. E poiché non c’è modo migliore di mettere a frutto la propria creatività se non nell’arte, allora si potrebbe arrivare a dire che l’arte è dei giovani, specie se è arte cinematografica. Perché il cinema, avendo alle spalle “solo” un secolo di storia, è l’arte più giovane che esista e, quindi, quella che garantisce ancora maggiori possibilità di sperimentazione e di esplorazione in campo espressivo e, soprattutto, quella che permette di mettere in relazione e di condensare più modalità artistiche (letteratura, musica, pittura…), il che richiede capacità che è più facile trovar in un giovane che in un uomo più in là con gli anni.
Va però detto che la maggioranza dei giovani di oggi, non brillano certo per gusto estetico, finendo per disperdere od offuscare tutte le loro potenzialità sopraccitate. Questi giovani maggioritari sono, del resto, figli del loro tempo, essendo, almeno in Italia, i primi ad essere stati cresciuti solo o anche dalla televisione privata e a colori. Chi è giovane nel 2004 è nato infatti tra la seconda metà degli anni ’70 e la prima degli anni ’80, cioè proprio quando in Italia nasceva e s’affermava la televisione privata e a colori nella vita di ogni singolo cittadino. Non una semplice contingenza, dato che, come vedremo, questa segna letteralmente, più nel male che nel bene, l’infanzia e la crescita dei giovani d’oggi.
Una generazione cresciuta e fiancheggiata da quella che Umberto Eco definì nel 1983 “neotelevisione” (per distinguerla dalla “paleotelevisione” Rai monopolistica in bianco & nero), è una generazione che s’è nutrita di una TV autoreferenziale e fortemente commerciale, dotata di un colore che fa saltare ogni barriera tra il mondo vero dello spettatore e quello artefatto della TV. Si viene così educati a confondere il vero con il reale, per cui tutte le finzioni della TV vengono percepite come vere solo perché sono reali, favorendo un processo di manipolazione già efficace in menti adulte, figurarsi su quelle dei bambini. Per di più la neotv punta tutto sulla facile evasione e l’approfondimento spesso è autoreferenziale, volto cioè a fatti e cronache di personaggi di TV e spettacolo, magari esistenti solo all’interno dei confini televisivi i quali, però, assurgono a confini del mondo reale, per cui la TV è l’unica finestra sul mondo. Una finestra di immagini-spazzatura che fanno tabula rasa di ogni sensibilità umana. A tal riguardo nel film Quinto potere o Network del 1976 Diana, rampante produttrice TV, viene apostrofata così: «Tu sei la televisione incarnata, Diana: indifferente alla sofferenza, insensibile alla gioia. Tutta la vita si riduce a un cumulo di banalità: guerre, morti, delitti, sono uguali per voi, come bottiglie di birra». La forma mentis di un bimbo cresciuto dalla neotv, finisce per essere molto prossima a quella della Diana di Network, e ciò si ripercuote (com’è ovvio) su tutte le sue scelte, comprese quelle cinematografiche. Per cui non deve stupire che tantissimi giovani oggi giudichino spesso un film partendo dalla presenza o assenza di effetti speciali, cioè di quelle trovate al computer che rendono più spettacolare l’immagine. La generazione cresciuta a pane ed immagini spettacolari, chiede al cinema immagini che stupiscano quanto più possibile, e che con gli effetti audio surround siano capaci di creare improbabili effetti presenza, quasi a voler colmare desideri repressi di entrare dentro la TV. E la storia? E i personaggi? Contano, ma non più di tanto. Inutile pensare, quindi, a quanto possa interessare, per chi cerca gli effetti speciali, il problema dell’artisticità dell’opera cinematografica. La forza della forma vince sul contenuto, e alcuni son pure pronti a far della forma l’unico contenuto.
Questi giovani chiedono film che soddisfino all’inverosimile la pancia e tralascino la mente, che sappiano cioè riprodurre gli stessi meccanismi di evasione ed edonismo della neotv. E in questo l’industria filmica Usa è certo campione. È vero che gli americani sono i più bravi e potenti nel promuovere i loro prodotti in Europa, ma è anche vero che, almeno in Italia, questi non di rado vengono accolti con tifi da stadio. Sia chiaro che così come non tutti i giovani scelgono film per la pancia, così anche non tutti i film americani sono pensati per questo pubblico, ma è indubbio che entrambi i fenomeni siano in maggioranza e si vengono incontro con estrema facilità. Non a caso, al povero cinema europeo questi giovani rimproverano di essere poco o per nulla “americano”, cioè di essere incapace di riprodurre certe “magie” al buio delle sale. Così i film italiani che riescono ad acquisire popolarità, diventano solo quelli che sanno far fare grasse risate (ai limiti della trivialità) e quelli particolarmente sentimentali, entrambi narrati con regie e montaggi da videoclip musicali, cioè con i ritmi più prossimi allo spot pubblicitario e allo zapping casalingo (altro fenomeno da neotv). Anche il cinema per la televisione made in Italy se n’è accorto da tempo e va avanti a polpettoni che riciclano il vecchio genere del romanzetto d’appendice.
