Regionali 2015: una democrazia abbrutita dall’austerità

C’era una volta il turno ordinario delle elezioni regionali. Dal 1970 ogni 5 anni era previsto il rinnovo dei consigli delle quindici regioni a statuto ordinario. Si trattava di un fenomeno elettorale locale che aveva la capacità di creare tempesta a livello nazionale. Di tutte le elezioni amministrative, le regionali a statuto ordinario erano quasi un’elezione nazionale a tutti gli effetti e persino più “politiche”, se si vuole, delle elezioni europee. Basto pensare che furono le regionali del 1975 a lanciare il Pci di Berlinguer verso il trionfo delle politiche del 1976 e furono quelle del 1985 che segnarono l’inizio della fine del Pci. E anche nella seconda Repubblica le regionali del 1995 furono decisive per scindere definitivamente la Dc in Ppi e Cdu incoraggiando i primi ad allearsi negli anni a venire col Pds e i secondi con Forza Italia. E come non ricordare che furono le elezioni regionali del 2000 a far cadere il secondo e ultimo governo D’Alema, mentre furono quelle del 2005 a convincere il paese che nel 2006 avrebbe vinto l’Unione di Prodi. E infine furono i risultati delle regionali del 2010 a far precipitare il rapporto fra Berlusconi e Fini verso un acido divorzio (il celebre «che fai mi cacci?»).

Ecco, di quelle elezioni lì oggi non c’è più traccia. Gli scandali hanno fatto sì che otto regioni siano andate al voto anticipato sganciandosi dal turno ordinario e inoltre grazie a una modifica costituzionale del 2001 voluta dall’Ulivo, da anni ogni regione è libera di farsi la legge elettorale che preferisce. Il risultato è che alle elezioni regionali del 2015 sono andate al voto “solo” sette regioni con sette leggi elettorali diverse.

Ma 20 milioni di elettori non sono pochi

Eppure sette regioni che chiamano al voto 20 milioni di elettori su circa 50 non è cosa da poco. Ed ecco perché queste elezioni, nonostante quanto abbiamo detto sopra, non poteva non avere delle conseguenze minime nazionali. Il problema è però capire cosa sia accaduto davvero lo scorso 31 maggio, perché pare che nessun giornale, ministero o partito si sia preso la briga di pubblicare un riepilogo nazionale su come si sono espressi nell’urna i quasi 10 milioni che hanno deciso di andare al seggio elettorale. Da qui la difficoltà di tanti di capire il senso di queste elezioni e la facilità di tante volpi politiche a proclamarsi vincitori. Sia chiaro: non è facile fare un riepilogo “nazionale” quando solo tre-quattro partiti si presentano in tutte le regioni col proprio logo. È prevalso più del passato la voglia di approntare simboli nuovi, usa e getta, fatti ad hoc per l’occasione e dove spesso non era neppure facile capire quali partiti ci fossero dentro. A parte quindi Pd, M5s, FI, Lega (assente in Campania e Puglia) e volendo Fratelli d’Italia, tutti gli altri partiti nazionali tendevano a eclissarsi dietro loghi che forse qualche sprovveduto avrà pensato essere liste “civiche”. Un tentativo goffo e pigro di combattere l’antipolitica rinascendo “civici” o semplicemente “nuovi”? Interessanti al riguardo sono i casi di Area Popolare, Rifondazione Comunista e Sel. La prima, cioè l’unione dell’Udc casiniana e dell’Ncd alfaniana, ha scelto di sperimentare in tutte e sette le regioni al voto ogni possibile tattica elettorale: alleata del Pd, alleata di FI, indipendente fuori dai poli e addirittura in Campania si è arrivati all’Udc alleata del Pd contro l’Ncd alleata di FI. In ogni caso Ap non si è mai presentata con almeno due simboli uguali in due regioni. Rifondazione ha invece scelto di promuovere sette liste di sinistra mai alleate del Pd che in comune avevano solo il colore rosso e qualche volta l’allusione alla liste L’Altra Europa delle scorse europee. Sel infine in metà dei casi era parte di queste liste rosse, ma nell’alta metà dei casi ha preferito allearsi del Pd con simboli e nomi sempre differenti perché – dice – si vuole comunicare che Sel è già pronta ad autosuperarsi in nuove aggregazioni di sinistra. Ma l’avranno capito gli elettori?

