A proposito della Fds e altre cose di oggi e di ieri

Ci siamo: nasce la Fds

Con la celebrazione del Congresso costituente della Federazione della Sinistra giunge al culmine un processo politico di 20 mesi che ricongiunge principalmente Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani in una forza politica di circa 70mila iscritti. Un percorso accidentato, ricco di battute di arresto e di ripartenze che poteva sfociare nella rottura di ogni forma di unità, come anche in una definitiva fusione che sanasse la scissione del 1998. Così, almeno per ora, non è stato. Può darsi che la Federazione sia la premessa di una fusione auspicata da tanti, me compreso, come però non è da escludere un’esplosione e il ripristino dell’automia di Prc e Pdci. Sono fenomeni politici noti alla storia, basterebbe ricordare la scissione, fusione e riscissione del Psdi dal Psi. Per ora, dunque, si resta a metà del guado tra la delusione cocente di avrebbe voluto almeno un congresso vero senza delegati quotizzati e con organismi dirigenti trasparenti, e l’incognita di cosa potranno mettere in moto nella galassia della sinistra le elezioni politiche del 2011 o 2012 e i congressi ordinari di Prc e Pdci.

I limiti della Fds

Ad ogni modo la creazione della Fds nasce per portare al superamento dei limiti e delle difficolà che avvolgono i partiti di Ferrero e Diliberto, ma così per ora non è e non potrebbe essere altrimenti. La Fds unisce due case deboli per farne una più robusta, ma se dentro i mobili sono sgangherati e le tubature gocciolanti c’è poco da stare allegri. Per motivi vari e vizi antichi oggi Prc e Pdci scontano il problema di farsi scoprire impreparati all’esterno davanti alla realtà italiana e all’interno davanti ad ampi settori di iscritti, per cui poi anche elettoralmente si viene politicamente emarginati e scavalcati con relativa facilità. Tali difficoltà sono talmente profondi ed evidenti che purtroppo una semplice Fds è la condizione necessaria, ma non sufficiente per risanarsi.

La madre di tutti tutti i problemi dei comunisti in Italia è certamente la confusione ideologica originata nel Prc da un’eccessiva parcellizzazione di opzioni politiche in eterna attesa di una sintesi, e nel Pdci da una forte carenza di elasticità mentale nell’applicazione del marxismo al giorno d’oggi. Entrambi hanno troato nella Fds un compromesso ideologico chiamato «socialismo del XXI secolo» ovvero «un’alternativa di sistema» che allude a Chavez, ma non chiaramente definita in modo concreto, rimanendo così un vago orizzonte esotico tutto da approfondire.

Gli autoinganni

Nella confusione ideologica è facile cadere in un sonno della ragione che, come diceva Goya, genera mostri. o più semplicemente degli errori politici mostruosi.

A tal riguardo giova ricordare uno dei tanti ammonimenti di Gramsci scritti in carcere:

«L’errore in cui si cade spesso nelle analisi storico-politiche consiste nel non saper trovare il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale. Si riesce così o ad esporre come immediatamente operanti cause che invece sono operanti mediatamente, o ad affermare che le cause immediate sono le sole cause efficienti: nell’un caso si ha l’eccesso di “economismo” o di dottrinarismo pedantesco, dall’altro l’eccesso di “ideologismo”, nell’un caso si sopravalutano le cause meccaniche: nell’altro si esalta l’elemento volontaristico e individuale. (La distinzione tra “movimenti” e fatti organici e movimenti e fatti di “congiuntura” o occasionali deve essere applicata a tutti i tipi di situazione non solo a quelle in cui si verifica uno svolgimento regressivo o di crisi acuta ma a quelle in cui si verifica uno svolgimento progressivo o di prosperità e a quelle in cui si verifica una stagnazione delle forze produttive). Il nesso dialettico tra i due ordini di movimento e quindi di ricerca difficilmente viene stabilito esattamente e se l’errore è grave nella storiografia, ancor più grave diventa nell’arte politica quando si tratta non di ricostruire la storia passata ma di costruire quella presente e avvenire: i proprii desideri e le proprie passioni deteriori e immediate sono la causa dell’errore in quanto essi sostituiscono l’analisi obbiettiva e imparziale e ciò avviene non come “mezzo” consapevole per stimolare all’azione ma come autoinganno. La biscia, anche in questo caso, morde il ciarlatano ossia il demagogo è la prima vittima della sua demagogia».