È giusto precisare che in sé il film per la pancia non è negativo, però il rischio di un consumo continuo ed esclusivo di questo, può indurre ad alimentare visioni distorte del mondo, ad ottundere le proprie capacità critiche e di gusto, e a creare dei disadattati in ogni circostanza che pone la vita. La neotv e certi film sono come le caramelle, magari piacevoli, ma che non possono farsi pasto abituale. Qualcosa di simile la denunciava già nel 1956 quel genio di Orson Welles al New York Herald Tribune, dicendo: «Odio la televisione. La odio come le noccioline. Ma non riesco a smettere di mangiar noccioline».
Purtroppo essere giovani nel 2004 non è cosa da poco: ci si sente attanagliati da un senso di precarietà in nome del quale si rinuncia a costruire o a immaginare soltanto un futuro, pena una gran depressione. Davanti a tutto questo, molti giovani cercano la scorciatoia dell’evasione. Fenomeno non tanto diverso da quel che accadeva agli italiani degli anni ’30 quando imperversava il cosiddetto cinema dei telefoni bianchi, un filone che prevedeva tanto ottimismo, epiche arrampicate sociali, ricchi ambienti borghesi e la conquista dell’amore. Per evadere dalla realtà di miseria umana ed economica dell’Italia fascista, si puntava su un sogno cinematografico avulso dalla realtà.
Quando quindi un autore di film si mette al servizio esclusivo di un cinema d’evasione, non fa solo una scelta tecnica o commerciale, ma esplicita anche il proprio atteggiamento d’animo, la propria sensibilità davanti al reale, al mondo, cercando di mostrarne i lati migliori e più gai di questo. Nasce così un cinema che fa derealizzazione in una continua celebrazione dell’apparenza, per sospendere ed “anestetizzare” i dolori dello spettatore per non più di tre ore. Colui che invece avverte tutta la problematicità del reale, sarà un autore che cercherà di far vivere in maniera più forte allo spettatore tutte le asprezze del mondo. Se poi questo coinvolgimento viene fatto meditando anche sulle scelte stilistiche e di linguaggio del mezzo cinematografico, rifiutando l’improvvisazione e la grossolanità, allora si può parlare a buon diritto di film d’autore. Risulta quindi evidente quanto lucido era Truffaut quando sosteneva che «avere un’idea sul cinema, significa anche avere un’idea sul mondo»; un ragionamento, quello del regista francese, che non vale solo per il cinema, ma per la arti in genere: si pensi alla differenza tra i libri di Liala e quelli di Pasolini.
Davanti alle inquietudini umane che ci consumano, cercare il cinema può essere un atteggiamento positivo, ma a patto che si tratti proprio di cinema d’autore, capace di aiutare (l’arte deve solo dare dubbi) a trovare delle risposte ai propri problemi, riattivando e rigenerando mente e cuore umani. Se invece, come fanno in tanti, si cerca il cinema per annebbiarci, come si potrebbe fare con dell’alcol, allora si finisce per abdicare la Vita, per chiudersi in un giardino incantato simile all’Eden di Adamo ed Eva: ignorando che esiste il bene ed il male.
