Il M5s è populista? Il populismo è pericoloso? Piccola bussola per orientarsi.

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Ci sono diverse definizioni di populismo, concetto da maneggiare un po’ scivoloso come una saponetta e che spesso è confuso con demagogia allorquando i due fenomeni si presentano insieme.
La miglior definizione a mio avviso la dà il dizionario De Mauro, seppur per l’ambito letterario, per cui è populismo la «rappresentazione idealizzata del popolo in quanto considerato come depositario di valori etici e sociali». O se preferiamo di un popolo particolare, ovvero di una sua frazione. Lo stesso dizionario spiega che demagogia è la «ricerca del consenso politico, ottenuto sfruttando le passioni e i pregiudizi delle masse».
Senza andare lontano nel tempo e nello spazio, la Lega di Umberto Bossi delle origini è un ottimo esempio di partito populista e demagogico. Esso a partire dalla fondazione nel 1982 prese a idealizzare un non meglio precisato popolo del Nord come depositario di valori etici e sociali corrotto e oppresso dal popolo del Sud. Per argomentare questa visione populista Bossi sfruttò demagogicamente le passioni e i pregiudizi delle masse piccolo-borghesi che per i più svariati motivi si erano persuase che una certa “crisi” economica iniziata nel Nord alla fine degli anni ’80 era dovuta al fatto che molti uffici pubblici nel Settentrione fossero ricoperti da meridionali. Il popolo buono e subalterno del Nord era quindi in balìa del popolo bieco e oppressore del Sud. Per spezzare le catene di questa oppressione Bossi offrì come soluzione il federalismo o l’indipendenza a seconda dei casi, cioè una rivendicazione nazionalista di destra classica in chiave “etnica”. Dal 1996 Bossi perfezionò questa visione etno-nazionalista inventandosi il mito della Padania, del Po, il colore verde, ecc. L’attuale Lega di Salvini deve molto a questo passato, ma ormai preferisce operare come un movimento di estrema destra tradizionale tutto law & order dove il populismo settentrionalista è diventato nazionalista e la demagogia di conseguenza si è rivolta ad altre passioni e pregiudizi, aumentando i livelli di xenofobia.
Negli anni 2000 è stato bollato come populista anche l’Italia dei Valori. In effetti quando Di Pietro esaltava il popolo degli onesti (gli italiani coi valori, appunto) contro i corrotti di sinistra e soprattutto di destra (a seconda delle stagioni), non c’è dubbio che faceva populismo. Come demagogo in verità non era un granché, non si ricordano momenti di seduzione di massa. Per cui non mi pare un caso che il suo partito non abbia mai messo radici di massa come la Lega, che sia stato al più il megafono di un certo antiberlusconismo astratto e radicale sul fronte legalitario. Così come non mi pare che un caso che nel 2012 si sia squagliato come neve al sole avendo esaurito la sua funzione storica e sia stato liquidato con facilità da una sola puntata di Report (trasmissione Tv culto degli “italiani dei valori”).
