Così le europee 2014 sono diventate il ballottaggio delle politiche 2013

euro14

Finita la campagna elettorale si può tentare di trarre un bilancio politico, in attesa di quello elettorale basato sui numeri che conosceremo lunedì prossimo. Partiamo da un apparente paradosso: questa campagna elettorale per le europee non ha quasi mai parlato di Europa. Forse per provincialismo, forse per convenienza di alcuni, i protagonisti della politica e i media non hanno mai creato un dibattito su quale Unione Europea vogliamo per il futuro, preferendo ripiegare sulle nostre solite questioni nazionali più superficiali. Da quando il 22 febbraio si è insediato il governo Renzi, il discorso pubblico è stato orientato su questo e sulla figura del suo presidente in particolare, tanto che sfido io quanti italiani conoscono i ministri dei dicasteri più importanti. C’è solo Renzi. E qualche ministra più o meno avvenente. Un Renzi però più per sentito dire, perché il presidente del Consiglio fino ancora a qualche giorno fa non parlava molto in pubblico, preferendo mandare avanti delle sue compagne di partito a mo’ di pappagalline. E anche in questo il segretario del Pd sembra ricordare il Pdl di Berlusconi rappresentato in pubblico dalle sue “amazzoni”.
Altro tema su cui i media hanno dedicato più tempo del dovuto a danno dei temi europei è stato sicuramente il destino giudiziario di Berlusconi. Il suo modo di scontare l’anno di pena inflittogli sembrava essere diventato un problema di quelli seri. È chiaro che l’evento ha la sua rilevanza storica, è chiaro che Berlusconi ha tutto l’interesse a buttarla sul vittimismo, ma a parer mio i giornalisti avrebbero potuto trattare il fatto con meno enfasi.
In tale contesto una lista che ha puntato coerentemente tutto sul discorso europeo come L’Altra Europa con Tsipras è sembrata fuori luogo. Non credo che i media abbiano ignorato la lista per atavici sentimenti anticomunisti. Non credo facilmente a complotti. Più probabilmente i giornalisti non avevano nulla da chiedere sugli 80 euro di Renzi, sulle riforme e su Berlusconi galeotto a chi chiedeva di parlare solo di quell’altra Europa che ha in mente Tsipras. Non a caso l’unico sussulto mediatico sulla lista Tsipras si è avuto al principio di maggio per tre giorni sulla nota foto di Paola Bacchiddu perché almeno su quello i siti e le testate di qualunque livello potevano tentare di solleticare la curiosità dell’internauta e incassare qualche click di popolarità. Perché, per chi non lo sapesse, che si tratti dei siti web del Corriere o di Chi, le statistiche sono impietose: gli articoli con foto di belle donne mezze nude fanno sempre più visualizzazioni di qualunque articolo più serio, e vista la crisi anche le testate più prestigiose si adeguano non facendo mai mancare del “colore” in home page.
L’Ue per scongiurare l’astensionismo di massa e invogliare i cittadini alla partecipazione, da quest’anno aveva pensato di dare agli elettori la possibilità indiretta di scegliere il presidente della commissione europea. Ma quanto tempo si è dedicato in Italia per spiegare chi sono i cinque candidati presidenti? Quanti sanno chi sono Tsipras, Keller, Schulz, Junker e Verhofstadt? Immagino solo pochi informatissimi, quelli che di solito neanche guardano la Tv, per tutti gli altri o non ci sono elezioni o se ci sono hanno finito per immaginarsele come il secondo turno delle elezioni politiche del febbraio 2013.

