Crisi di egemonia e questione democratica

senato

L’impasse in cui versa il nuovo Parlamento e più in generale il sistema politico noto col nome di seconda Repubblica, dovrebbe portare a interrogarci fino a che punto quel che accade è colpa degli elettori o dei partiti, delle leggi elettorali o degli eletti. Com’è noto il MoVimento 5 Stelle deve parte cospicua del suo enorme consenso popolare alle sue critiche nette all’inefficienza politica ed è per una democrazia diretta le cui forme esatte non è dato al momento conoscere in dettaglio.
In attesa di capire se il grillismo punta forme realmente superiori o deteriori, efficienti o deficitarie di democrazia e partecipazione, resta un dato di fatto storico inoppugnabile: le idee e i valori a fondamento della seconda Repubblica hanno fallito e ancor più di quelle della prima.
La prima Repubblica (1948-1994) pur con tutti i suoi limiti, non era nata per ripristinare la democrazia parlamentare distrutta dal fascismo nel 1926. Il partigiano azionista e presidente del Consiglio Parri nel settembre 1945 fu oggetto di polemica perché ebbe l’ardire di affermare in Consulta Nazionale che i regimi prima del fascismo non si potevano definire democratici, ma liberali. Apriti cielo! Le sinistre lo difesero concordando con lui, ma i liberali orfani di Giolitti, Sonnino e Salandra se la presero non poco. Parri però aveva ragione: non basta un parlamento e uno straccio di statuto per fare una democrazia. E lo Statuto albertino e il suo bicameralismo con un Senato di nominati a vita dal re e una Camera eletta nei momenti migliori solo dai sudditi maschi non era certo un sistema che inseriva le masse popolari nella vita del paese. E infatti bastò la crisi del primo dopoguerra per mandarla in frantumi e aprire la strada al fascismo.
Il Parlamento dell’Italia antifascista doveva essere agorà dei rappresentanti del popolo sovrano fra loro e col governo. A garanzia di ciò c’era una Costituzione progressista, delle leggi elettorali proporzionali pure a suffragio universale maschile e femminile e, cosa non da poco, dei partiti di massa autenticamente polari. Tutti i reazionari che hanno provato a cambiare la Costituzione o la legge elettorale dagli anni Cinquanta agli Ottanta per far saltare quella democrazia fallirono miseramente. E anche se l’astensionismo elettorale iniziò a farsi preoccupante dal 1979 in poi, va comunque osservato che quell’architettura resse per circa 45 anni. Ovviamente anche nella prima Repubblica non mancavano onorevoli corrotti o voti di fiducia a governi altrettanto corrotti e odiosi, però il Parlamento di Dc, Pci, Psi, Pri, Pli, Psdi, Msi, ecc. per oltre quattro decenni non fece rimpiangere nelle masse il passato, né li spinse a creare una forte crisi di egemonia nello Stato.
È interessante ricordare cosa ebbe a dire il senatore Pietro Secchia, vice segretario generale del Pci, in aula il 13 marzo 1953 contro la legge truffa:

«Vi è una forma (insisto su questo, vorrei che si comprendesse almeno il perché del carattere della nostra lotta) vi è una forma di resistenza e di opposizione che non serve a nulla. Essa consiste nell’appagarsi di alcuni discorsi che, bontà vostra, potreste anche concederci di fare, essa consiste nel fare dei discorsi per sostenere il nostro punto di vista allo scopo magari di salvare il cosiddetto onore della bandiera, paghi della convinzione di essere noi nel vero e voi nel falso. No, questa forma di opposizione e di resistenza ai vostri soprusi ed ai vostri illegalismi, noi la respingiamo, perché non serve a niente. Essa sarebbe non solo del volgare opportunismo, ma dell’autentico cretinismo parlamentare. Sarebbe questo del vecchio parlamentarismo con i suoi metodi deteriori di piccoli e grandi intrighi, fatto di ignobili ipocrisie, di inganni, di doppiogiochismo, quel vecchio parlamentarismo nel quale l’Italia intisichì per decenni, quel parlamentarismo che alimentò la corruzione, che avvilì le coscienze e partorì il fascismo. Perché se è vero che la democrazia borghese negli anni di ascesa del capitalismo ha avuto dei grandi meriti, è anche vero che ad un certo punto la democrazia decadente partorì il fascismo».

