Lo stallo delle elezioni comunali 2016. Chi ha vinto davvero e perché? Verso dove va l’Italia dei renziani e dei grillini?

Le elezioni comunali del 2016 per una volta hanno riportato alla ribalta il valore del numero assoluto dei voti per stabilire chi ha vinto e chi ha perso. Le logiche del bipolarismo avevano via via trascurato questo dato a favore della mera quantità dei sindaci conquistati dal centrodestra e dal centrosinistra: 7 a 4, 8 a 5, ecc. Stavolta, invece, Pd e M5s si sono rintuzzati a vicenda il numero dei voti dell’uno e dell’altro. Sono due forze nazionali che per diffusione e popolarità possono confrontare numeri di una certa entità, ma il fenomeno è anche il sintomo che già si ragiona in termini di italicum, dove lo scontro nazionale sarà molto probabilmente proprio tra queste due forze, senza alleati e fiancheggiatori. E ricordiamo che quel giorno chi vincerà si prenderà letteralmente tutto il potere centrale.

Quante liste?

Guardando a tutti i comuni, indipendentemente dalla dimensione demografica, lo scorso 5 giugno sono andati al voto 1.342 città. Escludendo dal computo Friuli-Venezia Giulia e Sicilia, negli oltre 1200 comuni il M5s ha presentato il proprio simbolo in 230 città, il Pd in 142, la Lega Nord in 113 e in altre 25 città come Noi con Salvini, Forza Italia in 92, Fratelli d’Italia in 82. Tutte le altre forze politiche erano col proprio simbolo in poche decine di comuni. Questo perché nei piccoli comuni, dove si vota col maggioritario, è raro che si presentino i partiti nazionali col proprio logo. Lo fa in genere solo il M5s, allergico alle alleanze anche nei comuni di poche case. Le altre forze preferiscono liste civiche di coalizione. Altrove, nelle medie e grandi amministrazioni, in genere prevale il simbolo tradizionale se si è sufficientemente robusti da poter creare liste complete da soli, altrimenti si ricorre a biciclette, tricicli e insalate miste di forze politiche, lasciando che siano le preferenze a decidere chi debba prevalere. Ci sono però le eccezioni. A Salerno per esempio il Pd preferisce candidare i suoi uomini e le sue donne in diverse liste civiche, soprattutto nella lista “Progressisti per Salerno”.
In sostanza, però, si può notare che da quando è scomparsa la prima Repubblica prevalga in misura crescente il gusto di mettere in campo le liste civiche dai nomi più improbabili o liste politiche con nomi e simboli, per così dire, usa e getta, che cioè, finite le elezioni, sono destinati a scomparire.

Un problema di identità e di metodo.

Il proliferare di liste più o meno civiche o il fenomeno per cui i partiti nazionali a livello locale tendono a eclissarsi dietro nomi e simboli inediti anche nei grandi comuni, porta alla difficoltà di identificare rapidamente quale forza anima questa o quella lista. Era un problema che c’era già nelle elezioni politiche di 100 anni fa e che allora come oggi si può risolvere parzialmente solo guardando chi sono i candidati e studiando la stampa locale. In base a ciò abbiamo provato a guardare le liste e i risultati dei soli comuni capoluoghi andati al voto quest’anno, comprese Carbonia e Olbia, ma anche la città di Bolzano che ha votato un mese prima dopo appena un anno dalla volta precedente. Si tratta di 25 città che vanno da Torino e Milano fino a Cosenza e Crotone passando per Roma. Non sono in un numero e in una distribuzione tali da indurci a facili generalizzazioni nazionali, tuttavia restano un episodio elettorale non trascurabile che vale la pena analizzare.

