Una faccia una razza: il voto greco come quello italiano del 1976

Le seconde elezioni politiche greche del 2012 a distanza di 40 giorni dalle prime per quanto abbiano significato un ulteriore segnale di smarrimento della società greca al collasso economico, è stata l’occasione per molti per poter ripensare al proprio voto meno con la pancia e un comprensibile livore antipolitico. Pare che circa metà di chi aveva votato il 6 maggio, il 16 giugno era pronto a cambiare il proprio voto. La legge elettorale greca dal 2008 è un proporzionale con sbarramento al 3% e premio di maggioranza di 50 seggi su 300 (16,7%) al primo partito con preferenza di lista. Se però le elezioni vengono anticipate dopo massimo 18 mesi, scattano le liste bloccate come avviene in Italia.
La legge elettorale e il relativo basso numero di elettori (quasi 10 milioni), non ha mai scoraggiato il proliferare delle liste che se prima della crisi erano una ventina al massimo, a maggio sono diventate più di 30 per tornare a essere una ventina a giugno. L’offerta politica è dunque sempre stata ampia, tanto a destra, quanto a sinistra e al centro. Com’è noto una consolidata abitudine ha comunque voluto che al governo si alternassero sempre due partiti grandi (intorno al 40%) guidati da due stabili dinastie: i socialdemocratici dei Papandreu (Pasok) e i conservatori dei Karamanlis (Nd). La questione del debito pubblico greco esplosa nel dicembre 2009 ha completamente screditato il Pasok compromettendo pure Nd, così che entrambe le forze hanno formalmente rimosso tanto i Papandreu quanto i Karamanlis. Dalle elezioni di maggio era così emerso che in tre anni il Pasok vittorioso nel 2009 era crollato dal 44 al 13% e la Nd in quel momento al governo dal 33 al 19%. Di contro la Sy.Riz.A., la Coalizione della Sinistra Radicale, era balzata dal 5 al 17% diventando il secondo partito. Un terremoto politico-elettorale di tutto rispetto.
Non occorre qui ricordare i motivi del ritorno alle urne dopo un mese, ma è giusto ricordare che in breve tempo i greci visti i risultati di maggio avevano tutto il tempo per riflettere meglio sul proprio voto. E l’hanno fatto, seppur non in modo radicale. Tra maggio e giugno è dunque accaduto che una decina di partitini ha rinunciato a ripresentarsi. Un paio hanno fatto lista unica, qualcuno ha dato indicazioni di voto per i partiti maggiori. Poi gli elettori hanno dovuto decidere se votare e in caso se era il caso di riconfermare il proprio voto oppure premiare Syriza o Nuova Democrazia per amor di stabilità. Il risultato è stato che è aumentata la quantità di greci rimasta a casa (e il voto in Grecia è formalmente obbligatorio!) di ben 171mila elettori (+4,7%). Allo stesso tempo sono calati il numero di schede bianche e nulle e solo due partiti hanno incrementato i propri voti: Syriza e Nuova Democrazia. Appunto. Il primo ha un incremento del 56%, il secondo del 53% complice anche l’alleanza con Disy, un partito di centro che a maggio aveva preso il 2,6%.
A tutti gli altri non è andata però alla stessa maniera. Perché è vero che il Kke dimezza i propri voti (da 8,5 a 4,5%), ma al contempo Dimar (Sinistra Democratica, l’ala destra di Syriza fino al 2010) ha perso solo mille voti. Analogamente al Kke, viene prosciugata tutta la galassia comunista ellenica: Ant.Ar.Sy.A. perde il 73% dei voti di maggio, il Kke (m-l) coalizzato con M-L Kke perde il 52%, mentre Eek, Oakke e Okde non si sono direttamente ripresentati. Perdono molto gli ecologisti di Op che dal 2,9% precipitano allo 0,9% (-71%).
A centro e a destra non va tanto diversamente. Se il Pasok perde appena il 9% dei voti di maggio, i nazionalisti del Laos perdono il 47% , quelli di Anel il 31%, il gruppetto liberale di Kofi è praticamente azzerato (-83%). Il Partito dei Pirati, infine, ha perso il 56%. Di contro i neonazisti di Alba Dorata perdono solo il 3,4%, quindi dopo Dimar il partito più stabile.
C’è quindi stata una polarizzazione del voto lungo le tradizionali linee destra/sinistra che mai come in questo caso significavano conservazione/innovazione. Se prendiamo questa divisione alla lettera, allora i 594mila voti guadagnati da Syriza potrebbero corrispondere coi veti persi dai sei partiti comunisti, da Op, da Dimar e Pasok e da Koisy (partito di centrosinistra che a maggio aveva raccolto l’1% e a giugno assente). Nuova Democrazia i suoi 633mila voti in più li avrebbe quindi raccolti da tutti gli altri. È un calcolo fatto con l’accetta verosimile, ma da prendere con le cautele e ricordando che dovendo scegliere tra la contrapposizione e l’acquiescienza con l’Ue, i campi ideologici di alcune forze politiche sono saltate (non a caso in Italia il Pd ha salutato con soddisfazione la vittoria di Nd, omologo e a lungo ammiratore greco del Pdl nostrano).
Se poi volessimo capire perché il centrodestra in senso lato ha preso più voti del centrosinistra, basta guardare la geografia del voto che tanto a maggio quanto soprattutto a giugno vede Syriza vincere solo ad Atene e dintorni (Attica, Eubea e Magnesia) e a Creta, isola dove ancora a maggio il Pasok era il primo partito. Tutto il resto del paese – eccetto qualche isola – ha premiato Nuova Democrazia. Del resto la Grecia in questo somiglia molto alla Francia: entrambe hanno una capitale gigante e una vasta “campagna” socialmente e culturalmente contrapposte. In Grecia Atene e l’Attica raccolgono 4 milioni di greci su 11, quasi la metà (dirigente) del paese. Il resto è disperso in pochissime altre città medie e tantissimi villaggi di campagna dove (vi assicuro) la città e la nazione sembrano lontanissime. Quindi il greco medio e maggioritario nonostante il disgusto per i sacrifici imposti da Pasok ed Nd insieme, ha avuto più paura della rivoluzione rossa. Ha prevalso l’anticomunismo di certa propaganda e la paura dell’isolamento mondiale che ha premiato l’unica forza di destra equipaggiata per battere Syriza. Si noti pure che la destra greca grazie a Nd è per certi versi molto meno parcellizzata della sinistra, nonostante gli sforzi unitari di quest’ultima, rendendo più facile la polarizzazione verso il partito tradizionalmente egemone a destra. Solo Alba Dorata ha ceduto pochissimo grazie alla sua identità chiara e dirompente (quanto repellente).

Nulla di nuovo sotto il sole: in Italia è avvenuta la stessa cosa nel 1976 quando alle elezioni politiche nonostante il Pci di Berlinguer avesse toccato il suo massimo storico (a danno degli altri comunisti e dei socialisti), rimase il secondo partito dopo la Dc che in nome della difesa della patria dal comunismo era riuscito a fare un balzo in avanti a danno dei suoi piccoli alleati (Psdi, Pri e Pli). Era successo infatti che l’anno prima alle regionali il Pci aveva  vinto le elezioni rendendo per la prima volta probabile il sorpasso comunista alle successive elezioni politiche. Indro Montanelli lanciò allora il noto appello del «turarsi il naso» per votare la Dc contro il Pci. Funzionò e i reazionari d’Italia tirarono un sospiro di sollievo. Analogamente domenica scorsa in Grecia non è bastato il balzo in avanti della sinistra per mettere in minoranza la Grecia profonda conservatrice e reazionaria.

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