Sostiene Boldrini

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Lo scorso 2 febbraio Laura Boldrini dopo essere intervenuta nel pomeriggio a L’arena, il trash-ring condotto da Massimo Giletti, è stata ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa. L’intervista è durata venti minuti circa, sufficienti al presidente della Camera per inanellare una serie di gaffe e dichiarazioni non proprio consone al ruolo che ricopre da dieci mesi.

Fazio aveva esordito nella sua intervista mostrando le note immagini della rissa in aula della sera del 29 gennaio e ha chiesto chiarimenti alla sua illustre ospite. Il punto di vista del presidente è che lei stava «invitando i colleghi a votare» e improvvisamente è successo il «finimondo». L’ha definita «un’ondata di violenza contro il governo e la presidenza». Non un cenno alla ghigliottina parlamentare. A sentir lei in quel momento sembrava che i deputati fossero stati presi da isteria immotivata. La Boldrini ha ricordato poi il successivo intralcio al lavoro delle Commissioni fatto o tentato dai deputati pentastellati stigmatizzando il fatto che così «si impediva di lavorare, di compiere un’attività per la quale sono pagati». La conclusione per il presidente della Camera è che tutto questo ricorda quando «qualche decennio fa si cercava di bloccare la democrazia». Da qui il richiamo all’«emergenza democratica» contro questi «atti eversivi». Ce ne sarebbe già abbastanza per avanzare delle perplessità, ma la nostra presidente continua ad argomentare ricordando il tentativo del M5s «di porre in stato di accusa il Presidente della Repubblica basato sul nulla» e chiosa: «ma io dico anziché perdere tempo in queste cose che non hanno fondamento, ma perché questi deputati non si occupano di altre cose che vadano magari a sostegno del Paese e diano risposte ai bisogni delle persone». In studio nessun applauso, solo gelo.

Com’è noto, la bagarre nell’emiciclo della Camera non è una novità e spesso accade all’acme di una battaglia parlamentare dura. Lo è stato anche in questo caso, visto che il M5s stava solo cercando di far decadere il decreto Imu-Bankitalia usando tutte le armi che permette il regolamento della Camera. Insomma, niente di nuovo sotto al cielo. Quindi evocare l’idea di una furia antidemocratica inedita o neofascista sa di iperbole poco giustificabile nelle parole di un presidente della Camera. Se le valutazioni parzialissime della Boldrini le avesse fatte un parlamentare di maggioranza, saremmo ancora nell’ambito di una certa rozza dialettica fra partiti. Ma qui a parlare è la terza carica dello Stato e in quanto tale non può lasciarsi andare a riflessioni da deputato comune in libertà invocando l’«emergenza democratica», bollando il primo partito dell’opposizione come eversore e mettendosi a disquisire sulla bontà o meno della richiesta di messa stato di accusa il Giorgio Napolitano, richiesta in sé costituzionale e doverosa se in coscienza si ritiene che al Colle ci sia una persona che attenta alla Costituzione. Oltretutto parlare di eversione e di impeachment insieme nello stesso discorso potrebbe far passare il messaggio che l’uso di un tale strumento costituzionale sia sinonimo di vilipendio delle istituzioni. In più non è certo carino sentire un presidente di aula giudicare se alcuni deputati «perdono tempo» e sentirsi spiegare quale è il modo migliore di fare l’onorevole. Più avanti nell’intervista la Boldrini rincarerà la dose tacciando i soli deputati pentastellati di non volere fare alcuna riforma per «dimostrare che le istituzioni non sono migliorabili», si possono solo abbattere. A quel punto persino Fazio avverte che l’analisi è «grave». Ma è grave soprattutto perché chi la fa è un presidente della Camera che l’ultima cosa che dovrebbe fare è valutazioni politiche come fosse un editorialista! E comunque dov’è lo scandalo se un gruppo parlamentare decide di non votare mai a favore di nessun provvedimento proposto da altri gruppi? Magari non sarà sempre la scelta migliore, ma chi è la presidente della Camera per giudicare la tattica parlamentare di un gruppo? Tra l’altro una signora che fa l’eletta per la prima volta nella sua vita e da soli dieci mesi non è certo la persona più autorevole per fare pedagogia d’aula. Bisognerebbe spiegarle poi che i parlamentari non fanno «un’attività per la quale sono pagati». Dicendo ciò somiglia a Grillo che vede i parlamentari come «dipendenti dei cittadini» in quanto pagati con le tasse. I parlamentari sono i rappresentanti della nazione per elezione, non per assunzione, al più per onore (da cui la parola onorevole). Le elezioni non sono un concorso pubblico e l’indennità generosa che percepiscono non è uno stipendio, ma appunto una sorta di rimborso spese per non rendere economicamente difficile il loro compito. Poi se è giusto o meno dare un’indennità a 4 zeri è discorso altro e qui irrilevante.

