L’Italia (e la sinistra) dopo il 25 maggio

euro14

Come avevo ipotizzato alla vigilia delle elezioni, a sinistra è tutto un ribollire di buone intenzioni ed entusiasmi per il 4,03% ottenuto da L’Altra Europa con Tsipras. Adesso l’intenzione dei più è trasformare il cartello in un partito unico o almeno in una federazione. Giusto la destra di Sel vicina a Gennaro Migliore, coerentemente con la missione strategica che ha Sel dalla sua fondazione, continua a preferire la fusione col Pd che quella con Rifondazione e gli altri partitini e movimenti pro-Tsipras. Perché tanto entusiasmo a sinistra? Facile, perché dal 2008 a oggi è la prima volta che una lista elettorale rossa riesce ad a eleggere qualcuno. Da zero a tre eurodeputati è un trionfo quasi insperato. Tuttavia i dati elettorali della lista Tsipras hanno più ombre che luci, anzi, di fatto, l’unica luce sono solo gli eletti, per il resto ci sarebbe di che riflettere su quello che sembra un flop.
Partiamo da un confronto europee 2009-2014: gli astenuti (compresi i voti bianchi e nulli) nel 2009 furono 19.718.313, nel 2014 23.213.554 (+17,73%). Nel 2009 l’area di sinistra (Sinistra e Libertà, Prc-Pdci e Pcl) ottenne 2.162.215 voti (7,06%), mentre nel 2014 l’unica lista di sinistra ha ottenuto 1.108.457 voti pari al 4,03%. Va precisato però che nel 2009 Sinistra e Libertà includeva anche il Psi, che quest’anno si è presentato nel Pd, e i Verdi che stavolta hanno preferito presentarsi con Green Italia in una lista che ha preso 250.102 pari allo 0,91%. Dunque si è passati da 2.162.215 a, incluso il voto verde, 1.358.559 voti, quindi un calo del 37,17%, 20 punti superiore all’incremento dell’astensione.

Confrontiamo per macro aree politiche:

Conservatori e reazionari nel 2009 (8 liste):
Pdl+Ln+Udc+Dx-Mpa+Fn+Ld+Msft+Va = 17.097.514 (55,83%)

Progressisti e rivoluzionari nel 2009 (8 liste):
Pd+Prc-Pdci+Sl+Svp+Pcl+Idv+Pr+Ald = 13.526.326 (44,17%)

Conservatori e reazionari nel 2014 (6 liste):
FI+Ln+Ncd-Udc+Fd’I+Se+Ic-Maie = 8.760.344 (31,91%, -48,76% in voti assoluti, -42,84% in percentuale)

Progressisti e rivoluzionari nel 2014 (5 liste):
Pd+Svp+Tsipras+Verdi+Idv = 12.881.200 (46,93%, -4,77% in voti assoluti, +6,25% in percentuale)

M5s = 5.807.362 (21,16%)

Conservatori e reazionari alle politiche 2013 (26 liste):
Pdl+Ln+Fd’I+Dx+Gs-Mpa+Mir+Pp+Ip+Lie+Sc+Udc+Fli+Fare+Fn+Df+CpI+Msft+IaI+Pli+Psd’Az+Ri+Pri+Rmi+Pu+Pn+Vd’A = 14.265.495 (41,86%)

Progressisti e rivoluzionari alle politiche 2013 (10 liste):
Pd+Sel+Cd+Svp+Rc+Pcl+Agl+Pdac+Uvp+Ald = 11.006.974 (32,3%)

M5s = 8.704.809 (25,54%)

altri (14 liste):
Iv+Lvr+Vp+Vs+Is+Meris+Pirati+Mid+Ppa+Up+TiI+Sd’I+Da+Nvo = 100.913 (0,3%)

