I discorsi seri di Togliatti al faceto Giannini

DISCORSO SERIO A GENTE FACETA
di Palmiro Togliatti

l’Unità, 22 dicembre 1946

Qualcuno mi ha detto che a Guglielmo Giannini, per l’ipotesi di collaborazione ch’egli ha avanzato tra il movimento da lui diretto e il Partito comunista, non vale la pena di rispondere, perché l’ipotesi non è seria, perché viene avanzata soltanto a scopo di propaganda, perché il qualunquismo è movimento qualificatamente reazionario e di tipo fascista, perché si tratta d’un commediografo e non d’un uomo politico e via dicendo. Non mi è parso, però, che tutti questi argomenti, e tutti gli altri che ancora si potrebbero scoprire, siano pertinenti. Il periodo che viviamo è di grave sconvolgimento sociale, politico, morale. Volere pretendere che in un periodo simile tutto si svolga, nel campo della politica, e soprattutto per quanto riguarda gli schieramenti delle masse lavoratrici e dei disorientati ceti medi, in modo regolare, secondo le norme prestabilite, senza scarti, senza che si producano fenomeni impreveduti, paradossali, e persino grotteschi? E soprattutto, volete pretendere che in un periodo simile i movimenti politici di rilievo si producano allo stato puro, tutti di natura omogenea, tutti reazionari o tutti progressivi, dal capo alla coda, secondo la qualifica che voi loro avrete data o secondo la natura del gruppo che prevale alla loro sommità? Avrete preteso l’impossibile e finirete come i poveri liberali, abilissimi nell’acchiappare le idee eterne nella rete come si acchiappano le farfallette nei prati, e incapaci di comprendere un’acca della realtà.

Il movimento dell’«Uomo qualunque», a parte le sue formule politiche generali, a cui pure dedicheremo qualche parola, si è presentato sin dall’inizio, per quello che riguarda la sua dilezione, come una corrente conseguentemente antidemocratica e soprattutto conseguentemente anticomunista. Antidemocratico è stato sinora l’U.Q. perché in modo conseguente si è sforzato di screditare quel poco di democrazia che dopo il crollo del fascismo eravamo riusciti a riconquistarci. Come se anche noi non lo avessimo saputo (l’avena capito persino Cattani, ch’è tutto dire!), che il governo a sei era una democrazia molto limitata, e discutibile, e condizionata! Era però la strada per cui obbligatoriamente dovevasi passare, non essendoci altra alternativa che il disordine generale e la perdita dall’indipendenza. Antidemocratico è stato ed è l’U.Q. perché là dove conta qualcosa, — in Puglia, per esempio, — alla sua testa si trovano uomini e gruppi nettamente reazionari, nemici del benessere dei lavoratori, nemici del progresso delle loro stesse regioni, legati a forme arretrate di organizzazione sociale e di governo, e perché la stessa cosa tende a prodursi un po’ dappertutto, a Napoli coi capi della camorra (che nessuno vorrà pretendere essere forza progressiva), in Sicilia coi latifondisti, a Roma con l’ala più reazionaria della Curia romana, ecc. ecc. Più ancora che antidemocratico, però, l’U.Q. è stato sinora anticomunista, per le vane campagne di calunnia condotte contro di noi, e poi, soprattutto, perché su questa strada lo hanno spinto quei gruppi reazionari di cui sopra, e gli ex-fascisti ancora fascisti che affollano i suoi quadri.

Ma il movimento dell’U.Q. è lungi dall’essere cosa omogenea, e a renderlo eterogeneo hanno contribuito non poco le stesse sue campagne antidemocratiche, per alimentar le quali la direzione del movimento ha favorito, sollecitato, incorporato, ogni sorta di malcontento e di malcontenti. In queste condizioni, il fatto che il dirigente dell’UQ presenti all’opinione pubblica, seriamente, una ipotesi di collaborazione con i comunisti, è cosa che grandemente ci deve interessare, se non altro perché significa che per lo meno una parte di coloro che si raccolgono in questo movimento e attorno ad esso non sono anticomunisti, o almeno, se lo sono stati, l’esperienza sta loro facendo cambiare opinione e posizione nei nostri confronti. E siccome noi pensiamo che l’anticomunismo è forse il nemico principale, nell’ora presente, della nostra democrazia, commetteremmo un ben grave errore se non ci comportassimo in modo da favorire, da accelerare, da estendere questa resipiscenza.