Le attuali analisi politiche della Fds hanno saputo «trovare il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale»? Hanno saputo evitare che «i proprii desideri e le proprie passioni deteriori e immediate» li inducessero in errore? Insomma, la Fds corre il rischio di autoingannarsi? Il tempo ci darà le giuste risposte. Nel frattempo si puà provare ad abbozzare delle risposte.

Gli autoinganni dei giorni nostri: il berlusconismo

Sono due gli autoinganni principali in cui rischia di incorrere la Fds e sono figli di una serie di equivoci stratificatosi nel tempo su concetti come “berlusconismo” e “democrazia”, entrambi correlati.

Com’è giusto e ovvio i comunisti sono parte di quell’ampio movimento che chiamiamo antiberlusconiano da cui discende quel fenomeno curioso chiamato antiberlusconismo. In sostanza si tratta di dire ora a sproposito ora in modo pertinente, che Berlusconi è l’origine di tutti i mali, il novello Mussolini pronto a istaurare un nuovo regime fascista. Berlusconi è così agitato come lo spauracchio supremo, l’anticristo contro il quale qualunque tipo di opposizione e ben accetta e qualunque antiberlusconiano è comunque un buon amico. È una logica, si badi, comune a tutti gli antiberlusconiani nella quale i comunisti col tempo non hanno fatto eccezione. Così in nome di un antiberlusconismo astratto si sono via via costruiti schieramenti di centrosinistra eterogenei guidati da progressisti convintisi di poter dimostrare di poter rappresentare i bisogni borghesi meglio di un qualunque berlusconiano tenendo buono con sé anche il movimento operaio. Così si è appoggiato il governo Dini, la cui agenda politica fu proseguita da Prodi e Ciampi e rilanciata da Prodi e Padoa-Schioppa. I comunisti col tempo si son persuasi, pezzo dopo pezzo, che assecondare il centrosinistra in nome dell’antiberlusconismo fosse la cosa più giusta. Così i comunisti hanno votato la guerra, accettato i sacrifici economici, i tagli alle pensioni, i Cpt e la precarietà lavorativa, l'”innovazione” del pacchetto Treu. Così Berlusconi quantunque provvisoriamente rimaneva all’opposizione, i lavoratori regredivano e, consci di ciò, maturavano una progressiva disaffezione prima dalla sinistra moderata, poi da quella radicale e infine dalla politica tutta.

Nonostante gli sforzi della sinistra borghese di far da lacché alla borghesia e nonostante Berlusconi non sia mai stato amato dai poteri forti, il Cavaliere di Arcore ha fatto e fa il presidente del Consiglio da quasi 10 anni introducendo delle modificazioni evidenti nella vita del paese. Modificazioni enormi e pericolose senza mai modificare, nonostante la tentazione, la Costituzione antifascista del 1948. Berlusconi e i suoi alleati in quasi 17 anni di politica non sono mai riusciti a istaurare un regime fascista, limitandosi ad assecondare una pulsione molto più vecchia di certi settori minoritari, quelli che sognano da sempre una repubblica autoritaria che sostituisca al compromesso democratico del ’48 un nuovo modello, più americano e quindi presidenzialista. La strada fu aperta Mario Segni, il ritorno del maggioritario e l’elezione diretta di sindaci e presidenti degli enti locali, ma già Craxi e il Caf tentarono negli anni Ottanta di realizzare ciò con la cosidetta “Grande riforma” (con tanto di strizzatine d’occhio al Msi). Il disegno è riuscito a metà e non riesce tuttora. Berlusconi non è il duce e in Italia non c’è il fascismo. Non rimaneva quindi che, operando all’interno della Costituzione, disarticolare e rimuovere tutta una serie di diritti e libertà ottenuti dai cittadini e dai lavoratori dal dopoguerra fino al 1980. E ci stanno riuscendo anche grazie a certi settori progressisti, non importa se in buona o cattiva fede.

L’antiberlusconismo pertanto da un lato riduce l’autoritarismo di certa borghesia al “caratteraccio” di un singolo politico vicino alla P2 come a Craxi e ai loro disegni. Dall’altro enfatizza il potere dello stesso singolo a onnipotenza, perdendo di vista, per riprendere Gramsci, «il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale».

