Durante la propria attività pubblica, un politico è abituato a esternare le proprie riflessioni con una certa frequenza quotidiana. Il politicante preferisce limitarsi al comizio di piazza occasionale, al discorsetto da banchetto sporadico, alla chiacchieratina mediatica pour parler. Il politico invece è prima di tutto un intellettuale e in genere un alto dirigente del proprio partito e/o della cosa pubblica. Il suo ruolo fa a pugni con la riservatezza e quindi in genere gli tocca parlare sempre dal palcoscenico. Ma quando lo fa, quando viene interpellato, in genere non parlerà mai per sentito dire, ma condividerà col pubblico più ampio possibile le proprie riflessioni.

La classe politica della Seconda Repubblica sfugge spesso a questo schema: il politicante si è arrogato il ruolo di far il politico e quest’ultimo si è messo in disparte o è stato pensionato anzitempo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e sembrano aver raggiunto  l’apice con la creazione del governo Monti, un esecutivo di non politici invocato con passione da tutte le opposizioni parlamentari perché supplisse alla politica ordinaria. Un autocommissariamento sui quali ogni forza politica ha riposto speranze diverse accomunate dal desiderio di aprire una Terza Repubblica che nessuno sa se sarà migliore delle precedenti.
Dalle profondità della Prima Repubblica mi è saltato agli occhi una riflessione di Ugo La Malfa otto mesi prima della sua morte improvvisa. Lo storico leader antifascista, azionista e repubblicano a due anni esatti dall’insediamento di Bettino Craxi alla segreteria del Psi, aveva già capito che china aveva preso il partito di Turati e Nenni, cosa che sembrava angosciarlo non poco. La Malfa non solo capì il craxismo con incredibile e tempestiva lucidità, ma riflettendo sulla contingenza politica del 1979, diede ai suoi lettori una lezione a tutto tondo e senza età sull’Italia, gli italiani e i suoi peggiori ricorsi storici. A vent’anni dal tramonto della Prima Repubblica e forse a un anno dall’alba di un’inedita stagione politica, vale la pena riproporre quelle riflessioni pensanti come pietre e lungimiranti come gli sguardi delle giraffe.
* * *

«Abbiamo una finanza pubblica al limite della bancarotta, industrie che, dopo aver sperperato migliaia di miliardi, stanno portando i libri in tribunale, una diffusa mentalità corporativa, un’efficienza in costante declino. Le pur necessarie riforme sociali non possono esser fatte se non vengono collocate in un raddrizzamento di fondo di questa mentalità e di queste strutture. Ed è proprio su queste questioni che nasce il nostro profondo dissenso con la strategia politica del Partito socialista. (…) I socialisti, da qualche tempo a questa parte, hanno una preoccupazione primaria: far crescere, elettoralmente e politicamente, la forza del loro partito. Non rivelo nessun mistero: sono i loro massimi dirigenti a dirlo. Riconosco che si tratta d’una preoccupazione legittima: un partito deve avere tra i suoi obiettivi quello di rafforzarsi per poter meglio sostenere e attuare le idee politiche e le soluzioni che ritiene giuste. Ma, ecco il punto, si ha la sensazione che quelle idee e quelle soluzioni siano per i socialisti molto in sott’ordine rispetto al problema della loro crescita. Temo il Psi voglia crescere purchessia. Ripeto: è comprensibile. Il Psi è uno dei grandi partiti storici della sinistra italiana, ma da tempo ha avuto un ruolo declinante, ha sentito acutamente una certa sibalternità. Naturalmente non può imputare alla fatalità questo stato di cose. Non esiste fatalità in politica, ciascuno ha quel che merita d’avere o che sceglie di avere. Anche noi repubblicani siamo uno dei partiti storici italiani. Uno dei più piccoli. Non ce ne siamo mai lamentati e non abbiamo mai avuto complessi per questo, perché la nostra dimensione non dipende da nostra pochezza o da cattiveria altrui: dipende dal ruolo che ci siamo scelti nella vita politica e morale italiana. Ecco: io temo che i socialisti, invece di scegliere il ruolo che gli spetta e poi cercar di adeguare le loro forze a quel ruolo, vogliano seguire il procedimento inverso: aumentar le forze e poi trovare il ruolo. (…) Un grande partito incerto sul proprio ruolo, sulla propria identità e preoccupato principalmente di aumentare i consensi attorno a lui senza che chi dà il consenso sappia perché lo dà, può essere assai pericoloso. Di esempi, nella storia italiana, ne abbiamo avuti parecchi e non certo felici. Non dico che sia questo il caso dei socialisti: alle loro spalle c’è una tradizione di pensiero, una coerenza di comportamenti che li mette al riparo da troppo gravi sbandate. Ma vedo con preoccupazione che c’è una certa confusione e una notevole contraddittorietà negli obiettivi politici che hanno prescelto».

Ugo La Malfa a Eugenio Scalfari, in la Repubblica, 12 luglio 1978.

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