Come sono andate queste elezioni

Va bene, ma chi ha vinto?, diranno i lettori più impazienti. Difficile una lettura univoca. L’astensionismo ha avuto un balzo in avanti di circa 10 punti percentuali e ciò ha reso i voti assoluti più piccoli e le percentuali basate sui voti validi più gonfie. In più stavolta alle liste sono stati assegnati 75 seggi in meno, pari a un significativo -23%. Considerato questo, ci sono comunque dei dati chiari: il primo partito è il Pd col 25,2%, secondo il M5s col 15,7%, terza FI con l’11,3%, quindi la Lega Nord col 9,1% alla quale potremmo aggiungere uno 0,5% preso da Noi con Salvini in Puglia. Fratelli d’Italia balza al 4% e le sette liste rosse sostenute da Rifondazione e altre sinistre si fermano al 2,5%. Le nove liste sostenute da Udc e Ncd hanno invece raccolto il 5,9%, ma in diversi casi erano composte con candidati centristi di altra provenienza.

I 5 partiti nazionali più votati (Pd, M5s, FI, Ln, Fd’I) hanno dunque ottenuto il 65,2% e 180 seggi circoscrizionali su 253, ovvero il 71,1% dei seggi disponibili. Le sette liste sostenute dal Prc e in quattro casi anche da Sel, hanno ottenuto due seggi (uno in Liguria e uno in Toscana), mentre le tre liste di Sel alleate del Pd in Veneto, Umbria e Puglia hanno ottenuto 5 seggi, di cui 4 nella Puglia del Presidente uscente Nichi Vendola. Tutte le altre liste comuniste o di sinistra, ove presenti, hanno raccolto lo 0,14% e nessun seggio. Emerge quindi chiaro che a sinistra del Pd c’è quasi il deserto, mentre a destra FI e Lega risultano quasi pari, col partito di Meloni e La Russa che va crescendo. Questo fa pensare che se si fosse votato pure in Piemonte e Lombardia, il sorpasso storico della Lega su FI sarebbe stato una realtà? Probabilmente finché l’operazione “Noi con Salvini” non si radicherà al centro-Sud, sarà difficile per il segretario della Lega porsi come leader di tutta la destra italiana.

Volendo ragionare per coalizioni centrosinistra vs. centrodestra, emerge come queste abbiano raccolto un tondo 39% a testa. Fuori da queste aggregazioni a sinistra resta il 2,9% e a destra lo 0,04% (CasaPound e Forza Nuova). Solo in Toscana c’è stata una lista centrista fuori dai poli sostenuta da Ap (0,2%), mentre gli indipendenti compresa la coalizione di Tosi hanno preso il 3,2%. Dunque ancora una volta fuori dalle grandi coalizioni l’unica alternativa popolare è il M5s, anche se ancora fatica a trasferire i consensi avuti in politiche ed europee nelle elezioni amministrative.

Rispetto al 2010

Questi dati ora illustrati non possiamo che confrontarli con le precedenti regionali del 2010, ma qui nasce un problema fondamentale: negli ultimi cinque anni la politica è andava avanti più velocemente del solito. Nel 2010 Berlusconi era al governo col Popolo della Libertà e si confrontava col Pd di Bersani. Dire Lega voleva dire Bossi. La sinistra si leccava le ferite dell’Arcobaleno che nel 2008 l’aveva resa extraparlamentare e lo faceva mettendo in campo due novità: Sel da un lato e dall’altro la Federazione della Sinistra che legava Prc e Pdci. La speranza comune dei tre partiti era quella di tornare nelle grazie del Pd per rientrare in Parlamento. Vi era poi fra Pd e sinistra una forte Italia dei Valori guidata dall’inossidabile Di Pietro. A onor del vero nel 2010 c’era già il M5s, ma solo in due regioni. Ecco, quel panorama politico sembra lontano decenni. E se qualche sigla è rimasta la stessa di cinque anni, ciò che sottende è comunque mutato per forma e sostanza.