Gli autoinganni dei giorni nostri: la democrazia

In sostanza l’assunto classico per cui “Berlusconi mette a repentaglio la democrazia” è una verità relativa finché non si chiarisce cosa sia la democrazia, parola dalle mille e una definizioni. Oliver Stone in Wall Street (1987) fa dire al duro capitalista made in Usa, Gekko: «Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato e tu ne fai parte». Il capitale, cioè, ammette davanti al piccolo cittadino che è lui che muove tutto e non viceversa. La democrazia è il regime della libertà, soprattutto di quella dei padroni. Il resto è retorica, fumo, “ideologia” per dirla con Marx.

È dunque un pesante autoinganno equiparare la democrazia alla libertà e viceversa, e pensare che l’attuale libertà costituzionale sia sufficiente a renderci tutti liberi davvero. I comunisti nascono con ambizioni superiori e ovunque dovrebbero lottare per una democrazia socialista.

Pensare quindi di salvare la democrazia eliminando Berlusconi è un duplice autoinganno, perché da un lato si sopravvaluta questa democrazia e dall’altro si sopravvaluta Berlusconi il quale, in quanto essere umano, è comunque destinato a passare. In più così si dimentica che dopo Berlusconi può facilmente arrivare di peggio se non si agisce a dovere a monte

Cosa facevano i comunisti di Gramsci nel 1926

Prendiamo per buono l’assunto che con Berlusconi siamo sull’orlo del regime fascista. Se così fosse non sarebbe ovviamente la prima volta, essendo già successo negli anni Venti del Novecento. I fatti sono noti: 1922, marcia su Roma e Mussolini diventa presidente del Consiglio; 1924, alle elezioni il Pnf ottiene una maggioranza del 66%; 1926, viene dichiarata illegale l’opposizione antifascista.

Gramsci con buona parte del gruppo dirigente fascista viene arrestato ai primi di novembre del 1926. Soltanto un mese prima il Pcd’I si era riunito per fare il punto della situazione. Le altre opposizioni stavano discutendo di unificarsi nella cosiddetta “concentrazione repubblicana”. I comunisti rifiutarono l’invito ad aderirvi e anzi invitarono i compagni a mettere in guardia i lavoratori dalle «utopie» della concentrazioni.

Questa l’analisi che approvarono (il neretto è mio), basandosi sulle tesi di Lione di Gramsci e che lo stesso segretario sardo difese su l’Unità fino a quando non l’arrestarono:

«La concentrazione repubblicana avrebbe la stessa funizione che ha avuto l’Aventino nel 1924-25; rappresenterebbe la resurrezione dell’Aventino nella veste adatta alla situazione attuale. Il suo carattere più radicale, fino ad assumere atteggiamenti pseudo-rivoluzionari con la pregiudiziale repubblicana, è in rapporto alla radicalizzazione generale della situazione ed alla crisi che mina le fondamenta dello Stato borghese. Il problema politico fondamentale non muta. Si tratta della posizione e della funzione delle varie classi nella lotta contro la reazione. La piccola borghesia, come classe, non può assolvere alla funzione di direzione al cui seguito si trascini la classe operaia. La storia di questi anni ha dato ripetute conferme di questa verità. Il clamoroso fallimento dell’Aventino ne è la migliore riprova. Il Partito comunista riafferma oggi, di fronte alla conccntrazione repubblicana in formazione, come ha affermato ieri di fronte all’Aventino, che solo sotto la direzione della classe operaia, sostenuta ed appoggiata dai contadini, le masse lavorataci, di tutti i ceti e di tutte le classi, potranno essere liberate dalla oppressione fascista.

Su questo concetto fondamentale si imposta tutto il programma politico del Partito comunista. Ad esso deve informarsi tutta la propaganda e l’agitazione contro le illusioni che possono accompagnare un eventuale movimento antifascista democratico-repubblicano.

In realtà la tendenza alla concentrazione repubblicana non è ancor giunta alla formulazione di un programma politico concreto, non ha neanche inizialo una attività d’organizzazione. Essa trovasi tuttora nella fase di maturazione ideologica: è su questo terreno che deve essere immediatamente affrontata combattendo tutte le illusioni e tutti gli errori ad essa connessi, poiché non mancano nella situazione generale gli elementi di una sua transitoria affermazione e vitalità. La media e piccola borghesia urbana e rurale, le masse contadine, gli strati proletari arretrati possono essere portati a considerare la concentrazione repubblicana come la via d’uscita dalla situazione attuale, il mezzo capace di realizzare le loro aspirazioni e rivendicazioni particolari e di classe; la forza politica che può rappresentare un intero periodo storico, di progresso e di sviluppo della società.

