Eco l’Eburneo o del nome della cultura altezzosa

Apprendiamo dall’Ansa che Umberto Eco ha ricevuto a Torino l’ennesima laurea honoris causa. Auguri. La stessa agenzia riferisce anche che Eco chiacchierando coi giornalisti si è lasciato andare a delle considerazioni sui social network. Citiamo: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. (…) La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità».

Sicché se in Italia esistono «legioni di imbecilli», se circola facilmente tanta imbecillità, la responsabilità sarebbe dei nuovi mass media telematici, dei social network dove l’opinione del signor Rossi, sciocco e ignorante, è formalmente uguale a quella di un Eco, colto e intelligente. Ma siccome in giro sono più gli sciocchi che i savi, è facile che l’opinione di Rossi diventi più popolare (o “virale”) di quella di Eco. «Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità».

Dietro l’apparente razionalità di una simile valutazione, è mal celato un pensiero aristocratico degno del peggior reazionario. Perché lanciare l’allarme che «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino» e concludere che siamo davanti a un’«invasione degli imbecilli», è autentico razzismo intellettuale e anche un po’ classista.
Si badi bene che Eco non parla del fenomeno contemporaneo di un semplice allargamento della pubblicità delle opinioni, che come tale può essere valutato e interpretato in sede scientifica, ma del “diritto di parola”, Eco si lagna cioè che la costituzionalissima libertà di parola, diritto umano illuminista e borghese per eccellenza, sia stata realizzata mediaticamente nell’ultimo decennio come mai prima al punto tale che assistiamo alla messa in circolo di idee e opinioni di basso livello culturale. Prima dei social, invece, tutti avevano potenzialmente diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, ma pochi potevano attuarlo in pieno. Si poteva, entro ovviamente certi limiti, parlare in piazza o farsi un volantino e persino un giornaletto, ma solo le élite potevano dire la loro su giornali, radio e Tv nazionali o pubblicare libri di larga diffusione. Il diritto di parola era nell’Italia repubblicana per tutti, ma l’opinione pubblica la facevano le élite, le classi dirigenti. Ci vorrà lo shock Tambroni nel 1960 per portare la voce del Pci ad apparire sui teleschermi Rai, e ci vorrà il 1975 per legalizzare le radio e le Tv pirata in nome del riconoscimento del diritto di parola con qualunque mezzo. L’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948) sancisce che «ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere». Attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere. Ma provate ad avvalervi di questo diritto se foste contadini dell’entroterra siciliano nel 1948, o anche nel 1968. E provate a farlo oggi con Facebook, Twitter o con un blog. O persino in calce a qualche articolo delle più importanti testate giornalistiche on line. In linea di principio il contadino dell’entroterra siciliano oggi può far sapere la sua a qualunque autorità senza mediazioni e con una rapidità superiore persino al telefono! E anche quando fosse stato possibile esprimersi liberamente, per quanto tempo in Italia il pensiero divergente è stato perseguitato e  censurato anche ad alto livello? Pasolini dopo più di trenta processi ne sapeva qualcosa. E pure Dario Fo credo si ricorderà com’era difficile esprimersi liberamente prima del Nobel nonostante il sostegno di un pezzo di paese e della casa editrice Einaudi.

Oggi con il web 2.0, con cioè quel particolare meccanismo che permette la pubblicazione su Internet del proprio pensiero in modo istantaneo anche a chi ignora l’informatica, l’opinione pubblica è anche fatta da quello che rozzamente e populisticamente i giornalisti chiamano «popolo della rete». Che non esiste in quanto tale o che  in quanto tale esiste solo come costruzione giornalistica, ma che comunque sanziona il fatto che le masse esprimono un pensiero libero che ha un raggio di influenza inedito. Nel bene e nel male. È chiaro che spesso ciò è foriero di immondizia, sciocchezze e bufale di ogni risma. Ma di conseguenza che facciamo? Ce la prendiamo col medium Internet e rimpiangiamo i bei tempi in cui pochi parlavano a pochi con pochi mezzi di comunicazione di massa? O cominciamo invece a chiederci perché c’è tanta ignoranza in giro, perché gli intellettuali non hanno più tanto credito presso le masse, perché tanti (laureati inclusi) abboccano alle bufale senza la minima verifica ritenendo forse che tutti i siti sono uguali per credibilità?

Se Eco è democratico dovrebbe gioire dell’accesso delle masse al web e della partecipazione di queste ai social network. Se Eco è (ancora) intellettualmente curioso, potrebbe investigare le luci e le ombre del fenomeno. Se Eco è (ancora) un lucido e onesto intellettuale dovrebbe ragionare su dove lui e quelli come lui hanno sbagliato se nel 2015 i social testimoniano che tanti italiani sono oscenamente sgrammaticati nella lingua e nel pensiero,si lasciano andare a rozze invettive contro i fantasmi del pericolo straniero e coltivano ancora tanto egoismo e sessismo con allegra noncuranza.

Ma Eco, che è persona degnissima e che certamente ha letto e scritto più di me, ha evidentemente scelto una strada diversa e antica, quella di disprezzare le masse incolte perché masse e perché incolte rimpiangendo i tempi in cui la libertà d’opinione della democrazia liberale era solo l’eventuale possibilità dei più di parteggiare, se capaci, per questo o quell’esimio intellettuale all’interno della dialettica borghese. E chi voleva dissentire poteva farlo al più in separata sede senza disturbare, come si conviene agli zotici a cui può essere concesso di apparecchiare le tavole dei signori senza che pretendano di potervici poi sedere.

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