«Je suis Charlie» ovvero «I love the establishment»

A chi ha detto «buon anno!» una dozzina di giorni fa bisognerebbe rimproverargli di averlo fatto evidentemente con scarsa convinzione. Se quel coro di auguri voleva avere valore apotropaico per il 2015, si può già parlare di fallimento conclamato. Tra artisti più o meno talentuosi che passano a miglior vita e riedizioni su scala europea dell’11 settembre 2001, l’anno in corso sembra intenzionato a collazionare in breve tempo tutte le carte necessarie per ottenere la certificazione di annus horribilis.

Il mio tendenziale ottimismo storicistico è messo a dura prova, ma non dispero: nel lungo periodo si starà meglio. Nel breve mi sa di no. E questo perché le masse non sembrano avere gli occhi aperti né sapere benissimo cosa fare davanti ai problemi che li affliggono. E anche le avanguardie che si vorrebbero progressive hanno notevoli deficit di lucidità.

Avevamo chiuso il 2013 con Tv e web in preda alla paranoia xenofobica come mai prima. Il piccolo borghese, sempre irrazionalmente irrequieto in fasi di crisi economica acuta, era stato convinto che il suo stile di vita mediocre tendente alla proletarizzazione era dovuto agli immigrati poveri e agli zingari. Balle evidenti, ma anche balle utili per intavolare logorroici talk urlati e qualche business, a giudicare da quanto si dice sui fatti di «mafia capitale». È come se si accusasse dell’inquinamento di un lago un clochard che ci piscia dentro invece dell’azienda Acme che vi riversa i suoi rifiuti industriali.

Il 2014 si è aperto con un’incredibile ossessione sul corpo inanimato di Pino Daniele, un cantautore che mi pare non godesse più del favore di pubblico e critica almeno dal 1999 e improvvisamente oggetto di devozione. Mi spiace per lui e per i suoi cari che se ne sia dovuto andare anzitempo da questo mondo, ma mi è spiaciuto ancor di più il lamento funebre scomposto dei media e quindi delle masse che tra Roma e Napoli erano accorse di fatto per trattare la salma del cantautore napoletano come una santa reliquia da strappare ai familiari per deciderne le sorti. Se c’era “affetto” in quelle masse doloranti era nel senso del verbo, più che del sostantivo.

A ripensarci oggi quelli appena descritti sembravano presagi di imbarbarimenti ben peggiori che si sarebbero manifestati dal 7 gennaio in poi. Penso ovviamente ai mesti fatti francesi del 7-9 gennaio scorsi, ma penso anche alle reazioni che ne sono seguite.

Riepilogando c’è un settimanale satirico che fa della blasfemia contro tutte le religioni monoteistiche il suo marchio di fabbrica. Vende sempre di meno e suscita reazioni controverse, com’è giusto che sia. È sostanzialmente una rivista radicale, nell’antico senso liberale del termine. Mentre mezzo pianeta smontava alberi di Natale e presepi, pare che i francesi musulmani Chérif e Said Kouachi e Amedy Coulibaly intorno alle 11:45 del 7 gennaio si sono sentiti in diritto di eseguire una sentenza capitale contro coloro che ai loro occhi dovevano apparire dei bestemmiatori. D’improvviso quello che poteva essere trattato come il gesto di tre religiosi fanatici è diventato l’attentato «alla libertà» di una sorta di organizzazione demoniaca invisibile di matrice islamica. Come nel 2001, l’establishment in coro ci ha spiegato che era stata dichiarata nientemeno che la guerra a tutti noi europei e occidentali che per definizione siamo cristiani, liberi, tolleranti e quindi in definitiva superiori al resto del mondo. Dalle 12:59 del 7 gennaio questo orgoglio di sapore coloniale si è tradotto nella parola d’ordine «Je suis Charlie» con tanto di matita in mano. I 12 trucidati di Charlie Hebdo venivano universalmente accreditati come martiri della libertà di espressione i quali dunque fanno e devono fare più orrore di qualunque altra strage terroristica o di guerra avvenuta ultimamente fuori dall’Europa. Alle 17:20 del 9 gennaio i fratelli Kouachi vengono uccisi a 40 km da Parigi dove negli stessi momenti è ucciso Coulibaly. I tre cavalieri dell’Apocalisse jihadista escono dunque di scena portandosi la verità sulle loro responsabilità. L’11 gennaio quasi 4 milioni di persone manifestano a Parigi guidati da gran parte dei potenti politici del mondo occidentale.

Le masse di qualunque colore politico e di qualunque strato sociale hanno dunque fatto proprie le tesi propagandate dall’alto di rabbia e orgoglio occidentale ferito come tante Oriana Fallaci redivive. Qualcuno ha avanzato dubbi, perplessità e fantasiose tesi alternative, ma sono stati pochi e non sempre argomentando con cognizione di causa.

Le stesse masse che negli ultimi anni hanno scaricato le loro frustrazioni inveendo astrattamente contro «la casta» dei politici, si è ritrovata a seguire ubbidiente quest’ultima plaudendo alla proclamazione di una nuova union sacrée contro i terroristi islamici: tutti compatti tutti contro chi ci vuole male. E pazienza se i musulmani potenzialmente pericolosi siano una esigua minoranza; pazienza se questo Occidente da difendere non sia poi così cristiano, libero e tollerante o addirittura superiore come si vorrebbe; pazienza se sono proprio i potenti dell’Occidente che sembrano fare di tutto per dare argomenti utili affinché alcuni musulmani trovino suggestivo il progetto reazionario del califfato dell’Isis e finiscano ingenuamente per abbracciare il delirio terrorista; pazienza pure che non sarà dando all’untore che si risolveranno i nostri problemi che sono di natura economica e politica. Tutto trascurabile davanti al fatto che per l’Europa pare si aggiri lo spettro del terrorismo islamico. Di nuovo (!?).

In questa prospettiva la manifestazione dell’11 gennaio è il bagno di folla perfetto per autorizzare le classi dirigenti a fare tutto quanto sia necessario per la nostra «sicurezza» e per la nostra «libertà», anche a costo di renderci più insicuri e meno liberi. Ecco dunque che la parola d’ordine «Je suis Charlie» suona come l’«I love the establishment» di certe t-shirt. E se invece della matita si fosse scesi in piazza con quella popolare maglietta del 2011 che raffigura Gianni Agnelli, sarebbe stato più logico.

In questi giorni chi poteva aiutate le masse a capire non si è visto o ha capitolato. Ci sono mancati gli ammonimenti alla Bertolt Brecht del 1937:

Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla del nemico è lui stesso il nemico.

Wenn es zum Marschieren kommt, wissen viele nicht Daß ihr Feind an ihrer Spitze marschiert. Die Stimme, die sie kommandiert Ist die Stimme ihres Feindes. Des da vom Feind spricht Ist selber der Feind.

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