Bisogna combattere in tempo queste utopie.

La democrazia repubblicana non è oggi una forza politica che possa rappresentare un «periodo storico», un «progresso», ecc., perché essa non esprime una necessità di sviluppo delle forze economiche fondamentali; perché essa non è il mezzo adeguato e capace di distruggere e superare gli ostacoli che soffocano ed impediscono tale sviluppo. Questi ostacoli sono i rapporti capitalistici di proprietà; I’organizzazione politica e giuridica delio Stato borghese che la democrazia repubblicana si guarderebbe bene dal distruggere. I residui quasi feudali, i vecchiumi che la borghesia italiana non ha saputo e voluto distruggere nella fase del suo sviluppo storico (monarchia, religione di Stato, o quasi, privilegi del clero, latifondo, ecc.) ed il cui superamento assorbe tutto il programma della democrazia repubblicana, hanno oggi valore secondario di fronte alla insuperabile barriera che la proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio, cioè il capitalismo, oppone ad ogni progresso e ad ogni sviluppo della società umana.

Oggi, solo la rivoluzione proletaria e l’organizzazione socialista dell’economia, può creare le possibilità di un ulteriore sviluppo delle forze economiche e perciò può rappresentare un nuovo periodo storico, aprire una nuova fase di progresso. La esistenza dei vecchiumi semifeudali non giustifica storicamente una nova fase democratico-repubblicana; significa solo che la loro distruzione diviene il compito della rivoluzione proletaria nella sua marcia verso il socialismo.

Questi punti entrano nel programma di transizione del proletariato al potere. Il programma della concentrazione repubblicana nella sua parte reale e positiva è assorbito nel programma politico del proletariato rivoluzionario e si realizza immediatamente con il suo avvento al potere.

È compito dell’avanguardia rivoluzionaria del proletariato agir contro tutti gli elementi che possono rendere possibile il sorgere e lo svilupparsi, sia pure transitorio, della concentrazione repubblicana, puntanto su quei ceti e classi fra le quali più facile è la diffusione delle illusioni democratico-repubblicane e che potrebbero costituire la base sociale di un tal movimento, la cui sola funzione positiva, anche inconsapevole, potrebbe essere quella di servire quale diversivo alle classi dominanti per deviare l’attenzione delle masse proletarie dai fini essenziali e concreti della loro lotta ed allontanare dal loro capo la tempesta rivoluzionaria. Alla democrazia repubblicana si deve opporre il programma già proposto dal Partito comunista fino dal maggio 1925 ai Partiti massimalista, riformista e repubblicano quale comune base di azione per la mobilitazione e la concentratone di tutte le forze antifasciste per una lotta a fondo contro il fascismo. Esso si riassume nelle seguenti parole d’ordine:

1) Assemblea repubblicana sulla base dei Comitati operai e contadini;

2) Controllo operaio nell’industria;

3) La terra ai contadini.

Il Partito comunista attende ancora risposta dai Partiti ai quali tale proposta fu diretta.

Fuori di questo terreno non c’è che illusione ed inganno. È vano parlar di repubblica senza dire se si tratta della repubblica operaia e contadina nella quale è soppresso il potere politico ed economico della borghesia fascista oppure della repubblica borghese nella quale i lavoratori continuerebbero a rimanere sotto il giogo della plutocrazia e degli agrari oggi dominanti; è un inganno parlar di democrazia senza dire se si tratta della democrazia operaia nella quale il potere e nelle mani del proletariato e ogni residuo di fascismo e possibilità di sua resurrezione sono radicalmente eliminati, ovvero se in essa rimane il dominio di classe degli agrari, degli industriali e dei banchieri che hanno generato il fascismo e per opera dei quali esso può sempre risorgere; è illusorio parlar di libertà senza dire se si tratta della libertà degli sfruttati di combattere ed eliminare i loro sfruttatori oppure della libertà degli sfruttatori di affamare i lavoratori.

