Diliberto innamorato

Diliberto (ma penso anche Ferrero) dà per scontato di dover resuscitare l’Unione: una bella ammucchiata borghese che ai comunisti permetterebbe di tornare in Parlamento e a Porta a Porta. Ovviamente non tutti sono pronti a vedere il proprio partito alleato del Pd per il solito piatto di lenticchie, come diceva Lenin in Stato e rivoluzione. Riproporre poi l’Unione allargata a Udc è cosa dura, allargata poi a Fini è ancora più dura. Oltretutto per aver alleati Casini e Fini, certo il Pd non avrebbe nessun problema a scaricare la Fds. Per cui il 23 aprile Diliberto ha tuonato contro Bersani: «Caro Bersani, che vuol dire oltre il centrosinistra? Il Pd ci ha già provato alle regionali, con scarsa fortuna, tentando di imbarcare l’Udc. Adesso, siccome le parole hanno un peso, soprattutto quelle del segretario del maggior partito di centrosinistra, significa forse arrivare fino a destra, magari pensando al post fascista Fini? Ti sarei molto grato se tu volessi chiarire. E inoltre permettimi un’altra domanda: quand’è che si comincerà a pensare seriamente al centrosinistra, alle sue proposte, al suo programma, al suo profilo politico, per riconquistare il popolo di sinistra, amareggiato e disilluso, stanco di battute senza senso, buone solo per i “retroscena”, i talk show e la politica di palazzo?».
A questo punto Bersani dichiara che «Fini non è un alleato del Pd». Commenta rasserenato Diliberto: «Sono molto contento per la puntualizzazione di Bersani. Fini sta conducendo una battaglia rispettabile, ma non c’entra nulla con il centrosinistra. Era ed è un esponente della destra. Sono d’accordo con il segretario del Pd quando dice che bisogna attrezzare e preparare il campo del centrosinistra ad ogni eventualità. Il governo Berlusconi è arrivato al capolinea. Adesso occorre una proposta comune del centrosinistra sulle questioni concrete: intervento pubblico per la re-industrializzazione del Paese, aumento dei salari e delle pensioni, rispetto dei diritti e della legalità. Su questi temi, dobbiamo ritrovare un rapporto con il popolo della sinistra e cacciare Berlusconi».
Il giorno dopo Bersani propone a Fini di cambiare campo per «cambiare l’agenda della politica per occuparsi di questioni sociali e un confronto in Parlamento per dare al bipolarismo una forma efficace, più moderna e saldamente costituzionale che blocchi i rischi di derive plebiscitarie».
Basterebbe per dare addosso a Bersani, ma Diliberto stavolta tace. Poi il 27 aprile appare su l’Unità una graziona lettera di Bersani sul valore dell’uguaglianza. Niente di speciale, ma Diliberto va in estasi e annuncia: «Oggi c’è una lettera splendida di Bersani ad una lettrice dell’Unità. Vi invito a leggerla. Scrive che occorre ripartire dalla battaglia delle idee e, prima tra tutte, dall’uguaglianza. E’ musica per le mie orecchie. Confesso che era parecchio che non sentivo un esponente del Pd affermare queste cose. Per la verità da molto tempo non li sentivo più nominare quella parola che i comunisti amano da sempre: uguaglianza. Nel frattempo arrivano inviti da tutte le parti – dallo stesso Bersani a Fava a tanti altri – a mettere da parte le alchimie organizzative, i contrasti interni e quant’altro per mettersi tutti al lavoro e costruire l’alternativa a Berlusconi. Ma arrivano alle agenzie e nel frattempo il centrosinistra non si incontra, non costruisce un programma… Una signora che viene a farmi la fisioterapia alla gamba che mi sono rotta mi diceva: “Non chiediamo molto. Un po’ di salario in più, un po’ meno tasse, e basta con le leggi vergogna”. Abbiamo grandi responsabilità verso questa gente che lavora onestamente e duramente. Rispondo a Bersani, a Fava e a tutti gli altri: i comunisti sono d’accordo, il primo dovere è costruire un’alternativa a quel dittatorello sudamericano che è Berlusconi. Ma allora perché non lo si fa? Cosa ce lo impedisce, i vecchi contrasti? Attenti perché il popolo della sinistra non ne può più. Berlusconi è cotto, lo capiscono anche i bambini, può sopravvivere un altro po’, ma solo “sopravvivere”. Sta a noi adesso. Lo dico a tutto il centrosinistra: seppelliamo i contrasti, incontriamoci, costruiamo un’alternativa per l’Italia, cacciamo Berlusconi».
Siamo alle solite: Diliberto vuole l’ammucchiata contro il «dittatorello» Berlusconi e al servizio dei padroncini del Pd. E si capisce: in alleanza basta anche meno del 2% anzicché il 4% per eleggere pochissimi deputati, anche in caso di sconfitta (sicura).
Ovviamente le lezioni delle recenti regionali sono già state dimenticate. Contano di più le frasi fatte di una fisioterapista.
Lenin si è sgolato per insegnarci che questo modo di fare non è certo da comunisti rivoluzionari, ma al più da socialisti opportunisti sempre pronti a seppellire i contrasti e a incontrarsi per trattare la propria svendita. E l’essere al verde non giustifica la rinuncia a essere rossi.

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