Tre film antimafia ovvero La trattativa opera-spettatore

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Tra il 28 novembre 2013 e il 2 ottobre 2014 sono usciti tre film su Cosa nostra e dintorni. Tutti e tre antimafiosi – ci mancherebbe – e tuttavia solo uno veramente utile e destinato a rimanere nel tempo come si confà a un’opera d’arte: Belluscone. Una storia siciliana di Franco Maresco.
Gli altri due film sono mediocri quando non irritanti: da un lato c’è il fiabesco La mafia uccide solo d’estate, dall’altra il bigotto La trattativa. Entrambi hanno in comune superficialità e pressappochismo. Il primo, il debutto del buon Pif, ha (non sempre volutamente) un approccio ingenuo alla questione mafiosa e alla fine si risolve in un lieto fine tanto rassicurante quanto di cattivo gusto. Il secondo film segna il ritorno al “documentario” della debordante Sabina Guzzanti e ha invece un approccio a metà strada tra il giornalistico e il dietrologico, e sembra più debitore al Blu notte di Lucarelli e al Telefono giallo di Augias che non al cinema, ed è in fondo un tardo prodotto della subcultura antiberlusconiana.

Non bastano le buone intenzioni e una sana coscienza civile a ispirare un’opera d’arte (impegnata). Così come non basta seguire alla lettera un ricettario per fare degli ottimi piatti. Pif e Guzzanti sono progressisti senza particolari aggettivazioni. Sanno fiutare dove si annida il tanfo in Italia e, nauseati, vorrebbero che tanti altri lo sentissero e se ne indignassero. Salvo poi perdersi come tanti piccolo borghesi in astratti e tetragoni furori (Guzzanti) o in altrettanto astratte e mitiche aspettative sul futuro (Pif). Quest’ultimo, da buon testimone oculare di Palermo (prima che di MTV), ha provato a ricordare come nei decenni scorsi tanti siciliani abbiamo progressivamente sviluppato una coscienza antimafiosa che sfociò platealmente nelle note folle palermitane del 1992. I mafiosi del calibro di Riina appaiono sporadicamente e sempre come degli autentici bifolchi, il che è utile a far capire che questi potenti in realtà hanno poco del fascino perverso dei geni del male a cui ci hanno abituato i romanzi di Puzo o i film di Coppola. Tuttavia il romanzo per allusione dell’epifania antimafiosa del popolo siciliano sembra sfociare in un soddisfacente finale senza ombre. Oggi la mafia è culturalmente molto meno egemone che in passato, certo, ma da qui a dare l’illusione che Capaci e via D’Amelio ci hanno aperto gli occhi e che l’educazione all’antimafia sia un fatto acquisito da vent’anni è una gran bella ingenuità. Sarebbe come credere che dopo ogni tempesta c’è un arcobaleno e che alla fine di ogni arcobaleno ci sia una pentolaccia d’oro. Ma ogni film è il riflesso del suo autore e Pif finora non ha mai dimostrato di brillare per sagacia. È curioso, osserva, legge, ma spesso non riesce ad andare oltre la superficie delle cose, ad afferrare l’asprezza del reale. Pif non è ottuso, ma non si rende conto che il suo pacifico film, ottunde le coscienze come un oppiaceo.

