Bersani compagno della provvidenza?


Il 19 febbraio scorso Diliberto, incalzato dai giornalisti di In onda sulle future alleanze, ha nuovamente rilanciato l’idea dell’accordo programmatico col Pd su 2-3 cose non meglio definite. La novità è che il leader del Pdci ha detto che ciò sarebbe reso possibile dal fatto che Bersani è un «riformista emiliano».
Piuttosto che vedere in Bersani il leader di un partito avverso, Diliberto si ostina a considerare e propagandare il segretario democratico come una sorta di fratello maggiore, un compagno del Pci che si è “smarrito”, ma non del tutto. In altre parole, il figlio di Peppone col quale sarà possibile concludere rapidamente un accordo di programma seduti al tavolino di una balera emiliana.
Tuttavia questo modo bonario e certo interessato di accattivarsi Bersani è una novità relativamente recente, da quando cioè si era capito che D’Alema l’aveva scelto come testa d’ariete per sfrattare Veltroni dalla prima poltrona del Pd.
Ancora il 31 marzo 2008, in campagna elettorale, si metteva in guardia sul fatto che «il manifesto ideologico del Pd di Veltroni sta tutto nel Bersani-pensiero che colloca saldamente il partito sul versante del centrodestra». Veltroni e Bersani pari sono e pure di destra!
Il 5 maggio, divenuta la sinistra extraparlamentare, arriva invece il contrordine: Bersani e Veltroni sono diversi perché il primo è buono come D’Alema, l’altro è cattivo. Da qui il tifo allusivo della Palermi: «D’Alema e Bersani, pensateci voi».
Tifo che per bocca di Diliberto il 20 ottobre 2009, a cinque giorni dalla primarie per il segretario Pd, si fa decisamente esplicito per Bersani: «Spero che domenica prossima vinca Bersani. Perché Bersani ha promesso agli italiani e alla sinistra italiana di tornare a un sistema di alleanze». Il Pdci (ma anche buona parte del Prc) non riesce ad uscire dalla logica bipolare e siccome l’ansia di tornare sugli scranni di Montecitorio si fa sentire, ergo, tra le mille opzioni politiche possibile, meglio puntare puntare sul fiancheggiamento del Pd e della sua maggioranza dalemiana in particolare, così che almeno si venga recuperati all’interno del centrosinistra per riconoscenza.
Infatti il 26 ottobre il presidente Pdci Cuffaro si congratula «vivamente» con Bersani per la sua elezione battendo subito cassa «per la costruzione di un ampio fronte democratico».
Con queste premesse, il colloquio a quattro Diliberto-Ferrero-Salvi-Bersani del 30 ottobre non poteva concludersi che positivamente. In realtà non è successo nulla, ma tanto basta a Diliberto per parlare di «”clima diverso” rispetto ai precedenti leader del Pd e che “nonostante ci siano differenze programmatiche, abbiamo due terreni comuni su cui lavorare: la questione economica e sociale e la questione democratica”».