Forse le rivoluzioni non si fanno coi film d’autore, ma certo questi, come tutte le buone opere d’arte, possono aiutare a formare dei giovani in grado di far rivoluzioni o, perlomeno, in grado di evitare di far del male a sé e agli altri. Viviamo in un clima di odio e di guerra fra civiltà tanto differenti quanto sorelle, e questo perché in tanti sono incapaci di amare e di comprendere l’altro e l’altrove. Certo ha ragione Gillo Pontecorvo quando sostiene che il cinema «può aiutare a capire un po’ più la vita e a viverla meglio», ma dirò di più: può aiutare a capire tutte le vite e a farle convivere meglio. Nel 2003 a Berlino è stato consegnato l’Orso d’Oro a Michael Winterbottom per il suo Cose di questo mondo. Si tratta di un film sul viaggio della speranza di due ragazzi afgani dal proprio paese natale fino a Londra come clandestini, attraverso difficoltà e strazianti sofferenze tipiche di chi cerca di dar una svolta alla propria vita, partendo da una situazione di accentuato svantaggio. A onor del vero la regia non è il massimo (non ci si pone troppo il problema di dove collocare la macchina da presa, per intenderci), ma Winterbottom è bravissimo nel far cogliere in un’ora e mezza cosa significhi essere afgani qualunque nel XXI secolo. Comprendiamo quanto siano piccoli i nostri problemi e come siano sporche le nostre ricchezze costruite anche sulle spalle di nostri simili, ma colpevoli solo di esser nati dal lato sbagliato del mondo. E così tanto Occidente, nell’ignoranza più totale di simili storie, perde il suo tempo a giudicare i mediorientali come dei beduini, degli incivili, dei nostri nemici. Oppure continua la sua vita egoisticamente ignorando le vite più lontane dalla propria, salvo poi lapidarle se si viene derubati. Nel film si vede il protagonista più piccolo (poco più di un bambino), rubare una borsetta a Trieste per pura fame. Tra l’Afganistan e Trieste quel ragazzino vive un’autentica odissea e certo un furto per fame non può essere condannato. Il cinema fa anche questo: pone davanti a una realtà altra, pone il dubbio che quel che si vede non sia giusto e fa maturare nuove consapevolezze.
Ma l’alterità può anche essere dentro il nostro mondo sottoforma di handicap. Spesso il portatore di handicap viene considerato come un essere umano di serie B, se non un mostro, indipendentemente dalla percentuale e dalla tipologia di handicap di cui si è portatori. Per chiunque ha la fortuna di essere considerato “sano” (ma fine a che punto lo si è?), può essere utile guardare il sudcoreano Oasis di Chang-Dong Lee, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2002. È la storia di un giovane leggermente ritardato appena uscito di prigione per un omicidio commesso dal fratello. Il giovane cerca di scusarsi con la figlia del defunto, che però è affetta da paralisi; tra i due nascerà l’amore, di quelli bellissimi, poetici e vitali. Un amore che non sa e non può esprimersi nelle forme canoniche a cui siamo abituati e che neanche nasce con un corteggiamento dialettico come Romeo e Giulietta al balcone. Qui tutto è tanto naturale, quanto incomprensibile per lo spettatore e per chiunque nel film sia esterno alla coppia. Con lo scorrere della pellicola a far la figura di handicappati sono proprio i sani che pur avendo tutti in sensi in funzione non sanno comprendere e riconoscere la cosa più bella che possa capitare nella vita: un amore sincero. Comprese le famiglie di lui e lei che vedranno nel primo solo uno stupratore affetto da chissà che forma di perversione sessuale. Il fatto che sia una storia coreana non significa nulla, perché al centro vengono poste delle problematiche umane universali (l’amore, l’odio) all’interno di un contesto ipocrita esistente tanto in Corea, quanto in Italia.
Se il cinema, per dirla alla Rossellini, deve continuare a servire a qualcosa, allora deve oggi più che mai arrivare ai giovani per aiutarli a riprendersi ciò che è loro e che hanno assopito in sé: la propria giovinezza. Giovinezza da intendersi come capacità innata di saper scuotere il mondo diventando forza di progresso, alla faccia della neotv e delle insulsaggini che propaganda. Purtroppo non è cosa facile, perché se il film d’autore non viene incontro alla gioventù, difficilmente la maggioranza di questa potrà conoscere che esiste un cinema altro che propone realtà altre (o che riafferma radicalmente la nostra). Questo incontro spesso viene meno perché le sale cinematografiche non sono distribuite capillarmente e, quelle esistenti, per amor di denaro, preferiscono proiettare cinema