«Il diritto di uccidere, nella nostra Costituzione non è scritto»

Sono passati ben 50 anni da quel luglio caldissimo che vide i reazionari italiani forzare la mano per far tornare il fascismo italiano. Le forze di progresso vinsero, ma per strada caddero degli innocenti e inermi cittadini, colpevoli solo di esercitare in piazza il loro diritto di opposizione al governo democristiano appoggiato dai missini.

Quello che segue è il discorso di Togliatti, segretario generale e capogruppo alla Camera del Pci, svolto in Aula contro il governo Tambroni dove ampio spazio è dedicato alle zone d’ombra del boom economico che nel 1960 era al suo apice, essendo quello l’anno del sorpasso dei lavoratori dell’industria su quelli dell’agricoltura.

Discorso di Palmiro Togliatti alla Camera dei Deputati, 12/7/1960

Dunque, signor Presidente, dunque, onorevoli colleghi, eccolo, il partito responsabile di tutto ciò che è capitato, il partito comunista, il partito che ha voluto saggiare le capacità di resistenza dello Stato, che ha tentato l’assalto allo Stato, che ha organizzato la sedizione, che ha dato «direttive e suggestioni per sospingere e ingannare» le masse ignare, che ha scagliato all’assalto i suoi attivisti, che ha tentato di sostituire la piazza al Parlamento! Eccolo, il partito che ha fatto tutto questo! Inutile negarlo! Lo dice il dipartimento di Stato americano, organo che, come sapete, non è incline a intervenire nelle faccende interne degli altri paesi, soprattutto del nostro. Lo ripete tutta la stampa della destra europea, Ia stampa del partito democristiano, la stampa governativa, la stampa gialla del nostro paese.
Manca un elemento, onorevole Tambroni: non ho ancora sentito parlare del «piano K» , non ho ancora sentito citare le riunioni segrete, le circolari clandestine. Voglio dire che attendo con una certa curiosità il suo intervento, onorevole Tambroni, perché penso che questo probabilmente sarà uno dei pezzi forti di esso. In ogni circostanza, anche drammatica, purtroppo, vi sono dei buffoni che fanno gli sberleffi. Il «piano K» e le sue rivelazioni saranno questa buffonata.
Ma già abbiamo sentito dire che tutto ciò che è avvenuto corrisponde a un piano internazionale, che è stato elaborato e viene attuato per minare il prestigio, in realtà oggi non molto elevato, degli Stati Uniti d’America, per sabotare la N.A.T.O., per preparare il trionfo del bolscevismo nel mondo intiero, dall’isola di Cuba al continente africano, dall’Asia all’Europa occidentale.
Tutto questo proviene da un punto preciso, da una tastiera dietro la quale siede l’uomo terribile, siede il signor, anzi, permettetemi di dire il compagno Kruscev. Tocca un tasto e Sygman Rhee, campione della democrazia nell’estremo oriente, è buttato nella spazzatura; un altro tasto e Menderes baluardo della libertà in Turchia, va a finire in prigione; un tasto ancora e il popolo giapponese insorge unanime contro il trattato che asservisce il suo paese all’imperialismo americano; un tasto, infine, ed ecco che in Italia il popolo si leva e si mobilita in massa contro il fascismo. Ed io, purtroppo, con la mia modesta persona, nei giorni in cui avvenivano i fatti di Genova, non posso negare di essermi trovato non dico vicino a quella tastiera, ma per lo meno in quel paese, vagando tra le grandi capitali di Mosca, Leningrado e Kiev, come tutti sanno.
Siamo dunque noi che abbiamo fatto tutto. Noi che a Genova abbiamo tentato di gettare la polizia in armi contro una manifestazione alla quale partecipavano i rappresentanti di tutta la Resistenza italiana, il fior fiore del mondo politico democratico italiano. Noi che a Roma abbiamo vietato, senza avvertire in tempo, un comizio , che abbiamo detto al prefetto di Roma di rifiutare di prender contatto con gli organizzatori di quel comizio per vedere come si poteva sistemare la cosa. Noi che abbiamo buttato uno squadrone di cavalleria con gli scudisci levati contro un centinaio o poco più di senatori e deputati che andavano a deporre una corona alla lapide in memori a dei caduti di porta san Paolo. Siamo noi che a Reggio Emilia, contro una folla convocata a un comizio legalmente autorizzato e che unicamente faceva ressa attorno a l teatro per poter prendere posto e ascoltar e i discorsi che si stavano per pronunciare, abbiamo dato ordine di disperderla, facend o fuoco senza preavviso alcuno. Noi che a Reggio Emilia abbiamo lanciato quei sassi contro la polizia di cui non si trova nessun a traccia nelle fotografie delle piazze e dell e strade in cui aveva luogo quel conflitt o sanguinoso. Noi che abbiamo lanciato le «bottiglie Molotov», di cui pure non vi è traccia alcuna lasciata dalla loro esplosione sui pavimenti, sui muri, sui mezzi di trasporto della polizia. Noi che a Reggio Emilia abbiamo dato ordine che venisse impedito a i donatori di sangue di penetrare nell’ospedale dove si stavano operando i feriti gravi, ch e erano in punto di morte.
