Referendum costituzionale. Violante invita al Sì per una Repubblica del Capo spargendo mistificazioni su Amendola e la realtà

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In vista del 4 dicembre Luciano Violante sta lavorando per portare acqua al mulino del Sì attingendo a tutta la sua cultura giuridica e politica. Lo fa con modi garbati e apparentemente senza accenti faziosi, salvo poi ridursi ad acconciare gli argomenti in modo scorretto, edulcorando gli aspetti più controversi, spacciando per bianco ciò che è nero e viceversa, e facendo ricorso ai più triti luoghi comuni antidemocratici.
Il ragionamento di Violante è che in Italia vada tutto apocalitticamente male perché abbiamo una Costituzione che impedisce alla politica di decidere. E aggiunge che per stare come si deve a questo mondo l’Italia dovrebbe avere a cuore la sua competitività mondiale, la quale si migliora edificando uno Stato che coniughi stabilità politica e velocità di decisione. Insomma, poche chiacchiere: per fare soldi e stare tutti bene serve una Repubblica del Capo, di uno che per cinque anni possa starsene tranquillo a prendere rapidamente tutte le decisioni necessarie per il bene delle imprese. Fossero ancora vivi, probabilmente Pacciardi e Almirante se lo prenderebbero allegramente sotto braccio e gli direbbero “Ah, se i democratici fossero tutti come lei!”.
Il ragionamento violantiano non solo è privo di originalità, ma è anche privo di fondamento sul piano storico ed economico, prima che giuridico. Tuttavia mi ha colpito in particolare che l’ex presidente della Camera usi citare una dichiarazione che fece Giorgio Amendola il 5 settembre 1946 alla seconda Sottocommissione della Commissione per la Costituzione dell’Assemblea Costituente, per dimostrare che il peccato originale della nostra “debole” democrazia sia da ricercare nel fatto che nel 1947 «si evitò – dice Violante – di formulare regole costituzionali, rigide e vincolanti, a garanzia della stabilità e del governo del Paese e si preferì attribuire ai partiti e non alle regole costituzionali il compito di governare il sistema». La citazione di Amendola riportata da Violante è questa:
Si è parlato del tentativo di dare alla nostra democrazia condizioni di stabilità con norme legislative. È evidente che una democrazia deve riuscire ad avere una sua stabilità se vuole governare e realizzare il suo programma; ma non è possibile ricercare questa stabilità in accorgimenti legislativi… e c’è il fatto nuovo e positivo della formazione dei grandi partiti democratici, che sono condizione di una disciplina democratica… Oggi la disciplina, la stabilità è data dalla coscienza politica, affidata all’azione dei partiti politici.
Se però leggiamo integralmente cosa disse allora Amendola, emerge un ragionamento più complesso e aderente alla storia concreta e materiale del nostro paese. Non un astratto ragionare su vuote formule costituzionali, ma una riflessione sulla realtà passata e presente e un’idea di repubblica coerente con la matrice antifascista di Dc, Pci, Psi e delle altre forze dalla sensibilità autenticamente democratica.
Leggiamo dunque integralmente (il grassetto è mio):

Si è parlato del tentativo di dare alla nostra democrazia condizioni di stabilità con norme legislative. È evidente che una democrazia deve riuscire ad avere una sua stabilità, se vuole governare e realizzare il suo programma; ma non è possibile ricercare questa stabilità in accorgimenti legislativi da inserire nella Costituzione. In realtà, questa instabilità, che è stata caratteristica di regimi democratici nel corso di questo secolo, ha radici nella situazione politica e sociale, non nella costituzione stessa. Questo è tanto vero, che nessuno Stato, neppure l’Inghilterra dal 1920 al 1940 ha avuto vita politica così rosea come si è mostrato di credere. Per due volte la maggioranza laburista eletta dal popolo, nel corso della legislatura ha dovuto cambiare basi politiche; ed anche nelle maggioranze conservatrici si sono avute modificazioni.

L’instabilità è stata determinata da fatti politici e sociali, legati all’intervento nella vita politica delle grandi forze popolari, che nel secolo scorso erano assenti. L’entrata di queste forze politiche, inquadrate nei partiti socialisti e nei sindacati, ha creato le condizioni delle crisi, caratterizzate dalla resistenza dei ceti interessati ed ostili a rinnovamenti politici e sociali. La crisi del dopoguerra e del fascismo non è nata dalla proporzionale; è nata da questo contrasto tra le esigenze rinnovatoci della società italiana del dopoguerra e l’ostilità che queste esigenze incontravano, per cui gruppi politici, che pur erano formalmente liberali, passavano ad una posizione di reazione e divenivano fiancheggiatori del governo di Mussolini.

Oggi l’Italia attraversa una crisi analoga: è uscita dalla dittatura in condizioni tragiche; ha il problema del rinnovamento democratico in tutti i campi, il bisogno di riforme profonde nella società, che, solo se attuate, potranno dare basi solide alla democrazia; ma vi è la resistenza interessata dei ceti che appoggiavano ieri il fascismo e che sarebbero colpiti da queste riforme; e c’è il fatto nuovo positivo della formazione dei grandi partiti democratici, che sono condizione di una disciplina democratica. Oggi che il suffragio universale è stato esteso alle donne e con l’ingresso nella vita politica di milioni e milioni di lavoratori, il collegio uninominale con corpo elettorale ristretto è un ricordo nostalgico, che non ha niente a che fare con le esigenze politiche attuali. Oggi la disciplina, la stabilità è data dalla coscienza politica, affidata all’azione dei partiti politici.

