Diliberto paraculo disinvolto

Modesta analisi dell’intervista rilasciata da Diliberto al manifesto dell’8 ottobre scorso:

L’esordio sembra quello tipico di chi vuol ostentare divisioni che quasi sicuramente non ci sono. 22mila iscritti? Dai bilanci approvati si dedurrebbe che il Pdci ha 3.500 tesserati, a esser generosi. Nel 2007 erano 28.926, nel 2006 43.127. La struttura sarà nazionale, ma dopo il 2008 è più a macchia di leopardo di prima, complici scissioni, defezioni ed espulsioni varie. Quanto meno va dato atto al Prc di aver sempre pubblicato i dati del proprio tesseramento anche in corso d’opera, provincia per procincia.

Quanto alla forza elettorale del Pdci, se fosse vero che «quando ci siamo presentati da soli abbiamo preso il 3%», allora ne dovremmo dedurre che il Pdci al suo minimo storico organizzativo è giunto paradossalmente all’apice del successo elettorale e che allora è da stupidi presentarsi federati col Prc, non tanto per il tornaconto del Pdci, quanto perché evidentemente Prc e Pdci separati prenderebbero il doppio dei voti della Fds! Dunque delle due l’una: o quanto dice Diliberto è tutto vero, e allora la stupidità matematica abbonda fra i dirigenti comunisti, oppure è tutto o quasi falso e allora siamo davanti a un bluff simile a quello di certi playboy che ostentano virilità imbottendosi la patta dei pantaloni col cotone.

Sulla Fds dice che se resta limitata a Prc e Pdci è «una finzione», dunque urge allargarla, per esempio a Sel. Al tempo stesso però occorre «ricostruire il partito comunista». Io ho l’impressione che l’uno escluda l’altro e Diliberto lo sa. Se Sel infatti entrasse nella Fds, quest’ultima non sarebbe più una finzione, ma ridurrebbe l’obiettivo di «ricostruire il partito comunista» nella migliore delle ipotesi alla costruzione di quella tendenza culturale di cui parlava Bertinotti per la Sinistra/l’Arcobaleno, essendo evidente che in una Fds allargata a Sel prevarrebbero gli elementi anticomunisti. Se invece il vero obiettivo fosse solo quello «ricostruire il partito comunista», vorrebbe dire che Diliberto sta già mettendo le mani avanti per far fuoriuscire il Pdci da una Fds liquidata a finzione, e contestualmente proclamare il proprio partito la casa comune dei comunisti d’Italia. Se prevalesse questa seconda ipotesi, ciò avverrebbe solo dopo il ritorno in Parlamento e nei fatti si limiterebbe ad allargare il Pdci al gruppo de l’Ernesto. In conclusione l’impressione è che per ora Diliberto dica le parole d’ordine che vogliono sentirsi dire i destri (allargamento a Sel!) e i sinistri (ricostruzione del Pc!) che lo circondano, senza troppo preoccuparsi di contraddirsi e aspettando il giorno in cui potrà tornare a essere un segretario di partito indipendente, senza federati fra le scatole. (Ma poi – mi chiedo – se già Diliberto era insofferente per i rizziani, come conviverà con i comunisti vicini a Giannini? E l’intransigente Giannini che farà quando il Pdci affronterà opportunisticamente la vita politica quotidiana?).

La proposta di bicicletta al Senato fra Fds e Sel altro non è che la riproposizione del cartello Insieme con l’Unione che vedeva affiancati i simboli di Pdci, Verdi e Consumatori Uniti, nella speranza di superare lo sbarramento del 4% previsto per i coalizzati. Però stavolta un’eventuale bicicletta di questo tipo permetterebbe alla Fds di aver la certezza di esser coalizzato del Pd, grazie all’ombrello di Sel. È noto infatti che su Sel alleato del Pd nessuno fra i democratici pone veti, mentre sulla Fds sì e dunque al momento l’alleanza salvaseggi a cui aspira la Fds è tutt’altro che scontata, specie per la sua irrilevanza numerica. Non a caso anche nel Prc è presente l’ansia di recuperare un buon rapporto con Sel, nonostante questa nella sua azione quotidiana ignori i comunisti o li demonizzi. Si aggiunga poi che Sel tutto avrebbe da guadagnare a non avere la Fds nella coalizione di centrosinistra. Ad ogni modo per Diliberto in una bicicletta siffatta l’importante è che «risulti chiaro che non stiamo unificando niente ma che facciamo un passo nella direzione dell’unità», così accontentiamo i destri che vogliono unirsi a Sel e i sinistri che non vogliono proprio unificare nulla col partito di Vendola e Fava.