È a questo punto che Fazio chiede se dopo quanto accaduto il 29 gennaio la Boldrini non sia venuta meno al suo ruolo di garante imparziale. Ovviamente il presidente ha negato con decisione e a sua giustificazione ha spiegato che se voleva fare la brava deputata di Sel, avrebbe aiutato l’opposizione a far decadere il decreto, invece… ha preferito di fatto fare la brava deputata di maggioranza. Probabilmente alla presidente sfugge il fatto che al suo ruolo non veniva chiesto di salvare il Paese salvando un decreto – ammesso che ci fosse un nesso fra le due cose – ma di garantire maggioranza e opposizione insieme, senza scegliere fra gli uni e gli altri. Così parlando la Boldrini tradisce lo spirito col quale quella sera ha presieduto l’aula, cioè schierandosi dalla parte di chi riteneva grave la decadenza del decreto, ma queste sono considerazioni discutibili che non dovrebbero riguardare il presidente della Camera. Sarebbe come se i vigili urbani invece di limitarsi a regolare il traffico e multare i trasgressori del codice della strada, iniziassero a giudicare anche la bontà o meno del design e dei colori della auto che si vedono circolare sotto il naso. Ma su questa questione la Boldrini si sofferma poco preferendo tornare sull’argomento della violenza. In particolare quella verbale registrata sul profilo Facebook di Beppe Grillo.

Anche qui i fatti sono noti, ma forse non in modo sufficientemente preciso. Riassumo brevemente: il 31 gennaio Grillo o chi per lui nel suo profilo posta un breve video satirico forse non di pregio, ma senza nulla di particolarmente grave. Si vede un giovanotto in auto che simula di ritrovarsi nel sedile lato passeggero la Boldrini con indosso una maglietta rossa dell’Urss. A quel punto il giovanotto ricorda al presidente il piglio autoritario col quale aveva chiuso anzitempo la discussione sul decreto Imu-Bankitalia e le consiglia di cambiarsi d’abito, et voilà poco dopo la Boldrini con una bella camicia nera. Commento/presentazione di Grillo: «Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina? Guardate un po’…». La pagina FB di Beppe Grillo è seguita da quasi 1,5 milioni di utenti, alcuni dei quali non devono brillare di intelligenza e cultura. Così nella mente di alcuni probabilmente quel “cosa succederebbe se…” diventa “cosa faresti se…” e giù diversi a commentare il post vomitando il peggior squallore sessista, ma anche razzista. L’intolleranza della pancia del Paese peggiore nella sua forma più “social”. La maggioranza dei commenti era per fortuna di altro tenore, ma ormai il caso era scoppiato. Come commenta tutto ciò la Boldrini da Fazio? Così: «quella era istigazione alla violenza. Istigazione alla violenza. (…) Il 90% di quei commenti sono a sfondo sessista. Chi segue questo blog, chi partecipa a questi sondaggi (…) non ha interesse al confronto ma a offendere e umiliare dal punto di vista sessuale. (…) Questi sono quasi dei potenziali stupratori. La gran parte di questi che hanno commentato facevano suggerire questa ipotesi». Mentre la Boldrini parlava, il suo staff twittava la sintesi del suo intervento in tempo reale e non è chiaro se sia stata divulgata anche questa parte, desta comunque molte perplessità il fatto che un presidente della Camera, ma anche un cittadino comune, per quanto si senta offeso possa replicare e commentare dando con tanta facilità del “quasi stupratore potenziale” non solo a quei rozzi signori che hanno sbandierato allegramente la propria misoginia, ma addirittura, sembrerebbe di capire, a «la gran parte» chi segue Grillo sul web (che oltretutto non necessariamente debbano essere grillini). Ruolo e luogo avrebbero dovuto suggerire alla Boldrini di misurare meglio le parole. Neppure i migliori medici si azzardano a fare diagnosi via Internet, e da Fazio invece si fa psicologia un tanto al chilo ammettendo di non aver neppure compreso bene se si stava parlando di un blog, un sondaggio o cosa! Senza ovviamente voler prendere le difese di certi uomini piccoli piccoli, non mi pare tuttavia corretto esecrare e condannare dei «potenziali stupratori», perché poi a passare alla paranoia, al processo alle intenzioni, ai desideri di punire colpevoli prima ancora di aver commesso un reato non ci vuole nulla. Bisognerebbe mettersi in testa che il politico fa sempre pedagogia alle masse (come anche il pedagogo fa sempre politica) e dunque occorre sempre stare attenti a cosa si dice e si fa e a cosa non si dice e non si fa quando si sceglie di fare politica a qualunque livello. E se in Italia (e non Internet che del paese è solo la piazza più grande) abbonda tanta ignoranza, tanto razzismo, xenofobia, misoginia e altre miserie umane, non poche colpe vanno attribuite direttamente e indirettamente anche alla classe politica di ogni tendenza che abbiamo avuto dopo Tangentopoli.

