La crisi nel Pd sa più di darwinismo sociale che di democrazia socialista.

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C’è scissione e scissione. Quando è fatta per ragioni strategiche può essere un arricchimento della dialettica politica. Quando è fatta per ragioni tattiche è solo una furbata di corto respiro che i promotori pagheranno con gli interessi nel lungo periodo. E questo nel migliore dei casi. È indubbio che i matrimoni fondati su unioni mal assortite non possono che concludersi con una separazione esplicita (ognuno per sé) o implicita (separati in casa).
Sono tanti coloro che potrebbero spiegare l’attuale crisi del Pd come appunto l’inevitabile esito di un matrimonio inevitabilmente infelice, come previsto da diversi osservatori al momento della sua celebrazione nel 2007. Basti su tutti la critica continua e incessante portata avanti in questi dieci anni da Emanuele Macaluso. Tuttavia l’idea del Pd nella sua formulazione originaria del 2003 lanciata da Michele Salvati non era del tutto campata in aria. È chiaro che in astratto non si capisce come si possa concepire un partito che tenga uniti socialisti, cattolici democratici e liberali di sinistra: tante affinità, ma soprattutto tante divergenze. Nella realtà invece, almeno in Italia, è indubbio che nel 2003 i Democratici di Sinistra da un lato e La Margherita dall’altro avessero ormai raggiunto una certa identità di vedute su tante questioni strategiche, soprattutto, va detto, per il progressivo slittamento a destra del partito erede della maggioranza del Pci.
La cultura del centro del centrosinistra aveva di fatto egemonizzato la sinistra socialriformista non solo perché allora era convinzione diffusa che nelle seconda Repubblica bipolare le elezioni si potessero vincere solo contendendosi l’elettorato di centro più ballerino, ma anche perché il gruppo dirigente occhettiano prima e dalemiano poi del Pci-Pds-Ds, rimasto pressoché immutato dal 1987, aveva sempre mantenuto come bussola del proprio agire politico l’idea di dover doversi accreditare come forza di governo rassicurante per tutta la borghesia. Soprattutto con l’avvento di Berlusconi e confortati dalle tesi vincenti di Tony Blair, i “giovani” D’Alema e Veltroni lavorarono per accreditarsi come l’unica forza politica attrezzata per guidare il paese nell’interesse di tutte le classi, ma assumendo il programma dei desideri della borghesia nazionale ed internazionale. Difficile dire quanto questa operazione abbia reso politicamente, ma di certo i Ds attraversarono gli anni ‘90 e si affacciarono nel nostro secolo con un continuo declino di voti e iscritti. Il declino era certo anche il frutto di un cosciente disfarsi dell’oneroso apparato da partito di massa costruito ed ereditato dal Pci, ma non va sottovalutato il fatto che per inseguire la nuova strategia, il partito avesse perso alla sua sinistra non pochi consensi e militanti senza ottenerne di nuovi.
Nel frattempo quel che rimaneva della Dc a sinistra, il Ppi, insieme a quasi tutte le altre schegge di centro antiberlusconiane creando La Margherita prima come cartello e poi come partito, avevano dimostrato di poter incrementare i propri consensi fino a poter contendere la leadership del centrosinistra ai Ds. Così nel 2003 con i Ds in declino fermi al 16% e La Margherita in ascesa oscillante fra il 10 e il 15%, giunge la proposta Salvati su Il Foglio di Giuliano Ferrara volta a scongiurare una guerra fratricida fra Ds e Margherita per avere anche solo un punto percentuale in più rispetto all’altro: invece di lottare fra noi, ragiona Salvati, meglio una fusione fra le due organizzazioni in nome dei comuni interessi e referenti sociali. Europeisticamente parlando, né socialisti né popolari, ma sintetizzati, ad uso popolare e propagandistico, nel concetto-etichetta di “Ulivo”, anche se notoriamente mai troppo apprezzato da D’Alema, al contrario dell’ala destra dei Ds, ma sufficientemente evocativo di premesse di gloria sul calco del 1996. Quando poi alle europee 2004 e alle politiche 2006 si vide che le liste unitarie uliviste con diessini e margheritini sembravano in effetti portare più voti delle singole componenti fino ad attestarli – allora unici in Italia – al di sopra del 30%, in molti capirono che la fusione poteva essere un’ottima idea, anche in vista di uno scontro con la sinistra radicale allora in via di rafforzamento. Caso raro dai tempi del Fronte Popolare, una lista unitaria sembrava raccogliere più voti dei suoi promotori.
Il via libera ufficiale alla nascita del Pd avvenne nell’ottobre 2006, circa sei mesi dopo la vittoria dell’Unione di Prodi alle elezioni politiche dove Ds e Margherita avevano presentato una lista unitaria ulivista alla Camera e liste separate al Senato. Anche stavolta dal confronto emergeva come in effetti la lista ulivista trainasse meglio. Così dopo un “fidanzamento” durato un paio d’anni, nel 2007 fu celebrata la fusione del Partito Democratico. Una fusione che era costata ai Ds la scissione della Sinistra Democratica di Mussi, Fava e Giovanni Berlinguer (primo embrione dell’attuale Sinistra Italiana), ma fu un costo irrisorio: alle elezioni del 2008 il Pd perse contro Berlusconi incrementando i suoi voti e superando il 33%, mentre Sd si squagliò nel gorgo che risucchiò la Sinistra/l’Arcobaleno.
La fusione si rivelò in fondo più pacifica del previsto: ai Ds andò una sorta di quota di maggioranza della nuova formazione, mentre alla Margherita fu riconosciuta una certa supremazia in Veneto e Sicilia. In questo modo i Ds furono rassicurati come forza numericamente egemone, mentre la Margherita aveva ora un’organizzazione più grande e solida per continuare a egemonizzare culturalmente i Ds. È un po’, mi si permetta, la storia del rapporto fra romani e greci dopo la conquista di questi ultimi a causa dei primi: gli sconfitti seppero poi sedurre i romani imponendo i loro costumi.
