Il 16 aprile, dopo ben 18 giorni dall’ennesimo e prevedibilissimo disatro elettorale, Diliberto ha battuto un colpo con una lettera ai propri compagni di partito. La notte fra il 15 e il 16 marzo si era fratturato la rotula cadendo in casa e infatti ha votato due settimane dopo in sedia a rotelle, ma come segretario del Pdci si è da allora di fatto dileguato, salvo qualche sporadico e immancabile e noioso comunicato stampa. Tuttavia mai un comunicato stampa sulle elezioni. Bene, leggiamo la lettera arrivata dopo, appunto, 18 giorni, giorni in cui il suo partito è tornato a dividersi sulla linea politica (complice il fatto che tanti consiglieri del partito sono stati trombati):

«Care compagne, cari compagni,
Ringrazio di cuore, con moltissimo affetto, tutti voi che in questo mese di malattia, dopo un incidente piuttosto serio, mi avete inviato auguri, solidarietà, vicinanza. Mi è servito per superare i primi momenti che sono stati difficili. Non sto ancora bene, ma conto di tornare pienamente in forma nel giro di 3 o 4 settimane.
Vorrei offrire a tutti i compagni e ai militanti una riflessione sulla fase e qualche idea sulla prospettiva. Anche perché la situazione non è semplice e richiede lucidità di analisi, grande determinazione e, soprattutto, la straordinaria passione politica dei comunisti.
Abbiamo alle spalle le elezioni regionali che, per ampiezza e numero di votanti, rappresentano un test per tutta la politica italiana. Il dato che emerge, al di là delle reticenze del Pd, è che la destra si consolida. E’ vero che ha perso voti in termini assoluti. Ma è successo a tutti, essendoci stato un ulteriore, drammatico astensionismo. Nelle più popolose regioni d’Italia – Lombardia e Campania – la destra si afferma in maniera molto netta. Lo fa anche nel Lazio, nonostante l’assenza del Pdl nella provincia più popolosa, quella di Roma. In Calabria il candidato della destra doppia quello del centro sinistra. In tutto il nord, tranne la Liguria, si conferma ed anzi aumenta l’affermazione della Lega, che ha in sé una pulsione eversiva tra le più pericolose nella storia della Repubblica: la regressione sul piano dei principi di eguaglianza, previsti dalla nostra Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Il consolidamento della destra fa sì che Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa destra, proponga riforme costituzionali che stravolgono complessivamente l’assetto uscito dall’Assemblea Costituente, con una progressiva non applicazione e fino allo stravolgimento sostanziale dei principi costituzionali. Fenomeno non nuovo. Da un lato è in corso da più di 15/20 anni, con negli ultimi tempi un’ulteriore e drammatica accentuazione; dall’altro c’è l’idea di riformare il sistema, dando veste costituzionale esplicita a quanto già sta concretamente avvenendo. E quel che sta avvenendo è che il parlamento è stato svuotato di ogni potere e chiamato alla semplice ratifica di ciò che viene deciso nel Consiglio dei ministri. Il più delle volte, peraltro, con il ricorso al voto di fiducia o attraverso decreti legge. Il semipresidenzialismo, con l’elezione diretta del presidente, darebbe un ulteriore, definitivo colpo a quella che per anni è stata chiamata “la centralità del parlamento”.
Queste riforme istituzionali sono, per le note vicende giudiziarie di Berlusconi, connesse all’assalto definitivo al terzo potere della Stato, cioè la magistratura. E l’anomalia italiana sta oggi nel rischio della fine della divisione dei poteri. Il potere legislativo, il parlamento, è asservito al potere esecutivo. Se lo stesso accadesse anche con il potere giudiziario, sarebbe la fine di ogni principio, non dico comunista, ma semplicemente liberale».

L’astensionismo viene definito «drammatico», ma assolutamente non approfondito. Mentre tante sono le parole spese sullo stravolgimento della Costituzione che ancora non c’è, ma che potrebbe esserci per opera della destra. Peccato che questo «fenomeno non nuovo», è vero, è uno sport ben praticato anche dal Pd, ma non si mai che si parli male degli amici che dovrebbero riportarti nelle stanze dei bottoni.

«Ma nelle società occidentali avanzate vi è un altro potere che, dal celebre film di Orson Welles, viene chiamato il “quarto potere”, quello dell’informazione, oggi completamente in mano al premier. Sia per quanto riguarda l’informazione pubblica che quella privata.
Da questo punto di vista avanzo un’osservazione tutta politica. Nel resto d’Europa vincono le elezioni le forze di opposizione ai governi di destra. Con la crisi economica normalmente viene premiata la forza che sta all’opposizione (penso alle regionali francesi, dove i socialisti, in alleanza con le altre forze della sinistra, hanno vinto in tutte le regioni tranne in una). L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in ogni programma d’informazione o di intrattenimento. La responsabilità, molto grande, è anche di chi, avendo governato a più riprese, non è stato in grado o in qualche caso non ha voluto fare una legge antitrust. Mi riferisco ovviamente al centro sinistra».

