Meno soldi ai parlamentari per referendum?

Ultima settimana di raccolta firme per un referendum che cancelli la diaria dei parlamentari. Legge permettendo

Partito in sordina, pare che in più municipi si siano create code di cittadini per sottoscrivere il quesito referendario grazie al passaparola sul web. Il referendum è promosso dall’Unione Popolare (piccolo partito guidato dalla democristiana Maria Di Prato e scissosi dall’Udc di Casini nel 2010) ed è propagandato come un «referendum contro la casta», cioè contro i costi della politica. Tuttavia se il referendum passasse si limiterebbe ad eliminare solo la cosiddetta diaria prevista dalla legge 1261 del 1965. Del resto l’indennità parlamentare per intero non è abrogabile essendo prevista dalla Costituzione, e quindi i referendari hanno potuto prendersela solo col rimborso delle spese di soggiorno a Roma che attualmente è pari a 3.503,11 euro al mese. Nella migliore delle ipotesi. Perché, come spiega il sito della Camera dei Deputati, più l’eletto è assenteista e meno soldi gli vengono riconosciuti: -206,58 euro per ogni giorno di assenza alle votazioni e -500 euro al mese in base a quante riunioni di commissioni e giunte varie si disertano. Insomma, un parlamentare che per un mese non si presentasse a Montecitorio o a Palazzo Madama vedrebbe la propria diaria ridursi ad appena 500 euro.
Il referendum propone quindi ai cittadini di far risparmiare allo Stato non più di quasi 40 milioni di euro l’anno. Cifra ragguardevole, ma ridicola nel bilancio dello Stato italiano, soprattutto se per risparmiarli occorre organizzare un referendum che costerebbe decisamente di più, anche 10 volte la spesa che si vorrebbe tagliare e senza contare gli 0,52 euro di rimborso che verrebbe riconosciuto al comitato promotore per ogni cittadino che sottoscrive il referendum nel caso in cui questo raggiungesse poi il quorum del 50%+1 di elettori votanti.
C’è tuttavia una possibile beffa che aspetta tanto i referendari quanto i cittadini che li stanno sostenendo con le loro firme. Il referendum, infatti, non sembra essere stato richiesto a norma di legge e dunque rischia di diventare carta straccia. Secondo infatti l’articolo 31 della legge sui referendum (la 352/1970) «non può essere depositata richiesta di referendum nell’anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere». Quindi per tutto il 2012 non si possono chiedere referendum, per il Parlamento scade ad aprile 2013. Non resterebbe che depositare le eventuali 500mila firme e più almeno a gennaio 2013, se non fosse che la richiesta di referendum sulla diaria parlamentare è giunto in Cassazione lo scorso 23 aprile, e quindi ai referendari è imposto (art. 28) «il deposito presso la cancelleria della Corte di cassazione di tutti i fogli contenenti le firme e dei certificati elettorali dei sottoscrittori (…)  entro tre mesi», cioè entro e non oltre il 27 luglio, pena la nullità di tutte le firme.
La coordinatrice dell’Unione Popolare, Maria Di Prato, non si scompone più di tanto. Con un video sul gruppo Facebook dei referendari lo scorso 12 luglio ha spiegato che la legge 352 è lacunosa, che ci sono alcune sentenze che confortano sulla validità di tutta la procedura referendaria e che comunque nel dubbio ci sarà una seconda raccolta di firme ad ottobre. Nel caso fosse come dice la Di Prato, l’art. 34 della 352/1970 prescrive che il referendum non possa essere celebrato prima del 20 aprile 2014 essendo certe per il 2013 le elezioni per il rinnovo del Parlamento.

Per Lavika Web Magazine.

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