Storia dell’abilitazione all’insegnamento a uso dei distratti

La scuola in Italia non conosce pace. Non c’è governo che appena insediato non sia stato tentato di riformare tutto il sistema educativo del paese. Del resto non c’è idea politica che non sottintenda una propria pedagogia. Se a questo si aggiunge che dal 1992 la scuola è diventata prima di tutto un presunto problema di spesa pubblica, si capisce perché tanto accanimento legislativo e governativo verso uno dei settori strategici della società. Qui si vuole solo raccontare cosa è stato fatto negli ultimi 25 anni circa per migliorare la formazione dei docenti e il loro reclutamento nella scuola pubblica.

Come si diventava insegnanti della scuola secondaria in Italia?

Dal 1999 al 2007 il canale per consentire la formazione e l’abilitazione dei nuovi insegnanti era costituito dalle Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario (Ssis), un corso biennale selettivo previsto dalla Legge 19 novembre 1990, n. 341 e attivato per nove volte nelle università che aveva il pregio di provare a “insegnare a insegnare”, cosa tutt’altro che ovvia. Fino ad allora ci si abilitava di norma superando (ma non necessariamente vincendo) un concorso per accedere al ruolo, l’abilitazione suonava cioè come una mera presa d’atto che un candidato aveva dimostrato di aver imparato a insegnare probabilmente da autodidatta. Dal 2003 i concorsi non hanno più funzione abilitante. In ogni caso, una volta abilitati, per i potenziali docenti c’erano due modi per essere arruolati nella scuola pubblica: o si partecipava a un concorso per titoli ed esami come previsto dall’art. 97 della Costituzione, o ci si iscriveva alle Graduatorie Permanenti (Gp) di ambito provinciale rinnovate ogni tre anni (Legge 27 ottobre 2000, n. 306).

Fin dal 1989 (Decreto Legge 10 luglio 1989, n. 249 e Legge 27 dicembre 1989, n. 417) era infatti previsto che metà dei posti della scuola pubblica fossero coperti da vincitori di concorso pubblico (prontamente bandito nel marzo 1990) e l’altra metà da quei docenti supplenti iscritti alle Gp in ordine di anzianità di servizio. Tale doppio canale di reclutamento era nato per sanare il precariato accumulatosi per una serie di scelte legislative sbagliate compiute dal 1982 e parzialmente smontate dalla magistratura negli anni successivi. Il personale precario nel 1974 costituiva già la metà del personale in servizio, tanto che nel decennio successivo furono immessi in ruolo quasi 600mila precari. Nonostante gli annunci di voler risolvere la perenne emergenza precari col doppio canale, nei fatti furono replicate le stesse dinamiche nefaste. Il nuovo sistema non funzionò bene perché da un lato le Gp continuavano a ingrossarsi in modo caotico accumulando aspettative e pressioni e quindi precariato, e dall’altro perché lo Stato solo molto occasionalmente bandiva un concorso. Non giovò poi che dopo il 1992 in Italia fossero mutate le classi dirigenti e gli indirizzi economici. L’ossessione per la riduzione della spesa pubblica travolse anche la scuola.

Dopo il 1990 ci fu un concorso nel 1999 e poi un altro nel 2012, ma quest’ultimo bandito solo in alcune regioni, non per tutti gli insegnamenti e solo per abilitati laureatisi al massimo un decennio prima. Secondo la Legge 3 maggio 1999, n. 124 i concorsi per titoli ed esami andavano indetti su base regionale con frequenza triennale, ma appunto fra il 1999 e il 2012 si reclutò solo per metà dalle Gp e per l’altra metà si preferì ricorrere ai vincitori dei precedenti concorsi. L’avvio contemporaneo delle Ssis e dei concorsi costituiva l’apice della furia riformatrice di Luigi Berlinguer del periodo 1996-2000 che meriterebbe un approfondimento su come e perché il primo ministro socialista della pubblica istruzione sia riuscito a spianare la strada alle “innovazioni” delle destre.