Da queste poche cifre emerge il dato nuovo di queste elezioni: l’area progressista fa il pieno grazie a un mai visto travaso di voti dal fronte conservatore e tutto a beneficio del solo Pd. È vero che rispetto al 2009 mancano all’appello qualche migliaia di voti, ma considerata l’astensione, si registra un sensibile incremento percentuale. Rispetto poi alle politiche di 15 mesi fa l’aumento è forte sia in voti assoluti che in percentuale. Dunque le europee 2014 registrano il sogno sempre inseguito dal gruppo dirigente diessino dalla seconda metà degli anni ’90: sfondare al centro a danno della destra e porsi come il partito principale e fondamentale su cui imperniare il potere italiano. Insomma, la nuova Dc. I Ds prima e il Pd pre-Renzi prima non c’era mai riuscito, anche quando Prodi vinceva e formava il governo. Il fatto è nuovo e importante e può voler dire che la borghesia timorosa che un successo del M5s potesse indebolire un governo utile e affidabile, ha pensato bene di rafforzare direttamente il Pd (e non Ncd o Scelta Europea) e liquidare definitivamente la destra berlusconiana. L’appeal sincero che esercita Renzi sull’elettorato di ogni settore ha fatto il resto. Non a caso non sembra esserci un travaso di voti dal Pd alla sua sinistra. Le forze costituenti L’Altra Europa escono notevolmente ridimensionate sia rispetto alle scorse europee sia rispetto alle politiche, raccogliendo una cifra quasi 16mila voti inferiore al 1.124.298 voti presi da la Sinistra/l’Arcobaleno nel 2008 che allora era pari al 3,08%. Se insomma L’Altra Europa ha conquistato i suoi tre seggi lo deve in pratica a un’astensione record mai vista in un’elezione nazionale. E bastavano 10.501 voti in meno per ritrovarsi nuovamente con un pugno di mosche in mano.

Facciamo ora un confronto con le amministrative contemporanee alle europee. In Piemonte la lista Tsipras prende il 4,14% (93.206 voti), mentre Sel e L’Altro Piemonte (il primo alleato del Pd, il secondo indipendente) raccolgono il 3,08% complessivo (60.340 voti). In Abruzzo la lista Tsipras ottiene il 4,33% (29.254 voti), mentre Sel e Un’Altra Regione (anche qui il primo alleato del Pd, il secondo indipendente) ottengono complessivamente il 5,31% (35.690 voti). Al comune di Bergamo Tsipras è al 5,95%, Sel (col Pd) e L’Altra Bergamo al 4,67%. A Pavia Tsipras è al 5,17%, mentre la coalizione omologa al comune fa il 2,13%. A Padova Tsipras fa il 5,62%, Sel (col Pd) e Prc il 3,06%. A Ferrara L’Altra Europa ha il 5,03%, Sel (col Pd) e la lista unica Prc-Pdci-Idv ottiene il 5,58%. A Modena a Tsipras va il 5,04%, mentre Sel (col Pd) e L’Altra Modena ottengono il 3,65%. Se includessimo anche il Pdci alleato del Pd otterremmo il 4,49%. A Firenze Tsipras 8,91%, 7,93% Sel e Prc alleati, e si potrebbe arrivare all’8,6% se aggiungessimo il Pdci alleato del Pd e il Pcl indipendente. A Livorno Tsipras fa il 7,23%, mentre Sel (col Pd) e una coalizione quadripartita di sinistra fa il 15,8%. A Prato L’Altra Europa si ferma al 3,56%, mentre Sel, Prc e Pdci alleati insieme col Pd fanno il 3,67%. A Perugia Tsipras è al 6,01%, mentre Sel, Prc e Pdci alleati insieme col Pd fanno il 4,77%. Nella vicina Terni Tsipras è al 4,15%, mentre Sel (col Pd) e Prc sono al 6,39%. A Potenza Tsipras ha il 6,34%, mentre Sel e Prc in lista unica alleata col Pd e Scelta Civica ottiene il 2,04%.

Da questa rapida carrellata non esaustiva di tutti i casi emerge una certa difformità. In genere troviamo Sel e Prc divisi col primo col proprio simbolo alleato del Pd e il secondo indipendente spesso dietro a simboli e sigle inventate ad hoc. In genere Sel ottiene più voti delle altre liste di sinistra, ma nel complesso i numeri sono molto piccoli e quasi sempre inferiori a quelli dell’Altra Europa con Tsipras. Cosa ci dice tutto ciò? Nessuna formula assoluta, non ci dice cioè se è meglio allearsi o meno col Pd oppure se la falce e martello tira da sola più di altri simboli, se la conviene o meno scrivere nel simbolo la parola “sinistra”. Più semplicemente da un lato viene ribadita l’ovvietà che nelle amministrative contano molto i candidati in lista e dall’altra che lo stato della sinistra in Italia è allarmante da Nord a Sud. Neppure Sel fino a poco tempo fa ritenuta la nuova sinistra che si sarebbe imposta come partito di medie dimensioni, sembra ridotta a un partitino del 2% non tanto più in salute dei cugini di Rifondazione. Alla domanda poi sul perché Tsipras ottiene quasi sempre più voti dei suoi sostenitori divisi (quando non contrapposti) alle amministrative si potrebbe rispondere sostenendo che l’unità premia, ma sarebbe una risposta astratta e assoluta che non tiene conto che anche Pd, M5s e FI in genere ottengono più voti alle europee che alle comunali/regionali. Più probabilmente l’aumento vertiginoso di liste e candidati alle amministrative spinge moltissimi elettori a scelte anche radicalmente differenti (c’è pure chi chiede al seggio solo una scheda, astenendosi pubblicamente nell’altra).