Siamo ancora noi che a Licata abbiamo organizzato una manifestazione unanime di popolo, alla testa della quale vi erano il sindaco e tutti gli assessori democratici cristiani di quella città. Noi che a Palermo abbiamo respinto la proposta, fatta da coloro che erano a capo di una grande manifestazione di popolo, di prendere alcune misure con le quali si sarebbe evitato il peggio. Noi che abbiamo dato l’ordine che anche là venissero usate le armi. Noi che, come ha detto il ministro dell’interno l’altro giorno, abbiamo persino organizzato una scuola per insegnare agli opera i selciatori come le selci possono essere tolte dalle strade e diventare proiettili. Noi che abbiamo fabbricato quelle mazze incendiari e che sono state trovate a Ravenna e di cui una è servita, vedi combinazione, a dar fuoco alla casa di un nostro compagno, all’abitazione del compagno Boldrini.
Tutto questo, poi, noi lo abbiamo fatto – come affermate voi, colleghi della democrazia cristiana – per vincere il nostro profondo disorientamento, per uscire dall’isolamento, per superare la nostra crisi: perché noi, che siamo il partito più sano, più forte, più strettamente legato alle masse che vi sia oggi in Italia, siamo sempre disorientati, sempre isolati, sempre in crisi. Sciocchezze! Volgarità inconsistenti!
Onorevoli colleghi della democrazia cristiana, non so se l’intervento del Presidente del Consiglio e quello del vostro rappresentante in questo dibattito, in particolar modo, svilupperanno argomenti di questa natura e su di essi si fonderanno. Credo di essere facile profeta prevedendolo, perché so che l’obbligo di solidarietà con il governo che dovete ad ogni costo appoggiare vi impone questa linea di condotta. Però, onorevoli colleghi della democrazia cristiana, io non credo siate degli sciocchi, nella media, per lo meno, e per questo l’invito che voglio rivolgervi è di non credere a queste sciocchezze, anche se siete costretti a dirle sui vostri giornali e a ripeterle in un dibattito parlamentare; è di guardare un po’ più profondamente a ciò che è avvenuto nelle settimane scorse nel nostro paese, a ciò che si prepara, a ciò che accade in questo momento.
Mi auguro che la ripetizione di queste volgarità e sciocchezze non vi impedisca di indagare a fondo la realtà della nostra attuale vita nazionale, di scoprire gli elementi veri e nuovi della situazione politica, economica e sociale di oggi, situazione che offre a tutti un quadro preoccupante, gravido di fattori notevoli di continuo aggravamento.
E di queste volgarità anticomuniste avrei finito di occuparmi se non dovessi dedicare una maggiore attenzione a un documento di notevole importanza, la nota – alla quale ha accennato già il compagno Nenni, nel discorso con il quale ha aperto questo dibattito – che generalmente è attribuita, se non al Presidente del Consiglio, per lo meno alla Presidenza del Consiglio e nella quale si trovano affermazioni che hanno un valore quas i determinante per cogliere alcuni degli elementi decisivi della situazione che si è creata nelle settimane scorse in Italia.
La nota si impernia su due affermazioni fondamentali. La prima è questa: che «il partito comunista italiano è stato battuto». Qui ci si può fermare un momento. Noi a Genova siamo stati partecipi e in gran parte animatori di un grande movimento unitario di carattere nazionale, che aveva un chiaro obiettivo politico antifascista e che è stato coronato da un grande, commovente successo, al quale noi pure, come partito, abbiamo partecipato.
Ritengo che fino ad oggi, forse, non si sia rivolta sufficiente attenzione a ciò che è avvenuto a Genova, e precisamente al punto di partenza del movimento di Genova . Non si è trattato né di puntiglio né soltanto di sentimento. Il congresso del partito fascista non venne convocato in quella città senza una intenzione politica non riposta, ma esplicita, manifesta e dichiarata. Si trattava, per il partito fascista, di cessare di essere quella entità trascurabile, di cui è già stato detto, per diventare, attraverso una sfacciata manifestazione di forza, elemento determinant e nella direzione politica del paese. Per questo i capi fascisti scrivevano fin dal giugno nei loro giornaletti: «Decidemmo di portare il fascismo alla luce del sole, con una sua classe dirigente, con l’immediata determinazione di partecipare alla vita politica del paese». Questo era il proposito. Si trattava quindi di fare un un passo avanti dal voto di sostegno del cosiddetto governo amministrativo, verso una affermazione politica nuova, la quale, se avesse potuto essere compiuta, avrebbe cambiato qualcosa della situazione del paese, pesando in modo abbastanza grave su tutto lo sviluppo della nostra situazione politica.
Bisognava impedire che questo avvenisse, ed è stato il sentimento antifascista, democratico e nazionale delle masse lavoratrici e delle forze della Resistenza appartenenti a tutti i partiti, che è insorto per impedire che ciò avvenisse.