Visto il livore popolare verso il Parlamento degli ultimi anni, visto anche il modo in cui la stampa si è divertita in questi giorni a informarci quali “impresentabili” sono stati eletti, vista la popolarità delle battaglie di Grillo per un «Parlamento pulito» che anticiparono la nascita nel M5s, verrebbe da osservare che il vecchio parlamentarismo deprecato da Secchia sia alla fine tornato sotto forma di seconda Repubblica, il cui padre non è stato Berlusconi o Bossi o Fini, ma Mariotto Segni.
Segni era un democristiano di destra figlio di un ex presidente della Repubblica che nel corso degli anni ’80 cercò di costruire consenso intorno alle sue battaglie per riformare le istituzioni alla maniera di De Gaulle con la quinta Repubblica francese. Per quanto si desse da fare, nelle sue iniziative non trovava il seguito neppure del suo stesso partito. Poi nel 1988 lanciò il lanciò il Manifesto dei 31 con personalità come Montezemolo, Umberto Agnelli, la Montalcini, Zichichi, per introdurre l’elitario maggioritario a doppio turno. Chi volesse approfondire può andare a leggere quanto ho ricostruito su Wikipedia. Qui ci basti dire che da quest’episodio si arrivò al referendum del 1991 che voleva l’abrogazione della preferenza plurima alla Camera dei Deputati. Poco roba, ma fu un successo: votò il 62,5% degli elettori e quasi il 96% si disse favorevole all’abrogazione. Intanto l’anno prima il Nord si era fatto sentire premiando alle amministrative la misconosciuta Lega Nord guidata dal rozzo, ma intelligente Umberto Bossi e nel 1992 per la prima volta le forze di governo uscenti presero meno del 49% dei voti e la Dc in particolare meno del 30%. Poche settimane dopo Mani pulite divenne un’inchiesta giudiziaria di eco nazionale. Lo Stato era in piena crisi di egemonia e chi ne approfittò fu Segni e la destra che nel 1993 riuscì a promuovere e vincere un referendum che introduceva a furor di popolo il maggioritario al Senato. Fra i sostenitori del maggioritario vi era pure il Pds di Occhetto che sperava così di trovare una scorciatoia per allearsi con il Psi e mandare la Dc per la prima volta all’opposizione. A quel punto il Parlamento rispettoso della volontà popolare approvò in breve tempo la nuova legge elettorale maggioritaria, il cosiddetto Mattarellum.
Nel 1994 ad approfittare meglio delle nuove regole elettorali, avendole studiate meglio, fu la nuova destra di Forza Italia, Lega Nord e Alleanza Nazionale-Msi. La Costituzione del 1948 non era cambiata, ma bastò una legge elettorale che deformasse il Parlamento e una forte crisi di egemonia dello Stato, ed ecco che l’Italia archiviò la democrazia nata dalla Resistenza a favore di qualcosa che ai contemporanei apparve più dinamica e soddisfacente coi suoi scontri muscolari fra poli contrapposti, le urla e le sparate a favore dei media e l’uso smodato della Tv per cercare il consenso a danno delle classiche sezioni dei partiti. Questi a loro volta presero ad alleggerirsi o a divenire di fatto un conglomerato di comitati elettorali.
Se la seconda Repubblica morirà con questa legislatura appena eletta sarà durata neppure 20 anni, meno della metà della prima. Perché il sistema politico nato dai referendum di Segni del 1991-1993 ha esaurito la sua spinta propulsiva molto prima di quello nato dalla Resistenza? A nostro avviso perché il maggioritario (col Mattarellum o col Porcellum poco importa) e il sistema di valori a ciò connesso, dissipa il consenso di partenza in modo molto più rapido del proporzionale. Nella prima Repubblica le elezioni misuravano i rapporti di forza fra i vari partiti ideologici e sulla base di quelli si gestiva lo Stato dal governo come dall’opposizione talora anche con aspre contrapposizioni, ma senza strappi. Non aveva importanza chi vinceva o perdeva, l’importante era partecipare. Un meccanismo così ci ha dunque messo oltre 40 anni per deludere del tutto. Col bipolarismo invece la democrazia si trasforma in contesa e guerra civile permanente con relativi tifi da stadio, dove vincere è sempre decisivo e perdere è più che umiliante, dove le maggioranze parlamentari sono sacre e guai a chi le sfascia, dove chi non si intruppa in uno dei due poli è un reietto.