Quindi, regime parlamentare il più aperto possibile, perché la situazione è fluida ed è bene che si consentano adeguamenti successivi. Tanto meglio se gli adeguamenti si possono fare senza crisi; ma, se crisi ci devono essere, è meglio siano crisi di adeguamenti successivi, per evitare rotture più profonde. Si vogliono porre delle dighe a queste forze popolari che avanzano?

Quando la maggioranza della Sottocommissione si sia pronunziata per la repubblica parlamentare, egli seguirà gli sforzi dei colleghi per assicurare la stabilità; ma pensa che la maggiore stabilità possa essere assicurata da un regime parlamentare che permetta l’adeguamento della situazione governativa allo sviluppo della situazione politica del Paese, in modo da evitare quei contrasti tra la situazione politica del Paese e la situazione politica parlamentare governativa, che sono causa delle crisi che pongono in pericolo la struttura dello Stato.

Come si vede Amendola partendo dalla constatazione reale che non c’è alcuna norma costituzionale che possa dare necessariamente stabilità ai governi, ricorda che la crisi politica italiana del 1919-1922 non fu frutto dell’introduzione della legge elettorale proporzionale o dello Statuto albertino, quanto del fatto nuovo che la società italiana uscita dalla prima guerra mondiale aveva nuove esigenze e poneva nuove problematiche alle quali la classe dirigente liberale si mostrò sorda o comunque incapace di dare risposte adeguate, quando non ostile al punto da fiancheggiare il nascente fascismo. La tanto invocata stabilità può nascere solo se non c’è una frattura fra politica e società, quando cioè un governo gode della fiducia di una maggioranza parlamentare realmente rappresentante di quanto si muove nella società o almeno in gran parte di essa. E questo è tanto più possibile se ci sono dei partiti di massa, come quelli della prima Repubblica, capaci di ascoltare ed educare le masse di cittadini ai quali spetta, per dirla con l’art. 49 della Costituzione, di determinare la politica nazionale.

Purtroppo questi sono tempi in cui le classi dirigenti sembrano soffrire della fatica che comporta organizzare la democrazia, cioè della capacità di ascolto delle masse da un lato e della ricerca di un sano dialogo tra diversi all’interno della società politica. E allora viene la tentazione o di disfarsi di fatto della democrazia o di trovare formule magiche, scorciatoie legislative o costituzionali, regolette elettorali o organizzative capaci di far conquistare il potere a un solo gruppo e di poterlo tenere il più a lungo possibile senza doverne dare continuamente conto, neppure ai propri elettori. È un’ansia di potere e una pigrizia che non solo niente hanno a che fare con la democrazia, ma che viene camuffata, come sembra fare Violante, con l’idea che questo è ciò che serve per il bene comune. Potremmo ricordare che il mondo è pieno di democrazie retti da governi instabili, Stati Uniti compresi, eppure ciò non impedisce a tanti di questi paesi di primeggiare nel mondo in ogni campo. Potremmo ricordare che l’Italia nonostante le sue tante crisi di governo o forse grazie ad esse è riuscita a risollevarsi dalle macerie fino a diventare una delle primissime potenze economiche. E potremmo infine ricordare che la stabilità ventennale del governo Mussolini portò la nazione alla catastrofe come mai né prima né dopo.

Concludiamo con un’ultima citazione. Stavolta a parlare è Massimo Villone, costituzionalista a lungo compagno di partito di Violante e oggi contrario alla riforma costituzionale Renzi-Boschi. Villone tre anni fa, ai tempi del governo Letta, ha avuto modo di fare delle brevi riflessioni sulle dichiarazioni di Amendola che abbiamo letto sopra, riconoscendo l’attualità e la validità immutata del ragionamento amendoliano.

Sono passati più di 60 anni dalle parole di Amendola. Ma ora come allora instabilità e ingovernabilità hanno radici nella politica, nei contrasti reali di interessi, nelle condizioni materiali di vita, nella incapacità di dare risposta a domande e bisogni pressanti, individuali e collettivi. Ora come allora la domanda è se sia utile cercare governabilità e stabilità in una rigida ingessatura di politica e istituzioni, ovvero, al contrario, aprendo le istituzioni alla più ampia rappresentatività e favorendo la corrispondenza agli equilibri politici reali. Può mai essere artificiosamente reso stabile e governabile un paese in cui si ampliano inarrestabilmente povertà e disoccupazione, aumentano le diseguaglianze, muoiono le speranze delle generazioni future? Può mai bastare a renderlo davvero stabile e governabile la riscrittura delle regole costituzionali o elettorali allo scopo di generare fittizie maggioranze numeriche nelle sedi istituzionali, senza riscontro nel consenso reale dei cittadini elettori? Queste sono domande ineludibili, e la risposta è certamente negativa. Bene lo sapeva Giorgio Amendola. E noi?

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