Il movimento di Genova, ripeto, fu coronato da un grande successo, e non vi fu alcuno spargimento di sangue perché, mercé l’intervento degli uomini che stavano alla testa di esso, si ottenne che non vi fosse provocazione poliziesca. A Genova quindi non siamo stati battuti, onorevole Tambroni, anzi, abbiamo vinto.
In seguito il movimento si estese: vi è stato il conflitto di Roma, vi sono state le proteste di massa, gli eccidi, i morti. Sono già stati fatti qui i loro nomi: vorrei ricordare che a Reggio Emilia tre di essi erano partigiani e combattenti; altri erano giovani di 19, 20, 22, 25 anni. Sì, tra questi morti vi sono dei comunisti, ve ne sono, credo, parecchi. Per questo il profondo cordoglio che noi esprimiamo per il sacrificio di questi combattenti ha qualche cosa di particolarmente doloroso per noi. Sappiamo che sono caduti i compagni, gli amici, i fratelli nostri. Ma io sarei veramente esterrefatto se questo nostro cordoglio potesse dar motivo di sodisfazione a qualcuno dei nostri avversari. Ciò vorrebbe dire che questi avversari sono caduti al livello della barbarie più nera. «Abbiamo ucciso i comunisti, quindi abbiamo battuto il partito comunista italiano!». Vergogna! Vergogna, signor Presidente del Consiglio: questo è l’animo di chi già vive nella atmosfera della guerra civile; questo è l’animo di un criminale e di un vile! (Commenti al centro).
Il movimento poi è andato avanti, e noi continuiamo a partecipare ad esso come elemento sostanziale del grande campo della Resistenza. Domenica si è riunito il consiglio federativo nazionale della Resistenza, e ha preso le sue decisioni. Noi queste decisioni condividiamo e ad esse ci atteniamo. Il consiglio della Resistenza ha dichiarato che la lotta per la restaurazione dei valori che stanno alla base della Costituzione deve essere proseguita; ha fatto appello a tutte le forze politiche che intendono rimanere fedeli agli ideali democratici perché agiscano secondo le norme d’azione che la Costituzione garantisce e che nessun potere ha facoltà di ignorare e calpestare, per battere e rovesciare il governo che si regge con l’appoggio del fascismo; ha invitato tutte le forze dell’antifascismo e della Resistenza a perseverare in tutte le iniziative che possono chiarire e tener vivi nella cittadinanza i motivi della lotta in corso.

Per questi obiettivi noi continuiamo a lottare, senza avere in noi nemmeno il più lontano accenno dello stato d’animo di colui che sia stato battuto, anzi, sentendo in noi lo stato d’animo di chi è convinto della giustezza della causa per cui il popolo combatte per cui combattono le forze migliori della nazione, impegnandosi a dare, per la vittoria di questa causa, tutte le proprie energie. Continuiamo la lotta dopo aver sentito attorno a noi, forse come da molto tempo non lo sentivamo, il calore della adesione, della solidarietà, dell’affetto di sterminate masse della popolazione lavoratrice.
Ma la nota cui mi riferivo prosegue ed è questo il punto decisivo, perché ci fa capire di che cosa si è trattato e si tratta veramente, in questi giorni. Prosegue affermando che «…i comunisti, se riprovassero, avrebbero la peggio», perché «sono troppi i cittadini che fanno sapere essere giunta l’ora di farla finita e, se non dovesse farlo lo Stato (cioè l’onorevole Tambroni), lo farebbero essi stessi di loro iniziativa, e l’avvertimento non va disatteso».
Qui incontriamo due componenti politiche precise. La prima è l’odio bestiale contro un partito di avanguardia della classe operaia, il quale, per giunta, nel nostro paese è il partito che ha dato il maggior contributo all’abbattimento del fascismo, alla cacciata dell’invasore straniero e alla fondazione della Repubblica. Odio bestiale per questo partito della classe operaia e del popolo e pieno ritorno, quindi, per questo aspetto, al criminale anticomunismo fascista. La seconda componente è l’appello aperto allo squadrismo. Vi è dunque un notevole passo avanti verso il fascismo, come vedete, che corrisponde a quello che i rappresentanti del movimento italiano volevano fare organizzando a Genova il loro congresso. Vi è un notevole passo avanti, dal voto non richiesto e non qualificante a queste affermazioni in cui si ritrovano intieri la politica e l’animo del fascismo. Qui, l’intesa diventa esplicita, la fusione completa; si scopre una identità di obiettivi tra quella parte (Indica la destra) trascurabile, lo riconosco, del nostro Parlamento, che vuole riportare il fascismo alla luce del sole, e il Presidente del Consiglio, colui che dirige il nostro governo. Così si spiegano, politicamente, le grossolane provocazioni poliziesche. Dietro queste provocazioni vi è il proposito preciso di creare una situazione analoga a quella che ci portò al fascismo. Questo proposito deve essere denunciato a tutto il popolo da questa tribuna, nel modo più energico, nel modo più solenne. Altro che difesa dell’ordine e dello Stato! Alla sommità del nostro edificio politico vi è chi pensa al fascismo come via di uscita e prospettiva dalla grave, attuale situazione italiana. Questa è la verità.
