Crosta si affida alla Cassazione per riavere la sua pensione da 496.139 euro l’anno

L’ex direttore dell’Arra attende il verdetto per il prossimo 10 luglio

Doveva essere una storia chiusasi con l’anno scorso, e invece il lauto vitalizio di Felice Crosta, ex capo dell’Arra, l’Agenzia siciliana per i rifiuti e le acque e già altissimo dirigente della Regione Siciliana, sarà ancora oggetto di dibattito legale in Cassazione il prossimo 10 luglio.
Felice Crosta in virtù di una norma approvata dall’Ars nel 2005, aveva diritto a un aumento della pensione che valeva quasi un raddoppio proprio per quell’ultimo incarico ai rifiuti affidatogli dall’ex presidente della Regione Cuffaro come commissario straordinario dei rifiuti. La nuova Ars nel dicembre 2008 a scrutinio segreto liquidò a sorpresa l’Agenzia.
Nel suo discorso di commiato nel dicembre 2009, Crosta denunciò come un errore far confluire le competenze di quel assessorato di fatto da 600 dipendenti che era l’Arra nel Dipartimento Acque e rifiuti dell’assessorato Energia: «È un grave errore – disse il direttore – chiudere l’Agenzia regionale dei rifiuti, solo perché qualcuno ci ha visto come un simbolo del cuffarismo e ci ha definitivo un pachiderma».
Intanto Crosta aveva già chiesto di andare in pensione, ma la Regione era pronta a riconoscergli “solo” 219 mila euro, cioè quello che gli spettava col sistema retributivo come impiegato e dirigente regionale in servizio dal 1961. Ma appunto per questo Crosta rivendica il ricalcolo della base pensionabile aggiungendo quanto da lui percepito da direttore dell’Arra dal 2006 al 2009.
Inevitabile dunque la querelle giudiziaria della quale fu investita la Corte dei Conti. Questa in primo grado nel 2010 diede ragione a Crosta, ma in appello fece marcia indietro riconoscendo al dirigente regionale “solo” 227 mila euro annui. Ma il pensionato d’oro però non ci sta, ha sempre sostenuto che quel bonus tanto contestato è un diritto a norma di legge: «Non si tratta certo di un regalo – disse anni fa – io ho lavorato per 45 anni». E allora ecco il ricorso in Cassazione per un cavillo: nella composizione del collegio d’appello pare facesse parte con voto deliberativo un referendario «non in veste di relatore», com’è scritto nel ricorso. Se il 10 luglio la Suprema Corte gli desse ragione, Crosta potrebbe finalmente riottenere dalla Regione Siciliana i tanto agognati 1.369 euro al giorno. Dura lex, sed lex.

Per Lavika Web Magazine.

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