A distanza di 15 mesi dalle elezioni politiche sembrerebbe che nulla sia cambiato: ci viene illustrato che ci sono tre poli (M5s, Pd e FI) che rappresentano il 70-75% degli italiani, e che sullo sfondo ci sono altre otto liste che sperano di prendere il massimo possibile di quel 25-30% che resta. Lo dicevano i sondaggi fino allo scorso 9 maggio, per quel che valgono, e soprattutto lo fanno credere i media con un uso raffinato della par condicio. L’arena politica che si è surriscaldata negli ultimi giorni continua a usare lo schema logoro e antidemocratico della seconda Repubblica riveduto e corretto. Se per vent’anni la politica è stata rappresentata come un’eterna disfida di Barletta tra Berlusconi e il suo sfidante di turno, adesso la disfida è a tre perché in questi 15 mesi né il Pd, né FI sono stati capaci di convincere gli 8,7 milioni che avevano votato Grillo di sbollire la rabbia e tornare a dare fiducia ai partiti tradizionali e dunque non si è potuto non tenere conto che esiste anche il M5s (e neppure nel ruolo di terzo incomodo). Dal febbraio 2013 a oggi il Pd ha almeno cercato di puntare su un giovane piazzista talentuoso e centrista come Matteo Renzi, davanti al quale per la prima volta anche Berlusconi prova invidia per uno che certo avrebbe gradito come suo figlio politico perfetto. Il Pdl al contrario si è arroccato inaugurando una fase simile a quella che fu Salò per i fascisti: puntare sugli irriducibili, i fedelissimi di Silvio per salvare il salvabile in modo confuso e disperato. Ma gli ultimi berlusconiani però non sono più sufficienti per continuare a far fare all’ex Cav. la parte del leone dopo che molti lo hanno mollato delusi per stare dietro a Grillo, Alfano e Renzi. Lo stesso Berlusconi che alle europee di 5 anni fa puntava al 40% ora dichiara che accenderebbe un cero se raggiungesse il 20%! Renzi, Berlusconi e Grillo si parlano a distanza parlando l’uno dell’altro contribuendo a personalizzare lo scontro e a ridurre le elezioni a competizione locale. Al massimo ogni tanto si accenna alla questione euro sì-euro no. Così le elezioni europee sono state trasformate in una sorta di ballottaggio delle politiche del 2013, con grave danno per gli interessi degli italiani.

Gli altri otto? A parte Tsipras di cui diremo più avanti, troviamo i Verdi alleati di Green Italia in una nuova lista ambientalista centrista. Bonelli e l’ex finiano Granata stanno cercando di rilanciare il voto verde abbandonando la sinistra per emulare i successi dei cugini francesi di Europe Écologie che alle europee del 2009 presero oltre il 16%. Ma ci vuole ben altro per avere anche solo un quarto di quel successo.
Poi c’è la rediviva Italia dei Valori de-dipietrizzata. L’Idv cinque anni fa toccava il suo apice (anche grazie a Grillo) incassando l’8%. Sembra passato un secolo. Oggi penso che l’Idv punti solo a contarsi senza velleità di superare lo sbarramento per capire cosa fare dopo.
Più al centro c’è Scelta Europea, cartello che comprende Centro Democratico, Scelta Civica e Fare per Fermare il Declino. Sono gli unici che sostengono il candidato liberale Verhofstadt, ma anche qui sarà difficile che otterranno il 4%, soprattutto perché Scelta Civica non è più il partito montiano dell’8,3%, troppe le scissioni e gli abbandoni eccellenti, a cominciare da quello di Mario Monti. Alcuni di questi scissionisti sosterranno la bicicletta democristiana Ncd-Udc di Alfano e Casini, lista che ha le sue roccaforti nel paese, ma viene da chiedersi se queste saranno sufficienti a far superare lo sbarramento. Penso di sì, ma in quel caso il merito sarà soprattutto degli ex Pdl.
Infine abbiamo Fratelli d’Italia e Lega Nord. I primi hanno rifiutato di far cartello con altri gruppi di estrema destra (Storace in primis) per puntare tutto sulla “simpatia” della Meloni e sul logo di An e quindi del Msi riesumato per l’occasione. Basterà? Per i sondaggi Fd’I e L’Altra Europa con Tsipras sono allo stesso piano, ma mi pare strano. I primi l’anno scorso in coalizione con Berlusconi presero quasi il 2% e lì dovrebbero essere rimasti, quasi invisibili, visto che non ho notato novità tali che potrebbero aver incrementato i loro consensi fino addirittura al raddoppio. Al contrario la lista Tsipras ha comunque riunire dietro un uomo e un obiettivo un popolo diviso fino a pochi mesi prima e si è saputo far notare per la sua vitalità nelle città.
La Lega Nord sembra aver digerito il trambusto del passaggio da Bossi a Maroni e da questi a Salvini. Il nuovo segretario federale ha tutto l’interesse a ottenere il massimo in queste elezioni per legittimare la sua leadership definitivamente sul campo e chiuderla per sempre con gli ultimi fedelissimi di Bossi. Dalla Lega alcuni fuoriusciti hanno fondato Io Cambio e si sono alleati con gli italo-sudamericani del Maie, presenti alla Camera con due seggi e quindi esentati dal raccogliere le firme per presentarsi in tutta Italia. Quanto spera di ottenere Io Cambio-Maie e dove spera di andare? Lo vorrei sapere anch’io.