Di fondo c’è la credenza – non so quanto reale o strumentale – che Pd e comunisti condividano ancora lo stesso “popolo” del Pci scito diviso dalla Bolognina, come in un eterno 1991. Ecco perché Diliberto si rivolge a Bersani parlando delle rispettive basi come di un unico «nostro popolo».
Dopo il primo mese di segretaria Bersani, il 25 novembre Diliberto fa il punto su la Rinascita della sinistra. Il segretario Pdci si mostra cosciente del lato capitalista del nuovo leader democratico: «Bersani è un liberalizzatore, che da noi significa un privatizzatore», però «ha dato una risposta positiva rispetto al tema della autosufficienza del Partito Democratico». Sembra trapelare la sicurezza che grazie a Bersani ci sarà «una sorta di largo CLN, dove si incontrano tutti quelli che si oppongono alla deriva autoritaria e reazionaria che c’è in Italia» che permetterà ai comunisti di tornare in Parlamento, ma non al governo perché ci vuole ancora un «confronto programmatico».
Bersani è dunque il compagno della provvidenza mandato da D’Alema o quantomeno come tale andrebbe apprezzato e coccolato da tutta Federazione della Sinistra.
Ovviamente Bersani e il gruppo dirigente del Pd a tutto pensa meno che alla Fds ridotta al lumicino. In ballo c’è il tentativo di ricostruire sì il centrosinistra, ma da allargare a destra anche a scapito di sacrificare qualcosina alla sinistra.
Quando quindi il 23 aprile 2010, tre settimane dopo le regionali stravinte dalla destra, Bersani su l’Unità lancia l’idea di «un patto repubblicano per difendere gli assetti della democrazia nel solco della nostra Costituzione (…) a tutte le forze disponibili, anche oltre il centrosinistra», Diliberto preoccupato ma affettuoso chiede «Caro Bersani, che vuol dire ‘oltre il centrosinistra’?». Il dubbio di tutti è che il Pd punti a coinvolgere Fini, nonostante questo sia ancora interno al Pdl. Basterà una debole smentita di Bersani per far tornare il sereno: «Sono molto contento per la puntualizzazione di Bersani. Fini sta conducendo una battaglia rispettabile, ma non c’entra nulla con il centrosinistra».
Quattro giorni dopo questi fatti, Diliberto finisce persino per tessere su Facebook le lodi di uno scritto di Bersani per il suo presunto carattere progressista: «Oggi c’è una lettera splendida di Bersani ad una lettrice dell’Unità. Vi invito a leggerla. Scrive che occorre ripartire dalla battaglia delle idee e, prima tra tutte, dall’uguaglianza. E’ musica per le mie orecchie. Confesso che era parecchio che non sentivo un esponente del Pd affermare queste cose. Per la verità da molto tempo non li sentivo più nominare quella parola che i comunisti amano da sempre: uguaglianza». Sull’episodio rimando al mio post del 28 aprile scorso.
A dimostrazione di quanto fosse debile la smentita di Bersani del 23 aprile, il 29 D’Alema sul Corriere della Sera riprende le idee di Bersani su un patto repubblicano precisando che Fini «può essere un interlocutore».
Diliberto sbotta: «si torna ad un modo di ragionare stantio e perdente e, D’Alema me lo permetta, tutto politicista». Non si fa in tempo a dipingere Bersani come un grande progressista, che D’Alema apre a Fini. Ma la rottura come opsione politica è rifiutata, tanto che la critica dilibertiana è lanciata con un «D’Alema me lo permetta» che la dice lunga.
Stavolta le smentite o le retromarce non arrivano. Viceversa Diliberto concede su l’Unità del 3 maggio che se Casini ci sta, l’Udc può entrare nel futuro centrosinistra. «Dopodiché – precisa – dentro questa coalizione ampia bisogna ricostruire la sinistra, mantenendo ciascuno la propria specificità». Dunque né più né meno che la vecchia e fallimentare Unione con Casini al posto di Mastella. E pazienza se i rapporti di forza stavolta sarebbero nettamente a favore della destra della coalizione.
Il 12 maggio Aprile on line, storico sito della vecchia sinistra Ds, si dà un restyling e diventa PaneAcqua. Al suo interno si incontrano vendoliani e democratici veltroniani. Diliberto ne approfitta per irridere l’iniziativa («Che aspetta la sinistra a fare meno salotti e più sinistra?») sostenendo che l’operazione PaneAcqua è «contro il segretario di un partito, nel caso Bersani».

Il segretario del Pd non va dunque disturbato e se possibile stimolato, come se lui e solo lui può salvar il paese. Di questo è tenore è infatti la tiratina per la giacchetta fatta da Diliberto il 9 giugno che il 16 luglio, per bocca di Pignatiello, diventa ad un tempo plauso e incitamento: «Bersani ha ragione. (…) Attrezziamoci per le elezioni politiche anticipate: scendiamo in piazza uniti, parliamo alla gente, incontriamoci e decidiamo un programma».
L’effimera proposta di Bersani del 26 agosto di un Nuovo Ulivo non può quindi che attirarsi le lodi (anche un po’ nostalgiche) di Diliberto: «Personalmente apprezzo molto lo sforzo di sintesi e di unità di Bersani, avendo creduto fortemente nell’Ulivo, che è stato il momento più alto di unità nel centrosinistra e di consenso da parte degli elettori».
L’Ulivo 2.0 cade ben presto nel vuoto, tanto che ogni occasione, anche la più spiacevole, diventa buona per ribadire a Bersani la richiesta di un nuovo centrosinistra e di una stabile intesa fra Pd e Fds. Si veda a tal fine le dichiarazioni del 14 ottobre e soprattutto quelle che dall’8 novembre chiedono a Bersani di trasformare la manifestazione del Pd programmata per l’11 dicembre in una manifestazione di tutto il centrosinistra. Il 16 novembre in particolare viene ribadito il concetto di «nostro popolo» e la difficoltà ad «accettare la disinvoltura con la quale dirigenti stimati del Pd prefigurino un’alleanza con Fini», dove lo “stimato” non può essere centro Veltroni, ma D’Alema.
Alla fine l’11 dicembre il Pd farà la sua manifestazione senza dare alcuna risposta a Diliberto, il quale, cionostante, si presenta in piazza ufficialmente «per portare un saluto» che si trasforma in un caloroso abbraccio a Bersani.
Tutto ciò dovrebbe preludere al voto di sfiducia alla Camera del 14 che dovrebbe far cadere il governo Berlusconi. Non ci sarà nessuna caduta, né alcuna precipitazione verso elezioni anticipate. Bersani, fallito clamorosamente il colpo, il 15 incontra Veltroni e il 17 dalla colonne de la Repubblica abbandona la sinistra per corteggiare l’intero terzo polo.
Quello stesso giorno la Palermi tuona: «Non mi piace l’intervista di Bersani a ‘la Repubblica’. È solo tattica, fra l’altra messa in campo senza nessuna probabilità di risposte positive. Quando si pensa ad un accordo col Terzo Polo, bisogna avere il coraggio di dire che il Pd ha cambiato totalmente natura, e che non solo noi comunisti, ma anche Vendola e Di Pietro sono alleati scomodi che ci si tiene buoni solo perché portano un po’ di voti».
Nei giorni successivi Bersani non muta la linea politica che anzi viene approvata dal partito nei suoi massimi organismi dirigenti. Dal canto suo il terzo polo non sembra escludere nulla. Davanti a questo mutamento tutt’altro che imprevedibile, Diliberto imbarazzato il 9 gennaio 2011 ammette «di essere deluso da Bersani».

