Cosa ci dice e cosa non ci può dire la Sicilia

Raffaele Lombardo in Tv non ha mai brillato. Le sue doti non sono quelle del leader carismatico all’americana. Eppure il vecchio democristiano siciliano è più arrosto che fumo e la sua biografia politica sta lì a dimostrarcelo. Anche se non ha potuto avere un secondo mandato da Presidente della Regione Siciliana e il primo l’ha dovuto concludere leggermente anzitempo. Il personaggio è lucido e sa bene quanto la politica fatta solo per il potere sia guerra permanete. Un generale abile come lui sa quando è il momento di fare un passo indietro per farne due in avanti.
Riassunto per chi non c’era. Il presidente della provincia catanese Lombardo viene chiamato nel 2008 dal centrodestra per guidare la Sicilia dopo le dimissioni del suo noto gemello politico della Sicilia occidentale, Totò Cuffaro. Perché in Sicilia a destra si ragiona così. Si sa già che il centrosinistra non vincerà mai, quindi non serve affannarsi a cercare un candidato vincente, ne basta uno utile alla propria parte politica. Non è che i siciliani siano a vocazione conservatrice, ma hanno un’antica difficoltà a smarcarsi dagli atavici meccanismi clientelari. Le elezioni ridotte a mera ratifica dell’egemonia dei potenti.
Lombardo vince con Pdl, Mpa e Udc che controllano i loro bei 61 seggi su 90 all’Ars, lasciando il monopolio dell’opposizione al Pd. Ma il Presidente delle Regione eletto direttamente ha il potere di fare e disfare la propria giunta a piacimento e ben presto iniziano una serie di manovre per emancipare Lombardo dal Pdl, anche a colpi di rimpasto. Dicembre 2009: Pdl all’opposizione, mentre l’Mpa del presidente si avvicina e si lascia avvicinare lentamente da un Pd in crisi di astinenza da sala dei bottoni. Il Pd si giustifica sostenendo che è la mossa giusta per scardinare il sistema di potere del centrodestra. Crocetta in particolare ne è certo. E fin dal maggio 2009. Nel frattempo la giustizia indaga e sorge il dubbio che Lombardo non sia proprio uno stinco di santo. In attesa di essere assolti o condannati, con una politica nazionale in disfacimento, che poteva fare Lombardo? Aspettare che nell’ultimo anno di legislatura dell’Ars qualcosa cambiasse e tornare al voto contemporaneamente alle elezioni politiche del 2013? Roba da avventurieri. Meglio dimettersi e ritirarsi a vita privata subito dopo il rinvio a giudizio e andare così alle elezioni giusto sei mesi prima delle politiche, così da lasciare mano libera a tutti nella costruzione di coalizioni che non fossero il riflesso di quelle nazionali. Si creano le aggregazioni elettorali più credibili e utili, e allo stesso tempo si creano le condizioni perché dopo le elezioni verosimilmente si possa tornare a un governo di fatto demoautonomista, ma trazione inversa e sempre col Pdl all’opposizione. E infatti dopo le elezioni niente di strano che sostanzialmente dal governo Lombardo-Crocetta, si passi a uno Crocetta-Lombardo. Sempre lentamente, siamo mediterranei.

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Tenere delle elezioni il 28 ottobre 2012 vuol dire andare incontro a risultati da fine impero. Accadrebbe in Friuli come in Basilicata e Umbria. Le circostanze e il genio politico lombardiano hanno fatto sì che ciò avvenisse in Sicilia. Da fine marzo si vociferava di elezioni anticipate in Sicilia, ma siccome solo il 28 settembre si  potevano depositare le candidature, ci sono toccati sei lunghi mesi di campagna elettorale che hanno permesso a chiunque di poter sognare di poter approfittare del clima appunto da fine impero arrivato fin oltre lo Stretto, di quel limbo in cui il vecchio marcisce e il nuovo tarda ad arrivare. Gli aspiranti presidenti di regione spuntano in ogni angolo dell’isola e tra maggio e settembre si arriva a ben 11 candidature di ogni colore. Tutti, ma proprio tutti, hanno in comune il fatto di presentarsi come veri e propri rivoluzionari. E fanno bene. Il clima  in Italia è rivoluzionario. Oggi anche la persona più moderata auspica moti rivoluzionari violenti. Così ecco Cateno De Luca e l’estrema destra creare il cartello Rivoluzione Siciliana con tanto di “Quarto stato” di Pellizza da Volpedo e l’appoggio del Partito della Rivoluzione di Vittorio Sgarbi (sic!). Ecco Crocetta chiamare il suo listino “La rivoluzione è già iniziata”. Ecco Micciché che nella sua coalizione include il logo del Ppa con scritto “Piazza Pulita” ed ecco infine i Forconi ufficiali scendere in politica per la prima volta. Il centrodestra in crisi di credibilità si affida a Nello Musumeci, l’unico destro noto e sicuro immune presso il popolo da accuse antipolitiche. A sinistra intanto si autoimpone la candidatura di Claudio Fava l’integerrimo. E ovviamente non manca il MoVimento 5 Stelle, che proprio in Sicilia ebbe il suo debutto nazionale nel 2008 come “Amici di Beppe Grillo” per Sonia Alfano presidente.
Troppo facile farsi capopopolo rivoluzionari solo con le chiacchiere, soprattutto in Sicilia dove l’ignavia fatalista la fa da padrona. Però perché non provarci? In fondo le clientele scricchiolano, non reggono più bene come una volta, sono anzi in declino come ha fatto notare Ivan Lo Bello lo scorso 30 settembre. Nella terra con i risultati elettorali più ovvi d’Italia, tutto sembra diventare possibile. E Orlando vincitore lo scorso maggio a Palermo contro tutti sembra stare lì a dimostrarlo.
“Caro siciliano – sembravano dire tutti in coro – hai ragione, per una volta l’abitudine non paga, occorre un cambiamento radicale”. Ed giù un menu di 10 aspiranti presidenti sostenuti da ben 20 liste a dispetto dello sbarramento del 5% senza eccezione alcuna. Poi però arriva la campagna elettorale nel territorio e si scopre che la voglia di rivoluzione c’è sì, ma non è incanalabile nell’urna elettorale. Servirebbe ben altro. Altrimenti meglio starsene a casa, al più usare la cabina elettorale come sfogatoio discreto per scrivere improperi contro Nicole Minetti.