Bisogna, per questo, discutere punto per punto il programma dell’U.Q.? Non credo servirebbe molto. Forse servirebbe solo ad accrescere la confusione. Prendete, ad esempio, la formula dello Stato amministrativo. Che cosa può mai significare questa formula? Presa alla lettera e interpretata scientificamente, questa formula è comunista pura. Uno Stato amministrativo non è altro che quel «governo delle cose», di cui parlarono alcuni dei classici del marxismo come del termine a cui tende la trasformazione socialista della società. Ma se per amministrazione si intende l’attuale sistema dei funzionari dello Stato italiano, dai prefetti ai marescialli dei carabinieri, allora è un disastro! I prefetti di oggi saranno gran brave persone, ma di regola sono inferiori alla media come capacità mentali, e i funzionari bravi e intelligenti o muoiono di fame, o sono oppressi dai metodi arretrati, preistorici, che prevalgono nella nostra burocrazia, oppure sono soffocati dalla diffidenza del pubblico. Progresso vi sarà soltanto quando avremo, in questo campo, sfrondato, svecchiato, reso spedita e intelligente ogni cosa. Ma questo deve essere opera di un regime democratico, cioè opera di una direzione politica nuova, capace, moderna, progressiva.

Si torna quindi, volere o no, alla politica. Noi abbiamo esposto un programma e ad esso teniamo fede. Giannini dice che siamo la tendenza totalitaria: cioè imposta la sua ipotesi di collaborazione con noi su un argomento «qualunquista», su un travisamento della verità. Lo dimostri, quel che crede che noi siamo, e non con gli argomenti del «Risorgimento (liberale)». Dimostri alla gente che vive del proprio lavoro, che è onesta e sincera e non vuol più cadere negli errori e negli orrori del passato, che le nostre proposte di riforma agraria, per esempio, per dare terra e benessere ai coltivatori; o di nazionalizzazione dell’industria elettrica, per impedire che un pugno di pescicani ci faccia stare al buio; o di trattative dirette con la Iugoslavia, per impedire che qualcuno ci trascini ancora una volta in guerra per conto di altri, sono sbagliate. Noi siamo qui per discutere, per trovare assieme con tutti gli altri italiani le soluzioni che sono nell’interesse di tutti. Il nostro obiettivo supremo è l’unità della nazione italiana democraticamente rinnovata, liberata dalla tirannide aperta o mascherata dei plutocrati, dei latifondisti, degli intriganti, degli affaristi, degli speculatori, di tutti coloro che mettono l’interesse loro egoistico al di sopra dell’interesse generale.

Se attraverso una discussione onesta e leale avverrà che molti odierni seguaci dell’U.Q. si convinceranno che noi comunisti, che mai ci siamo creduti e mai ci crederemo infallibili, lavoriamo e lottiamo sinceramente e con tenacia per l’interesse dei lavoratori e per il bene del Paese, ebbene, sarà tanto di guadagnato. Avremo per lo meno impedito che, nell’interesse dei soliti nemici della Nazione italiana e del suo progresso, della gente in buona fede venga ancora una volta trascinata a occhi chiusi in una via che potrebbe esser quella della sua rovina e della rovina di tutti.

Un po’ più di coraggio!
di Palmiro Togliatti

l’Unità, 5 gennaio 1947

Mi sembra dovrebbe essere cosa evidente, tale da non aver bisogno di dimostrazione, che una discussione non può e non deve essere un soliloquio. Questo vuol dire che in essa il punto di arrivo non può essere eguale al punto di partenza. Se questo avviene, vuol dire che discussione vera e propria non vi è stata, perché ci si muove e ci si continua a muovere in un circolo vizioso, il che volgarmente viene rappresentato con la figura del cane che si morde la coda, mentre faticosamente gira sopra se stesso. Non dico che l’onorevole Giannini, quando s’adopra per discutere con noi, rassomigli a un cane che si morde la coda; dico però che la sua argomentazione non si muore dal punto di partenza e ricorda quindi stranamente il circolo vizioso.

