Astensionismo dell’Emilia-Romagna, pessimismo della partecipazione

Ma che è successo in Emilia-Romagna? Lo scorso 25 novembre si è votato per le elezioni regionali anticipate (di circa 6 mesi) in Emilia-Romagna e Calabria. Elezioni che si sono concluse senza grandi sorprese: i favoriti erano i candidati del Pd e questi hanno vinto, la destra berlusconiana sembra in coma, la Lega recupera le posizioni perdute, la sinistra è in perenne declino, e il M5s è in stallo, ma tendente al peggio. Quello che in realtà ha stupito davvero è stata la dimensione dell’astensione, soprattutto nella regione bolognese dove notoriamente il voto è stato a lungo considerato più di un dovere civico. Il fenomeno della crescita dell’astensione non è ovviamente qualcosa di inedito, né confinabile alla val padana, tanto che in giro c’è pure chi si è affrettato a minimizzare sostenendo che tanto più una democrazia è matura, tanto più scarsa è la partecipazione elettorale, si tratta però di formulette assolute tipicamente liberali che non dicono nulla della realtà e che politicamente fanno sembrare chi le dice come colui che vuole mettere la polvere sotto il tappeto.

Guardiamo come è cresciuta l’astensione (astenuti+voti bianchi e nulli) nelle solo elezioni regionali emiliano-romagnole:

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Come si può notare c’è una curiosa regolarità: negli anni Settanta si asteneva il 6% dell’elettorato, negli anni Ottanta il 9,5%, nei Novanta il 15%, negli anni Zero il 26%. Ad ogni decennio si avverte un incremento dell’astensione sostanzialmente regolare di circa il 60%. Quindi nel nostro attuale decennio ci si sarebbe aspettati un’astensione sul 40%, e invece si è sfiorato il 64%!

Vediamo ora lo stesso dato in tutte le consultazioni popolari celebrate sincronicamente in tutta la regione Emilia-Romagna negli ultimi sette anni:

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Come spesso accade la posta in gioco alle elezioni politiche tende a ridurre al minimo il grado di astensione, al contrario delle elezioni regionali. È tuttavia evidente come ancora nelle elezioni europee di sei mesi il dato astensionistico, per quanto grande, fosse in linea con una tendenza all’aumento continuo ma senza grandi balzi. È dunque successo qualcosa di inedito che ha spinto le masse a disertare le urne o ad annullare la scheda. I fattori sono certo molteplici e alcuni di vecchia data. Nell’immediato possono aver pesato due fattori: il fatto che si sia arrivati a un voto anticipato, seppur di poco, per via di una scandalo giudiziario che ha colpito il presidente Errani con una condanna provvisoria; il fatto conseguente che l’elezione sia avvenuta a fine novembre invece che nel tradizionale trimestre primaverile. In particolare il caso Errani deve aver fatto saltare le ultime forze ancora fiduciose sulle capacità di buon governo senza clientele e senza ombre di quello che per molti è il Pci-Pds-Ds-Pd.

Raccolta realizzata per iniziativa della sezione bolognese dell’Istituto Gramsci nel 1974.

L’Emilia-Romagna ha questa lunga tradizione per cui quasi metà del suo elettorato sceglieva di votare comunista per motivi noti a tanti. Non era forse un Pci rivoluzionario, ma piaceva e convinceva. Dopo lo scioglimento del partito, il suo erede principale, il Pds, negli anni ’90 ha comunque continuato a godere di una fiducia quasi immutata, nonostante tante cose avessero preso a mutare: la diversità comunista lasciava il posto a un partito più simile agli altri. Non tocca a noi dare giudizi morali o politici su questo cambiamento, quello che qui ci interessa ricordare è che qualcosa fra il 1995 e il 1999 inizia a rompersi.

Alle regionali del 1995 il Pds ha ancora il 43% dei voti e riesce ad eleggere Pier Luigi Bersani presidente della Regione. Nel 1999 a Bologna per la prima volta il centrosinistra non trova le forze per eleggere il nuovo sindaco e il Comune va a Guazzaloca e a Forza Italia e Alleanza Nazionale. I diessini cercarono di rimediare, ma durò poco perché nel 2007 è proprio a Bologna che Beppe Grillo organizza con successo (!) il suo primo vaffa-day. Ed è sempre a Bologna che il 17 febbraio 2009 si tiene la prima assemblea politica nazionale del grillismo che spinse i primi grillini a impegnarsi in alcune elezioni amministrative con liste fai-da-te che fruttarono consensi fra il 3% di Bologna e il 9% di Ferrara. E quando nel 2010 ci furono le regionali, l’Emilia-Romagna è la prima regione d’Italia dove il grillismo inizia ad avere percentuali interessanti (6% e due seggi).

Dunque negli ultimi 15 anni mentre l’astensionismo non accennava a fermarsi, chi andava alle urne iniziava a dare segnali di protesta anche molto forti e non sempre adeguatamente ascoltati. Probabilmente alle ultime elezioni è prevalso il pessimismo e l’idea che non basti più il voto di protesta e che non resti che lasciare le elezioni al loro destino. Siamo davanti a delle masse sfiduciate e deluse. Deluse forse del fatto che oggi l’Emilia-Romagna somigli troppo al resto d’Italia, che l’Emilia rossa resta solo un’etichetta che non evoca niente di cui andare orgogliosi. Quanto questo ragionamento sia fondato non so, ma questa mi pare sia la percezione diffusa e quello che sembrano dirci i numeri. E non deve certo aver aiutato il fatto che anche la fiducia nella bontà del Movimento 5 Stelle e dei suoi attivisti sia stata messa a dura prova per la prima volta proprio in Emilia-Romagna: lì avvennero le prime clamorose espulsioni e lì furono rottamati i primi leaderini carismatici, come Giovanni Favia, cacciato il 12 dicembre 2012 imbarcatosi nella fallimentare Rivoluzione Civile e infine sostenitore, con altri ex grillini della prima ora, della lista Liberi Cittadini per l’Emilia Romagna, che con lo 0,98% è risultata la seconda lista meno votata. E sempre l’Emilia-Romagna è la regione dove ancora è primo cittadino di Parma il grillino “eretico” Federico Pizzarotti.