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Il 52,58% dei siciliani è rimasto a casa, un altro 3,85% ha fatto scheda bianca o nulla, totale 56,43% di astensione. Il rimanente 43,57% si è diviso in tre parti: poco più del 6% ha votato l’M5s e il 37,4% ha votato altro per inossidabile fiducia nel potere rinnovatore dei partiti o per amicizia verso qualche candidato deputato o perché come cliente non poteva astenersi.
Se infatti si focalizza l’attenzione sul 1.915.830 voti di lista, ben 83,53% risultano accompagnati da preferenza. In particolare i risultati di ben 13 partiti su 20 sono mediamente costituiti al 90,15% da voti di preferenza. In particolare i voti con preferenza di Mpa, Udc, Fli, Cantiere Popolare e Grande Sud sono oltre il 95% del totale delle singole liste, mentre Pd, Pdl, Crocetta Presidente, Nello Musumeci Presidente, Idv, Fds-Sel-Verdi, Rivoluzione Siciliana e Sturzo Presidente sono tutti ampiamente tra l’82% e l’88% dei voti con preferenza. Voi, M5s e Adc stanno intorno al 50%. tra questi due macro gruppi stanno intermedi i Forconi col 64% dei voti dei propri voti presi con preferenza. Pcl, Ppa e Udcons prendono la quasi totalità dei loro pochissimi voti voti senza preferenza.
Insomma 315.506 elettori (6,79% del totale) hanno votato una lista provinciale senza esprimere preferenze e di questi 141.423 hanno scelto il M5s.
Riassumendo: il 52,58% degli elettori è rimasto a casa, il 3,85% ha votato scheda bianca o nulla, il 2,34% ha votato solo per il presidente, il 34,44% ha votato con preferenza e il 6,79% senza preferenza. Tra chi ha votato, il 75% ha scelto partiti di governo e d’ordine, il 25% ha preferito M5s, Idv, Fds-Sel-Verdi, Forconi, Riv. Sic., Pcl, cioè partiti che hanno impostato maggiormente il proprio profilo sulla rottura pesante col passato. Se ne conclude che chi è all’opposizione in modo attivo (col voto) o passivo (con l’astensione) dello stato di cose presenti in Sicilia è il doppio di chi continua ad accordare la propria fiducia ai partiti tradizionali di governo o d’ordine, ma siccome gli oppositori attivi sono nettamente minoritari, alle urne prevalgono i conservatori del sistema col risultato che all’Ars gli unici deputati rappresentativi dei siciliani di opposizione sono solo 15 grillini.
A parte il M5s e pochissimi altri piccoli partiti, sembra che il resto della politica siciliana sia riuscita a portare alle urne solo la propria comunità politica più affezionata o comunque gli elettori più legati direttamente e a vario titolo agli interessi dei candidati provinciali in campo.

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Riepilogo storico dell’affluenza alle urne per le elezioni dell’Ars:

1947 – 79,8%
1951 – 81,7%
1955 – 86,9%
1959 – 85,7%
1963 – 81,4%
1967 – 81,6%
1971 – 81,4%
1976 – 85,9%
1981 – 76,2%
1986 – 77,8%
1991 – 74,4%
1996 – 66,1%
2001 – 63,5%
2006 – 59,2%
2008 – 66,7%
2012 – 47,4%