Nel luglio del 2001 (per intenderci il giorno prima della morte di Carlo Giuliani) il nuovo governo Berlusconi II annunciò tramite il sottosegretario all’istruzione Valentina Aprea che sarebbero stati arruolati 30mila docenti, metà da graduatorie e metà da concorso, ma di quest’ultimo si persero presto le tracce. Tuttavia il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti col sul piglio manageriale pensò bene di raddoppiare i punteggi di chi prestava servizio nelle scuole paritarie equiparandoli ai docenti del pubblico (quindi con grande giovamento soprattutto dei docenti delle scuole confessionali) e poi di unificare terza e quarta fascia delle Gp mettendo i precari storici contro sissini e paritarie. Nel 2002 fu sempre il governo Berlusconi a bloccare per due anni consecutivi (2001/02 e 2002/03) le assunzioni in ruolo dei precari. E, giusto perché i precari in Gp erano pochi, nel febbraio 2005 furono istituiti corsi abilitanti speciali e di specializzazione sul sostegno per i precari con 360 giorni di servizio (una sanatoria bella e buona).

Di lì a poco il Decreto Legislativo 17 ottobre 2005, n. 227 decise che il lavoro delle Ssis l’avrebbero dovuto fare le nuove lauree magistrali nate per sostituire le lauree specialistiche, tuttavia nulla di concreto fu fatto per implementare la legge. In compenso la Legge 27 dicembre 2006, n. 296 (governo Prodi II) decise di chiudere le Gp trasformandole in Graduatorie a Esaurimento (Gae): da quel momento nessun nuovo ingresso (salvo eccezioni) era permesso nelle graduatorie. Un anno dopo (Legge 24 dicembre 2007, n. 244) si stabilisce di rivedere il sistema Ssis, di non attuare più le lauree magistrali abilitanti e di bandire concorsi ordinari con cadenza biennale.

Dalle Ssis ai Tfa

Nel giugno 2008 il quarto governo Berlusconi a poco più di un mese dal suo insediamento decise la chiusura per decreto delle Ssis perché bisognava accorpare le classi di concorso per rendere i docenti più flessibili e perché occorreva provvedere a una «revisione dei criteri e dei parametri vigenti per la determinazione della consistenza complessiva degli organici del personale docente ed ATA, finalizzata ad una razionalizzazione degli stessi» (Decreto Legge 25 giugno 2008, n. 112). II ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) procedette così a creare una commissione presieduta da Giorgio Israel e composta da docenti universitari e da funzionari del Ministero (nessun dirigente scolastico, nessun insegnante) per trovare un nuovo modo di abilitare i laureati che desiderassero insegnare.

Nel settembre 2008 il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini tuona: «I dipendenti della scuola sono più di 1.300.000 e sono troppi. Io voglio una scuola con meno professori». E sui precari avverte: «È finita una epoca: la scuola non sarà mai più un ammortizzatore sociale se lo mettano bene in testa tutti, sindacati compresi se non vogliono risultare impopolari nel paese». Le classi di concorso invece non verranno accorpate. In compenso vengono tagliate 87mila cattedre, 135mila posti in tre anni (Legge 6 agosto 2008, n. 133). Del resto già in passato il centrodestra si era distinto per il boicottaggio o vanificazione delle immissioni in ruolo del governo D’Alema (60mila assunzioni) e del governo Prodi (150mila). Nella Gelmini e in Valentina Aprea, responsabile scuola di Forza Italia dalla sua fondazione e all’epoca presidente della Commissione Cultura, scienza e istruzione alla Camera, è infatti radicato il convincimento che la scuola sia un baraccone rovinato dall’onda libertaria e democratica del ’68 e usato dai governi per alleviare la disoccupazione intellettuale con assunzioni facili ed eccessive. Tale convincimento è la stella polare mai taciuta del loro agire politico prettamente conservatore quando non reazionario, tanto che le riforme scolastiche tutt’altro che progressiste del centrosinistra vengono lette come il «frutto di un’ideologia globalista, mondialista e terzomondista, che ha lasciato alle spalle i vecchi valori, senza più radici ebraico-cristiane». Detta così pare che l’Italia e la scuola pubblica in particolare sia stata governata da marxisti-leninisti, quando invece il ministero della pubblica istruzione è stato guidato negli anni della prima Repubblica (1946-1994) da 24 politici democristiani, 2 liberali, un socialdemocratico e un repubblicano.