I problemi politici dentro il Pd iniziarono dopo: la ripresa dell’eterno scontro fra D’Alema e Veltroni con la vittoria del primo nel 2009, la fuga con mini-scissione di Rutelli con l’Api sempre nel 2009, e poi il quadriennio della segreteria Bersani che vide il partito incapace di liquidare il berlusconismo rimanendo bloccato al 25%, incapace di imporre i suoi nelle primarie contro la piccola Sel, incapace di trovare una linea politica autonoma dal Quirinale guidato da Giorgio Napolitano. A destra la simmetrica fusione fra Forza Italia e Alleanza Nazionale nel Popolo della Libertà nel 2008-2009 mostrava un tasso di tensione interna più elevata di quella del Pd, ma il fatto che il Pdl fosse al governo garantiva alla destra di poter fare a meno di dover fare i conti con queste tensioni o di poter liquidare Fini senza dei seri contraccolpi. Nel Pd invece una pacifica e incoraggiante fusione nel 2007 e la scomparsa nel 2008 di seri concorrenti alla propria sinistra e alla propria destra al punto da spingere il partito a proporsi come il partito unico del centrosinistra, non mise la nuova forza politica al riparo da una crisi di ansia e frustrazione: il Pd pareva tanto grande quanto sterile e ciò alimentò un’acuta insofferenza della base per il suo longevo gruppo dirigente. È in questo contesto che il giovane ex popolare, sconosciuto e ambizioso Matteo Renzi viene arruolato dai rutelliani rimasti nel partito per trasformare questo disagio diffuso in scontro generazionale. Analoga operazione compie Dario Franceschini, anche lui ex popolare, che da segretario nazionale pro-tempore nel marzo 2009 dà voce e coopta la giovane sconosciuta veltroniana Debora Serracchiani, diessina dell’ultimissima ora, dopo che si era fatta notare con un appassionato e critico discorso all’assemblea dei circoli del Pd proprio davanti a Franceschini. Quando nell’agosto del 2010 Renzi lancia la parola d’ordine della «rottamazione senza incentivi» e la prima assemblea del suo movimento di scalata al partito da destra, la Serracchiani si ritrova fianco a fianco con Renzi. C’è anche un altro giovane sconosciuto: Giuseppe Civati, che però è un ex diessino un po’ più progressista e infatti ben presto si allontanerà dai renziani per incompatibilità. Il resto è storia recente: Renzi è abile nel raccogliere consenso e il contesto fuori e dentro il partito si dimostra più favorevole del previsto. Ma non fu un ricambio di leadership ordinario, perché con Renzi ascesero persone nuove e nuove amicizie, il partito si sbilanciò ancora più al centro riuscendo a farvi confluire pezzi di notabilato orfani di Berlusconi e senza alternative, specie al Sud. Il gruppo dirigente dalemiano, che mai era stato estromesso dalla guida del partito, fu costretto a scegliere se contrastare Renzi (Cuperlo, D’Alema, Bersani) o venire a patti e aiutare il nuovo venuto (Orfini, Orlando e via via altri).
Con Renzi alla guida del Pd dal dicembre 2013 il partito ha ottenuto tutto quello che aveva inseguito per anni: è diventato il partito di sistema, il perno dell’establishment italiano. Solo il M5s può ancora vantare una base di massa potenzialmente pericolosa per le aspirazione del Pd, ma le leve del potere che contano sono quasi esclusivamente gestite dal Pd, che a sua volta è stato gestito da un gruppo dirigente senza troppi scrupoli unitari.
È in questo contesto che matura il clima attuale da scissione: un partito di potere gestito da un un bulimico di potere, uno che appena eletto segretario liquidando l’ex popolare Enrico Letta si conclamò come politico dal colpo basso facile; uno che alla saggezza politica, alla prudenza e al ruolo di leader di sintesi di un partito di centrosinistra ha sempre preferito l’azzardo avventuriero e il frazionismo di maggioranza di centrodestra; un extraparlamentare che si regge in Parlamento grazie all’alleanza con le correnti di centro-destra del Pd (franceschiniani in primis); uno che ha perso (quasi) tutto con un referendum e tutto rivuole indietro con gli interessi il più presto possibile anche se siamo nell’ultimo anno di una legislatura andata avanti per inerzia e con alta probabilità di essere sostituita da una con una maggioranza fatta dalle destre più reazionarie e populiste; uno così, dicevamo, che rassicurazione può dare sul futuro ai “rottamati” del 2013? I Bersani e i D’Alema sanno che la rivincita nel Pd è dura finché Renzi sarà difeso dal blocco di ex berlusconiani, ex popolari e ex diessini di destra alla Fassino costruito dall’ex sindaco di Firenze. Per cui gli storici leader della sinistra Ds sentono che rischiano di perdere pure quel po’ di parlamentari, spazio politico e ragion d’essere che fin qui gli era rimasto. Non resta che fare un partito a sé cercando di farsi dare dal consenso diretto di una parte degli italiani quello che Renzi non gli darebbe mai, animato com’è dallo spirito di non fare prigionieri coi suoi avversari. Altri antirenziani più o meno focosi come Emiliano e Rossi, in quanto meno identificabili con l’ancien régime, hanno da riflettere perché possono sperare di ricavare dalla loro battaglia interna un ruolo di opposizione più robusta rispetto a quella svolta fin qui da Cuperlo, Speranza e tutte le varie correntine a sinistra di Renzi.
È dunque tutta una questione di difesa e salvaguardia di spazi politici aggrediti, ai limiti del darwinismo sociale. Chi è certo di non avere più spazio dentro il Pd ha già deciso da tempo di andarsene. Gli altri devono capire se possono ancora ottenere di più dentro o fuori dal Pd. In ogni caso, per tornare a quanto detto all’inizio, siamo nel campo delle scissioni per ragioni tattiche. Lo dimostra anche il fatto che gli antirenziani in odore di scissione non sembrano intenzionati a fare mea culpa di tutti gli errori politici che hanno portato alla nascita di Renzi e del renzismo. Come se a sinistra in Italia andasse tutto bene fino allo scorso decennio. Come se il periodo che stiamo vivendo non suoni come una sonora smentita di una certa politica socialista perseguita negli ultimi 25 anni. Il discorso pubblico usato per giustificare la scissione da chi scissioni non ha mai avuto bisogno di farle è, specie in Bersani, quello del bisogno di separarsi dall’untore fiorentino per ritrovare i bei tempi dei Ds e dell’Ulivo, come se il problema e l’urgenza fosse recuperare una sorte di blairismo mite in opposizione al blairismo spinto dell’attuale Pd, omettendo che fuori dall’Italia il blairismo è morto e sepolto da tempo e che nei partiti socialisti di Francia e Regno Unito sembra prevalere in popolarità la riscoperta di un linguaggio socialista pre-blairiano. Persino il Pd americano ha visto emergere nel 2016 un Sanders con discorsi ben più “operaisti” dell’estrema sinistra dem di casa nostra.
Nella crisi del Pd siamo dunque lontani dalla serietà e gravità politica delle scissioni di Palazzo Barberini o del Psiup di Vecchietti. Allora prevaleva la politica e la geopolitica, qui oggi siamo a lotta per l’autoconservazione contro la prevaricazione. Beato chi capisce per chi convenga parteggiare.
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Alcune date per capire la “Lunga Marcia” di Matteo Renzi