L’Altra Europa con Tsipras supererà il 4%? Partiamo da un dato politico: la lista è riuscita a convincere sostanzialmente tutta la sinistra in senso lato a militare unita per un suo successo come non si era visto né per l’Arcobaleno né per Rivoluzione Civile. Gli unici scontenti stanno nelle ali. A destra c’è un settore minoritario di Sel che non ha mai digerito la scelta di andare dietro Tsipras invece di Schulz. A sinistra quasi tutto quello che resta del Pdci e qualche altro estremista si asterranno perché trovano la lista Tsipras e lo stesso leader greco robaccia da socialdemocratici. Comunque nel complesso questi malpancisti di destra e sinistra non paiono né numerosi né decisivi per determinare la fortuna o la sfortuna di un progetto politico. Sel e Rivoluzione Civile nel 2013 presero complessivamente il 5,45%, ma ogni confronto con l’oggi è impossibile: allora erano due liste bloccate in due coalizioni differenti per il rinnovo del Parlamento e che coinvolgevano al loro interno anche forze più moderate come Idv e Verdi, e non vedeva presente Alba. Stavolta c’è un’unica lista schiettamente di sinistra, anzi obiettivamente l’unica di sinistra su undici. Questo è un indubbio vantaggio. Come si è accennato sopra, stavolta l’impressione è che i militanti di Sel, Rifondazione, Alba, Azione Civile, ecc., sembrino, chi più chi meno, più entusiasti e convinti di fare campagna elettorale per Tsipras. E quando c’è entusiasmo all’interno, è più facile ottenere lo stesso all’esterno. Nelle elezioni precedenti l’ultima settimana di campagna elettorale fu decisiva per far crollare i consensi a sinistra, stavolta mi pare che sia stata proprio l’ultima settimana ad aver acceso l’interesse degli elettori verso la lista Tsipras.
Negli ultimi 15 mesi il Pd ha definitivamente sciolto ogni ambiguità diventando un partito francamente centrista. Questo ha spinto qualcuno a rinunciare a guardare con simpatia al Pd per qualcosa di diverso. E quel qualcosa è in primis Tsipras e in secundis M5s. Tutti questi fattori lasciano ben sperare. Resta il problema della scarsa visibilità mediatica (ma non sul web!), l’incapacità della lista di parlare con un portavoce/leader nazionale che facesse credibilmente ed efficacemente le veci di Tsipras. E in un contesto di forte personalizzazione dello scontro politico non è un dettaglio da poco. La lista è riuscita a diventare popolare presso ampi settori della società italiana, ma non è mai diventata una lista di popolo, tanto che non sono pochi che neanche sanno come si legge e cosa vuol dire la parola “Tsipras”, compromettendosi la potenzialità di essere una lista antisistema capace di intercettare il consenso di elettori non tradizionalmente di sinistra. In conclusione, posto che il 4% equivalga a 1,2 milioni di elettori, il popolo della sinistra italiana del 2014 è indubbiamente ben più ampio di quella cifra e quindi superare lo sbarramento è più che possibile. Resterà solo da capire se le variabili che hanno remato a favore e quelle che hanno remato contro questa operazione politica, variabili spesso indipendenti dalla volontà dei singoli, combinandosi insieme decreteranno il successo minimo della lista Tsipras.