La commissione Israel lavorò dal 5 settembre al 24 dicembre 2008 e chiuse con la proposta di sostituire le Ssis coi i Tirocini Formativi Attivi (Tfa). Nei due anni successivi la bozza di regolamento del nuovi Tfa viene discussa dal Miur con le parti sociali. Il 10 settembre 2010 il regolamento viene licenziato dal Miur: si tratterà di un corso selettivo di un solo anno da svolgere nelle università, ma è comunque una soluzione transitoria finché non ci sarebbero state le redivive lauree magistrali abilitanti a numero chiuso.

Al contempo venne confermata la chiusura delle Gae, di conseguenza gli abilitati Tfa per accedere al ruolo avrebbero avuto a disposizione solo il canale concorsuale. Tuttavia la Gelmini non fece nulla per far ripartire i concorsi da lei stessa previsti, anzi sull’argomento è in notevole imbarazzo com’è evidente nella conferenza stampa Gelmini-Aprea del 31 agosto 2011, quando sull’argomento viene incalzata da una giornalista dell’agenzia Dire:

Lo stesso comunicato ufficiale spiega che «per chi è già laureato sono previsti tirocini formativi di un anno; per chi invece intende laurearsi sono previsti specifici percorsi di studio», e che poi «i posti che saranno messi a concorso per i giovani abilitati attraverso una nuova disciplina per il reclutamento che sarà oggetto di un prossimo intervento, saranno mediamente 12.500 ogni anno». Dunque in attesa di svuotare le Gae, metà degli insegnanti pensionati previsti sarebbero stati rimpiazzati con concorsi per tieffini e nuovi laureati magistrali.

Ma la Aprea è tronfiamente soddisfatta dell’andazzo: «È finito il tempo della demagogia. Grazie alle politiche del Governo Berlusconi e del Ministro Gelmini abbiamo abbandonato definitivamente la cultura dei cattivi maestri del ’68 ed imboccato la strada giusta per la competitività del Paese attraverso la conoscenza».

Decisi i Tfa, quanti dovranno essere gli abilitati? Il Miur si premura di stilare una lista del fabbisogno di nuovi insegnanti su base regionale che rende noto il 10 agosto 2011. A fine giugno fonti non ufficiali parlavano di 2.256 posti per il primo ciclo di Tfa per le superiori di ogni grado. Il cosiddetto fabbisogno su cui dovrebbe fondarsi il numero dei futuri posti Tfa è maggiorato nel limite del 40 per cento in relazione al numero di pensionamenti previsti. In questa fase si prevedono 4.626 posti per il Tfa per la scuola secondaria di primo grado e 5.659 posti per il Tfa per quella di secondo grado, numeri estremamente bassi, nulli in moltissimi casi, e provoca la reazione dei nuovi laureati, soprattutto cattolici. Il Miur replica l’8 settembre pubblicando nel sito del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca i propri numeri. Questi peraltro vengono indicati solo complessivamente, per livello scolastico, senza la ripartizione sulle diverse abilitazioni. Due giorni dopo, con la mediazione di Gianni Letta e Maurizio Lupi, la Gelmini concesse altri 3mila posti al Tfa della media superiore come «Tfa straordinario», cioè riservati a chi già insegna senza abilitazione. Ma passa anche il principio che i numeri dei posti del Tfa non si baserà solo sul fabbisogno, ma anche sulla disponibilità effettiva delle università. Israel amareggiato dice che ormai il progetto Tfa è snaturato.

Pochi giorni dopo il Miur sollecitò gli atenei ad inviare entro il 7 ottobre 2011 l’offerta didattica relativa ai Tfa di prossima attivazione. Gli atenei risposero offrendo 7.239 posti per il Tfa per la scuola secondaria di I grado e 19.125 per il Tfa per la scuola secondaria di secondo grado. Si tratta di numeri non solo superiori al “fabbisogno”, ma soprattutto concentrati  su alcune classi di concorso e carente per altre. Nel marzo 2012 il Miur decide di definire il primo ciclo Tfa in 4.275 posti per la secondaria di primo grado e 15.792 posti per quella di secondo grado. Dunque dai 10.285 posti ipotizzati si è alla fine optato per 20.067 (+95,11%).

