Un’America compre(s)sa tra Manchester by the Sea e La la land

14769598193213580PrintHo sempre rifiutato la logica amministrativa dei premi per pesare la qualità di un’opera d’arte. Apprendere quindi che il film La la land abbia vinto sei premi Oscar su 20 possibili e 14 potenziali e che Manchester by the Sea ne abbia vinto “solo” due su sei potenziali ha su di me lo stesso effetto del venire a sapere che uno studente che non conosco Tizio Caio ha superato un difficile esame universitario con un gratificante 30 e lode: posso solo complimentarmi senza provare particolari emozioni. Non ho quindi alcun interesse a cercar di capire perché l’Academy abbia premiato quest’anno certi film più di altri, perché abbia innalzato agli onori certi professionisti del cinema invece di altri, anche perché se mi interessassi seriamente della cosa ho il ragionevole sospetto che potrei scoprire che in quelle decisioni la questione estetica, a dispetto delle apparenze, potrebbe aver giocato un ruolo importante, ma non decisivo, né maggioritario. E per quanto i vincitori abbiano sempre ragione, qui preferirei riflettere sulle ragioni dei vincitori. Artistiche, s’intende.

La la landManchester by the Sea sono due ottimi film che non potrebbero essere più diversi tra loro. Colorato e luccicante il primo, grigio e opaco il secondo; caldo e vaporoso il primo, freddo e rigido il secondo; dolce e swing il primo, aspro e spossato il secondo. Eppure entrambe le opere condividono lo stesso gusto per l’intimità come chiave di spiegazione di problematiche e sentimenti che pervadono l’umanità di tutti i tempi, vale a dire non legati necessariamente alla contemporaneità, alle nostre vite da occidentali di inizio XXI secolo. Un compito ambizioso, ma svolto in modo convincente sotto la direzione di due registi come Damien Chazelle (La la land) e Kenneth Lonergan (Manchester by the Sea) che hanno rivelato una maturità di stile che neanche ti aspetteresti da chi è appena alla terza regia.

La prima cosa che colpisce in La la land è sicuramente la ricerca di una fotografia allegra ai limiti della più sciocca frivolezza. Tutto è orchestrato per inondare gli occhi dello spettatore di colori sgargianti o di tinte pastello. Si oscilla tra scene dipinte alla Edward Hopper (ma senza una certa sua “metafisica”) e altre alla maniera dell’ultimo Vincent van Gogh. Potrebbe sembrare questa quasi una scelta necessaria e ancillare a quella di proporre un musical con brani scritti sul medesimo registro, tuttavia una simile conclusione rischierebbe di farci guardare al dito che indica la luna, invece che a quest’ultima. La la land è la storia di Mia, una ragazza minuta giunta dal Nevada operaio a Los Angeles nella solita speranza di affermarsi come attrice di Hollywood e che intanto si limita a lavorare negli studios come barista “invisibile” allo star system che serve. Nella stessa metropoli californiana si aggira Sebastian detto Seb, un jazzista puro ai limiti del fanatismo, dal virtuosismo fin troppo free, ma non meno squattrinato e invisibile di Mia. Lei stringe i denti nel presente sperando in un futuro roseo, lui tollera a fatica il presente decadente con la nostalgia del passato aureo, quando il jazz era, per dirla all’americana, cool e i jazzisti dei semidei trattati col dovuto rispetto. Così Mia e Seb collezionano frustrazioni che li tenta col desiderio di mollare tutto o di vandalizzare i simboli della realtà greve che li fa soffrire, ma preferiscono resistere, si trovano, si innamorano e con qualche compromesso e azzardo, in qualche modo alla fine ce la fanno. Non aggiungo altro.

Mia e Seb sono dunque due persone comuni con delle sincere e profonde aspirazioni artistiche che li hanno portati a sviluppare un certo talento ignoto ai più. Il sogno americano suggerirebbe che a due così il destino non potrebbe che riservare il successo professionale, a patto che scelgano di mettersi in gioco. Invece la realtà è sempre un po’ più complicata. L’aspirazione porta a una vita disagiata, il talento anche se sbandierato pubblicamente è ignorato quando non ostacolato, e il sogno americano resta una trappola retorica per velleitari.

