Perché abbiamo avuto i berlusconiani ma non i renziani.

Lo si è detto tante volte tra il serio e il faceto: Renzi è figlio di Berlusconi, Renzi è un Berluschino, ecc. C’è del vero perché in effetti l’avvento di Renzi nel centrosinistra ha significato introdurre una prassi politica e comunicativa perfettamente coerente con la logica di una politica intesa solo come ricerca del consenso attraverso l’agitazione di parole d’ordine e immagini patinate. La politica intesa cioè come una vittoria sull’avversario che premia chi la spara meglio e che presuppone e postula un elettorato tendenzialmente stupido e manipolabile. Questo era il berlusconismo e questo è il renzismo. Di più il renzismo ci ha messo maggior spregiudicatezza e più giovanilismo, ai limiti di un anacronistico yuppismo, anglicismi inclusi. I successi del berlusconismo dal 1994 avevano spinto il campo del centrosinistra ben prima di Renzi a rincorrere quel modello, ma sempre in ritardo e in modo goffo. Renzi si è limitato a perfezionarlo e applicarlo con più convinzione fino a spingere Berlusconi con invidia a riconoscergli di aver superato il maestro.
Tuttavia il berlusconismo creò i berlusconiani, mentre il renzismo non è stato capace di creare i renziani. Quando si parlava di berlusconiani, infatti, venivano in mente tanto i politici vicini al grande capo della destra italiana, quanto i suoi tanti ammiratori comuni che non di rado rasentavano l’innamoramento fanatico.
Quando invece parliamo di renziani a venire in mente sono solo i privilegiati di cui si è circondato Renzi nella sua ascesa e soprattutto al potere una volta conquistato Palazzo Chigi. Ma i renziani intesi come popolo di ammiratori sfegatati dell’extraparlamentare di Rignano sull’Arno, quelli, appunto, non esistono. Il Presidente del Consiglio si sarà illuso di averli avuti, avrà davvero pensato di aver creato un popolo tutto suo che lo avrebbe trainato di avventura in avventura, di vittoria in vittoria. Vuoi per le sue idee persuasive, vuoi per le mance distribuite con qualche provvedimento legislativo. Invece Renzi ieri ha dovuto prendere atto della realtà: «Non credevo mi odiassero così tanto». In realtà non esistono 19 milioni di italiani che lo odiano, semplicemente non ne esistono abbastanza disposti a fidarsi ciecamente di lui, neppure nel suo partito. A parità di tattiche e strategie, cosa è mancato a Renzi che Berlusconi invece ha avuto, tra alti e bassi, per quasi vent’anni? Probabilmente la saggezza di saper riconoscere errori e campanelli d’allarme lungo il suo cammino e di saper mantenere una ipocrita connessione sentimentale con l’elettorato. Berlusconi recitava la parte del seduttore che ti ama senza chiedere nulla in cambio. E funzionava. Renzi invece dava sempre l’idea di essere un seduttore che prima di amarti vuole l’applauso, e che dopo l’amore ti chiede “ti è piaciuto?”. E davanti ai rifiuti o ai reazioni tiepide, invece di insistere e adattarsi, preferiva fare spallucce. Nella logica cinica e perversa della politica come arte dell’imbonimento, sono errori che si pagano caro.
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