Occorre però fare una considerazione trasversale a tutte le liste. Qui stiamo a ragionare di elezioni europee, quindi di una competizione che non ha come scopo una rappresentanza funzionale a un governo. Questo ha storicamente portato l’elettorato italiano a prendersi il lusso di votare in modo diverso, originale dal solito. Solo alle europee Pannella e Di Pietro presero l’8% invece del loro tradizionale 2%. Solo alle europee i Verdi nel 1989 presero i loro consensi migliori. Sembra quasi che le europee “deresponsabilizzano” una parte dell’elettorato invogliandolo a seguire più la pancia e la novità del momento. Questo potrebbe favorire il M5s più che alle politiche perché anche chi trovasse le sparate di Grillo folli lo voterebbe invocando l’alibi che tanto in fondo anche se il M5s prendesse il 100% non andrebbe a comporre nessun governo. Analogamente ciò potrebbe favorire la lista Tsipras presso quegli elettori di centrosinistra che amano e odiano al tempo stesso la radicalità della sinistra non riuscendo, anche per colpa dell’attuale classe dirigente delle sinistre, a far chiarezza con se stessi.

Qualunque risultato otterrà la lista Tsipras, per gli addetti ai lavori della sinistra italiana temo saranno comunque più dolori che gioie. Se la lista non supererà lo sbarramento saremmo al terzo flop nazionale consecutivo dal 2008, Sel potrebbe definitivamente convincersi ad abbandonare la sinistra radicale sperando di essere ancora in tempo per entrare nell’orbita del Pse e ottenere il perdono presidenziale di Renzi. Per gli altri sarebbe un ulteriore incentivo alla diaspora e al riflusso. Se la lista invece supererà lo sbarramento, è certo che si affolleranno in tanti a rivendicare il successo e a pontificare su quale dovrebbe essere il passo successivo. Imperverseranno quelli che ci spiegheranno che la sinistra vince quando mette tanta società civile e pochi partiti, quelli che al contrario diranno che grazie ai partiti si è ottenuto il coinvolgimento della società civile. Poi ci saranno quelli che diranno di sciogliere tutto per fare un partito Tsipras, quelli che diranno di fare come Syriza e quelli come la Die Linke, ecc. Ognuno leggerà in questo successo la conferma astratta delle proprie idee e ciò sarà motivo di nuove sterili conflittualità.
Per quanto mi riguarda se qualcuno volesse forzare le cose trasformando la lista Tsipras nel volano per la fondazione di un partito unico della sinistra nuova e senza aggettivi, facciano pure a meno di me. Questo progetto esiste già e si chiama Sel e sinceramente non penso sia il miglior progetto politico di cui abbia bisogno l’Italia. Penso che il mio paese abbia bisogno di altro, di una sinistra unita sì, ma su solide basi (neo)marxiste rivoluzionarie, come non si vede in Italia da decenni. Altrimenti prevarrà solo l’ansia di fare un partito con un minimo di ciccia elettorale per ritrovare uno sterile posto al sole. E così continueremo ad avere una sinistra inutile alle classi subalterne amministrata da grigi politicanti scissi, per dirla con Gaber, con «da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito».

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2 thoughts on “Così le europee 2014 sono diventate il ballottaggio delle politiche 2013

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