Il film è quindi tutto giocato nella scrittura e nella regia sulla dialettica sogno-realtà, persino in chiave cinefila, ma senza le forzature o l’autocompiacimento o l’ironia o il facile omaggio che di solito accompagna questo tipo di scelte. Chazelle è un 31enne dell’East Coast del Nord che senza nostalgia e calligrafia sceglie di raccontare i problemi e i dilemmi di Mia e Seb alludendo al musical e al cinema degli anni Cinquanta, a quelle pellicole cioè che forse meglio di altre, per tanti motivi, seppero dare voce ai sogni di una nazione (e non solo di quella americana) con storie accattivanti e attori brillanti diventati icona e mito, ma anche con trovate tecniche come il CinemaScope e il Technicolor. E infatti il film inizia con un riquadro in bianco e nero in formato 4:3 (come quello di una vecchia Tv) per poi immediatamente allargarsi al formato 2,35:1 e colorarsi con la scritta CinemaScope a tutto schermo. Tuttavia il CinemaScope nato nel 1953 è stato abbandonato nel 1967, si tratta quindi di un anacronismo. Che film è allora La la land? Un musical degli anni Cinquanta? Apparentemente sì: inizia con un balletto cantato coralmente, c’è il formato CinemaScope, c’è una fotografia che nei suoi momenti più sgargianti e “irreali” ricorda i pregi e i difetti del Technicolor, e in un momento chiave della storia c’è persino un esplicito riferimento a Gioventù bruciata, il film con James Dean del 1955. Momento chiave perché è la fase in cui il sogno dell’amore fra Mia e Seb passa dalla negazione alla realtà e il piano del sogno e quello della realtà dei due protagonisti sembrano confusi in modo inestricabile al punto che i due impegnati a visitare l’Osservatorio Griffith (un luogo reale reso onirico e mitico da Gioventù bruciata) prendono d’improvviso romanticamente a librarsi in aria. Potenza dell’innamoramento, certo, che trasforma la realtà in sogno, ma anche il suggerimento che ogni realtà opprimente ha la sua bella porticina verso il sogno inteso come evasione onirica dai benefici reali, per quanto momentanei e non risolutivi. Come avviene con certi film che ci fanno evadere dentro una sala per un paio d’ore prima di restituirci alla realtà bruta, ma almeno tonificati dal sogno appena vissuto. Del resto pare che i sogni che viviamo in fase REM esistano come bisogno fisiologico di realizzare virtualmente desideri non appagati. L’umanità ha però trovato il modo di farci sognare nei momenti di veglia. Dal buio delle caverne preistoriche graffitate al buio delle sale cinematografiche, c’è un solo filo conduttore. E Chazelle pare voglia ricordarcelo.

Guai però a pensare che Chazelle operi una sorta di apologia dell’evasione, che canti un inno alla fuga dalla realtà. Fosse così saremmo davanti a un film ottuso, prima che ottundente. La questione invece, come detto, è impostata in modo dialettico: c’è una realtà più o meno frustrante da un lato e dall’altro c’è un sogno-meta esaltante. Come districarsi e per chi parteggiare tra questi due piani è una questione che non conosce tempo e spazio. Il dizionario Cambridge definisce l’espressione inglese “essere/vivere in la-la land” come il «pensare che ciò che è del tutto impossibile potrebbe accadere, invece di capire come vanno realmente le cose». Dunque l’alternativa per una vita appagante potrebbe essere tra scegliere di capire come vanno realmente le cose, rassegnarsi al reale cercando la miglior forma di convivenza possibile improntata al più franco pragmatismo, oppure scegliere di restare con la testa fra le nuvole credendo nella gioia che l’impossibile potrebbe accadere. La la land è un continuo rimbalzare da una tesi all’altra, tanto nella sceneggiatura che nelle scelte di regia. In particolare è Seb quello che dondola paurosamente in verticale tra il vivere il suo amato jazz senza compromessi con un dignitoso snobismo integralista e accettare di suonare quello che capita varcando la soglia del ridicolo pur di guadagnarsi da vivere. Mia invece non conosce simili dislivelli verticali, ma anche lei è costretta più orizzontalmente a passare continuamente dal sogno che ogni provino possa essere la volta buona per realizzare i propri sogni alla depressione che in realtà anche quel provino è stato un buco dell’acqua.

La musica in questo contesto sembra servire o a ricordare come sarebbe bello se la vita funzionasse come certi musical da sogno dove ogni canto segna i passaggi migliori di una storia in un crescendo trionfale continuo, oppure a sottolineare i momenti in cui i protagonisti devono malinconicamente fare i conti con la realtà. E così in definitiva La la land non è un musical propriamente detto, ma un film musicale dove le note sono strumentali per alludere al musical mostrandone con disincanto la sua impossibilità attuale o per commentare le parti più struggenti, quelle dove certi suoni valgono più di mille parole. In tutti i casi la musica è sempre funzionale al dipanarsi della dialettica sogno-realtà. E alla fine Chazelle supera la contrapposizione con la sintesi di un happy end amaro. Il sogno hollywoodiano classico pretenderebbe l’happy end, ma la realtà difficilmente conosce il lieto fine e soprattutto abbiamo capito che il regista sogna il cinema di 60 anni fa, ma è consapevole della sua improponibilità. Per cui anche se i due protagonisti del film realizzeranno i loro sogni nel modo più realistico e di successo possibile e non secondo le regole del musical (e verso la fine del film c’è un rapido riepilogo in musica della storia di Mia e Seb che mostra come sarebbe andata se la loro storia fosse stata davvero un sogno progressivo che non conosce ostacoli sulla via del trionfo alla maniera di certi musical), resta la consapevolezza che i due non hanno proprio ottenuto tutto, che la realtà gli ha imposto di sacrificare un’impossibile vittoria piena per ottenere comunque una buona vittoria. Forse il bicchiere della vita è rimasto mezzo pieno, ma non è vuoto e soprattutto è ancora tutto potabile e da bere.

