Renzi e Gentiloni: dal governo diroccato al governo arroccato

Aver riproposto nel giro di una settimana il governo Renzi senza Renzi e la Giannini, è come riproporre un biscotto nauseante tale e quale ma senza olio di palma.

Si dice che squadra che vince non si cambia, per cui ne deduco che il 4 dicembre i ministri del governo Renzi erano impegnati non nel referendum, ma nelle elezioni austriache a sostenere il candidato verde. Mi sarò confuso io. Del resto, se non si fosse ancora capito, loro sono loro e io non sono ecc.

In altri tempi più lucidi e democratici al governo Renzi sarebbe succeduto un esecutivo di transizione, magari un monocolore PD con qualche indipendente in attesa di inaugurare una nuova legislatura e formare un nuovo governo.

Certo, c’è il problema che le camere non si possono sciogliere subito, ma questo non giustifica un esecutivo di arroccamento per salvare il salvabile.

La coalizione di governo è minoritaria nel paese e maggioritaria solo nel Parlamento. E questo non da una settimana, ma da anni. I risultati delle europee 2014 già ce lo avevano detto. Le amministrative, pur nella loro parzialità, sembravano confermarlo. Il referendum l’ha ribadito a gran voce. Dunque serve un nuovo Parlamento che rispecchi nel bene e nel male la situazione del paese reale e su questa base arrivare a un governo forse non migliore, ma che almeno goda della fiducia di una maggioranza reale di cittadini italiani. Che ognuno pesi nelle decisioni politiche per quello che vale in popolarità, senza trucchi e senza inganni.

Lo sprint opportunista di Renzi di andare subito alle urne è fallito per evidente irrealizzabilità. Si è “accontentato” di continuare a governare per interposta persona a patto di andare a votare al primo momento utile dopo il 24 gennaio. E cioè quando? Se la Corte Costituzionale dirà la sua il 24-25 gennaio, poi occorrerà aspettare un mese per leggere le motivazioni delle sue sovrane decisioni. A quel punto si potrebbe andare a votare subito col porcellum costituzionalizzato al Senato e con l’italicum costituzionalizzato alla Camera sciogliendo il Parlamento intorno al 1° marzo e votando il 7 maggio. Oppure attendere una nuova legge elettorale da scrivere e approvare a marzo. In questo caso, sciogliendo le camere il 1° aprile, si voterebbe il 4 o l’11 giugno. Se entro il 16 aprile non si potessero sciogliere le camere perché il Parlamento non sarebbe stato ancora in grado di approvare una nuova legge elettorale, a quel punto la fine della legislatura slitterebbe di almeno tre mesi e si voterebbe il 24 settembre. Ma chi farebbe campagna elettorale ad agosto? E allora meglio sciogliere per esempio il 27 agosto e votare il 5 novembre o a quel punto meglio ancora (per amore di vitalizio) aspettare almeno il 15 settembre e votare il 27 novembre. Sempre che a quel punto non prevalga la tentazione nella maggioranza di arrivare a scadenza naturale e sciogliere il parlamento entro il 10 dicembre 2017 e votare il 18 febbraio 2018. Mi pare che molto dipenderà dalle dinamiche interne al PD e a che congresso (anticipato) si vorrà dare.

Prima si chiude questa legislatura meglio è, e personalmente spero entro il 2 aprile. Tuttavia, come ci insegna il fallimento del renzismo, la premura non deve portare ad accettare un accordo su legge elettorale pasticciata. Altrimenti con questa legislatura saranno più i problemi nuovi che si apriranno che quelli che si chiuderanno.

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