La boria del Pd e Rodotà

«Ammesso che qualunque cosa si faccia, si fa sempre il giuoco di qualcuno, l’importante è di cercare in tutti i modi di fare bene il proprio giuoco, cioè di vincere nettamente. In ogni modo, occorre disprezzare la “boria” del partito e alla boria sostituire i fatti concreti. Chi ai fatti concreti sostituisce la boria, o fa la politica della boria, è da sospettare di poca serietà senz’altro».
Così scriveva Antonio Gramsci in carcere. Chi oggi in politica tiene a mente queste parole? Di certo non il Pd che in tante sezioni preferisce rimanere fedele solo ai ritratti di Gramsci. Il Partito Democratico si è addormentato il 18 aprile nell’unanimità di una scelta e si è ritrovato il 19 senza presidente e senza segretario. In fondo non è successo niente di nuovo o di speciale. La boria del Pd li ha arenati in più ipotesi di giochi e giochini sul Colle e l’unico nome che potrebbe farli uscire splendidamente vincitori da questa fase e nelle prossime, Stefano Rodotà, viene puntualmente snobbato perché è candidato dal MoVimento 5 Stelle. Non sia mai che il Grande Partito Democratico si lascia imporre qualcuno da altri. Berlusconi escluso. Fossero un po’ più furbi i nostri democratici, si precipiterebbero per portare in spalla Rodotà al Quirinale. Perché in fondo è un uomo delle istituzioni, di specchiata moralità, uomo della Sinistra Indipendente prima e del PDS poi. Oggi fa parte di Alba, ma insomma parliamo di un democratico radicale e incorruttibile. E poi, cosa che nessuno ricorda mai, è uno che già decenni fa si interrogava sulle prospettive della democrazia elettronica. Sarebbe quindi l’uomo perfetto per competenza e autorevolezza per parlare al popolo 5 Stelle e ai partiti tutti su quali sono le virtù e i rischi di vivere in una democrazia ai tempi di Internet. In crisi di egemonia dello Stato sarebbe pure utile evitare di intestardirsi nel voler eleggere Presidente grigie persone di apparato o burocrati stagionati. Meglio una brava persona che sa di colpo d’ala e buona volontà. La Chiesa l’ha appena fatto.
E allora, visto che nessuno lo fa, è venuto il momento di citare Rodotà in un suo splendido articolo apparso su l’Unità del 13 dicembre 1981:

Come vivremo nella democrazia elettronica

Le riflessioni intorno alle trasformazioni dei sistemi politici determinate dal dilagare delle tecnologie informatiche e telematiche non appartengono più alla sfera del futuribile. Il moltiplicarsi delle applicazioni realizzate e possibili, la loro tendenziale pervasività di ogni aspetto della vita sociale, la pressione industriale per una loro accelerata adozione offrono ormai materiali cospicui per analisi che siano, a un tempo, valutazione di esperienze concrete e indicazioni delle possibili (o auspicate) linee di svolgimento.

Una democrazia «più praticabile» o un più marcato autoritarismo? Una diffusione tra i cittadini dei poteri di decisione e di controllo o una crescente concentrazione nelle mani di gruppi ristretti di possibilità di controllo sociale senza precedenti? Le risposte a questi interrogativi tradizionali tradiscono oggi ancora più inquietudine che maturazione culturale: ad una realtà in via di radicale mutamento ci si accosta sovente con schemi ideologici inadeguati, nel mondo nuovo si entra con la testa girata all’indietro. Le domande generali, allora, devono essere riportate alle realtà concrete in cui già si riconosce il segno della trasformazione tecnologica. E, al tempo stesso, devono essere convertite in un interrogativo ancor più generale: se siamo di fronte alla «terza ondata», ad una fase di transizione paragonabile a quella che portò alla rivoluzione industriale, non è necessario metter mano ad istituzioni completamente rinnovate, qualitativamente paragonabili appunto a quelle che diedero forma al passaggio dal feudalesimo all’età industriale?

Un primo tentativo di bilancio deve prendere in considerazione soprattutto quel che è avvenuto nel mondo del lavoro, nel settore della pubblica amministrazione, nella materia della protezione della riservatezza individuale. Si può forse ritrovare un tratto comune in queste diverse situazioni: l’impiego delle tecnologie informatiche ha imposto una ridefinizione, di fronte a strutture burocratiche, del ruolo del lavoratore, del cittadino utente di servizi, del privato fornitore (volente o nolente) di informazioni. Sintetizzando al massimo i dati ricavabili dalle ricerche finora condotte, si può affermare che le nuove tecnologie hanno complessivamente portato ad un accentuarsi dei dislivelli di potere, in una scala decrescente che va dalla posizione del lavoratore a quella del cittadino desideroso di difendere la sua «privacy».

Sull’organizzazione del lavoro, infatti, l’informatica ha influito nel senso di determinare una nuova e più accentuata parcellizzazione, diffusa anche nei tradizionali settori impiegatizi, con un complessiva perdita delle possibilità di conoscenza e controllo dei processi produttivi. Nei rapporti tra amministrazione e amministrati la maggiore efficienza (eventuale) dei servizi è pagata con una più accentuata impenetrabilità degli apparati burocratici. La riservatezza dei cittadini, infine, è sicuramente messa in pericolo dalle grandi banche dei dati: ma qui qualche contromisura è stata presa, affidando agli interessati poteri di controllo sui raccoglitori delle informazioni.