Le 25 città possono essere riassunte nei risultati di 383 liste. In realtà le liste effettive sono di più, ma per esempio le sei liste “Cittadini per X” (dove X sta per il nome della città sede del voto) riconducibili a Cittadini per l’Italia (già Scelta Civica) si è preferito considerarle come espressione di un solo partito come si fa col Pd, il M5s o FI. Analogamente si è fatto con le nove liste dai nomi affini riconducibili ad Area Popolare (cioè l’Ncd di Alfano).Il più votato è stato il Partito Democratico, 712.572 voti pari al 20,64% dei voti validi di tutte le 25 città. Il Pd era presente in tutte le città eccetto Salerno dove appunto ha preferito creare la lista “Progressisti per Salerno”. Se consideriamo anche quest’ultima, in totale si arriva a 729.819 voti (21,14%). Il M5s ha totalizzato 709.124 voti (20,54%), ma non era presente in sei capoluoghi. Terza e quarta forza rispettivamente Forza Italia e Fratelli d’Italia. La prima era assente in col proprio simbolo in quattro città e in tre di queste era presente con altri nomi, la seconda in sei e in due di questi ha scelto altri nomi. Il partito di Berlusconi ha così preso sul proprio simbolo ultraventennale 276.937 voti (8,02%), mentre Fd’I 195.148 voti (5,65%). Quinta la Lega che in 12 città col carroccio prende 147.970 voti (4,29%) e in altre sei come Noi con Salvini ottiene 35.787 voti (1,04%): 5,32%. Tra le forze minori, al netto delle eventuali liste fatte insieme ad altri, si segnala Area Popolare con 49.894 voti (1,45%), i Verdi con 23.438 voti (0,68%), i Radicali con 23.294 voti (0,67%), CasaPound Italia con 19.612 voti (0,57%), Il Popolo della Famiglia di Adinolfi con 15.325 voti (0,44%), il Partito Comunista di Rizzo con 13.675 voti (0,40%).

Il Pd ha vinto davvero?

Anche stavolta si ha la sensazione che il Pd sia vincitore in quanto partito più votato d’Italia, per quanto tallonato dal M5s, tuttavia se raffrontiamo il risultato del 2016 con quello del 2011 (o comunque con quello delle scorse comunali), emerge che il partito di Renzi nelle 25 città ha perso 180.733 voti e il 4,31%. Si consideri che allora il M5s di fatto era inesistente e il Pdl ancora ben messo e al governo, e che l’insieme dei voti validi di tutte le liste è sceso da 3.578.489 a 3.456.659 (-121.830, pari a una flessione del 3,4%). Alla luce di ciò se vogliamo guardare al dato formale, il Pd tiene e vince grazie al fatto che gli altri hanno fatto di peggio. Ma il dato sostanziale ci parla di un partito che pur essendo l’unico grande partito organizzato nel paese, pur non avendo veri avversari temibili né a destra né a sinistra, fatica a tenere testa a una forza poco organizzata e controversa come il M5s. Va però valutata un’attenuante tipica delle elezioni amministrative: i partiti come il Pd tendono sempre a fare delle liste fiancheggiatrici o “del sindaco” che spesso e volentieri sono costituite da candidati gravitanti nell’orbita del proprio partito. Se dunque il dato del M5s è quello detto, quello del Pd non misura del tutto la sua influenza sul territorio. Ma ci torneremo.

I pentastellati di contro continuano a confermare, dopo 3-4 anni di successi, che non sono un fenomeno passeggero, che sono ancora un partito robusto nelle urne, anche se non sempre sanno mettere in campo una lista e non sempre riescono a disciplinare i propri meetup nel periodo elettorale (come dimostrano i candidati sconfessati di Rimini e Salerno). Il M5s ha ancora il vantaggio di essere una forza del 20% (quanto, cioè, Forza Italia, Lega Nord-NcS e Fratelli d’Italia messe assieme). Il limite del M5s è che però sono 3-4 anni che non riesce ad andare oltre il 20-25%.

Lo strano caso di Sel, Prc, Pcd’I, L’Altra Europa e Possibile.

La sinistra più o meno alleata del Pd o fuoriuscita da essa questa volta ha scelto quasi dappertutto la tattica di formare liste unitarie fuori dai poli dai nomi più vari. Solo a Cagliari Sel, Prc, Pcd’I e l’Altra Europa si sono presentate coi propri simboli e in alleanza col Pd. Possibile di Civati ha invece preferito presentare propri candidati nelle liste unitarie. In alcuni casi Sel si trovata spaccata tra una maggioranza unitaria coi comunisti e una minoranza che ha preferito organizzare delle liste in appoggio ai candidati sindaco del Pd.