Dovendo però farsi un confronto, non si può non iniziare dal dato che, nelle sette regioni che ci interessano, il Pdl nel 2010 era il primo partito col 29,2% e 100 seggi circoscrizionali. Oggi sommando gli eredi FI e Fd’I arriviamo a metà di quel dato. E certo il 5% scarso delle liste con candidati dell’Ncd non cambia il dato. Di quei 100 seggi pidiellini ne restano oggi 31. Di contro il dato del Pd non ha un exploit uguale e contrario. Bersani nel 2010 prese il 25,9% e 105 seggi, oggi il premier-segretario Matteo Renzi si ferma al 25,2% e 92 seggi. Si potrebbe parlare di una banale tenuta se non fosse che Renzi rispetto a Bersani non aveva avversari ostici né a destra né a sinistra e che era reduce da elezioni europee che solo un anno fa nelle stesse regioni avevano fruttato al Pd il 41,5% con un’affluenza maggiore (58,9%). È chiaro che europee e regionali non sono la stessa cosa (nelle regionali ci sono più candidati e liste, spesso create dai candidati presidente dem, e c’è in ballo il governo di una regione), ma questo non giustifica la voragine apertasi fra il 41,5% di ieri e il 25,2% di oggi. Pensare che alla Leopolda dello scorso ottobre Renzi tuonava severo contro Cuperlo, Bersani e compagni: «Non consentiremo a quella classe dirigente di riprendersi il Pd e riportarlo dal 41 al 25%». E ancora tre settimane prima del voto, Renzi liquidava i suoi critici interni come «i nostalgici del 25%». Alla fine Renzi ci ha pensato tutto da solo a far tornare il suo Pd al 25% e in termini assoluti i suoi 2,1 milioni di voti sono il minimo storico dem degli ultimi 5 anni (compreso quindi il dato delle politiche 2013).

Il risultato del M5s è agrodolce. Rispetto al 2010 con 1.327.099 voti balza dallo 0,9% al 15,7% e da zero a 34 seggi, ma alla Camera nel 2013 aveva preso 3.273.416 voti (25,7%) e alle europee 2014 i voti erano 2.211.384 (21,5%): sembra la parabola di un partito in declino, tuttavia per un partito-novità che deve tanto al voto di protesta non stupisce che alle regionali sia in difficoltà. Resta così un mistero capire se queste difficoltà siano appunto dovute al contesto elettorale meno congeniale o a ragioni intrinseche al M5s. Quel 15,7% può essere dunque letto come segnale di crisi o come segno di rafforzamento e solo il futuro chiarirà quale delle due letture è quella corretta.

La Lega Nord in fondo ha avuto un risultato deludente perché rispetto al 2010 scende dal 9,9% al 9,1% passando da oltre un milione a quasi 780mila voti. E anche in termini di seggi passa da 27 a 24, però, come si è notato sopra, i seggi disponibili in tutta Italia sono calati del 23% e a ben guardare la Lega aumenta la propria forza nei consigli di quattro regioni su cinque dove si è presentata. L’unico calo di seggi lo si ha in Veneto dove però c’è stata la scissione Tosi e una Lista Zaia molto forte che da sola ha raccolto 13 seggi. Quindi il vero dato positivo di queste elezioni per Salvini è l’aver riportato la Lega ai livelli bossiani pre-caso Belsito avendo però stavolta una Forza Italia così ridimensionata da permettergli di parlare da subito a Berlusconi con altri toni, alla pari, ma il sorpasso tanto invocato non c’è stato.

Fratelli d’Italia dal suo debutto al 2% alla Camera nel 2013, è ora giunta al 4%: perde qualche voto assoluto rispetto alle europee, ma in percentuale segna un piccolo +0,25%. Merito dell’appoggio di quel che resta de La Destra di Storace? Difficile capirlo, ma di certo non era facilissimo aumentare i consensi dicendo quasi le stesse cose della Lega.

Quanto all’Udc, essa è passata negli ultimi anni dal 6,4% delle regionali 2010 al 2% alla Camera nel 2013 quando si alleò con Scelta Civica di Monti. Alle europee 2014 in lista unica col Nuovo Centrodestra risalì al 4,3%. Adesso si è fermata al 2,9% formando liste ora con l’Ncd ora con altri centristi minori. Chissà quindi rispetto ai 19 seggi presi nel 2010 quanti degli 8 eletti nel 2015 sono effettivamente iscritti all’Udc. In ogni caso si conferma quanto sia diventato angusto e polverizzato lo spazio centrista.