Si dice, o almeno dicono i giornali, che il Presidente della Repubblica sia oggi pienamente solidale con l’attuale Presidente del Consiglio. Non so se questo sia vero, ma di fronte a queste affermazioni che il Presidente del Consiglio fa circolare come posizione del proprio Governo, se questo dovesse essere vero, noi dovremmo affermare che in Italia siamo al limite non soltanto di una crisi politica, ma di una grave crisi costituzionale.
Naturalmente, criminali e folli sono coloro i quali credono che si possa ricacciare l’Italia sotto il giogo del fascismo. Avete dimenticato la lezione della storia. Avete dimenticato dove sono finiti coloro che fecero leva sull’anticomunismo criminale per scatenare lo squadrismo e istaurare la tirannide nera sul popolo italiano. Ricordatevi che questa volta la lotta sarebbe più breve di quella che non sia stata la prima volta. Non vi sarebbe bisogno di venti anni, forse basterebbero solo venti giorni per impedire che questi piani criminali e folli vengano attuati. Questa fiducia nelle forze del popolo e nella democrazia, compagno Nenni, non è che ci impedisca di vedere la gravità delle prospettive che stanno davanti a noi, ma ci dà coraggio, ci fa comprendere che le condizioni di oggi non sono quelle del 1921, del 1922 e 1923. Sono altre, e in queste altre condizioni è la volontà democratica del popolo che riuscirà a trionfare, è la volontà democratica della Resistenza che riuscirà a spezzare qualsiasi tentativo di respingerci indietro. (Vivi applausi a sinistra).
Come potete non rendervi corito di questo? Voi non avete alcun senso della realtà, se non capite che la maggioranza della popolazione italiana è disposta a battersi in tutti i modi e con tutte le armi perché il paese non sia ancora una volta cacciato sotto il giogo della tirannide fascista. E non si tratta solo di noi comunisti. È tutta l’Italia che si leverà in piedi per sbarrarvi la strada.
Ma di fronte ai propositi che in questo modo così sfacciato si manifestano da parte di chi sta alla direzione del governo, che cosa vi è nel paese? Su questo vorrei che concentraste la vostra attenzione. Vi è una situazione di malessere, di disagio, di malcontento, che tende ad assumere sempre più delle forme acute; vi è una diffusa insofferenza popolare per le condizioni in cui si è costretti a vivere e i fatti accaduti nelle ultime settimane hanno dimostrato non soltanto quanto siano profondi questi sentimenti, ma hanno rivelato l’esistenza nel popolo di una combattività superiore a quanto chiunque di noi potesse immaginare.
Per questo ha potuto essere affermato e anch’io affermo che un nuovo periodo si apre nello sviluppo dell’azione per il rinnovamento del nostro paese, delle lotte per le rivendicazioni dei lavoratori, per le riforme democratiche e sociali che oggi in Italia si impongono.
Quando si attira la vostra attenzione su questa realtà, voi rispondete facendo richiamo alla situazione economica favorevole, al miracolo economico che si sarebbe realizzato e non vi accorgete che questa stessa vostra esaltazione del «miracolo economico» suona per una grandissima parte del popolo come una irrisione e persino come una provocazione.
Lo sappiamo anche noi quali sono le percentuali di aumento della produzione. Sappiamo che nell’ultimo anno il capitale delle società per azioni è aumentato di 500 miliardi, che il valore dei titoli azionari in borsa è cresciuto del 70 per cento, che i monopoli elettrici hanno avuto utili del 25 per cento, che le società per azioni hanno avuti utili complessivi, tra quelli dichiarati e quelli passati a riserva, che toccano il 30 per cento. Tutto questo lo sappiamo tutti, ma sappiamo anche come vive la popolazione lavoratrice e quali angosciosi problemi ad essa si pongono.
Una cosa che non sappiamo è quanti sono i disoccupati in Italia, perché sono così imbrogliate le cifre per le discordanti affermazioni dei differenti istituti statistici che gli stessi organi della grande borghesia industriale non ci si raccapezzano e dicono che, insomma, bisogna rimanere ai vecchi dati. Se voi leggete, poi, uno dei più importanti giornali economici dell’Inghilterra, il Tempo finanziario, vi trovate la esplicita affermazione che il «miracolo italiano» in realtà è un miracolo che è stato pagato con la disoccupazione e con i bassi salari, perché senza disoccupazione e senza bassi salari non vi sarebbe stato.