Riassumiamo. Nessuno negherà che il punto di partenza dell’azione politica dell’on. Giannini sia stato l’anticomunismo; e che cosa sia anticomunismo non vorrei stare a spiegare a lungo, perché mi par cosa chiara. Anticomunismo vuol dire addossare al Partito comunista e ai suoi militanti tutti i possibili e immaginabili peccati, da quello originale in poi; accusarli di essere nemici della nazione, distruttori della democrazia, organizzatori della guerra civile, fautori del pubblico disordine, insidiatori della quiete domestica, della pace religiosa, del buon costume cittadino, della illibatezza delle vergini, del buon nome delle maritate, della tranquillità delle vedove e chi più ne ha più ne metta. Fanno testo, in questa materia, gli editoriali della stampa (liberale), le geremiadi dell’onorevole Saragat, il racconto di Cappuccetto rosso, e le circolari del capo della polizia signor Ferrari, di cui mi propongo di leggere all’Assemblea costituente (affinché Gonella non ne approfitti per farmi mettere in prigione) una collezione molto esilarante. L’anticomunismo consiste poi nel sostenere, come linea di principio, che il comunista mente sempre, anzi dice sempre esattamente il contrario di quello che pensa e si propone. Se dice nero vuol dire bianco, se dice tricolore vuol dire rosso come un incendio. Gli anticomunisti del nostro paese sono stati cosi fessi (mi sia permesso, parlando con Giannini, questo e qualche altro termine un po’ sbarazzino) nel diffondere questo mito, che noi abbiamo sorpreso e continueremo a sorprendere tutti gli italiani facendo esattamente tutto quello che diciamo e nel modo come io diciamo, il che è stato ed è il più grande dei nostri successi. La nostra famosa furberia è consistita tutta nell’essere sinceri, nell’essere anzi i soli sinceri, in un mondo di intriganti e di bugiardi.

Giannini, dunque, ha incominciato ed è andato avanti anche lui per un anno e mezzo a questo modo. A un certo punto dice: ma no, tutte queste son storie, e bisogna riconoscere che il comunismo è un movimento profondo, serio, positivo, che non si distrugge né spargendo leggende sul conto suo né cercando di schiacciarlo con la violenza, ma col quale bisognerà cercare, per lo meno, un punto di reciproca comprensione. Al sentir questo, com’è facile a capirsi, tendiamo l’orecchio. La strada, infatti, è quella giusta, ed è nostro dovere di buoni cittadini dare una mano a chi si mette per essa. Ma che cosa vediamo? Giannini scrive, scrive, scrive per una settimana e mentre noi aspettiamo, alla fine, una seconda parola ragionevole dopo la prima, egli conclude prendendosela con la fronte bassa di Di Vittorio e poi chiedendo a noi di diventare finalmente democratici, cioè antitotalitari, e nazionali. Onorevole Giannini, questo era il suo punto di partenza; questo non può essere, se vuol cambiare qualche cosa e dimostrare che il cammino non l’ha fatto invano, il suo punto di arrivo.