Il caso della sinistra

regionali sx 10-15

Dopo il 2008 che vide la sinistra comunista, socialista e ambientalista diventare extraparlamentare e l’Italia dei Valori di riflesso quadruplicare i consensi (anche grazie all’appoggio di Beppe Grillo che non aveva ancora fondato il M5s), gli anni successivi sembrano non aver insegnato nulla a quell’area che si muove a sinistra del Pd. Se l’obiettivo di Prc, Pdci, Sel, Verdi era riconquistare le posizioni perdute, la storia è andata puntualmente dalla parte opposta e le regionali 2015 non fanno eccezione.
Nel 2010 a fronte di un’Idv che volava al 7% e conquistava 25 seggi, Prc e Pdci provavano a rilanciarsi con la Federazione della Sinistra oscillando tra coalizioni di centrosinistra e antagonismo. Allora in due casi la Fds formò liste comuni coi Verdi e il risultato nelle sette regioni fu un 3% e 8 seggi, ma in Campania e Puglia i comunisti uscirono dal Consiglio Regionale.
La più moderata sinistra vendoliana nel 2010 fondò Sel e, non mettendo mai in discussione l’alleanza col Pd, in Veneto e Campania compose le liste col Psi. L’operazione fruttò il 4,1% e 13 seggi, di cui però 11 solo in Puglia. Di conseguenza Sel non ebbe eletti in Veneto, Toscana e Umbria.
Nel 2010 il Pd aveva ancora alla sua sinistra 4-5 partiti che raccoglievano oltre il 14% dei consensi. Cinque anni dopo troviamo l’Idv (quasi extraparlamentare) che, eccetto la Campania, non presenta più proprie liste, che al più si limita a presentare propri candidati dentro liste condivise con Scelta Civica, Psi e Verdi. Nonostante l’unione delle forze, queste liste non hanno raggiunto l’1% dei voti di tutte e sette le regioni, ma è bastato per avere complessivamente 4 seggi. Più a sinistra i Verdi oltre alle liste con l’Idv, si è presentata col proprio logo tradizionale solo in Puglia, mentre in Veneto e Campania ha fatto liste comuni rispettivamente con Sel e con una componente ambientalista del Pd campano. Anche qui il risultato non è diverso da quello dell’Idv. Alle scorse europee Idv e Verdi avevano raccolto complessivamente l’1,5% e lì siamo rimasti se non un po’ meno. Il “grosso” della sinistra è quindi ormai costituito da comunisti e “sinistri”. Entriamo nei dettagli.

Sel è oggi in Parlamento e all’opposizione. Orfana del suo progetto di egemonia sul Pd bersaniano per l’avvento del renzismo e chiusa la parabola del decennio vendoliano pugliese, Sel da un anno oscilla equamente fra il frontismo di sinistra con Prc e comitati Tsipras (come alle europee) e le solite alleanze col Pd. La strategia dichiarata è di poter arrivare a sciogliere Sel dentro l’ennesimo partito unico della sinistra italiana, la tattica elettorale conseguente è variabile. Le liste alleate del Pd di Sel con indipendenti e quella con Verdi ed ex di Rifondazione hanno raccolto l’1,6% e fruttato 5 seggi, di cui nessuno in Veneto. A questo dato va aggiunto quello delle liste rosse appoggiate con Rifondazione e altri: 2,1% e altri 2 seggi, totale 3,7%, 7 seggi.

Rifondazione Comunista per la prima volta sempre contrapposta tanto alla destra quanto al centrosinistra, raccoglie con le sette liste rosse il 2,5% e due eletti.

Il vecchio Pdci ha mutato nome in Partito Comunista d’Italia e come tale si è presentato solo in Puglia alleato del Pd ottenendo lo 0,6% locale, cioè lo 0,1% su tutte le regioni, e nessun seggio. Nelle altre regioni ha sempre sostenuto le liste rosse, eccetto in Umbria dove il segretario regionale si è candidato in una lista alleata del Pd condivisa con forze centriste e “civiche”.

Complessivamente Sel+Prc+Pdci e tutti i loro alleati (Azione Civile, comitati Tsipras, ecc.) raccolgono 361mila voti circa, il 4,3% e 7 seggi. Se a questo dato aggiungiamo la Lista Pastorino presente in mezza Liguria, la lista degli tsiprassini liguri intransigenti (Progetto Altra Liguria) e i partiti comunisti Pcl (Liguria, Umbria ) e Pdac (Puglia), si arriva al 4,6% (383mila voti circa). L’anno prima L’Altra Europa, unica lista di sinistra nella scheda elettorale, aveva raccolto quasi 408mila voti pari al 4%. prima ancora alla Camera Sel e Rivoluzione Civile avevano raccolto 738mila voti circa pari al 5,8%.