La Guzzanti al contrario è sempre lì lancia in resta, sempre pronta sul chi va là perché è certa che non ci è stato spiegato tutto e che dunque tocchi a lei farlo. Magari con un documentario alla Michael Moore. Ma nonostante la Guzzanti si cimenti nel genere da quasi dieci anni, i risultati scarseggiano. Siamo sempre fermi al prodotto televisivo che non aggiunge nulla. La trattativa sembra una ricostruzione visiva alla buona di qualche pezzo giornalistico del Fatto Quotidiano, e pazienza se qua e là qualche data è sbagliata e di qualche inevitabile buco non viene dato conto. Per la Guzzanti il punto è che c’è del marcio in Italia. La trattativa Stato-mafia è un tema complesso e ancora tutto da scrivere sul quale non si può certo pretendere che un film ne racconti i più minuti dettagli. Non sarebbe neppure un suo compito. Da un documentario, o da una docu-fiction o da qualunque cosa proiettabile in un cinema basata sui rapporti fra le istituzioni e Cosa nostra, si può solo pretendere il piacere di essere condotti come spettatori in una riflessione storica e/o filosofica sul potere, sul suo esercizio, sulle sue verità, sulla sua complessità. Ma di tutto questo nel film della Guzzanti non c’è traccia. C’è anzi un’irritante sicumera nel ricostruire fatti e responsabilità che sembra chiedere allo spettatore più ingenuo solo di annuire e biasimare. La Guzzanti ha messo così in scena un dossier alla buona (con tanto di date sbagliate) con la stessa presunzione di chi pensa che avendo le mani pulite può per questo scagliare la prima pietra. L’indignazione antimafiosa qui è falsamente meditata, è pura pancia. E quindi rozza e inutile.

Tanto nel film di Pif quanto in quello di Sabina Guzzanti si apprezza la ricerca di una relativa leggerezza fondata su una misurata ironia. Di contro i due film, soprattutto e La Trattativa, sembrano sacrificati troppo in una visione televisiva. Del resto Pif e Guzzanti hanno in comune il dovere quasi tutta la loro popolarità alla Tv. Ognuno di loro ha svolto una professione che li ha abituati a pensare più spesso in 4:3 che non secondo i canoni estetici cinematografici.

Anche Maresco ha alle spalle un bel po’ di Tv, ma la sua cinefilia credo lo abbia salvato nel girare il suo film dal commettere certi errori formali. Ma poco importa. Quel che conta è che Belluscone è la discesa agli inferi di un palermitano che conosce Palermo, ma che sa che ha ancora tanto da capire sul suo sottoproletariato. Maresco non ha certezze granitiche come la Guzzanti, e non è neppure uno sprovveduto come Pif. Soprattutto Maresco sa che il fatto contingente e locale (per esempio l’ammirazione di uno strato sociale palermitano per Silvio Berlusconi) spesso ha forse da dirci qualcosa di più universale. In più l’ex sodale di Daniele Ciprì nel suo parlare nel film con grandi e piccoli personaggi palermitani, nel suo girovagare per i palchi dei migliori concerti neomelodici, nello scontrarsi con un certo humus mafioso, riesce sempre a mantenere lo sguardo di chi cerca affettuosamente di comprendere senza condannare secondo la propria morale. Senza paternalismo o populismo, riesce a far emergere un’umanità corrotta e avvilente che deprime lo spirito, che non sai se è riscattabile o solo ricattabile. Belluscone fa un’operazione di chiarezza proponendo la questione meridionale urbana del XXI secolo. E per questo è anche questione nazionale. Interroga le coscienze di ciascuno, ma senza pretendere inquisizioni. Dalla visione di Belluscone non si esce pacificati e neppure consolati di essere stati sicuramente dalla parte giusta. Belluscone ti getta in faccia come un’onda una realtà ovviamente e finalmente complessa dove il nero e il bianco non sono perfettamente scissi, dove cioè non c’è spazio per interpretazioni manichee.

Nel film domina il falso problema e falso giallo della sparizione di Maresco. Il regista non verrà trovato. Però forse capiamo il movente della sua sparizione quasi majoranesca. Essere Franco Maresco da Palermo e rendersi conto a 56 anni e a 22 anni dalla nascita di Cinico TV c’è una vasta umanità che sembra peggiorata o al massimo non migliorata, e questo spinge solo a sventolare bandiera bianca e a ritirarsi senza clamore dalla scena pubblica. Si può biasimare quanto si vuole un soldato che decide di abbandonare dopo decenni il suo posto in prima linea, ma non siamo tutti eroi. E così Belluscone complessivamente sembra fare eco al Brecht di Vita di Galileo quando ci spiegava quanto fosse «sventurata la terra che ha bisogno di eroi».

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