Quanto alla fronte bassa, che colpa ne abbiamo se nostra madre ci ha fatto cosi? Non tutti possono avere una fronte come quella di Mussolini, che gli arrivava, per così dire, fino al zero. Quanto al resto, vediamo un po’. C’è stato per cent’anni un regime totalitario. Che cosa dovevamo noi fare per dimostrare di non esserlo, noi, totalitari? Dovevamo incitare al voto per Mussolini, come fece De Gasperi dopo la marcia su Roma; o entrare in un governo con Mussolini come l’on. Gronchi o l’on. Casati; o mantenere la nostra fiducia a Mussolini anche dopo l’assassinio di Matteotti come il senatore Croce, e via dicendo? Non potevamo fare diversamente da quello che abbiamo fatto: in coscienza, ci ripugnava. E ieri, dovevam forse dire ai nostri compagni e ai giovani italiani di non battersi per la libertà e l’indipendenza d’Italia, di starsene a casa ad attendere tempi migliori? Povero Curiel e con te mille e mille altri che siete caduti col nome Italia sulle labbra e la fede comunista nel cuore. Forse eravate anche voi «antinazionali»? Quanto all’oggi, diteci per favore quanti sono i Comuni che abbiamo conquistato con le latte di petrolio o scalando i palazzi municipali col pugnale tra i denti, come venne fatto una volta col Palazzo Marino, tra gli applausi del «Corriere della Sera» e altri organi della «democrazia». Vi è un sindaco comunista a Torino, a Genova, a Venezia, a Bologna, a Livorno, a Firenze, a Siena, a Ravenna, a Grosseto, a Ancona, a Pesaro, a Modena, a Taranto, ecc. ecc. ecc. (e vi risparmio l’elenco, perché non basterebbe tutta la colonna). Chi ce l’ha messo, questo sindaco, se non la scheda, la volontà popolare, la democrazia? Accetteremo quindi la discussione su questi punti solo quando ci verrà chiesto conto di un’azione del nostro partito la quale sia contraria a quei principi democratici e nazionali di cui è tessuto tutto il nostro programma politico, quale lo ha elaborato al principio dell’anno scorso il congresso del nostro partito. Intendiamoci, vi possono essere momenti concreti dell’attività nostra che ad altri possono non essere parsi chiari, e, questi siamo sempre disposti spiegarli e rispiegarli a tutti, con la più grande pazienza e modestia appunto perché, ripeto, non ci siamo mai creduti e non ci crediamo infallibili.

Ma dall’on. Giannini, se egli veramente vuole fare un passo avanti sulla via della comprensione reciproca, un’altra cosa attendiamo. Egli deve convincersi che il comunismo è oggi un moto di rinnovamento politico, sociale e morale che, partendo dalla parte avanzata dei lavoratori, si estende progressivamente a tutti gli strati sociali e persino a una parte dei ceti possidenti, a quella parte, almeno, che è capace di superare il chiuso egoismo delle vecchie caste condannate a sparire. Un movimento simile non può essere che democratico e nazionale, e ciò appunto per la profondità dei motivi di ragione e di sentimento da cui sorge e per l’ampiezza ch’esso ha assunto. Credere di poter arrestare questa grande spinta rinnovatrice con le menzogne, con le calunnie, o mettendo al bando il partito che ne è l’espressione più congruente, a parte il fatto che la cosa non è più possibile, significa spezzare la unità della nazione e condannarsi a buttare a mare, presto o tardi, la democrazia. Per questo l’anticomunismo è della democrazia «nostra» (cioè italiana, quale ce la siamo conquistata dopo venti anni di fastidi e di vergogne) il nemico principale. Orsù, un po’ più di coraggio: liberatevene: discutete ciò che noi siamo e ciò che noi facciamo, e non ciò che qualcuno vorrebbe che noi fossimo o facessimo perché ciò gli farebbe comodo. Imparate a conoscerci: ecco il passo in avanti che dovete fare ora. Il resto poi, se è possibile, verrà da sé.

Annunci

3 thoughts on “I discorsi seri di Togliatti al faceto Giannini

  1. Pingback: Perché non si può tifare Wu Ming | Che facciamo? - Il blog del Bronzino

    • I paragoni decontestualizzati sono sempre fuovianti. Tuttavia ritengo che il “dialogo” tra Togliatti e Giannini o le riflessioni che si possono fare non sono accostabili a Grillo né, al contrario, potrebbero servire a scagionare le logiche grilline da certe trappole. Il Qualunquismo aveva una matrice liberale, non fascista, ma si poneva come alternativa alla partitocrazia. Proponeva uno Stato amministrato senza politica da meri esecutori che alla fine del mandato dovevano restare a casa, era e rappresenta tuttora una suggestione ghiotta ma semplicistica del rapporto tra l’uomo e la società e l’uomo e la politica.

  2. Pingback: La lezione di Togliatti sul qualunquismo | Che facciamo? - Il blog del Bronzino

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...