E oggi il Movimento 5 Stella è populista? Il grillismo nacque subito fin dal 26 gennaio 2005 come mistica del “basso” contro l'”alto” (si veda il post di Grillo La politica scomparsa), secondo la quale esiste il solito non meglio precisato popolo degli onesti e vessati, degli incolpevoli “presi per il culo”, oppresso da quella che, dopo il libro di Rizzo e Stella del maggio 2007, sarà chiamata la “casta”, cioè dalle classi dirigenti chiuse, corrotte e corruttrici. Non è questo il momento di ripercorrere come e quando questa visione populista del grillismo sia diventata di massa. Qui ci basti ricordare che nel periodo 2005-2009 il blog di Grillo si mosse come un doppione più triviale e meno indulgente col centrosinistra (e quindi più efficace) dell’Idv di Di Pietro culminando nell’appoggio esplicito alle europee del giugno 2009. Ciò portò il dipietrismo in due anni dal 2 al 4 all’8%. Nell’ottobre 2009 nacque il M5s. E se Bossi 20-25 anni prima offriva come soluzione-panacea dei mali del piccolo-borghese settentrionale il federalismo e tutto il potere alla gente in canottiera, Grillo per la salvezza del popolo che esalta propone uno Stato diretto per democrazia elettronica via web e teorizza l’idoneità assoluta del cittadino qualunque a qualunque carica pubblica. E in questo Grillo ricorda molto lo “Stato amministrativo” del Fronte dell’Uomo Qualunque del 1946. Lo schema è dunque quello di un populismo classico sciacquato nelle acque modernissime del web 2.0. Se però Grillo si fosse limitato a organizzare il suo discorso politico su questo schema populista non sarebbe andato oltre il consenso di un Partito Pirata o di una Idv, avrebbe guidato probabilmente un movimento buono per qualche nerd (per definizione pochi), qualche orfano di Di Pietro, qualche teorico della superiorità del popolo della “società civile” orfano di validi partiti a sinistra (altro storico populismo dell’ultimo trentennio), qualche ambientalista fan di Grillo fin dal 1990 e in rotta coi Verdi ufficiali. Con queste componenti non penso sarebbe andato oltre il 3%. La spregiudicatezza che ha sostenuto e alimentato il populismo di Grillo portandogli gambe su cui camminare è stata la tipologia particolare di demagogia usata dal comico genovese e, immagino, concordata col suo editore Casaleggio. Grillo non ha cercato e non cerca il consenso politico sfruttando alcune passioni e taluni pregiudizi delle masse, ma qualunque passione e qualunque pregiudizio circolante  nella società purché compatibile col proprio schema populista. Una demagogia ad ampio spettro gettata come rete a strascico nel mare.
Se dunque il popolo esaltato da Grillo è quello dei soliti piccolo-borghesi che si sentono vessati, truffati e imbrogliati dalla classe dirigente come dall’immigrato, dalla scienza ufficiale come dall’informazione ufficiale, dall’alta borghesia disonesta e parassita come dal sottoproletariato accattone, allora la demagogia di Grillo non può fare altro che esplicitare ed amplificare questo senso di panico da accerchiamento – già acuito dalla crisi economica scoppiata alla fine del 2007 in casuale coincidenza col primo vaffa-day -, cercando di intercettare qualunque cultura paranoide e qualunque nevrosi irrazionale offrendogli legittimazione e ospitalità, forte del credito cumulato negli anni da Grillo come Cassandra su vicende come il caso Parmalat. Il “predicattore” si ritrova così ad alimentare cinicamente incendi soffiando sulle braci del malcontento popolare per proporsi poi come l’unico pompiere possibile. Anzi, meglio, spiegando che il migliore pompiere sei tu, basta organizzarsi telematicamente. Prima dà voce e incoraggia allo sfogo collettivo urlato prendendo a modello Howard Beale del film Quinto potere («I’m as mad as hell, and I’m not going to take this anymore!», tradotto in Italia con «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più»), e poi promette la riscossa facendo esplicito riferimento al protagonista mascherato da Guy Fawkes del film V per vendetta. E i sogni di vendetta sono i preferiti della piccola borghesia in tempo di crisi economica, soprattutto se restano sogni o se possono essere realizzati in modo pacifico.
È chiaro che una demagogia tanto spregiudicata non può che portare a strizzare l’occhio a tutto e al contrario di tutto, ma la storia degli ultimi quattro anni ha dimostrato che ciò ha portato Grillo non a rimanere vittima di gruppi e idee in contraddizione tra loro, ma a riuscire a federare le anime piccolo-borghesi più disparate fino a coalizzarle in una forza che gode della fiducia di un italiano su 5 o su 4, quale è il M5s. E questo nonostante la forte concorrenza al Nord della Lega di Salvini. Ci è riuscito sicuramente grazie al conclamato cattivo stato di salute della società politica, al dilettantismo e alla miopia delle altre forze politiche, all’esaurimento della spinta propulsiva della seconda Repubblica, alla consumazione della sinistra e del berlusconismo, ma anche grazie alla creazione di un partito organizzato su un sostanziale individualismo e privo di organismi dirigenti e di discussione della linea politica: senza il pettine di una riunione, non ci sono mai nodi che si incastrano fra i rebbi, ognuno resta della sua idea e Grillo fa da «garante» dell’unità dando voce a turno a tutti con meticolosa opera di cerchiobottismo e opportunismo.