Come in una jazz session dove ognuno pare seguire egoisticamente la musica che ha in testa arrivando allo scontro tra musicisti, ma poi non si arriva alla cacofonia, perché in realtà ognuno tiene in considerazione la libertà del prossimo venendone moderatamente a patti restituendoci il fascino di una sintesi armoniosa, così la dialettica al centro del film è risolta nella migliore sintesi possibile, quella dove non si impone come prioritaria né la cruda e rassegnata realtà che porta a diventare grigi burocrati di sé, né il sogno che porta a farci naufragare in attese alla Aspettando Godot. Né quindi il vivere in la-la land, né il suo opposto, ma il sogno come necessaria forza motrice per sopportare la realtà e se possibile spingerci a modificarla fino a renderla il più simile possibile a quanto sognato. Chazelle non ci invita a trasformare i nostri sogni in realtà perché questi, se sono davvero tali, sono oggettivamente impossibili, tranne forse che al cinema e forse solo nel cinema classico hollywoodiano che fu. Chazelle preferisce invitarci al contrario a lavorare per trasformare la realtà in sogno. Cosa non facile, ma almeno possibile.

La la land non poteva che essere ambientato a Los Angeles. Non solo perché sede di Hollywood, ma perché da quelle parti tutto sembra complottare per creare una perenne estate vuota e dove, come si dice nel film, si venera ogni cosa e non si dà valore a nulla. Non come, dalla parte opposta, a Manhattan, dove tutto sembra più riflessivo e duraturo, “europeo”, e dove il Natale è freddo e innevato. È una polemica antica che infarcisce, per esempio, molti film di Woody Allen, noto ammiratore e apologeta delle atmosfere di Manhattan, quanto severo critico di quelle californiane.

Non ci deve dunque stupire che invece un film come Manchester by the Sea che, come si è detto, è diametralmente agli antipodi di La la landsia stato ambientato nella costa opposta, nell’omonimo paese di mare del Massachusetts di 5 mila anime, a Nord di Boston. È la storia di Lee Chandler, un brav’uomo che campa facendo il tuttofare a Boston e che è costretto a tornare nel suo paese d’origine, Manchester-by-the-Sea, alla notizia che il fratello maggiore è morto per un infarto non del tutto inatteso. Il fratellone lascia in eredità così un nuovo dolore a Lee, ma anche la tutela legale del nipote Patrick ora sostanzialmente orfano, visto che la madre alcolizzata aveva da tempo lasciato la famiglia. Patrick è un adolescente come tanti e che un buon rapporto di vecchia data con lo zio Lee, ma quest’ultimo è riluttante a prendersi una simile responsabilità, vorrebbe solo tornarsene nel suo buco (letteralmente) a Boston a spalare neve dai viali e sturare gabinetti. Di contro anche Patrick dopo aver perso madre e padre non ha alcuna intenzione di perdere anche gli amici del paese per trasferirsi a Boston. Con la tecnica dei flashback montati lungo il film alla maniera che ha reso celebre la serie Tv Lost, scopriamo che Lee ha nel suo recente passato una enorme tragedia familiare che lo ha spinto a una sorta di esilio eremitico a Boston che lo ha reso solo, chiuso, emotivamente bloccato e facilmente irascibile quando si concede qualche pinta al pub. Lee e Patrick alla fine troveranno una un punto di incontro e una nuova intesa e si intuisce che questa parentesi a Manchester ha permesso a Lee di elaborare meglio il lutto del suo passato e di fare qualche passo avanti sulla via del recupero di una vita a pezzi.