Abbiamo dunque avuto liste ampiamente unitarie a Roma, Napoli, Milano, Bologna, Torino, Ravenna, Salerno, Novara, Savona, Cosenza, Brindisi, Grosseto, Varese, Pordenone, Isernia. Sel ha presentato liste proprie a Trieste, Cagliari e Carbonia. Il Prc ha fatto altrettanto a Bolzano e Cagliari. Idem il Pcd’I a Grosseto e Cagliari. Spaccature a Rimini dove la lista unitaria Prc-L’Altra Europa (Rimini in Comune) si è contrapposta a quella di Sel-Possibile (Rimini People). A Trieste a Sel si è invece contrapposta una lista comunista Prc-Pcd’I. Da segnalare la bicicletta Verdi-Possibile a Torino alleata della sinistra e la presenza nella lista unitaria a Ravenna anche del Psi. Complessivamente Sel ha presentato propri candidati in 22 comuni capoluogo, il Prc in 17, il Pcd’I in 19, Possibile in 14, L’Altra Europa in 9. Complessivamente questa sinistra è stata capace di raccogliere 169.462 voti pari al 4,07%, che arriva al 4,90% se aggiungiamo la lista DemA del fratello di De Magistris che al suo interno aveva anche candidati di Possibile e di Azione Civile.

Più a sinistra Pc (presente in tre città) e Pcl (presente in cinque città), raccolgono nel complesso 18.889 voti (0,55%).

Verdi e Italia dei Valori, ove presenti, hanno avuto in genere un atteggiamento centrista e di simpatia per il Pd, per cui non ne diamo conto tra i risultati della sinistra.

I risultati per area politica.

Volendo riassumere i risultati secondo le classiche categorie di destra e sinistra, vediamo che la sinistra ha schierato 44 liste su 383 attirando il consenso di 287.774 elettori (8,34%), risultato comprensivo di tutta la coalizione De Magistris.

Il centrosinistra (Pd e fiancheggiatori) ottiene con 94 liste 1.446.774 voti (33,17%), mentre le liste di centro (Area Popolare, Udc, Cittadini per l’Italia, Dc e affini) con cinquanta liste non vanno oltre i 157.049 voti (4,54%).

Quanto al centrodestra e alla destra viste le spaccature forti, anche ideologiche, si preferisce dare conto separatamente dell’area più moderata gravitante intorno a Forza Italia e non oscillante fra alleanze a destra e alleanze col Pd (con l’eccezione dell’inclusione di Ala per la sua ispirazione fortemente di centrodestra), e quella più estrema che comprende forze come Fratelli d’Italia, Lega Nord, Il Popolo della Famiglia, CasaPound Italia, Forza Nuova e similari, comprese le eventuali relative liste civiche alleate). Abbiamo così ben 102 liste di centrodestra che però raccolgono appena 564.976 voti (16,34%), e 59 liste di destra che pesano 544.889 voti (15,76%).

Infine le 33 liste indipendenti o di cui comunque si fatica a identificare una chiara cultura politica, ottengono 46.370 voti (1,34%).

Il confronto col 2011.

Siamo contrari a fare confronti fra comunali ed europee: si tratta di consultazioni popolari molto differenti, tanto è vero che nel 2014 non era raro vedere come nei comuni che andavano al voto per rinnovare contemporaneamente l’europarlamento e il proprio consiglio comunale, i risultati fossero molto incoerenti. Questo avviene perché le elezioni comunali mettono in campo eserciti di candidati che possono convincere a deviare occasionalmente dalle proprie simpatie politiche nazionali per la stima o la parentela che si può spesso avere con il o la candidata comunale. Una dinamica quasi impossibile da replicare a livello di elezioni europee. Meglio provare a capire cosa si è mosso nelle città con un confronto tra consultazioni popolari identiche e prossime.