E così alla fine ha trionfato il “ghe Renzi mi”, quella sorta di neoliberismo centrista che visto da sinistra può sembrare un veltronismo/blairismo di ritorno senza più lo sfondo logoro dell’eterna disfida con D’Alema, e visto da destra sembra evocare uno yuppismo da bravo scout rampante. Trionfa il ragazzo che si fa da sé e fa piazza pulita dell’esistente come un qualunque grillino, ma senza quell’aria donchisciottesca che non sai se scambiare per romanticismo politico o delirio dilettantistico.
Renzi non mi ispira fiducia. E neppure il renzismo, anche se sono convinto che sia la cosa migliore che potesse succedere al Pd. Però mi levo il cappello davanti alla capacità con la quale Renzi ha saputo uscire dall’anonimato di provincia diventando il grande timoniere (seppur non assoluto) del suo partito in circa tre anni. Come tutte le marce ambiziose non è stata una traversata facile e rettilinea, ma certo il sindaco fiorentino è stato abile nel fiutare la via e nel correggersi tutte le volte che occorreva aggiustare il tiro. Si è così moderato nell’ultimo anno, ma questo gli ha trovato quel tanto di alleati che gli bastavano per non ripetere il flop del 2012. Gli eventi politici e gli errori colossali degli avversari interni ed esterni hanno fatto il resto. Adesso agli sconfitti dalemiani non resta che portare avanti il piano B della “cooptazione” di Renzi fra gli amici iniziato lo scorso 6 novembre?
Per adesso vale dunque la pena ripercorrere l’ultimo decennio politico di Matteo Renzi in poche date fondamentali:

14 giugno 2004: Matteo Renzi da Rignano sull’Arno è eletto presidente della provincia di Firenze col 58,74% dei voti. Il partito del quale è coordinatore provinciale dal settembre 2001, La Margherita, si ferma al 9,1%. Con i suoi 29 anni è il più giovane presidente di provincia d’Italia.

29 settembre 2008: Renzi si candida alle primarie per il candidato sindaco di Firenze del centrosinistra. A sostenerlo sono pochi e influenti personaggi.

15 febbraio 2009: Renzi vince a sorpresa col 40,52% le primarie ed è il candidato sindaco di Firenze del centrosinistra.

17 febbraio 2009: Walter Veltroni si dimette clamorosamente da primo segretario nazionale del Pd.

8 giugno 2009: alle elezioni comunali fiorentine Renzi ottiene il 47,4% dei voti. Due settimane dopo è eletto sindaco col 59,51%. La Lista Renzi ottiene il 5,44%.

25 ottobre 2009: Pier Luigi Bersani vince le primarie ed è il nuovo segretario nazionale del Pd.

29 agosto 2010: Renzi dalle pagine de la Repubblica annuncia per la prima volta che per i massimi dirigenti del Pd «è il momento della rottamazione. Senza incentivi».

5-7 novembre 2010: Renzi e Pippo Civati organizzano a Firenze Prossima fermata Italia, la prima assemblea dei “rottamatori” alla Stazione Leopolda.

7 dicembre 2010: Renzi si reca dal Presidente del Consiglio Berlusconi per chiedere fondi per Firenze. L’incontro però avviene ad Arcore, ed è bufera. Civati inizia ad allontanarsi dal sindaco di Firenze.

28-30 ottobre 2011: seconda Leopolda di Renzi dal titolo Big Bang. Civati non viene invitato.

12 novembre 2011: cade il IV governo Berlusconi.

2 settembre 2012: Renzi parla alla festa democratica nazionale.

13 settembre 2012: inizia Adesso!, la campagna elettorale di Renzi per le primarie del centrosinistra che decideranno il nuovo candidato premier.

15-17 novembre 2012: terza Leopolda. Stavolta lo slogan un po’ De Gregori e un po’ Obama è Viva l’Italia viva. Il meglio deve ancora venire.

25 novembre 2012: alle primarie Renzi arriva secondo dietro Bersani col 35,5% conquistando così il ballottaggio a danno di Vendola, Puppato e Tabacci.

2 dicembre 2012: al ballottaggio Bersani sconfigge Renzi con il 60,9% contro il 39,1% dello sfidante.

25 febbraio 2013: Bersani vince le elezioni politiche alla Camera, ma non (abbastanza) al Senato.

6 aprile 2013: Renzi è ospite del talent show Amici di Maria De Filippi.

19 aprile 2013: Bersani si dimette da segretario del Pd.

28 aprile 2013: nasce il governo Letta di larghe intese.

19 maggio 2013: Renzi intervistato da Mario Calabresi presenta al Salone del Libro di Torino la sua settima opera, la prima edita da Mondadori, il cui titolo è Oltre la rottamazione. Nessun giorno è sbagliato per provare a cambiare. Undici giorni dopo nuova grande presentazione a Roma.

1° settembre 2013: Enrico Mentana intervista Renzi a Genova sul palco della festa democratica nazionale.

12 ottobre 2013: Renzi lancia a Bari L’Italia cambia verso, la campagna elettorale per le primarie che incoroneranno il quinto segretario nazionale del Pd.

25-27 ottobre 2013: si svolge Diamo un nome al futuro, la quarta Leopolda di Renzi, la seconda “elettorale”.

24 novembre 2013: la convenzione nazionale del Pd sancisce che Renzi col 45,34% è stato il candidato segretario più votato nei congressi del Pd.

8 dicembre 2013: alle primarie Renzi trionfa col 67,55% lasciando a Cuperlo e Civati rispettivamente il 18,21 e il 14,24%.