Seguiamo il rapido processo di esaurirsi del consenso verso la seconda Repubblica che ricordiamo fu il sistema voluto a furor di popolo per uscire dalla crisi della prima Repubblica: 1994: vince la destra, la sinistra delusa medita “vendetta”; il governo Berlusconi però dura solo sette mesi per colpa del “traditore” Bossi, la destra incassa e medita “vendetta”; 1996: vince la sinistra, la destra incassa e aspetta furente; la sinistra però non riesce a gestire la vittoria e sforna ben quattro esecutivi in cinque anni che la sfiancano; 2001: la destra trionfa e può finalmente dare libero sfogo ai suoi desideri, ma non vi riesce, la sinistra intanto scopre il berlusconismo al potere e si rimotiva e perdona il passato; 2006: vince di un soffio la sinistra, ma ricade nei problemi del 1996 e dilapida quasi tutto il prestigio presso la “sua” Italia, il paese di destra perdona i suoi partiti di riferimento; 2008: vince la destra, ma anche stavolta non riesce nei suoi intenti principali, cade in aula e perde quasi tutto il prestigio presso la “sua” Italia; 2013: destra e sinistra hanno deluso entrambi due volte ciascuno, e il popolo perdona al massimo una volta, aumenta la voglia di protesta e la nuova crisi di egemonia dello Stato è conclamata dal successo del M5s, una forza nuova il cui patrimonio di credibilità e fiducia è ovviamente intatto, e dalla sconfitta di tutti gli altri.
Per risolvere la nuova crisi di egemonia dello Stato italiano si può ricorrere a un cambiamento gattopardesco e ipocrita (cambiare tutto per non cambiare niente), oppure a un cambiamento sincero ed eclatante. Comunque occorre una soluzione radicale.
Il grillismo in tal senso promette rivoluzioni di teoria e prassi democratica. Per alcuni il M5s inganna perché è la reincarnazione del fascismo e punta a chiudere il parlamento a favore di un modello autoritario. Grillo non fa mistero di volerla finire con la democrazia delegativa e inefficiente come l’abbiamo finora conosciuta. Ha in mente un altro modello che promette più partecipazione e quindi in definitiva più libertà. Davanti a tali propositi si può essere scettici o meno, ma ci sembra descrivano il grillismo come un movimento progressista con delle pulsioni totalitarie di sinistra, che dunque col fascismo non c’entrano nulla. Ad ogni modo chi volesse contrastare il M5s farebbe bene a porsi il problema della questione democratica e a dibattere coi grillini su questo terreno.
Berlusconi a proposito della questione democratica ha cercato di tamponare lamentandosi in ogni occasione della Costituzione che non dà poteri al governo per guidare il paese a colpi di decreti leggi e dunque una risposta l’ha già data. Il Pd di Bersani balbetta. Parla di generiche modifiche ai regolamenti parlamentari e di trasparenza per legge nei partiti, ma è poca cosa arrivati a questo punto. Non è quindi un caso che in linea di massima il M5s abbia fatto suoi più i delusi del centrosinistra che del centrodestra.
Probabilmente nessuno troverà il coraggio di farlo, ma per discutere con Grillo e allontanare gli spettri presunti di un nuovo 1922, occorre porsi davanti alla democrazia con lo spirito di Antonio Gramsci del quaderno del carcere 14, quando spiegava che «anche ammesso (ciò che è da ammettere) che il parlamentarismo è divenuto inefficiente e anzi dannoso, non è da concludere che il regime burocratico sia riabilitato ed esaltato. È da vedere se parlamentarismo e regime rappresentativo si identificano e se non sia possibile una diversa soluzione sia del parlamentarismo che del regime burocratico, con un nuovo tipo di regime rappresentativo». Ecco dunque la domanda da un milione di dollari: quale nuovo tipo di regime rappresentativo per l’Italia d’inizio XXI secolo? Ed è curioso che in fondo il Vaticano si ponga in queste settimane domande analoghe sul governo della Chiesa.

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