d’evasione, ritenuti gli unici in grado di riempire le sale. E l’home video si comporta simmetricamente. Dal canto suo la TV si guarda bene dal trasmettere i capolavori della storia del cinema, se non a orari improbabili della notte. Per cui a guardare la TV si fa presto a conoscere a memoria la filmografia di Bud Spencer e Terence Hill (piacevole, ma non meritiamo di più?!?), e si ignora l’esistenza di un, per esempio, Rocco e i suoi fratelli di Visconti. Peccato, perché tutto ciò avviene in un momento interessante, se non felice, per il cinema d’autore italiano: agli autori emergenti sembra tornata la voglia di raccontare ottime storie con idee che non cadono nel banale, che raccontano il paese, senza più essere affetti da un inspiegabile ed eccessivo intimismo minimalista. Non si scimmiottano neanche più i grandi maestri di cinema del passato, anche se spesso si finisce per prendere per maestra la TV e la pubblicità, quando addirittura non si finisce per credere di poter far da soli. C’è qualcosa di nuovo nell’aria, c’è aria di riscatto per il giovane cinema d’autore. Almeno potenzialmente. Tutto dipende da chi riuscirà a far vedere un po’ di questo cinema ai giovani della neotv. Nel dir ciò, è sottinteso che per qualunque giovane di oggi esiste la concreta possibilità di affrancarsi dalle logiche perverse del video edonista, dato che questi giovani, malgrado tanti abbiano alle spalle scarse letture e troppe ore TV, restano delle persone pronte a incuriosirsi con poco da un momento all’altro, questione di stimoli. E questi stimoli è più facile che arrivino, strategicamente per primi, da un cinema europeo piuttosto che da quello americano; un po’ perché quello europeo è un cinema particolarmente vicino alle tradizioni culturali dei giovani italiani, fosse anche un film norvegese; ma soprattutto perché troppe volte gli statunitensi si son rivelati inadeguati ad approfondire temi essenzialmente umani. Sarà un caso, ma gli artisti Usa più amati dall’Europa, come ad esempio Woody Allen, hanno qualche difficoltà a farsi accogliere calorosamente in patria. A onor del vero chi ha anche dimostrato di saper trattare egregiamente tematiche umane, è stato il cinema asiatico, ma per la sua distanza dalla cultura europea, la visione di questi film per un giovane inesperto, potrebbe riservare qualche problema di comprensione.
Ci sono tante giovani coscienze da (ri)costruire, e non è problema da poco per il futuro del mondo. E l’arte e gli artisti hanno profonde responsabilità in merito: quando dei giovani in divisa praticano ludicamente la tortura, allora lì perde sì l’uomo, ma perde anche l’arte che non è riuscita a farsi modello e veicolo di valori positivi.
Considerato che la nostra civiltà può anche minacciarci e tagliarci a pezzetti, ma che libertà e fantasia restano indistruttibili nella coscienza dell’uomo, urge far sì che la vita possa tornare a confrontarsi e ad imitare l’arte, altrimenti si rischia di lasciar campo libero alla cattiva maestra TV.
Investire, dunque, col cinema d’autore nei giovani contemporanei, significa non dover un giorno ridursi come Woody Allen in Mariti e mogli del 1992, quando, parlando all’allieva Juliette Lewis, ammette: «Ho trovato stupendo quel tuo “la vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione”: è assolutamente vero».

tema (vincente) per CinemAvvenire 2004.

La Storia a Venezia

Torno fresco fresco (ma distrutto) dalla Mostra di Venezia. Quest’anno tre registi italiani han deciso di trattare tre momenti storici importanti del dopoguerra di cui, nel bene e nel male, ci ritroviamo a esser tutti figli. Gli anni in questione sono il ’48 (o quasi), il ’68 e il ’78, trattati rispetivamente da Benvenuti, Bertolucci e Bellocchio. Benvenuti ha proposto Segreti di Stato, ovvero la trasposizione cinematografica di anni di studio sui fatti di Portella della Ginestra partendo dalle dichiarazioni di Pisciotta, guardacaso morto avvelenato. Nel film un buon Catania, in qualità di avvocato del Pisciotta, ci mostra pian piano come Portella sia stata una strage voluta da Usa, Chiesa e Dc per fermar l’avanzata comunista dopo i successi siculi del ’46, con l’aiuto fondamentale della mafia e usando come capro espiatorio il bandito Giuliano che di sparare alla folla non gli passava minimamente per la testa. Questo ed altro ancora racconta Benvenuti aiutato da Tranfaglia di Aprile e con uno stile personale, ma forse troppo conformista, paragonato al contenuto ricchissimo e pirotecnico. Bertolucci invece da un appartamento francese in pieno maggio ’68, cidisegna la curiosa vita