Ma veniamo alla famigerata “ghigliottina” extraregolamentare azionata dal presidente della Camera pare per la prima volta nella storia d’Italia. Il presidente della Camera alle 19,40 del 29 gennaio constatava che aveva ancora un «residuo degli interventi per dichiarazione di voto finale pari a 164», da qui la decisione di non farli parlare per evitare che il decreto decadesse per sforamento del 60° giorno. Già sopra abbiamo visto come il presidente si è giustificato. Ora davanti a precise domande di Fazio, è toccato vedere la Boldrini iniziare ad arrampicarsi in motivazioni pseudo-costituzionali. In sintesi: 1) la Costituzione impone la conversione in legge dei decreti entro 60 giorni; 2) se il decreto decadeva avremmo avuto alla Camera «una minoranza che si imponeva sulla maggioranza e questo non poteva avvenire», quindi 3) «mi sono assunta le mie responsabilità e quelle di altri». Si fa fatica a seguirne la logica istituzionale/costituzionale. Il fatto che l’art. 77 della Costituzione imponga la conversione in legge dei decreti del governo è fatto a garanzia del Parlamento, cioè dell’unico organo preposto normalmente a legiferare. Questo non vuol dire che automaticamente le camere debbano ratificare i decreti. Se il passaggio parlamentare non implicasse il rischio della decadenza, il governo sarebbe incoraggiato a scavalcare più spesso il Parlamento e a imporre una dittatura de facto dell’esecutivo, come sognano tanti potenti dalla scarso spirito democratico. E a proposito di spirito democratico, da quando in qua non può avvenire che l’opposizione si imponga sulla maggioranza? L’opposizione non è mica seduta al Parlamento per puro ornamento! Se ha la capacità di imporsi, ne ha tutto il diritto. Sempre. Senza eccezione alcuna. Se certe affermazioni le avesse fatte Berlusconi si sarebbe detto “ecco il solito ducetto”, stupisce e inquieta che a dirle sia stata invece una personalità autorevole che viene dalle fila di Sel, l’estrema sinistra parlamentare!

Non ritengo Laura Boldrini un’antidemocratica o una minaccia per la nostra Repubblica, e tuttavia non si può far finta di nulla davanti ai suoi errori. Errori che verosimilmente sono fatti in assoluta buona fede per inadeguatezza al ruolo al quale è stata chiamata nel marzo 2013. Purtroppo dal 1994 c’è la tendenza a eleggere presidenti di Camera e Senato con criteri spartitori o mediatici. A presiedere le Camere dovrebbe essere chiamato qualcuno che ha diverse legislature alle spalle e che al tempo stesso non solo non ha più particolari ambizioni politiche, ma che ormai è visto dai colleghi come una persona che andrebbe a ricoprire quel ruolo di garante perché al di sopra di ogni altro disegno o sospetto politico. E per anni spesso è stato così. Senza arrivare a Giuseppe Marcora che presiedè la Camera dal 1904 al 1919 per tre legislature dopo essersene fatte sette da semplice deputato, volendo rimanere alla Camera repubblicana, potremmo citare Gronchi, Leone, Pertini, Ingrao, Iotti Scalfaro e Napolitano, tutte persone che davano garanzie di autorevolezza e consapevolezza del proprio ruolo. Dopo invece sono venuti Irene Pivetti, Casini, Bertinotti, Fini. In tal senso Laura Boldrini non è un incidente di percorso, ma l’ultimo effetto speciale di una politica priva di sostanza e lungimiranza. Un accorgimento scenografico che crolla al momento di fare i conti con la realtà.

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2 thoughts on “Sostiene Boldrini

  1. Tutto questo avviene perché in italia se qualcuno è stato bravo a condurre la sua funzione di commissario ONU ai rifugiati, poi de essere brava a fare il presidente della Camera. Ma non è così ognuno è bravo in alcune cose e non adatto in altre. La politica è una professione e solo la cecità politica di alcuni leader della sinistra alternativa lo ha reso possibile. Infine è disdicevole il suo partecipare al linciaggio morale dei 5 stelle, che comunque malgrado ciò sono sempre messi bene nei sondaggi. Sarà un caso che Napolitano andato a Bruxelles ha chiesto la fine dei sacrifici. Lo avrebbe fatto se non ci fosse stata l’azione politica dei 5 stelle Infine magari sarebbe onesto che noi di sx ricordassimo che Pajetta durante l’approvazione della legge truffa nel 1953 saltò sui banchi del governo. Magari se lo avesse ricordato il compagno Vendola lo avremmo apprezzato.

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