Quanto al governo, l’ex ministro della giustizia di D’Alema commossosi per la morte di Cossiga, si «rammarica» di non poter entrare nel Nuovo Ulivo, ma si sacrifica perché altrimenti «se provassimo un accordo organico faremmo del male al Pd e a noi». Certo: perché in campagna elettorale il Pd sarebbe accusato di voler rifare un governo comunista o stile Unione e giunti al governo il Pdci o la Fds rischierebbero di dover tornare a lottare quotidianamente per ottenere risultati per i lavoratoriche puntualmente non arriverebbero con conseguente tracollo elettorale assicurato. I lavoratori non sono stupidi e anche la loro pazienza ha un limite. Ma c’è qualcosa che stona nelle parole di Diliberto: perché i comunisti dovrebbero preoccuparsi di non fare male al Pd? Forse perché finché il Pd per pietà non farà tornare i comunisti in Parlamento è vietato dir male e far male al Pd? Non a caso appena Diliberto torna ad accusare il Pd di fiancheggiare troppo Marchionne, subito dopo si morde la lingua aggiungendo frettolosamente che però deve «riconoscere che Bersani sta correggendo la rotta e parla di centralità del lavoro». Ma sì, in fondo i democratici sono solo dei compagni che sbagliano….

Se dunque i democratici non sono dei nemici di classe collocati al centro, ma una forza di sinistra grazie alla guida del compagno Bersani, allora non stupisce che Diliberto col Pd non si accontenterebbe di un’alleanza tecnica su difesa della Costituzione, legalità e informazione, ma ci aggiungerebbe un patto di legislatura (per non dire di appoggio esterno al governo) su lotta al precariato, scuola pubblica ed equità fiscale. Perché in fondo, dice Diliberto, «sono cose che anche il Pd può accettare». Innanzitutto si potrebbe osservare che non sono “cose”, ma slogan e con gli slogan non fai accordi. Che vuol dire per i comunisti lottar contro la precarietà? Che vuol dire scuola pubblica ed equità fiscale? Servono proposte concrete, meccanisti legislativi chiari su cui aprire un confronto col Pd, altrimenti è solo fumo sul quale il Pd ha libertà di manovra e chissenefrega di quel che volevano i comunisti. È quello che è successo con l’Unione e certo allora la sinistra aveva numeri per contrattare in posizione di forza maggiore e in una coalizione dove i Ds erano al 16%. Pertanto Diliberto è non solo un inguaribile opportunista, ma pure velleitario.

Ma Diliberto non è stupido. Un accordo anche fintissimo e infantile gli serve e come per giustificare la sua futura genuflessione al governo Bersani (chiamiamolo così). Infatti «la logica di questo accordo» porterebbe a quella “lealtà complessiva” che permetterebbe al Pd di avere un appoggio esterno sicuro e al Pdci di poltrire in Parlamento per vivere più a lungo possibile dei benefici derivati dallo stare in Parlamento. Dire quindi che si vorrebbe fare «un po’ come la Lega con il federalismo rispetto al governo Berlusconi» è assolutamente falso, perché Bossi non avrebbe mai paura a staccare la spina al governo che appoggia e soprattutto sa che la cultura leghista è egemone nel centrodestra, il che rende facile ottenere qualcunque cosa.

A questo punto seguono un po’ di insulti a Veltroni tipici di chi serba rancore (non avrebbe più senso usare lo stesso livore con tutto il Pd?) e un sogno: andare alle elezioni con tre poli («Berlusconi con la Lega e Storace, Fini con Casini e Rutelli e Bersani con Di Pietro e la sinistra»). Un sogno ridicolo, perché permetterebbe a Berlusconi di vincere le elezioni. Infatti Pdl+Lega+Destra sarebbe sul 43-44%, Fli+Udc+Api 10%, e Pd+Idv+Psi+Sel+Verdi+Fds 41%. Ma forse a Diliberto non gliene frega nulla di vincere le elezioni, gli basta tornare in Parlamento e in Tv. Diliberto fin dal 2008 con uan lettera a La Stampa non ha mai fatto mistero di soffrire tantissimo per l’assenza da Tv e grandi quotidiani. Del resto Diliberto come molti della sua generazione non capirà mai che la politica di successo si può fare anche senza che Tv e giornali parlino del tuo partito, perché i canali alternativi esistono e le prove che funzionino pure.

Quanto alle primarie il decennale segretario del Pdci afferma di volere evitare «di indicare preferenze perché rischierei di danneggiare il prescelto», ma subito dopo aggiunge che «ho già proposto alla Federazione di sostenere Vendola alle primarie» e che «in questo caso posso dirlo senza danneggiarlo perché è già percepito come il candidato più a sinistra». Vuoi vedere che il sogno di Diliberto è sostenere Bersani alle primarie? Niente di più ovvio per una politica paracula come quella di Diliberto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...