Alla luce di questi dati i politici che hanno fatto campagna elettorale per L’Altra Europa con Tsipras dovrebbero ragionare più a mente fredda sul loro futuro e su quello della loro area, pena l’avventurismo. Il risultato della lista Tsipras incoraggia l’unità della sinistra? Può darsi, ma porre la necessità della costituzione di un nuovo partito di sinistra che superi quelli esistenti come necessità di un successo elettorale vuol dire per l’ennesima volta ragionare con la pancia e il panico da estinzione, più che col cervello. L’esperienza degli ultimi sei anni dovrebbe averci convinto del fatto che non basta fondere piccole organizzazioni per fare un’organizzazione più grande. Anzi! D’altro canto non si può certo dire che siamo nelle condizioni di poterci permettere di marciare separati per colpire uniti i nostri avversari.

Nel 2008 si aprì una fase che erroneamente quasi tutti considerarono passeggera e recuperabile. Un gruppo riteneva che si poteva recuperare rilanciano l’Arcobaleno come partito unico fedele al Pd, un altro ritenne che al contrario conveniva creare un partito comunista unitario alternativo al Pd, ma non troppo. I primi sfasciando tre partiti crearono Sel, i secondi la Federazione della Sinistra. Oggi possiamo tranquillamente dire che entrambe le operazioni sono state fallimentari. Sel ha puntato tutto sul leader carismatico e sulla lealtà al Pd in modo da ottenere delle primarie che potessero imporre il presidente di Sel come premier di tutti. La Fds prima ha aspettato di tornare alle vecchie percentuali del Prc, poi ha capito che occorreva altro e si è fratturata davanti alla fuga di chi sperava di ritrovare posto all’ombra del Pd salvo ritrovarsi insieme in un progetto come Rivoluzione Civile egemonizzato da un’Idv tradizionalmente estranea alla sinistra radicale e ormai in declino evidente. Sel fallisce allorché emerge la figura di Renzi, la Fds nel momento in cui i patti col bilancino fra i federati hanno dovuto cedere il posto alle scelte di campo. Entrambe le forze vengono sconfitte dall’ignoranza di cosa si muove nella società e dalla mancanza di una cultura politica all’altezza del fase che li porta a farsi sfilare migliaia e migliaia di voti dal M5s.

Questi i nodi in estrema sintesi che hanno caratterizzato la storia della sinistra nel recente passato e che ancora gravano su chi ha animato la lista Tsipras. Rispondere a tutto questo proponendo una costituente della sinistra vuol dire mettere la polvere sotto il tappeto. Anche la svolta della Bolognina di Occhetto fu presentata come una costituente di sinistra che doveva rilanciare un’intera area, ed è finita esattamente al contrario. Non ci serve né la retorica dell’unità a prescindere, né quella della partecipazione basistica, né ci sono modelli all’estero da prendere e montare come un mobile Ikea. Si pone poi troppo l’accento e l’attenzione sulla parola sinistra come se fosse un’ideologia bell’e fatta, come se dietro quella parola si nascondi un’identità chiara e in grado di farci da bussola, quando invece è solo ed è sempre stata una mera collocazione parlamentare, tanto che non a caso generazioni di comunisti e socialisti quasi mai hanno citato nei loro discorsi e scritti la parola “sinistra”. La fusione può essere la premessa di nuovi successi (spero non solo elettorali) solo e nella misura in cui prima della fusione si troverà il modo di risolvere i principali problemi che ci attanagliano. Per superare le nostre misere organizzazioni, bisogna prima superare le nostre miserie. Pena il fiasco o il successo effimero dal rinculo devastante. E il superamento deve essere fatto in una ridefinizione chiara di chi siamo, cosa vogliamo, di come vogliamo stare tra noi e di come vogliamo presentarci al mondo. L’alternativa sarebbe danneggiarci superandoci in un indistinto fumoso che vada bene a tutti per non scontentare nessuno. Se non affrontiamo subito questi nodi forse faremo un partito unico, ma questo diventerebbe presto il padre di altre dieci scissioni. Bando agli astratti furori delle buone intenzioni a favore di una lucida e meditata progettualità. Insomma, cerchiamo di pensare e agire da marxisti, non da liberali.

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