La diffusione di tali illusioni in seno alle masse lavoratrici e nettamente antiproletaria ed è tanto più dannosa quanto più si ammanta di fraseologia proletaria. Questo compito assolve il Quarto Stato, cioè la frazione di destra de! Partito massimalista, che rappresenta la via aperta alla influenza piccolo-borghese della democrazia repubblicana nel proletariato. La Direzione del P.S.I. lasciando a questa tendenza diritto di cittadinanza e libertà di azione nelle sue file, opponendosi contemporaneamente al fronte unico proletario, combattendo e sabotando i Comitati di unità proletaria, ecc., dimostra con i fatti di non essere sostanzialmente diversa da essa, anche se la sua verbosità rivoluzionaria vorrebbe far apparire il contrario.

Il Partito comunista, continuando con ogni sua energia la sua azione contro il fascismo, cioè contro il blocco fascista industriale-agrario, per la ricostruzione dei Sindacati di classe, per la mobilitazione e la organizzazione di tutte le forze lavoratrici contro di esso, per la realizzazione del fronte unico e la loro unità d’azione, combatterà con non minore energia tutte le illusioni piccolo borghesi e gli inganni che si cercheranno di diffondere fra le masse Iavoratrici.

I comunisti devono svolgere fra le masse la critica di tutte le illusioni e di tutti gli errori sui quali si basa la concentrazione repubblicana, rilevandone la funzione negativa nella lotta contro il fascismo e il carattere antiproletario e fondamentalmente controrivoluzionario del programma».

Cosa fanno i comunisti di Ferrero e Diliberto

Citazione lunga, ma utile per capire un certo modo di fare. Se davvero questo 2010 sta al 1926 come Berlusconi sta a Mussolini e la Fds al Pcd’I, l’allora concentrazione repubblicana è l’equivalente di una coalizione antiberlusconiana dominata dal Pd. Ieri come oggi operazioni come quelle del Pd con le sue coalizioni di centrosinistra nei fatti diffondono utopie perché dicono che col loro avvento al potere e la liquidazione di Berlusconi i lavoratori avranno sconfitto il fascismo, cioè il berlusconismo e vivrano liberi in una libera democrazia. Tutto ciò, appunto, è illusorio.

Si potrebbe obiettare che questa non sarebba una cosa di buon senso, che data la situazione sarebbe meglio comunque dire sì al centrosinistra e magari lottare dopo in Parlamento (posto che ci si arrivi) per spostarlo a sinistra. Già, sembra una cosa di buon senso dire no alla borghesia reazionaria di Pdl e Lega e dire sì alla grande e piccola borghesia del centrosinistra. Ma la storia non si fa con un certo “buon senso”. Tale fu l’ultima lezione di Pasolini poche ore prima di essere ucciso:

«Il rifiuto è sempre stato un fatto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, non di buon senso. Eichman, caro mio, aveva una gran quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno, alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e l’acqua per i deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina».

Per Pasolini storicamente se si vuole inceppare la macchina «il rifiuto per funzionare deve essere grande» e così dicendo sembra dar ragione a quanto facevano i comunisti nel 1926. Oggi anche dentro la Fds prevale invece l’idea che si possa arrivare all’alternativa di sistema con rifiuti parziali. Nel 2006 ci si cullò addirittura di poter cambiare l’Italia grazie ai buoni rapporti di forza parlamentare. Illusioni pagate a caro prezzo.

Qualcosa nel modo di fare e pensare è dunque cambiato. Se ne è accorto pure Valentino Parlato lo scorso 7 novembre: «Il problema è che Vendola, come Diliberto o Ferrero, attacca Berlusconi con formule berlusconiane. Mentre il governatore della Banca d’Italia avverte che il Paese sta morendo di precariato, noi ci occupiamo di Ruby». È dunque successo di peggio negli ultimi 15 anni?

In effetti Parlato usando l’espressione «formule berlusconiane» colpisce nel segno. Vendola per le sue ambizioni dall’ego smisurato, punta in primo luogo sulla formula berlusconiana del leader inteso come Uomo della provvidenza. In secondo luogo sul partito unico del centrosinistra (Lavoro e Libertà) come Berlusconi col Pdl. I segretari della Fds e del centrosinistra in genere, invece, attaccano la destra con le formule berlusconiane del battibecco mediatico, del gioco di ruolo fascisti vs. comunisti, dell’urlo confuso ma teoricamente ad effetto, del conformismo all’agenda mediatica del momento.