Da queste indicazioni, necessariamente assai sommarie, possono essere tratte due conclusioni. La prima riguarda il fatto che alla nuova tecnologia si è guardato sostanzialmente come ad un moltiplicatore di efficienza: e la possibilità di controllo totale dei processi (produttivi, amministrativi), che tale tecnologia porta con sé, ha determinato una concentrazione in sedi sempre più ristrette delle decisioni, con una ulteriore restrizione degli ammessi nel «cerchio magico» del potere ed una depressione delle possibilità di controllo. Inoltre, l’accento così posto sul carattere puramente «tecnico» di un numero crescente di processi rafforza il potere delle burocrazie e tende ad attribuire un carattere di irresistibilità a molte decisioni, rispetto alle quali si indebolisce la possibilità di valutazione e mediazione politica.

La seconda conclusione riguarda la via da seguire per circoscrivere gli effetti negativi appena indicati. Si tratta di diffondere tra tutti gli interessati, in primo luogo tra i soggetti passivi dei processi di innovazione tecnologica, poteri di controllo come si è cominciato a fare con le leggi sulla «privacy». Naturalmente, poiché esiste un forte dislivello di potere tra i singoli e gli apparati che guidano quei processi, accanto ai poteri individuali devono essere messe a punto forme di potere collettivo.

Imboccare questa strada potrebbe essere oggi meno difficile, perché rischi e limiti delle impostazioni puramente efficientistiche vengono sempre più nettamente percepiti; poiché le nuovissime tecnologie, quelle telematiche soprattutto, moltiplicano in modo capillare le possibilità di intervento diretto dei cittadini; perché alla nuova frontiera tecnologica si guarda come ad una occasione che, liberando l’uomo dai compiti più faticosi, può consentire espansioni fino a ieri impensabili delle capacità di ciascuno. Esagerazioni e amplificazioni interessate a parte, è certo che il matrimonio tra i calcolatori e il sistema delle telecomunicazioni, di cui è figlia la telematica, apre una prospettiva caratterizzata da trasformazioni che, muovendo dal mondo della produzione e dei servizi, sono destinate ad incidere profondamente sull’organizzazione sociale, modificando quindi, indirettamente o in modo diretto, il funzionamento del sistema politico e la stessa configurazione delle istituzioni.

Neppure qui ci muoviamo sul terreno del futuribile. Se espressioni come «agorà informazionale» o «città cablata» o «comune elettronico» non indicano realtà del domani immediato (anche per l’ampiezza di investimenti che suppongono), esistono già realizzazioni concrete sul terreno dei servizi, ed esperimenti e programmi relativi all’impiego delle nuove tecnologie sul terreno dei processi democratici di consultazione e decisione, che richiedono un’attenzione immediata. La telematica rende già possibili le teleriunioni, lo svolgimento di lavori e il godimento di servizi senza muoversi dalla propria abitazione: ciò rimette in discussione la separazione tra luogo di lavoro ed abitazione, le modalità della produzione e del consumo, lo stesso rapporto città/campagna. Ma può portare con sé un isolamento crescente dell’individuo, prigioniero di una casa-fortezza elettronica e i cui rapporti sociali orizzontali si indeboliscono progressivamente, ad esclusivo vantaggio di rapporti verticali con apparati di vertice, siano questi datori di lavoro, fornitori di servizi o «leaders» politici carismatici.

Tutto questo può tradursi in una organizzazione del sistema politico indirizzata anch’essa verso una progressiva verticalizzazione dei rapporti. Le prime ricerche in questa direzione, infatti, hanno riguardato proprio i «referendum istantanei» e la possibilità di sondaggi continuati e generalizzati. A parte gli specifici approfondimenti che questi due temi meriterebbero, mi sembra comunque evidente che la progressiva messa a punto di queste tecniche di consultazione è sicuramente destinata ad incidere sul valore delle consultazioni elettorali. Le ordinarie scadenze elettorali, infatti, perderebbero il loro significato di controllo e di indicazione delle preferenze politiche, dal momento che sarebbero sostituite da altri e più ravvicinati metodi di accertamento delle preferenze dell’elettorato. E ciò implicherebbe pure un deperimento della rappresentanza politica, così come del ruolo di mediazione sociale di diversi soggetti (partiti, sindacati e così via).

Rispetto a questo modello di evoluzione «elettronica» del sistema politico può essere prospettata una strada che, invece, esalta non solo le occasioni di consultazione dei cittadini, ma pure (o soprattutto) un uso delle informazioni e delle possibilità di intervento per fini di controllo penetrante e di gestione diretta. Proprio le nuove tecnologie possono consentire confronti più serrati tra le varie sedi di decisione e di controllo e, quindi, forme di coordinamento tempestive ed efficaci. Non nella logica della cristallizzazione di competenze e poteri, però: il problema vero posto da quelle tecnologie nasce dal fatto che viene offerta una opportunità concreta di ridisegnare i circuiti della decisione. L’insidia deriva dal fatto che la sclerosi o il ritardo della riflessione politica e culturale potrebbero portare alla fatale congiunzione di un vecchio e interessato modo di guardare al momento dell’autorità e della direzione con un illusorio modello dell’intervento di tutti in tutte le decisioni. Qui, davvero, la democrazia elettronica potrebbe partorire la democrazia plebiscitaria.

Stefano Rodotà

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