Il programma di Giannino: liberalismo e liberismo senza compromessi

Concorrenza e stato minimo, meritocrazia e autonomia. Ricette di destra liberale aggiornate col rigore di professori di economia che non difendono caste e amici

Altra novità delle elezioni politiche 2013 è Fare per Fermare il declino, partito promosso da diversi professori con un manifesto lo scorso 29 luglio e che ha raccolto attorno a sé un discreto numero di estimatori. Il candidato premier e presidente fino a pochi giorni fa era Oscar Giannino, noto giornalista economico. Dimessosi da presidente a favore della coordinatrice Silvia Enrico, a Giannino resta il ruolo di candidato premier e capolista alla Camera in tutta Italia.

Il programma di Fare è fatto di dieci proposte in dieci pagine e risente ampiamente della formazione economica dei suoi quattordici estensori.

Debito pubblico: per ridurlo sotto il 100% del Pil, Fare propone di «tagliare la spesa pubblica di 6 punti percentuali in proporzione al Pil, e abbassare la pressione fiscale di 5 punti» in 5 anni. A questo va aggiunta l’intenzione di tagliare i tassi di interesse sul debito, quella di dismettere gli asset pubblici mobiliari e immobiliari (in modo trasparente), quella di valorizzare meglio le concessioni dello Stato, e infine quella di vendere le società partecipate dal Tesoro (direttamente o attraverso la Cassa depositi e prestiti).

Per centrare l’obiettivo di tagliare la spesa pubblica di 6 punti in 5 anni, si propone oltre alle privatizzazioni, di mantenere invariate le spese per redditi da lavoro nel 2013 e nel 2014, poi ridurle dell’1% tagliando i contributi sociali; pesanti tagli alla spesa per consumi intermedi; moderare la crescita della spesa pensionistica;  per le altre prestazioni sociali verrebbero mantenute le previsioni del governo Monti. Per Fare occorre poi mettere mano ai tagli soprattutto a danno degli affari generali e della spesa previdenziale, quindi «drastica riduzione dei costi della politica, limitare le spese di tutti gli organismi legislativi ed esecutivi, a cominciare dalla presidenza della repubblica, a sfoltire ed accorpare vari uffici di ricerca economica, dello stato o finanziati dallo stato, ridurre le spese per consulenti, semplificare la rete di ambasciate e consolari, ridurre con maggiore decisione auto blu e voli di stato ed eliminare i rimborsi elettorali». Sarebbe poi «opportuno aumentare la spesa che va in aiuto ai disoccupati e alle famiglie a basso reddito», ma in generale vanno ridotte le spese per protezione sociale. I professori di Fare ritengono comunque «di poter tranquillamente affermare che la proposta non scalfisce per nulla le fondamenta dello stato sociale».

Per ridurre la pressione fiscale complessiva la ricetta di Fare è semplice: meno tasse sul reddito da lavoro e d’impresa, sistema tributario più semplice e contrasto all’evasione fiscale.

Per le liberalizzazioni e privatizzazioni, i settori interessati sarebbero trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche. Seguono in tal senso una serie minuziosa di proposte che non risparmiano neppure la Rai, la quale sarebbe privatizzata integralmente all’interno di un sistema televisivo rivoluzionato a favore di una libera concorrenza fra più privati su cui vigilerebbe l’antitrust. Viene pure proposto di «inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico».

La proposta di Fare per il mercato del lavoro è quella di sostenere i livelli di reddito, ma non il posto di lavoro in sé, né l’impresa inefficiente. Sì al sussidio di disoccupazione, ma anche a «strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato». Viene poi proposto l’estensione al pubblico impiego delle leggi che regolano il lavoro nel privato.
Fin qui quanto dice il programma ufficiale. Nel sito di Fare vi è poi un lungo approfondimento dove il mercato del lavoro italiano viene descritto come un campo «caratterizzato da segregazione», inefficiente e iniquo, dove però la riforma Fornero «ha fatto tre passi nella giusta direzione», ha cioè 1) abrogato l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, 2) ha riformato la cassa integrazione guadagni e 3) ha introdotto l’Assicurazione Sociale per l’Impiego.

Anche Fare è poi per una immediata legislazione sul conflitto d’interesse. Occorre quindi «imporre effettiva trasparenza e pubblica verificabilità dei redditi, patrimoni e interessi economici di tutti i funzionari pubblici e di tutte le cariche elettive»; premi per chi denuncia reati di corruzione; via gli amministratori che hanno subito condanne penali per reati economici o corruttivi.

Per riformare la giustizia Fare si propone di mettere mano al codice di procedura e di separare le carriere dei magistrati promuovendo solo chi fa bene il proprio lavoro e non per sola anzianità. Va poi introdotta la «gestione professionale dei tribunali» e la certezza della pena da scontare in carceri «umanizzati», ma anche pene alternative ai condannati non pericolosi. Viene comunque garantita l’indipendenza della magistratura inquirente e giudicante, e la la terzietà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati.

Per i giovani e le donne in particolare, Fare sostiene che «non esiste una singola misura» per favorirli. Tuttavia il partito per Giannino premier è «per eliminare il dualismo occupazionale, scoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, offrire strumenti di assicurazione contro la disoccupazione, facilitare la creazione di nuove imprese, permettere effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, rifondare il sistema educativo».

E proprio il sistema educativo è oggetto della nona e penultima proposta di Fare, per il quale occorre in Italia «ridare alla scuola e all’università il ruolo, perso da tempo, di volani dell’emancipazione socio-economica delle nuove generazioni», introducendo nel sistema prima più concorrenza e meritocrazia, e poi più soldi. Più concretamente andrebbe abrogato il valore legale del titolo di studio e, come si dice nel sito di Fare, differenziare stipendi e carriere degli insegnanti in base al merito, docenti assunti in prova e sulla base di concorsi locali banditi dalle singole scuole e da verificare coi test Invalsi. Le scuole dovranno essere ancora più autonome.
Qualcosa di analogo Fare vorrebbe applicare all’università, con una «riforma della governance della ricerca e del suo finanziamento», con la valutazione dei docenti con l’Anvur, più peso all’opinione degli studenti, separazione tra chi valuta e chi finanzia gli atenei, peer review, deducibilità fiscale per i fondi privati devoluti alla ricerca, maggiore autonomia alle università nella gestione dei fondi  statali che però andrebbero erogati sulla base del merito del beneficiario, liberalizzazione totale delle tasse universitarie, e infine trasparenza nell’assegnazione dei fondi di ricerca.

L’ultimo capitolo del suo programma Fare lo dedica al «vero federalismo». Per realizzarlo secondo Giannino e i suoi amici e sostenitori occorre «ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute». E ancora: «totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l’obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet», e stop ai sussidi come mezzo per risolvere la questione meridionale.

Nel sito di Fare vengono aggiunti diversi approfondimenti su altri temi dove emerge fra l’altro un partito a favore del federalismo fiscale e per l’abrogazione dell’Irap e della Robin tax, per un maggioritario a doppio turno e per il dimezzamento del quorum nei referendum; per la trasparenza delle sedute del Consiglio dei ministri, ma anche delle lobby; più poteri al governo sul modello del cancellierato tedesco.

Per Lavika Web Magazine.

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