Se anche il papa può perdersi d’animo

C’è un passaggio chiave nel discorso di dimissioni del papa ed è quando questi spiega che «per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito». Ora che un uomo quasi 86enne possa lamentare un repentino e definitivo calo nel vigore del corpo, è cosa comprensibile e quasi ovvia. Se però quell’uomo è anche il papa della Chiesa cattolica e lamenta pure un calo nel vigore dell’animo, la cosa è già meno scontata. La traduzione è corretta, il papa teologo nel pieno delle sue facoltà ha denunciato davanti ai suoi porporati che il «vigor quidam corporis et animae (…) qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur». Non negli ultimi anni, ma negli ultimi mesi. Non solo il corpo, ma anche lo spirito.
Una dichiarazione di tale peso meditata da chissà quanto tempo e scritta comunque da un un’autorità intellettuale, non può aver usato la parola “anima” in modo superficiale o retorico. Ed è forse nel sottinteso di quell’espressione che è nascosto un messaggio sul movente che ha portato Benedetto XVI a voler rimettere la tiara.
In queste ore si sprecano paragoni e paralleli tra papa Ratzinger e Celestino V o addirittura con il papa francese dell’ultimo film di Nanni Moretti. Inevitabile, ma poco pertinente. Celestino V fu davvero un papa suo malgrado, il classico uomo di fede mite e di provincia che difficilmente poteva trasformarsi dall’oggi al domani nel re di uno stato medioevale al centro di qualunque questione politica europea. Non poteva durare. Analogamente il papa morettiano è uno straniero che si fa prendere da un attacco di panico all’idea di dover fare il papa di un Chiesa certo poco o nulla temporale come ai tempi di Celestino V, ma pur sempre delicata ed elefantiaca da manovrare. La Chiesa è una barca, ce lo ha ricordato proprio Benedetto XVI dimettendosi, il cui timone evidentemente non è per il polso di tutti. Tuttavia il cardinale Ratzinger quando fu scelto nel 2005 non era certo uno sprovveduto, uno che frequentava il Vaticano due volte l’anno. Ratzinger almeno dal 1981 ha lavorato stabilmente in Vaticano ai massimi vertici. Negli ultimi anni di pontificato di Giovanni Paolo II era un prelato talmente potente e così raffinato che la sua elezione al Soglio non stupì nessuno. Una chiesa in crisi egemonizzata dal clero più conservatore aveva scelto di porre ogni speranza di riscossa nel cardinale più preparato delle proprie fila. E pazienza se aveva già 78 anni. Benedetto XVI sapeva a cosa andava incontro e soprattutto non aveva bisogno di nessuno che gli spiegasse il suo nuovo ruolo. Era dunque l’ultima persona da cui ci si poteva aspettare una dichiarazione di dimissioni neanche otto anni dopo. Eppure l’ha fatto. E l’ha fatto perché negli ultimi mesi si è perso d’animo.
Ma chi ha scorato l’animo del pontefice? Difficile a dirsi. Da un lato c’è il bilancio quasi fallimentare del pontificato di papa Benedetto XVI. Gaffe a parte e nonostante slanci di autocritica generosa (pedofilia), Benedetto XVI non è riuscito a essere quel papa di riforme e di “novità” che aveva in mente, il restauratore di una Chiesa forte che non ha bisogno di scendere troppo a compromessi con la modernità. Il disegno vagamente neo-oscurantista era chiaro nella mente, ma è rimasto un abbozzo, impossibile da rifinire e applicare senza l’aiuto di tanti collaboratori efficienti. Gli ultimi anni ci hanno dato l’immagine verosimile di un papa pastore sì, ma ostaggio delle sue pecore tutte prese a pestarsi i piedi fra loro secondo il più trito e meschino copione umano dell’avidità di potere. Il papa tedesco non è riuscito a governare i tradizionali intrighi e veti incrociati di palazzo che pure non poteva non conoscere. Forse si è sopravvalutato, forse ha sottovalutato la situazione. Il capitano della barca di san Pietro si è così scoperto senza equipaggio, solo nella tempesta. A quel punto poteva rassegnarsi e fare il papa fantoccio, pro forma, oppure – con gesto forte e imprevedibile – uscire dall’angolo e rimettere alle alte gerarchie ecclesiastiche le proprie responsabilità. Sia chiaro, le dimissioni non sono un gesto di boicottaggio di un capo tradito e amareggiato, ma più la lucida mossa estrema di chi spera di poter ancora salvare la “vigna del Signore” da nemici e falsi amici.
Nell’atto finale di Benedetto XVI non c’è dunque né “viltade”, né rifiuto della Croce, ma la consapevolezza che se ha fallito una persona intelligente e ben sostenuta in conclave come Ratzinger, allora il modello di amministrazione della vita ecclesiastica giunto fino a noi è fallito e va ripensato. Subito. Negli ultimi secoli sono stati via via accentuati i poteri del solo pontefice a danno della collegialità. Dopo il Concilio Vaticano I del 1870 in particolare il papa si arrogò «la piena e suprema potestà di giurisdizione sulla Chiesa universale, non solo in quanto concerne la fede e i costumi, ma anche in quanto riguarda la disciplina e il governo della Chiesa, sparsa per tutto il mondo». Così paradossalmente il papato pose le basi per la sua attuale debolezza, e oggi il papa è un potentissimo a sé, circondato da una curia che comunque fa di fatto un po’ come gli pare. Di contro il cupolone ha pensato troppo a lungo di poter fare a meno del colonnato, e ora l’edificio dà segni evidenti di cedimento strutturale. Per questo il prossimo conclave non sarà chiamato a risolvere una crisi contingente, ma strutturale e per farlo dovrà cercare di avere lo sguardo lungo, molto lungo.

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