Una storia dunque drammatica, plumbea, uggiosa come il cielo che sovrasta la cittadina che pure con le sue casette di legno colorate e i suoi pescatori potremmo definire sulla carta col più classico degli aggettivi da guida turistica: “ridente”. Ma qui nessuno sembra avere niente da ridere, tranne chi si fa di birra al pub. Il fatto poi che sia inverno rende tutto inevitabilmente e volutamente più gelido. Tuttavia il film non sembra voler essere una piatta riflessione sulla morte e sul dolore, né vuole sciorinare facili pose pessimistiche o ottimistiche sul tema. Il regista Kenneth Lonergan ha avuto il buon gusto e la prudenza di non fare psicologismo e sociologismo da quattro soldi, preferendo porre in modo sincero tutti gli elementi utili per invitarci a (ri)porci la domanda delle domande: che senso ha vivere? Anche qui come in La la land troviamo persone comuni, ma non sono giovani talentuosi in cerca di un successo personale. A Manchester ci sono solo persone senza alcuna dote particolare, che non non hanno nulla da vantare e che nelle loro vite al più hanno conosciuto la felicità nel momento in cui hanno ottenuto un lavoro dignitoso e una famiglia. Perse queste cose, sembra resti solo la voglia di morire. Sembra, perché in realtà Lee dopo aver tentato il suicidio per la tragedia subita, ha preferito alla voglia di morire una sorta di non-vita, un limbo dove è in vita, ma solo formalmente, biologicamente, senza più uno scopo. Ci si trascina con dignità in una vita dove manca quasi tutto. E del resto come biasimare lo stato quasi catatonico di Lee dopo quello che gli ha riservato il destino. Un Giobbe del nostro tempo? Peggio. Perché il personaggio biblico subiva paziente come Lee il suo destino, ma aveva anche momenti di calda ira. Lee invece non si ribella mai. In Manchester by the Sea prevale il gelo. Perché la vita riserva sorprese che gelano. E allora a Manchester by the Sea si congela tutto e tutti tirano avanti come se non fosse successo nulla, per rimozione. L’ex moglie di Lee che con questi ha condiviso la tragedia a monte del film, riesce a rifarsi una vita, trova un nuovo marito e un nuovo bambino da allevare. Sorride e scherza, salvo poi crollare in una straziante scena di pianto, disperazione e senso di colpa. La madre di Patrick non sappiamo perché fosse diventata alcolizzata, ma anche lei di rifà una vita con un marito cattolicissimo e formalista (anche la religione qui è gelida) che sembra averla fatta rinascere, salvo poi intuire che la poverina ha solo sostituito l’alcol con la Bibbia col medesimo risultato di congelare e non risolvere i propri problemi interiori. Persino la salma del fratello di Lee viene congelata in frigo per mesi in attesa che il terreno al cimitero si scongeli e possa essere scavato per la sepoltura. A Manchester ci si “accalora” solo nei pub, ma a ben vedere anche quello è solo un modo per congelarsi con una buona sbronza di birra.

Ecco, mi piace pensare che davanti alla questione del senso della vita e alla diffusa incapacità umana dei più di gestire i nostri destini nella buona e soprattutto nella cattiva sorte, forse stiamo solo aspettando che il terreno dei nostri sentimenti si scongeli per seppellirci ciò che è morto e coltivarci ciò che è vivo e utile al nostro benessere. Perché trovare o dare un senso alla vita che vive è qualcosa di più importante, più impegnativo e più collettivo della solita elaborazione del lutto per le vite perdute. E non a caso il film sembra quasi “scongelarsi” solo quando ci mostra i primi approcci sessuali di Patrick: non sappiamo se sono storie serie o no, probabilmente no, ma è la prova che la vita va comunque ostinatamente avanti, che gli adolescenti di oggi saranno gli adulti di domani e chissà che a questi giovani cresciuti in modo diverso dai loro padri (come si vede dal rapporto con gli smartphone), non andrà meglio domani. Dopo tanto inverno un timido sogno (illusorio?) di primavera.

La la land e Manchester by the Sea, che il caso ha voluto distribuiti quasi in contemporanea, ci mostrano le due facce estreme dell’America. Da una lato quella “californiana” di Mia e Seb che con romanticismo e fortuna supera quasi tutte le avversità, dall’altro lato quella “nord-orientale” di Lee e Patrick che senza romanticismo e con ben poca fortuna più che superare le difficoltà, cerca di cavalcarle come fanno i surfisti con le onde, ma senza la medesima allegria e spavalderia.

Così gli eterni dilemmi e drammi dell’umanità tradotti nell’America eternamente compresa fra East e West coast, ci appaiono oggi vissuti dalla classe media Usa con ansie di una profondità quasi inedita a quelle latitudini. La middle class in crisi appare compressa fra una residua e disincantata speranza di un futuro quanto più appagante possibile almeno a livello professionale sulla falsa riga del loro miglior passato di gloria (La la land), e la speranza minima di riuscire a essere felici salvando il salvabile con quel poco che è rimasto: gli affetti familiari, qualche datore di lavoro comprensivo e una birretta fra amici (Manchester by the Sea). Nessuno dei due film crede che si possa avere successo sia in amore che nel lavoro. O l’uno o l’altro, quando va bene. I due film sembrano in definitiva avere in comune l’idea che il nuovo lusso dell’americano medio sia una merce rara chiamata Felicità, con la maiuscola. E film come questi possono aiutare nella disperazione a non perdere la bussola.

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