Mentre si accumulavano le enormi ricchezze che sopra ho detto i salari hanno avuto uno stentato aumento del 3-4 per cento mentre il rendimento del lavoro si è accresciuto in media dappertutto più che del 20 per cento. E voi, Governo Tambroni, avete ridotto i salari dell’1,40 per cento estorcendo con una misura puramente amministrativa 50 miliardi alle tasche degli operai italiani. Fatto sta che noi abbiamo oggi i salari più bassi di tutt a l’Europa occidentale; abbiamo una diminuzione palese, affermata da tutte le statistiche, dell’incidenza dei redditi di lavoro sul reddito nazionale; abbiamo i più bassi consumi alimentari; abbiamo una situazione in cui le otto ore, fatta eccezione per alcuni complessi industriali, non sono più rispettate e non esistono più, perché l’operaio, per avere un salario che gli consenta di vivere, è costretto a lavorare nove e anche dieci ore al giorno, e il ritmo di lavoro è tale che a 45 anni gli operai vengono cacciati dalle fabbriche e vivono di stenti con le misere pensioni dell a previdenza sociale.
Questa è oggi la condizione dei lavoratori in Italia. Al vostro miracolo economico, onorevole Tambroni, corrisponde una accentuazione e in qualche caso una esasperazione del contrasto sociale tra le classi dirigenti capitalistiche e le classi lavoratrici. E a questo si aggiungono altri profondi contrasti; la crisi dell’agricoltura, la fuga dei lavoratori dalle campagne, l’aggravato squilibrio tra il Mezzogiorno e il settentrione, la trasformazione in zone depresse di nuove parti del paese. Ancona, onorevole Tambroni, è oggi zona depressa; l’Umbria è zona depressa; la Toscana si avvia per gran parte a diventare zona depressa. In dieci anni abbiamo avuto due milioni di emigrati; 200 mila operai italiani ogni anno vanno a lavorare fuori d’Italia. In Germania potete vedere riprodotti, sui giornali del grande capitale, i manifesti che mostrano questa nostra gioventù italiana a braccia nude, con la scritta: «Per 60 marchi potete avere un italiano».
Questa è la situazione reale in cui versa la maggioranza della popolazione italiana nelle città e nelle campagne, questi i mali di cui soffrono non solo l’operaio e il bracciante, ma il ceto medio e anche una parte del ceto produttivo borghese. E questa è la conseguenza di una precisa scelta economica e politica.
Si dice e si ripete che la democrazia cristiana debba fare una scelta. Non credo sia esatta questa formulazione. La democrazia cristiana con questo Governo e anche prima di esso una scelta l’ha fatta. La democrazia cristiana deve fare un mutamento di rotta. Questo Governo ha già fatto la sua scelta. Sotto l’insegna del carattere amministrativo della sua azione ha fatto propria la politica dei grandi monopoli, ha fatto qualche piccola elemosina paternalistica, ma ha detto no a un nuovo indirizzo di politica economica, in senso democratico, a favore dei lavoratori. (Interruzione del Presidente del Consiglio) . Ha detto no a qualsiasi misura di nazionalizzazione; no a qualsiasi lotta contro il prepotere del grande capitale monopolistico; no ad ogni azione tendente a un aumento generale delle mercedi, quale è oggi richiesto dalla situazione dei lavoratori; no alla istituzione di quel regime regionale che viene reclamato dalle popolazioni che vogliono controllare da sè come viene amministrata la vita economica delle loro regioni; no a tutto ciò che sia anche solo un inizio di rinnovamento delle direttive economiche e politiche seguite finora, dettate dai grandi industriali e dalle forze politiche più retrive.
Mentre sulle piazze non è ancora asciugato il sangue versato dalle vittime della violenza poliziesca, ve ne andate a porre le prime pietre di questa o di quella nuova grande impresa industriale, dimenticando qual’è la strada che ha dovuto seguire il popolo italiano perché si potesse giungere a dare un inizio a qualcuna di queste realizzazioni. È stata la strada delle lotte popolari, delle manifestazioni, degli scioperi, dei conflitti con la polizia, la strada che proprio in Puglia ha portato i lavoratori a lasciare i loro morti sulle piazze dove si combatteva per strappare qualche misura di progresso economico e sociale.
Di tutto questo troppo facilmente vi dimenticate. Da condizioni oggettive nasce quel malcontento diffuso, profondo, che tende in alcuni settori a diventare esasperazione, che si accentua per motivi non soltanto economici ma politici, in cui si assommano gli errati indirizzi economici e politici di questo Governo alla sua incapacità, alla tracotanza di chi da troppo tempo è sicuro di esercitare il potere e respinge qualsiasi controllo, alla corruzione, alla prepotenza clericale. Uno stato di protesta e di agitazione oggi è latente o palese in quasi tutto il paese, si estende dagli operai ai fisici atomici, dai coltivatori diretti ai produttori cinematografici, dagli impiegati agli universitari, agli studenti, agli uomini di cultura. Tutti hanno qualche motivo per cui sentono che le sorti del paese e le sorti dei singoli cittadini non sono tutelate come dovrebbero. Ognuno ha una sua rivendicazione vitale. Ognuno ha una offesa di cui vuole chieder conto e chiede conto.