dei suoi The dreamers. Solo per pchi conosce già Bertolucci. Il film è un po’ esteta e forse non spiega un cazzo di chi furono i sessantottini, ma è interessante vedere come potevano esser quei ragazi che “lottavano così come si gioca”. Nel film interessante la figura femminile che ha il corpo della Liv Tyler di Io ballo da sola con le tette della Maria Schneider di Ultimo tango a Parigi. E, giust per provocar un po’, ci sono interessanti inquadrature di un pube femminile molto naturale e di un cazzo in primo piano. Contento lui. sempre per la serie “lottavano così come si gioca” arriva per ultimo bellocchio con suo Buongiorno, notte. Curiosità. Il press-book che la Rai Cinema ha dato ai giornalisti si apre con la citazione “entrò la Storia e si sedette dalla parte del torto”. A voi cosa ricorda? Il titolo dell’opera di Bellocchio sul caso Moro si deve, tuttavia, a una poesia di Dickinson (Good Morning – Modnight). Puar essendo Benvenuti quello che ha fatto discutere per i nomi che candidamente fa (due papi, Scelba, Andreotti…), Bellocchio risulta il più controverso nella sua ricostruzione storia. In Buongiorno, notte s’è voluto parlar soprattutto dei terroristi carcerieri di Moro e della loro psicologia davanti a quel che facevano, a quel che dovevano fare, a quel che vedevano succeder intorno a loro. Per far ciò il caso Moro bellocchiano non ha nulla di attinente con la verità giudiziaria. In pratica il rapimento Moro fu ornanizzato in solitudine da un pugno di giovani convinti di avere la classe operaia dietro e che poi si ritrovano delusi nel veder che i comunisti non li seguono e li condannano. Cosicché tra sogni e mantra comunisti, qualcuno vine preso dal rimorso, pur decidendo compatti di eseguire la sentenza di morte contro il presidente democristiano. Presidente che qulche momento prima chiede di farsi commutar la pena in ergastolo. Mah! Critici compatti (caso rarissimo) nel dir che meritava il leone d’oro e che, comunque, resta un capolavoro. Ma vi pregherei di andarlo a vedere, perché a riguardo avrei qualcosa da aggiungere di carattere socio-politico.

Mostruosità (mostra & curiosità)

Al Lido si pensa già al prossimo anno. S’è infatti tenuta nei sotterranei del Casinò una mega riunione dei bistrattati accrediti cinena per capire se un’altra Mostra è possibile. È un risultato storico, dopo anni di lamentele individualiste. Ed è un risultato ancora più importante se si pensa che nella riunione s’è deciso di coalizzarsi in AC.CI.D.E.N.T.I (ACcreditati Cinema Denigrati Emarginati Nauseati Tritati Ingiustamente). All’ordine del giorno s’è parlato di cattive pellicole e delle difficoltà d’ingresso. Per quest’ultime l’Accidenti s’è divisa in parecchie e potenziali soluzioni. L’ala d’estrema sinistra vorrebbe l’entrata degli accreditati cinema sempre e comunque con trasformazione delle poltroncine in minibar pronti ad offrir ogni comfort culinario e possibilità di dar sempre un bacio all’attrice protagonista presente in sala. Sospettando che una simile richiesta possa attirar l’ira di De Hadeln, i moderati s’accontenterebbero di entrar nei cinema rimanendo fuori dalle sale. Di qui alcuni saggi di questa corrente, hanno speso lodi sperticate sul tipo di fruizione filmica che ne deriverebbe: si starebbe in chiaro a vedersi tutti in faccia senza veder le immagini, ma limitandosi ad ascoltare i suoni. E solo quelli che passano attraverso le mura. Di fronte ad una simile prospettiva, sbotta la corrente conservatrice che dice che star fuori dalla sala non è poi un gran male, purché si trasformi in una dimostrazione fiera e virile della forza dell’accreditato, in risposta a una “Mostra pilotata da un uomo che non appartiene alla nobile stirpe italica”. Difficile una mediazione. Provvidenziale l’intervento di un giovane romano che ha proposto nell’immediato la crocifissione dell’uomo della sicurezza che sta all’esterno del Palagalileo. Un gesto simbolico contro un uomo simbolico che, data pelata e fisico, è stato ribattezzato negli atti come Mastrolindo, l’uomo che voleva ripulire le sale dagli accreditati gialli. Bocciato l’emendamento che voleva anche il linciaggio del compare di Mastrolindo: un essere biondo e bionico, realizzato anni fa da un artista giapponese per la Biennale Arte. Viene sempre smontato a fine Mostra col PalaBNL. Sul fronte della scarsa qualità delle opere, s’è proposto compatti che la Biennale fornisca unitamente ad accredito e programma, anche il mitico velo pietoso da mettere davanti agli occhi per salvaguardarli. Sarà firmato Valentino.

per CinemAvvenire.it daily