Intanto l’11 novembre 2011 il Miur stabiliva quali sarebbero state le prove per accedere ai Tfa. Il giorno dopo il governo Berlusconi cadeva e la Gelmini lasciava gli uffici di viale Trastevere a favore di Francesco Profumo.

Il primo ciclo Tfa e i Pas

Fra l’autunno 2007 e il maggio 2012 i laureati che avessero voluto abilitarsi all’insegnamento non ebbero la possibilità di frequentare nessun corso adatto allo scopo. Quando finalmente apparve il bando del primo ciclo Tfa la prospettiva era un salasso di quasi 3mila euro per avere un titolo che dava diritto ad accedere a un eventuale concorso o al massimo a una leggera priorità alla convocazione per delle supplenze rispetto ai semplici laureati, ma non rispetto ai docenti ancora nelle Gae.

Ben 138.074 persone pagheranno l’iscrizione per partecipare alle selezioni del primo ciclo Tfa, ma alla prima prova preselettiva nazionale nel luglio 2012 si presenteranno in 115.553 dislocati in 37 università. Di questi ne sopravviveranno solo 26.626, quasi il 77% viene bocciato alla preselezione anche a causa di un quiz discutibile e prontamente contestato e trova eco nei media. Il Miur il 7 agosto è costretto a nominare una commissione che con una certa generosità ritiene fondate le contestazioni. Il Miur si decide così ad abbuonare un certo numero di risposte “errate” e vengono ripescati 20.260 concorrenti. Alla fine delle selezioni il risultato sarà a macchia di leopardo e ad abilitarsi saranno circa 10.500, quasi tutti nel luglio 2013.

C’è però chi non ci sta a sottoporsi alle selezioni del Tfa. Queste vengono infatti boicottate da un nucleo di insegnanti che rivendicano il diritto di ottenere l’abilitazione per il solo fatto di insegnare già da qualche anno. Sostengono in pratica di essersi abilitati sul campo, principio curioso in base al quale analogamente gli studenti potrebbero chiedere il diploma o la laurea senza esami per il solo fatto di aver frequentato le lezioni. Ma tant’è, nel marzo 2013, quando il Tfa è ai suoi esordi, il Miur annuncia l’istituzione di un Tfa speciale detto Percorso Abilitante Speciale (Pas) riservato ai docenti privi di abilitazione con almeno tre anni di servizio e senza prove di accesso. Così ai 10.500 abilitati del primo Tfa, se ne aggiunsero altri 69.000 circa tramite Pas. Il 2013 vide anche l’abilitazione di circa 500 “congelati Ssis” tramite Tfa, cioè vincitori a suo tempo dell’accesso alla Ssis che però non avevano frequentato perché impegnati in altro corso incompatibile, come i dottorati di ricerca. Tuttavia mentre ai congelati Ssis veniva garantito l’ingresso eccezionale in Gae, ai tieffini non veniva neppure dato il pronto inserimento nella seconda fascia delle Graduatorie d’Istituto (Gi) che regolano le supplenze perché nessuno nel regolamento pare si fosse ricordato di prevedere una finestra ad hoc, cosa che impose di attendere la scadenza naturale delle graduatorie nell’estate 2014.

Nell’arco di pochi mesi tutte le “buone” intenzioni del duo Gelmini-Aprea vennero travolte. L’idea di abilitare ogni anno accademico pochi laureati ma buoni da accantonare poi nelle Gi in attesa di un concorso mentre si svuotavano le Gae, fu travolto dall’indizione di un concorso nel 2012, dalla creazione dei Pas e dal mancato attivamento del secondo ciclo Tfa, il cui bando uscirà solo nel maggio 2014, con grande ansia degli idonei del primo Tfa lasciati a domandarsi se l’idoneità gli avrebbe permesso di iscriversi al secondo ciclo Tfa senza ripetere le selezioni. Perché anche in questo caso nessuno si era ricordato di disciplinare questa eventualità.

Verso un sistema renziano?