Si era ad un certo punto accesa la speranza di uno spostamento a sinistra dell’asse governativo che avrebbe dovuto dare inizio ad alcune riforme economiche e politiche a favore delle classi lavoratrici. Anche questa speranza è stata annullata. Non lo voleva la Confindustria, non lo voleva il Corriere della sera, non lo voleva il Sant’Uffizio. Quindi non se ne è fatto nulla. Non si cambia nulla. Si va avanti per la stessa strada. Le attese, le speranze una dopo l’altra sono deluse.
In tutto questo però noi costatiamo la presenza di alcuni grandi fattori positivi. Non vi è nulla di anarchico nello stato d’animo delle grandi masse lavoratrici. Non vi è nulla che ricordi i tradizionali movimenti di collera plebea contro le pubbliche autorità. Vi è collera, ma vi è in pari tempo consapevolezza degli obiettivi che debbono essere perseguiti e che dovranno essere raggiunti. Vi è collera e insieme vi è disciplina, combattività, e unità. E soprattutto vi è un orientamento sicuro, che sgorga dagli ideali dell’antifascismo, dagli ideali della Resistenza. Mai come ora si è sentito quanto profondo sia il legame della grande maggioranza del popolo italiano con gli ideali per cui si combatté contro il fascismo, nel nome dei quali si è istaurata la Repubblica. Esso è così profondo che spinge a superare, anche se non completamente, per lo meno in grande parte, le vecchie superstizioni anticomuniste, per ritrovare nell’azione i motivi del contatto, dell’intesa, della collaborazione tra tutti coloro i quali vogliono un rinnovamento democratico dell’ Italia, tra tutti coloro i quali rimangono fedeli alla causa dell’antifascismo e della Resistenza.
Mai come ora si è sentito che cosa significhi e quale immenso valore abbia per l’Italia questo legame con gli ideali della Resistenza. Vi siete chiesti il perché di questa profonda sollevazione popolare, di questa marea di spirito antifascista che oggi invade tutto il paese, vi siete chiesti quale è il motivo di questa rinascita elementare, spontanea, dello spirito della Resistenza? Se ve lo foste chiesto vi sareste accorti che nasce dalla consapevolezza che qualche cosa deve cambiare e che il cambiamento deve riportare l’Italia nella linea di quei principi che animarono la nostra lotta antifascista, principi di libertà, di democrazia, di dignità umana, di uguaglianza, di progresso sociale.
Quando abbiamo approvato la Costituzione repubblicana, chiaramente abbiamo detto – ed eravamo nella grande maggioranza d’accordo – che volevamo fondare un ordinamento politico e sociale nuovo. I principi di questo nuovo ordinamento politico e sociale sono sanciti nella Costituzione repubblicana; la lotta per far trionfare gli ideali della Resistenza è lotta per l’applicazione integrale e per il rispetto assoluto della Costituzione, perché vengano tradotte in atto tutte le sue prescrizioni.
Vi siete chiesti perché queste migliaia di giovani, non ancora appartenenti a nessuna organizzazione politica qualificata – 30 mila giovani, si dice, nella città di Genova, accorsi da tutte le parti – prendano parte con tanto slancio ed entusiasmo alla lotta contro il fascismo, per affermare gli ideali della Resistenza? A questi giovani non è stato detto che cosa fu il fascismo, non è stato detto che cosa fu la Resistenza. Nelle scuole italiane è proibito insegnare queste cose ai giovani, ed essi sono accorsi a migliaia ai corsi liberi organizzati nei teatri cittadini, a Roma, a Torino, dove si è insegnato loro che cosa è stato il fascismo, quali sono gli ideali in nome dei quali esso è stato abbattuto e ai quali deve essere ispirata tutta la nostra vita politica.
Alla attuazione di questi ideali questi giovani collegano ciascuno le questioni proprie, del salario, del posto di lavoro, dell’avanzamento, della lotta contro le discriminazioni, contro il disagio, l’ignoranza e la miseria. Un profonda volontà democratica li penetra e anima tutto il popolo. La gioventù vuole vivere meglio, vuole essere rispettata, vuole che la vita economica e politica del paese venga rinnovata secondo i principi della nostra Costituzione.
È a questa ondata travolgente di spirito democratico e antifascista che voi avete opposto la violenza, la brutalità vostre. Il popolo non capisce e apertamente vi condanna. Non capisce perché si debbano mandare le pattuglie di cavalleria con le sciabole sguainate contro un corteo di cento deputati; non capisce perché si debba assediare di forza pubblica, in assetto di guerra, un rione dove vi è una sezione comunista che ha convocato un’assemblea; non capisce perché si debba sparare per il fatto che si manca di rispetto alla polizia. A questo si ribella oggi la coscienza democratica di tutta la nazione.
Nella nostra Costituzione sono scritti i diritti democratici dei cittadini: il diritto di uccidere, nella nostra Costituzione non è scritto. Non esiste il diritto di uccidere, e di uccidere sulle piazze, senza giudizio e senza sentenza, unicamente perché tale ordine è partito dal Ministero dell’interno o dalla Presidenza del Consiglio. (Applausi a sinistra – Commenti al centro e a destra).