Non basta la categoria dell’opportunismo per spiegare come un comunista possa cambiare idea in pochi mesi su un partito e il suo gruppo dirigente. Bersani, e non da oggi, non è né un compagno né un uomo di sinistra. Può essere in certi temi vagamente progressista, ma resta il fatto che sia fodamentalmente il segretario di un partito centrista che cerca di fare al meglio il suo gioco per giungere al governo nella migliore posizione possibile. In quest’ottica gli alleati possono variare in funzione del momento politico, dando priorità a chi è ideologicamente più affine e popolare. La scelta democratica di agganciare il terzo polo è dunque molto logica, quanto quella di non considerare più di tanto le richieste di una Fds tanto piccola quanto potenzialmente foriera di troppi mal di pancia per la sua nota ideologia di fondo. Non conta dunque quanto Diliberto possa genuflettersi o coccolare Bersani. Questi farà, e non certo da solo, le sue scelte politiche in base alla pura convenienza politica ed elettorale, due campi non coincidenti dove la Fds ha ben poco da pretendere.
Vendola dal canto suo, che pure ha lo stesso problema di Diliberto, pur avendo scelto da tempo di collocarsi strategicamente dentro il centrosinistra (che non c’è) e pur potendo vantare un seguito a sinistra secondo al solo Pd, non ha scelto la strada del fiancheggiamento, ma al contrario quello della competizione. Vendola quando parla dice sì al centrosinistra tanto quanto Diliberto, ma non sceglie la posizione critica, modesta e burocratica di chi si accontenterebbe di concordare 2-3 punti di programma, preferendo quella di chi vuole creare un centrosinistra inedito e di fatto egemonizzato da delle non meglio precisate idee di sinistra delle quali lo stesso leader di Sel dovrebbe essere autore, garante ed esecutore.
Tuttavia tanto Vendola quanto Diliberto nei loro disegni sono destinati al fallimento. Il primo perché non ha nessuna garanzia che prossimamente si costituirà un centrosinistra, né con chi, ed eventualmente tutto lascia presagire che tale centrosinistra sia destinato a fallire come i precedenti per gli stessi identici motivi di classe. Unica consolazione per Sel sarebbe che ormai Vendola ha fidelizzato un discreto popolo che se anche venisse sconfitto su tutta la linea non ottenendo né la guida del centrosinistra, né l’alleanza col Pd, non lo abbandonerebbe per nessun motivo e gli darebbe energia sufficiente per portare Sel in parlamento.
Alla Fds andrebbe peggio perché avendo sprecato tempo a mostrarsi come il migliore amico del Pd, ha finito per regalare ampie fette di elettorato a un Vendola percepito come più radicale, riducendola a una forza politica che forse non sarebbe in grado di superare neppure la soglia di sbarramento di coalizione del 2%. Inoltre tanta accondiscendenza verso Bersani ha ovviamente annullato ogni suo potere contrattuale coi democratici, e i numeri non sono appunto tali da poter fargli pretendere alcunché. Sperare sulla riconoscenza di Bersani è impolitico, per cui alla fine ai comunisti non resterebbe che la cosa isolata e sterile o la richiesta di ospitalità in liste altrui , ma inquest’ultimo caso la Fds porrebbe una seria ipoteca sulla propria sopravvivenza autonoma.
Tanto Sel quando la Fds sono dunque velleitari dimostrando di essere incapaci di pensarsi politicamente terzi ad eventi politici che non sanno controllare o prevedere, rischiando di farsi cogliere impreparati come nel 2008. E nel caso della Fds anche deboli.

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2 thoughts on “Bersani compagno della provvidenza?

  1. Concordo pienamente! e ti ringrazio per la storiografia..Perchè non la mandi a Ferrero e a Liberazione? Come si può essere così masochisti da seguire l’opportunismo di Diliberto? Rifondazione deve essere più esplicita. Questi tatticismi ci portano all’estinzione!

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