Nel frattempo dal febbraio 2014 a guidare il governo è Matteo Renzi che può contare al Miur su Stefania Giannini. Circa sei mesi dopo il loro insediamento, vengono annunciate nuovi interventi sulla scuola, reclutamento compreso. La cosiddetta «buona scuola» di Renzi, in continuità ideale e spirituale con quella immaginata dai suoi ultimi predecessori, intende cancellare le Gae come canale di reclutamento (assumendo quanti più iscritti possibili e iscrivendo chi avanzasse in prima fascia delle Gi), impedire ai laureati senza abilitazione di insegnare e sostituire definitivamente i Tfa con le solite lauree magistrali abilitanti. L’obiettivo è dunque quello di arrivare a un regime dove ci si abilità laureandosi e poi si diventa docenti della scuola pubblica solo tramite concorso da bandire ogni tre anni in base al famoso fabbisogno presunto.

Epilogo

Cosa ci hanno dunque lasciato gli ultimi 15 ministri della pubblica istruzione degli ultimi 26 anni (compreso l’attuale Presidente della Repubblica)? O meglio: cosa ci hanno insegnato? Che paradossalmente tanto più si parla di scuola migliore, tanto meno se ne fa. A seconda del contesto politico e sociale si è oscillato fra politiche di reclutamento bonarie che hanno permesso anche a mediocri dilettanti allo sbaraglio di salire in cattedra a fare danni, e risibili tentativi opposti e contrari che ricordano quei tali che chiudono la stalla quando i buoi sono già scappati. Ci ritroviamo così un esercito di circa 166.400 abilitati con almeno sei sistemi diversi fuori dalle Gae che premono caotici con ogni mezzo per avere il ruolo, altri 140.600 circa che ufficialmente attendono in Gae (ma alcuni nel frattempo hanno cambiato mestiere), per non parlare di chi ha superato il concorso 2012 e non è in Gae (3.577 vincitori e 6.902 idonei). Accontentare tutti è impossibile e probabilmente neppure utile ai nostri studenti, ma come ogni bel problema di massa, si rivela un buon affare per avvocati (amministrativisti) e dettaglianti di riforme, ma anche per le casse dello Stato. Avere un precario che fa il supplente per un intero anno scolastico è sempre più conveniente di un docente di ruolo: «i precari hanno lo stesso carico di lavoro e la stessa responsabilità educativa degli insegnanti di ruolo ma sono spostabili da una sede all’altra, non hanno gli stessi diritti contrattuali, possono essere licenziati nei mesi estivi e ripresi in autunno, non fanno carriera, non hanno scatti di anzianità, non percepiscono il Tfr, ai fini pensionistici valgono solo i primi quattro anni, mente i restanti sono ridotti ai 2/3». E su questa subdola prassi al risparmio l’Erario si è cullato finché non è arrivata nel novembre 2014 la sentenza della Corte di Giustizia europea che ci ha spiegato che nella pubblica amministrazione dopo tre anni di precariato nella medesima mansione, occorre provvedere alla stabilizzazione. Tanti professori e professoresse con almeno tre anni di supplenze sono ora pronti a chiedere nelle aule di giustizia i risarcimenti per il danno subito, col rischio di mandare in fumo anni di risparmio statale sulla pelle dei precari. Questa la lungimiranza dei nostri ultimi governanti!

Intanto diversi politici si intestano le ragioni di una subcategoria di abilitati contro un’altra specularmente allo spirito corporativo che attanaglia tanti abilitati precari. Spettacolari sono poi le giravolte della Aprea e della Gelmini, che da quando non c’è più il governo Berlusconi sembrano diventate paladine dell’arruolamento prioritario dei tieffini, cosa che non si sono mai sognate di predisporre quando ne avevano le possibilità. Solo quando il ministro Profumo bandì il concorso nel settembre 2012, la Gelmini chiarì che anche lei progettava di bandire «il concorso a valle del primo ciclo dei Tirocini formativi attivi (Tfa) per consentire ai nuovi abilitati di partecipare». Concetto ripetuto dalla stessa nel giugno 2013. Ma sua una cosa la Gelmini e l’Aprea hanno ragione: la «buona scuola» ideata da Renzi è «una vittoria culturale per la nostra tradizione!».

In questo clima delirante e avvilente, i più si consumano nell’attesa messianica di una sana mediazione che tenga conto di tutti i soggetti coinvolti (docenti, studenti e famiglie) per un’onesta soluzione di sistema e non una tantum.

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