Non esiste il diritto di comandare alle forze dell’ordine pubblico la uccisione dei cittadini.
Così si pone il problema della polizia, e si pone, credo, con una certa acutezza. Alla polizia in servizio di ordine pubblico bisogna prima di tutto togliere le armi di guerra. (Applausi a sinistra).
Non è ammissibile che con armi di guerra si vada contro una manifestazione popolare. (Commenti a destra).
Ma anche un altro problema ci deve preoccupare. Dalle espressioni che sono state colte nel corso di questi giorni, durante le manifestazioni pubbliche, sulla bocca, per Io meno, di una parte degli agenti di polizia e dei loro comandanti, si è sentito chiaramente che essi nutrono un profondo disprezzo per qualsiasi norma di vita democratica, per il Parlamento in particolare, un vero odio per le forze avanzate della Resistenza e della democrazia e una vera nostalgia per il fascismo. La questione dovrà essere posta e risolta. Dovremo controllare come ha luogo il reclutamento di questi agenti e come ha luogo l’avanzamento dei loro dirigenti. I titoli fascisti, per esempio, sono considerati titoli di merito o di demerito?
TAMBRONI, Presidente del Consiglio dei ministri. Li manderemo a scuola in Ungheria! (Commenti a sinistra).
TOGLIATTI. Lo so che per lei sono titoli di merito. (Interruzione del deputato Tripodi), ma un governo democratico ha il dovere di operare una scelta. Coloro che nutrono siffatti sentimenti antidemocratici non devono essere mandati sulle piazze quando vi è una manifestazione di popolo. Un governo democratico ha il dovere di dare una educazione democratica alle forze della polizia, di impedire che esse possano diventare un nido di nostalgici della tirannide fascista. Il problema non è soltanto di organizzazione, è politico. È della concezione stessa che si deve avere dei rapporti dello Stato con il cittadino e dei diritti fondamentali del cittadino. I cittadini hanno il diritto di riunirsi, di organizzarsi, di fare sciopero, di manifestare liberamente il proprio pensiero, quando lo fanno pacificamente e senza armi. Questo diritto le grandi masse del popolo sanno di esserselo conquistato e non vogliono lasciarselo strappare, anzi esse vogliono andare avanti, perché la Costituzione repubblicana afferma che tutti i lavoratori, tutti i cittadini devono partecipare alla direzione dello Stato.
Lo Stato non può essere un organismo burocratico che si oppone con la forza delle armi alla massa dei cittadini. Deve essere un organismo che aiuti l’avvento dei cittadini e delle loro organizzazioni alla direzione della cosa pubblica. L’impiego della forza armata per disperdere pacifiche manifestazioni di cittadini è contrario all’esercizio dei diritti fondamentali che sono sanciti dalla Costituzione repubblicana. Ritengo che sarebbe dovere anche delle più alte autorità dello Stato vegliare a che questi diritti vengano sempre rispettati, e intervenire per richiamare a questo rispetto. Sono stati e saranno a questo proposito rivolti appelli al Presidente della Repubblica. Speriamo che ad essi si dia ascolto. Si tenga ad ogni modo presente che il prolungarsi della situazione attuale provoca un progressivo scadimento dell’autorità e del prestigio di tutti gli organi dirigenti dello Stato.
Questo è il punto centrale che noi oggi dobbiamo dibattere. Nessuno di coloro che hanno partecipato e partecipano al grande movimento antifascista della Resistenza ha voluto uscire dalla legalità, ma il rispetto della legalità, cioè il rispetto dei diritti costituzionali dei cittadini deve essere garantito a tutti i cittadini dal governo, dagli organi che stanno a capo della pubblica amministrazione. Ciò è tanto più necessario oggi perché non credo si possa nutrire la speranza che automaticamente e rapidamente si ricomporrà in Italia una situazione di tranquillità e calma assoluta. Si sono mosse le acque. Profondamente si sono mosse le acque; si sono acutizzati problemi che già erano sentiti, urgono soluzioni a favore di settori ingenti della popolazione lavoratrice ed è necessaro che queste soluzioni vengano ricercate e attuate da coloro cui spetta, ma in condizioni di normalità, cioè impegnandosi il governo a rispettare la legge, le prerogative, i diritti costituzionali.
Vi sono problemi economici sempre più acuti. Vi è il problema di un aumento generale delle mercedi, che dovrà essere trattato dagli organismi a cui spetta trattarlo, dai sindacati, dalle organizzazioni di fabbrica. Ma trattare questo problema significa impegnare delle agitazioni, significa promuovere delle lotte. Queste lotte i lavoratori intendono condurle nel rispetto della legalità, ma esigono che da parte degli organi dirigenti dello Stato la legalità e la costituzionalità vengano prima di tutto rispettate. Non possiamo correre il rischio che, per gli ordini dati dal Presidente del Consiglio, ogni sciopero e ogni manifestazione si chiudano con dei morti e con dei feriti.