Ah, Ah, Ah! Siccome la Tv non mostra la crisi, gli italiani si sono convinti che non c’è! I tantissimi che hanno perso il lavoro lo sanno di stare male, e lo sanno chi sta intorno a loro. Dalla crisi sembra non salvarsi nessuno. Davanti a questo fenomeno l’opinione pubblica ha preso una duplice posizione: astensione perché non si capisce quale politico oggi in Italia sia in grado di salvarmi dalla crisi; oppure voto al centrodestra perché col centrosinistra la crisi sarebbe ben più grave. I media influenzano la vita di ognuno, ma non a livelli totalitari come si immagina Diliberto. Se davvero tutti si fossero convinti che il mondo va come dice il TG1, per il centrodestra ci sarebbe stato un plebiscito.

«Di fronte a questo enorme pericolo, le forze d’opposizione presenti in parlamento sono del tutto inadeguate. Il Pd si dibatte in una crisi d’identità continua che lo paralizza, al punto da essere oggi impantanato in una folle discussione su accettare o meno il dialogo con Berlusconi. L’Idv, dal canto suo, non riesce ad andare oltre una – in fondo sterile ancorché giusta – non sufficiente polemica antiberlusconiana. Come se, eliminato Berlusconi, d’incanto si risolvessero tutti i problemi dell’Italia. Se questo è lo stato del paese, con una destra sempre più preoccupante e con posizioni che non esito a definire eversive, all’interno delle forze di opposizione anche lo stato della sinistra che non è in parlamento, e quindi noi, è molto serio».

E però i vizi rimproverati a Pd e Idv sono grossomodo tutti presenti e rintracciabili anche dentro la Fds e Sel.

«La Federazione della Sinistra ha avuto alle regionali un risultato attorno al 3%. Un esito che ritengo non positivo. Alle europee, un anno fa, prendemmo il 3,4%. Abbiamo subìto una diminuzione sia in termini assoluti che percentuali. E’ un serio campanello d’allarme che non va sottovaluto né taciuto né nascosto sotto il tappeto.
Oscurati completamente dalle tv e dai giornali, i comunisti e la sinistra scontano il fatto di essere completamente invisibili. E’ un’invisibilità che attiene ad un problema di democrazia, perché sono resi invisibili non tanto i dirigenti, ma i milioni di italiani che hanno votato per le forze della sinistra. E’ un vulnus, una ferita molto seria di cui il Pd non si rende conto e, per certi versi, ne è apertamente responsabile. Questo ha portato ad una percezione di non esistenza della sinistra. E se il dato del 3% non è positivo, è tuttavia un segno di esistenza politica che può essere il presupposto per provare a ricostruire. Voglio dire che, a fronte dell’invisibilità assoluta, è un risultato che possiamo definire, senza nessun eufemismo, accettabile».

Il calo esatto è dal 4% al 3,2%. Se fossero andate a votare anche le altre 7 regioni non particolarmente progressiste, la Fds avrebbe preso circa il 2%. E di chi sarebbe la colpa? Dei media che non parlano di noi! Affermazione coerente con quella visione totalitaria dei media, ma che non spiega perché allora il Movimento 5 Stelle al suo debutto, fuori dai poli con candidati certo non famosi ha preso nelle 5 regioni dove si presentava l’1% in media più della Fds. La Fds non sconta in primis l’assenza dai media, ma quello dalla società e dall’attualità.

«Dobbiamo tuttavia ricavarne alcune considerazioni di carattere generale. Avverto l’esigenza – l’ho detto in tanti momenti pubblici e meno pubblici – che i comunisti, e più in generale la sinistra di classe, si manifestino con un profilo programmatico e di contenuto che oggi non hanno. Non casualmente abbiamo creato nel dicembre scorso, assieme ad altre forze politiche, intellettuali, personalità importanti del mondo della cultura, un’associazione che si chiama Marx XXI. Nei nostri intendimenti deve servire – senza steccati, senza alcuna visione di nicchia partitica – alla costruzione di un progetto ambizioso: elaborare idee nuove, inevitabilmente nuove, che guardino al futuro e che propongano alle grandi masse soluzioni – non soltanto denuncie – dei problemi che affliggono il paese. Faccio un esempio immediato. Si parla di riforme istituzionali. Credo sia dovere dei comunisti cimentarsi con un profilo autonomo, intellettualmente e politicamente, e offrire un contributo, anche se dall’esterno del Parlamento, con le risorse intellettuali – e vorrei dire anche morali – che abbiamo. Ad iniziare da un grande tema di cui nessuno parla più: l’intreccio tra questioni sociali e questioni istituzionali, presupposto fondativo della Costituzione. Mi riferisco, in particolare, al principio di eguaglianza, sostanziale e non formale, previsto nell’articolo 3 e al tema, oggi negletto, della forma dello Stato, dei suoi organi. Per i costituenti la centralità del Parlamento non era separata dalla prima parte relativa ai diritti e ai principi fondamentali. Essa era lo strumento ritenuto più idoneo per attuare la prima parte della Costituzione. Il Parlamento era il luogo non solo della mediazione, ma anche del conflitto tra tutte le diverse istanze della società, politiche, sociali, ideologiche, religiose, etniche…».