Ci si chiederà allora cosa differenzia una forza politica populista che cerca il consenso con la demagogia da una forza politica che per esempio si ispira al marxismo proclamando di voler fare gli interessi del “popolo” e promette riscossa per le classi subalterne contro quelle dominanti? E perché il populismo ha una connotazione negativa? La politica marxista, al netto di certe degenerazioni minoritarie, anche quando parla di popolo non parla di un popolo astratto, né ne parla come se questo fosse depositario naturale di tutte le virtù del mondo. Il marxista parte da un’analisi della società basata su un’indagine scientifica e non paranoica dei meccanismi economici e sociali reali, giungendo a rilevare che l’attuale sistema capitalistico crea e si basa grossomodo su due classi già in lotta fra loro, una borghesia dominante, minoritaria e sfruttatrice e un proletariato subalterno maggioritario e sfruttato. Ci sarebbe chiaramente molto altro da aggiungere, ma il marxista sente che per il bene di tutta l’umanità, borghesi inclusi, sia bene che da questa lotta esca vincitore il proletariato che con opera rivoluzionaria arrivi a impadronirsi del potere e mutare i rapporti di produzione per sostituire progressivamente il capitalismo con un nuovo sistema economico-sociale, il comunismo, dove nessuno più sfrutterà nessuno. Dunque il marxista non difende un popolo indefinito o a una sua frazione individuata in modo fumoso e astratto, ma si richiama al proletariato, cioè al popolo dei lavoratori il quale merita di essere difeso non perché si sente sfruttato, ma perché inserito oggettivamente in un sistema che lo sfrutta a prescindere da quanto possa essere buono e generose il padrone borghese che gli dà il salario. Dunque il marxista prende le difese di una parte della società per la salvezza di tutto il genere umano, ovunque collocato geograficamente. Per ottenere il consenso politico il marxista non ricorre alla demagogia perché rifiuta l’irrazionalità del pregiudizio incoraggiando anche nei meno colti la capacità di giudizio fondato su dati reali e concreti. Il marxista dunque non incita alla lotta contro la borghesia demonizzandola inventando astratte e inverificabili frottole complottistiche come poteva fare un Hitler quando parlava degli ebrei. Il marxista incita alla lotta contro la borghesia mostrando nel modo più scientifico possibile come la borghesia mette in atto, consapevolmente o meno, il suo dominio di classe oggettivo generatore di ingiustizie sociali. Il marxista resta sempre su un piano razionale sia quando cerca di spiegare la realtà, sia quando cerca il consenso per cambiare la realtà.
Fare politica “in nome del popolo” non vuol dire dunque necessariamente fare populismo (altrimenti ne deriverebbe che pure le sentenze dei tribunali “in nome del popolo italiano” sono populiste). Dipende da come e per chi o cosa si tira in ballo il popolo e cosa si intende di preciso per “popolo”. I populisti di ogni epoca e regione hanno in comune una tendenza a spiegare la complessità reale con semplificazioni ideali, spiegando le cause del malessere del popolo con comodi spauracchi o incolpando disinvoltamente intere categorie di innocenti contro cui invitano a lottare senza fare prigionieri. Dunque il populismo che prende il potere nella migliore delle ipotesi può portare a un astratto furore che sfocia in un modo di governare rozzo, acquiescente con gli avversari del giorno prima purché siano permessi provvedimenti paternalistici a favore del popolo che si vorrebbe tutelare. Nella peggiore delle ipotesi l’astratto furore può portare a modi di governare rozzi, sempre pronti in ogni questione a buttare il bambino con l’acqua sporca, finalizzati al contrasto di ogni forma di avversario equiparato a nemico se non a traditore del popolo che si vuole tutelare fino a imporre un ordine sociale nuovo finalizzato ad avventure dai rischi incalcolabili. Il populismo al potere oscilla dunque tra il rischio di una democrazia ridotta a parodia di se stessa palco per sterili demagoghi parolai e confusionari, e il il rischio di una franca dittatura che tiene una società in ostaggio dei propri deliranti furori. Gli esempi nella storia non mancano, eppure il cittadino oggi fa ancora fatica a riconoscere un populista e a non cedere alla seduzione demagogica. Sia detto senza stupore.
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