Guardiamo la parabola del Movimento 5 Stelle in Emilia-Romagna dalla sua prima apparizione regionale, quando cioè Beppe Grillo diede indicazione di voto per i candidati dell’Italia dei Valori Luigi De Magistris e Sonia Alfano:
m5sIl bilancio del M5s è formalmente in attivo rispetto al debutto del 2010: Favia e Salsi sono stati rimpiazzati con cinque pentastellati, ma nella sostanza il partito del #VinciamoNoi nella sua terra d’origine fatica a raggiungere il 15% nonostante l’astensione di quasi 2 elettori su 3. Se a quanto aggiungiamo che il M5s ha sempre pensato che dal 2013 in poi sarebbe stato un crescendo ininterrotto di sfiducia degli italiani nella politica e di contemporanea fiducia nel M5s, queste elezioni hanno dimostrato che questo meccanismo è tutt’altro che automatico. Oggi Grillo e gli altri devono prendere atto che ci sono 500mila elettori emiliano-romagnolo che in meno di due anni hanno deciso di non votare più per il movimento grillino.

Bentinteso: non è che agli altri partiti vada molto meglio. Tralasciando la destra berlusconiana al momento in crisi forte di consenso e di quadri in tutta Italia per conclamata inattività e per la forza attrattività esercitata da Grillo e Renzi, è interessante notare il caso speculare della Lega Nord, un partito che a parte la provincia di Piacenza ha sempre faticato a stabilizzare un consenso a doppia cifra come nelle altre grandi regioni del Nord. Vediamo nel dettaglio:
lnLa Lega Nord è stato il partito del padre-padrone Umberto Bossi fino al 5 aprile 2012. Ci volle il caso Belsito per rivoluzionare il gruppo dirigente centrale del partito in attività più antico d’Italia dopo il Pri. Il trauma per le dimissioni di Bossi si vede chiaro: fino al 2010 una crescita apparentemente irresistibile, poi il crollo nel 2013, segretario Maroni, al 2,59%. L’arrivo di Salvini, l’abbandono dell’ossessione per la Padania a favore di una politica di estrema destra di respiro nazionale ha permesso alla Lega di recuperare il terreno perduto. In cifre assolute non siamo ancora al picco del 2010, ma in percentuale il partito sfiora il 20% e gli permette di conquistare la leadership dell’elettorato populista di destra raddoppiando i seggi in regione da 4 a 8.

Quanto al Pd la situazione è magmatica:
pdLa rossa Emilia sembrava aver accolto positivamente, come altrove, l’arrivo del democristiano Renzi alla guida del partito e del governo. Come si vede alle Europee in termini di voti assoluti si era quasi tornati ai tempi d’oro di Veltroni, poi però nel giro di sei mesi si è precipitati al minimo storico. In percentuale si è comunque ben al di sopra dell’era Bersani e questo potrebbe essere compatibile con discorso sopradetto: chi aveva da punire il Pd lo ha fatto astenendosi e alle regionali più che alle europee per via dello scandalo Errani e di altri mal di pancia accumulati negli anni e che il caso Errani devono aver riportato a galla fino a demotivare l’elettore a livelli mai visti. Si ricordi che Errani si è dimesso a inizio luglio, quindi poco più di un mese dopo le elezioni europee.

Della crisi del Pd emiliano-romagnolo non ha dunque beneficiato nessuno, neppure i partiti collocati a sinistra del partito renziano. Se proviamo ad aggregare i dati dei partiti comunisti e di sinistra più o meno radicale (Prc, Pdci, Sel, Verdi, Idv), otteniamo questi dati:
sxTutta quest’area così variegata e incerta dove nessuna forza è riuscita a imporsi come punto di riferimento sembra ancora avere una percentuale di tutto rispetto (l’8,43%), ma in sostanza non riesce ad arrestare il declino che ha visto in 4 anni dimezzare i propri voti. Dal 2009 in particolare ad ogni conta i voti a sinistra sono sempre di meno. E anche i seggi. Al consiglio regionale gli scranni rossi sono passati da 4 (2 Idv, 1 Prc-Pdci, 1 Sel-Verdi) a 3 (2 Sel, 1 Prc-Pdci).

In conclusione non abbiamo elementi per capire come evolverà la situazione in Emilia-Romagna e di riflesso in Italia. Abbiamo però visto che tutti partiti, chi più chi meno, sono usciti malconci da questa tornata elettorale e questo perché l’astensionismo di massa ha colpito in modo abbastanza trasversale. Ci pare prematuro parlare di una Lega Nord vincente e di un M5s finito: sono giudizi tranchant che lasciamo ad altri. Ci pare invece più utile notare come una delle regioni dove ancora in tempi recenti era sentita viva l’utilità personale e collettiva del ricorso alla partecipazione politica, è ora una regione dove vince il pessimismo: le cose vanno male e male continueranno ad andare indipendentemente da chi potrei votare come mio rappresentante. Così l’Emilia-Romagna da rossa si scopre viola quaresimale: ogni speranza sembra morta e l’economia va a rotoli, meglio dunque privarsi del superfluo, a cominciare dal voto. E se non avverrà qualcosa di nuovo, di viola potrebbe presto colorarsi il resto d’Italia.

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