Una volta non eravamo così, eravamo “diversi”: parole posate, radicali, spesso controcorrente. Fatti netti, popolari, ma non per forza eclatanti. Così la sinistra davanti al berlusconismo, piano piano, è diventata omeopatica.

Quale tattica e quale strategia per i comunisti d’Italia del XXI secolo?

Sempre secondo il Gramsci dei Quaderni, «la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come “dominio” e come “direzione intellettuale e morale”. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a “liquidare” o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati». E citava l’esempio dell’ottocentesco Partito d’Azione, il quale «non si appoggiava specificamente a nessuna classe storica e le oscillazioni subite dai suoi organi dirigenti in ultima analisi si componevano secondo gli interessi dei moderati». Gramsci osservava poi come «l’assorbimento delle élites dei gruppi nemici porta alla decapitazione di questi e al loro annichilimento per un periodo spesso molto lungo». Che è quello che ha fatto il Pds-Ds-Pd dalemiano nei confronti del Prc dai Comunisti Unitari (1995) ai giorni nostri.

Oggi i comunisti della Fds rischiano di far la fine del vecchio Partito d’Azione nel momento in cui non rafforzano ed esplicitano quotidianamente il loro legame con la classe dei lavoratori offrendogli in concreto l’obiettivo del socialismo globale del XXI secolo. Autoingannarsi puntando sul meno peggio, alla sopravvivenza più o meno istituzionale, alla miglior performance possibile secondo le regole del gioco imposte in parte da Berlusconi e in parte dal Pd vorrebbe dire farsi dirigere inconsapevolmente dal segretario nazionale fino all’ultimo iscritto da forze moderate, ieri a sostegno del Re oggi al sostegno degli ultimi interessi capitalistici nazionali. Il rischio concreto è di pretendere di rappresentare «l’Italia che non si piega» senza avere la schiena dritta.

Occorre dimenticarsi di avere l’1, il 2 o persino il 5%, perché altrimenti si agirà nella lotta politica con pensieri minoritari autorelegandoci ad un eterno minoritarismo. Si è quello che si pensa di essere. Vendola non si cura troppo delle sue reali magre forze, ma apparentemente accampa pretese vigorose.

Sempre Gramsci prosegue:

«Perché il Partito d’Azione fosse diventato una forza autonoma e, in ultima analisi, fosse riuscito per lo meno a imprimere al moto del Risorgimento un carattere piú marcatamente popolare e democratico (piú in là non poteva forse giungere date le premesse fondamentali del moto stesso), avrebbe dovuto contrapporre all’attività “empirica” dei moderati (che era empirica solo per modo di dire poiché corrispondeva perfettamente al fine) un programma organico di governo che riflettesse le rivendicazioni essenziali delle masse popolari, in primo luogo dei contadini: all’”attrazione spontanea” esercitata dai moderati avrebbe dovuto contrapporre una resistenza e una controffensiva “organizzata” secondo un piano. (…) Invece il Partito d’Azione mancò addirittura di un programma concreto di governo. Esso, in sostanza, fu sempre, piú che altro, un organismo di agitazione e propaganda al servizio dei moderati. I dissidi e i conflitti interni del Partito d’Azione, gli odî tremendi che Mazzini suscitò contro la sua persona e la sua attività da parte dei piú gagliardi uomini d’azione (Garibaldi, Felice Orsini, ecc.) furono determinati dalla mancanza di una ferma direzione politica. Le polemiche interne furono in gran parte tanto astratte quanto lo era la predicazione del Mazzini (…). Il Partito d’Azione era imbevuto della tradizione retorica della letteratura italiana: confondeva l’unità culturale esistente nella penisola – limitata però a uno strato molto sottile della popolazione e inquinata dal cosmopolitismo vaticano – con l’unità politica e territoriale delle grandi masse popolari che erano estranee a quella tradizione culturale e se ne infischiavano dato che ne conoscessero l’esistenza stessa».

La Fds decollerà come forte movimento di popolo solo quando, risolti i nodi ideologici, si proporrà come la forza delle pretese dei lavoratori che rifiutano totalmente il sistema attuale secondo un rigoroso programma innovativo che ecciti le passioni e stilato come se avesse già il potere tutto per sé. Quindi iniziare a battagliare con precisi “chiodi fissi”, perché come diceva Pasolini «so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa».

In definitiva occorre scatenare l’inferno per ottenere il paradiso!

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