Per il rinnovo dell’Ars si è sempre votato a giugno, tranne quest’anno e nel 1947 (aprile). Quindi figurarsi se in quel tradizionale 20-30% di astensione non ci sia stato chi marinare le urne per andare a mare. Anche in Sicilia si assiste poi a quel fenomeno nazionale che vuole dal 1979 una crescente astensione elettorale interrotta parzialmente solo in casi davvero eccezionali. Per cui, come si vede sopra, prima del 1979 votava mediamente l’83%. Poi fino al 1991 si scende al 75% e nella seconda repubblica si crolla al 64%. Lungi da me accreditare tutto il 53% di non votanti al movimento oppositivo passivo (queste forzature le lascio fare ai cattolici fanatici nei referendum sulla procreazione assistita), però questo movimento esiste ed è probabilmente stimabile intorno al 16% dell’elettorato.
Dunque levata la tara degli astensionisti irriducibili tendenzialmente impolitici, levati gli astensionisti per caso (i fuori sede che non sono potuti tornare a casa perché è ottobre) per un totale del 36-37%, il resto è movimento d’opposizione passivo e “genuino” che insieme a quello attivo fanno circa il 31-32% di elettorato all’opposizione dello stato di cose presenti. I conservatori e i conformisti sono il rimanente 31%.
La mafia probabilmente c’è stata a macchia di leopardo. Sulla base di quello che la stampa riportava prima del voto da fonti della giustizia, e visti i numeri dopo, potremmo dedurre che la mafia in sé non pare aver stretto patti particolari, vecchio stile, validi in tutta l’isola. Possiamo ipotizzare in astratto che qualche singolo candidato possa anche aver attinto all’aiuto mafioso, ma in generale la mafia non si è mobilitata perché al momento non sa bene come e con chi tutelarsi meglio. È una mafia forte, ma molto in affanno che spesso nelle intercettazioni si lagna di essere tradita dalla politica.

* * *

In tale contesto di forte astensionismo e davanti a una maggioranza di votanti molto conformista è difficile dire, per esempio, quanti siciliani siano oggi di destra o di sinistra. Lo stesso M5s poi si cautela dichiarandosi né di destra né di sinistra e lo stesso programma di Sicilia 5 Stelle alterna soluzioni progressiste e conservatrici a seconda dei temi. Fosse per i numeri allora sarebbe evidentissimo che il centro in Sicilia continua a farla da padrone tra voti andati a Mpa, Udc, Cantiere Popolare e persino a Sturzo Pr. e Voi. La sinistra anche volendola considerare in senso lato andando dal Pd e la lista Crocetta al Pcl, resta nettamente minoritaria anche se Crocetta si è rivelato il candidato presidente più popolare con poco più del 30% dei voti. Chissà col doppio turno che sarebbe successo. L’area democratica (Pd e lista Crocetta) insieme ai voti per Idv e sinistra sembra comunque in netto calo rispetto alla coalizione di centrosinistra del 2008. Per fortuna di Crocetta c’era l’Udc a compensare, nonostante il calo dovuto alla scissione di Cantiere Popolare.

* * *

Scorrendo i dati elettorari saltano agli occhi una serie di anomalie.
1) Il primo partito dell’isola (M5s) non arriva neanche al 15% dei voti, cosa non spiegabile semplicemente col fatto che in campo ci fossero 20 liste, perché di queste comunque sei sono rimaste sotto l’1% e altre 5 sotto il 5%.
2) I risultati di uno stesso partito nelle nove provincie hanno alti e bassi non proprio fisiologici e non spiegabili semplicemente col fatto che ogni provincia avesse una lista di candidati diversa.
3) Il grado di popolarità dei partiti muta notevolmente da provincia a provincia, tanto che il primo partito dell’isola (M5s) è il primo partito “solo” in mezza Sicilia (Caltanissetta, Palermo, Ragusa, Siracusa e Trapani). Il Pd è il partito più votato a Enna e Messina; il Pdl ad Agrigento e Catania. E non sempre M5s, Pd e Pdl sono le prime tre liste più votate.
4) Il voto disgiunto ha sostanzialmente penalizzato solo Micciché (-4,6% rispetto alla propria coalizione) e favorito solo Cancelleri (+3,3%).
5) I candidati del M5s raccolgono tutti tantissime preferenze, anche se il 51% dei voti 5 stelle sono stati come si è detto d’opinione.

A mio avviso buona parte di questi fenomeni sono spiegabili in un solo modo. Essendo state quelle siciliane delle elezioni che hanno consultato una minoranza di elettori per disaffezione cronica di larghi stati della popolazione dalla vita democratica, è ragionevole ipotizzare anche alla luce di quanto detto sopra sulle preferenze, che mai come stavolta i risultati li hanno scritti i singoli candidati sul territorio. Chi è andato a votato in sostanza è andato giusto per votare Tizio, quindi l’affluenza e l’esito del partito è ricaduto sulle capacità di mobilitazioni di Tizio.

Se dunque i partiti volevano misurare con queste elezioni il grado di appeal di un partito rispetto a un altro, hanno fallito, nel senso che i numeri usciti sono inaffidabili e dicono solo quello che si sapeva già: “i gruppi sociali si stanno staccando dai loro partiti tradizionali”, per dirla alla Gramsci. La crisi di egemonia iniziata nel 2007 è ormai a livelli di allarme persino in Sicilia e se non vi si pone rimedio radicalmente e lucidamente, nel 2013 sarà un bagno di sangue per le classi dirigenti, i cui esiti, sul medio-lungo periodo per il resto della popolazione ansiosa di una (qualunque) rivoluzione,  non è possibile prevedere.

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