E, poi, incombono le questioni politiche, la minaccia del fascismo, formulata in modo così evidente dallo stesso Presidente del Consiglio e contro la quale l’agitazione deve continuare, deve estendersi, deve approfondirsi, continuerà, si estenderà e si approfondirà, con quello spirito unitario che ci ha portato alla vittoria sul fascismo e che ci porterà – tutti uniti, democratici italiani – al rinnovamento della vita economica e politica del paese.
Così si pone il problema degli indirizzi di governo. Noi rivendichiamo, e da tempo, un mutamento profondo di questi indirizzi, nel campo della economia e nel campo de i rapporti politici. Riteniamo che si deve arrivare a una partecipazione delle grandi masse lavoratrici in modo effettivo alla direzione della cosa pubblica. Lavoriamo e lottiamo per realizzare questo, che è uno dei principi scritti nella Costituzione repubblicana.
Oggi però urgono problemi immediati. Sta di fatto che non è possibile continuare col Governo attuale; con un Governo che dopo aver avuto i voti del fascismo, auspica l’avvento di una situazione fascista; con un Governo la cui esistenza stessa è una provocazione alle forze migliori della società politica italiana; con un Governo il quale non può più essere chiamato governo di tregua, perché nutre propositi di continua provocazione per trarre esso stesso profitto dall’accentuazione della situazione. L’esistenza di questo Governo è il fatto principale che turba l’ordine della vita della nazione.
L’esistenza di questo Governo spezza quell’unità delle forze nazionali che sempre, anche nei momenti di acuti contrasti di classe, dovrebbe trovare il suo posto nella sfera politica. Si liberi l’Italia da questo Governo, se davvero si vuole una distensione.
Noi siamo favorevoli a una distension e della situazione politica. È questa una nostra vecchia rivendicazione. Ricordo, e forse anche voi ricorderete, che la lanciammo nel lontano 1949, quando, come ora, si era giunti ad un punto di estrema tensione politica e sociale. Lavoriamo per una distensione dei rapporti sociali e politici lottando per la applicazione della Costituzione repubblicana, per la attuazione delle riforme che la Costituzione prescrive.
Alla proposta fatta dal Presidente del Senato onorevole Merzagora siamo stati favorevoli e ci dogliamo che quella proposta sia stata respinta dal partito di maggioranza e dal Governo. Quella proposta prevedeva un dibattito di natura politica, nel quale i partiti affrontassero i temi di fondo della vita nazionale e sulle prospettive che possono essere tracciate in questo momento. Ci auguriamo che il dibattito attuale mantenga questo carattere e che da esso possano uscire utili indicazioni per una modificazione profonda della situazione politica.
Abbiamo sempre detto di essere favorevoli a uno spostamento a sinistra dell’asse governativo, anche se sappiamo che questo spostamento viene invocato da alcuni partiti di questa Camera con animo anticomunista. Non vogliamo qui ora riaprire il dibattito sul modo più efficace di combattere contro il comunismo: se sia più efficace la carica della cavalleria, o l’attuazione almeno di una parte di quelle riforme economiche, sociali e politiche che noi rivendichiamo. Noi siamo per queste riforme, e troverà un atteggiamento favorevole da parte nostra quel governo il quale si accinga ad attuarle. Oggi, però, comprendiamo benissimo che lo spostamento politico in questa direzione è difficile da raggiungersi subito. Ma vi è qualche cosa di più elementare, qualcosa di pregiudiziale che deve essere raggiunto e garantito. I partiti antifascisti hanno accettato il principio della tregua. Il consiglio della Resistenza ha solennemente affermato l’impegno alla continuazione del grande movimento antifascista nel quadro della legalità e della costituzionalità repubblicana. Ebbene, condizione primordiale ed essenziale per una distensione effettiva è che vi sia da parte del Governo un analogo impegno al rispetto assoluto dei principi sanciti nella Costituzione repubblicana.
L’onorevole Saragat ha testè augurato, se non erro, che si possa costituire un governo il quale si proponga come obiettivo immediato di realizzare il rispetto di questi principi, che sono la base della nostra convivenza politica. Ebbene, desidero dichiarare, a nome del nostro gruppo, che, qualora un siffatto, solenne impegno venisse preso da una nuova formazione governativa, il nostro partito, nell’ambito delle sue forze, considererà con favore una simile soluzione. (Applausi a sinistra — Commenti).
Intanto, e fino a che gli obiettivi proposti non siano raggiunti, la lotta antifascista continuerà, si estenderà, si approfondirà in tutto il paese. Noi combatteremo a fianco di tutte le altre formazioni antifasciste, animatori delle forze decisive della classe operaia e delle masse lavoratrici; combatteremo la battaglia democratica e antifascista fino in fondo, e siamo sicuri che registreremo nuovi successi. (Vivissimi applausi a sinistra — Molte congratulazioni).


Sulla morte di Salvatore Novembre, vai pure qui.
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