Limitandoci quindi alle 21 città capoluogo che hanno regolarmente rinnovato le amministrazioni elette nel 2011 (escludendo quindi Bolzano, Roma, Isernia e Brindisi), non si può non notare preliminarmente che i voti validi per il consiglio comunale hanno avuto una flessione di oltre l’11% passando da 2.435.359 a 2.192.573. Non stupisce quindi che a parte la destra e il M5s, tutte le altre aree politiche abbiano perso in voti assoluti. Nel 2011 il movimento pentastellato era già presente in metà delle città al voto considerate, ma con risultati modesti: 4,09%. Oggi totalizza il 13%, più del triplo. L’area della destra passa dall’8,03% (compresa la Lega allora guidata ancora per poco da Umberto Bossi) al 12,88%. È chiaramente il centrodestra a balzare agli occhi per il peggior calo: l’area nel 2011 egemonizzata dal Pdl di governo era al 29,1%, mentre oggi si ferma al 19,44% con una perdita di oltre 280mila voti.

Controverso il dato del centrosinistra che in termini assoluti perde quasi 7mila voti, ma in termini relativi guadagna consensi passando dal 34,11% al 37,58% (+3,47). Questo perché la perdita assoluta è ben al di sotto del calo totale dei voti validi. Non succede altrettanto né al centro né alla sinistra. Il primo è sceso dall’8,66% al 5,17%, mentre la seconda flette dal 12,99% al 10,04%. Calano anche gli indipendenti e/o indefiniti dal 3,03% all’1,9%.

Centrosinistra e sinistra insieme hanno raccolto nel 2016 sostanzialmente la stessa percentuale del 2011 (poco più del 47%, con una crescita dello 0,5%), mentre centrodestra e destra insieme vedono una flessione del 4,8%.

Possiamo quindi immaginare che il centrosinistra sia riuscito a tenere grazie al fatto che ha saputo compensare le perdite grazie all’arrivo di forze nuove da tutte le altre aree politiche vicine fino ad avere un apparente buon incremento dei consensi. Il M5s di contro si giova dall’aver saputo intercettare tutto quello che è uscito dalla sinistra, dal centrosinistra e dal centrodestra e che non è finito né a destra né nell’astensione.

Ecco dunque che il dato del Pd raffrontato a quello del M5s non convince, ma come centrosinistra in senso stretto il risultato è apprezzabile. Almeno a netto dei risultati dei ballottaggi che determineranno il numero dei seggi comunali effettivamente conquistati dalle varie forze.

Quanto al centrodestra e alla destra, sembra che siamo in procinto di un sorpasso della seconda sulla prima: per ora le due aree sono quasi alla pari, con una lieve prevalenza della parte moderata, ma finché certi argomenti tipici dell’estrema destra europea faranno presa sull’elettorato e i più moderati si sentiranno attratti dal renzismo, è probabile che al centrodestra resterà ben poco per continuare ad egemonizzare la destra in senso lato. Il cattivo stato di salute dei centristi in tal senso sembra incapace di fare la differenza  portando un di più di moderazione tanto a destra quanto a sinistra.

Infine la sinistra come area tiene, ma se ci limitiamo a Sel, Rifondazione ed ex Pdci, in cinque anni hanno avuto un crollo del 50% dei consensi assoluti nei 21 capoluoghi, passando dal 7,26 al 4,07%. Se la sinistra in senso più ampio può ancora vantare un 10% dei voti validi dei 21 capoluoghi è perché a Napoli De Magistris è riuscito a mettere in campo una coalizione di liste più o meno civiche ampia e popolare.
SX1116

Conclusioni e previsioni.

Le elezioni del 2016 sembrano in conclusione soffrire di un certo stallo: non decolla il M5s come si sforza di fare dal 2013, non sfonda definitivamente il Pd come “partito della nazione”, non sparisce il centrodestra, anche se la destra (soprattutto quella alla destra della Lega e di Fd’I) non se ne avvantaggia in alcun modo o lo fa in misura contenuta. Infine continuano a non trovare persone, formule e parole d’ordine efficaci né il centro in senso stretto né la sinistra di ogni tendenza che quindi tendono a evaporare o vivacchiare.

Di questo passo le prossime politiche possono davvero diventare uno scontro Pd-M5s (che da soli rappresentano il 50% di quel 50% che ancora vota) con l’altra metà del paese che si limiterà a dover scegliere impotente per chi “simpatizzare”. Non proprio una prospettiva da repubblica democratica.

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