In cinque anni l’area a sinistra del Pd di ispirazione socialcomunista, già allora in difficoltà, è passata dal 7,1% al 4,6% e da 21 a 7 seggi. In termini assoluti la perdita è di oltre 370mila voti, cioè ben oltre il -50%.

Se dunque a sinistra del Pd si è passati in cinque anni dal 14% a uno stimabile 5-5,5% (-8,5-9%), mentre il Pd perde appena lo 0,7%, e se nello stesso lustro quell’area conservatrice-reazionaria che va dall’Udc a Forza Nuova ha perso circa il 12,1%, mentre sinistra e centrosinistra complessivamente perdono il 3,4%, si può azzardare l’ipotesi che quest’ultima area si sia tenuta a galla nelle sette regioni prese in esame (nella gran parte tradizionalmente “rosse”!), compensando parzialmente la perdita di voti a sinistra allargandosi verso il centrodestra, tanto che in Campania a sostenere De Luca c’era una lista con candidati dichiaratamente e notoriamente di destra.

Ovviamente il -12,1% del centrodestra e il -2,4% del centrosinistra (totale -15,5%) spiegano il contemporaneo +14,8% del Movimento 5 Stelle. Altri voti sono andati a liste indipendenti minori (+0,8%). Dobbiamo dunque dedurre che i voti del M5s arrivino in gran parte da delusi del centrodestra? È difficile fare affermazioni così perentorie perché non dobbiamo mai dimenticare che è aumentata di una decina di punti l’astensione, cosa che rende doveroso fare i confronti percentuali fra il 2010 e il 2015 con molte cautele.

È probabile che quel 9% circa di elettori di sinistra mancante, sia tendenzialmente fuggito verso il Pd (poco), l’astensione o il M5s. Di contro dal Pd possono essere usciti delusi di sinistra come certi civatiani, ma questi fuori dalla Liguria in gran parte devono essersi guardati bene dal votare le liste a sinistra del Pd per deficit di credibilità.

Analogamente a destra a parte un piccolo travaso di voti da FI alla Lega e a Fd’I, anche qui una gran parte dei voti mancanti deve essere andato verso il M5s e verso l’astensione.

Considerazioni finali

Si conferma così la crisi forte di egemonia del sistema politico italiano: la gran parte degli strati sociali martoriati dalla crisi hanno sfiduciato tanto i partiti di governo, quanto i loro oppositori più o meno reali. Tanto a destra quanto a sinistra i partiti esistenti sempre più non vengono ritenuti, a  torto o a ragione, all’altezza di poter cambiare lo stato di cose presenti, per cui non resta che un disincantato astensionismo o, per i più ottimisti, votare M5s. Ma non è assurdo ipotizzare che anche il M5s stia perdendo voti verso l’astensione: si tratterebbe di elettori che hanno voluto provare tempo fa a protestare e a sperare in una rifondazione palingenetica con i 5 stelle, ma delusi anche dall’ultima spiaggia si sono definitivamente convinti a non andare più a votare. Così il voto è diventato quasi un affare di una minoranza di italiani, la quale nichilisticamente si è ridotta a votare giusto per rancore e/o per cercare di trarne un vantaggio strettamente personale facendo un favore a questo o quel candidato di turno. Il risultato è un corpo elettorale abbrutito dalla crisi economica e dall’austerità: siccome non si può cambiare niente, siccome sono tutti o quasi d’accordo con l’austerità europea, non si vede perché si debba partecipare alla scelta su come cambiare il governo della propria città, regione o del proprio Stato. Sottraendosi a una finta alternanza e a una democrazia rappresentativa sterile, o si rifluisce nel privato o si vota per chi è credibilmente fuori dal coro in modo inconsueto. Un fenomeno comune, con accenti e sfumature differenti, a diversi paesi d’Europa e che ha visto premiare in consensi (ma non sempre con altrettanti seggi) partiti come Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, il (“nuovo”) Front National in Francia, l’Ukip in Regno Unito e il M5s in Italia, forze dove in genere è robusta la componente piccolo-borghese, quella che tradizionalmente percepisce con più terrore le crisi economiche passando dalla passività politica a una facile e vuota infiammabilità.

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