Da un lato si scopre l’acqua calda (i comunisti non hanno più idee), dall’altro anzicché mettersi a studiare un po’ di libri e stare al passo coi problemi dei tempi (cosa che un tempo al Pci veniva benissimo), si delega tutto alla Marx XXI e a teste d’uovo di buone volontà, così da condurre un problema serio verso una soluzione tanto comoda, quanto apparente. E infatti della Marx XXI non si hanno notizie dalla sua fondazione, che oltretutto sembrava più un matrimonio fra comunisti del Pdci e comunisti dell’Ernesto. Le solite cose.

«C’è da fare una grande battaglia per un parlamento che sia eletto diversamente, e cioè sulla base del sistema proporzionale puro, il solo a garantire un parlamento davvero rappresentativo anche del conflitto che c’è nella società. Un parlamento realmente rappresentativo della società e di tutte le sue articolazioni di classe è anche, a mio modo di vedere, un formidabile antidoto contro alcuni fenomeni assolutamente deteriori ai quali stiamo assistendo. Penso al dilagare dell’antipolitica, ai partiti espressione di una sola persona e del suo presunto carisma (anche a sinistra), al populismo che dilaga e mina alla radice le ragioni stesse della sinistra di massa. Questo presuppone una ripresa della riflessione teorica».

Ben venga il proporzionale puro senza sbarramenti che c’era in Italia fino al 1992 e alle europee fino al 2004. Peccato che che questa botta di democrazia Diliberto la scopra ora che vede la Fds al lumicino, perché è noto che lui ha sempre sostenuto la legge elettorale in vigore nelle regioni applicata su scala nazionale, che certo non è un grande esempio di democrazia. Meglio tardi che mai.

«Penso poi ad altri grandi temi relativi alla questione sociale e intrecciati alla questione istituzionale: alla revisione del welfare da sinistra in una società profondamente mutata; alle forme dell’organizzazione della politica con la novità epocale rappresentata dai nuovi mezzi dì informazione, dal web, dalla rete, che hanno annullato la fisicità, il tempo, lo spazio, cioè le vecchie categorie aristoteliche. Occorre che i comunisti siano all’avanguardia e non nella retroguardia a difesa di identità e valori del passato. Valori sacrosanti, perché senza radici non c’è futuro, ma essi vanno difesi guardando avanti».

Perfetto, ma Diliberto è dal 2000 il segretario di un partito che è stato al governo, mica un editorialista del Manifesto e di Repubblica. Da lui non ci si può accontentare di leggere una striminzita lista della spesa, ma delle proposte vere e concrete. Le quali, ancora una volta, non ci sono.

«Se il primo tema è, quindi, squisitamente contenutistico, il secondo è “come siamo”. Le elezioni regionali ci consegnano alcune questioni. Ad esempio come i comunisti e la sinistra stanno dentro uno schema, tutto politico, di alleanze.
Vedo dei cerchi concentrici, ovviamente comunicanti tra loro, ma separati e ben distinti uno dall’altro.
Il cerchio più largo è quello della difesa della democrazia. Se è vera l’analisi, pur sommaria e me ne scuso, che ho fatto all’inizio, siamo di fronte ad un’aggressione molto seria al sistema democratico, la più grave dall’inizio della storia repubblicana. E allora credo che sia dovere dei comunisti e della sinistra di classe contribuire ad uno schieramento, il più largo possibile, di coloro che credono nella Costituzione, credono nella legalità, credono nei principi fondativi della democrazia. Centrosinistra allargato? Non lo so, saranno le concrete dinamiche della politica a determinare quanto largo sarà questo fronte. Ma più largo sarà, più efficacemente potrà provare a sconfiggere una destra così aggressiva, così forte, così pervasiva nella società, anche a livello di massa. Noi comunisti non possiamo sottrarci ad uno schieramento di questo genere. Sono proprio le elezioni regionali a consegnarci questo problema. In Lombardia, dove ci hanno cacciato scioccamente e, per certi versi, in modo delinquenziale, e in Campania, dove abbiamo scelto di non partecipare all’alleanza, abbiamo ottenuto i risultati in assoluto più deludenti. Da non ripetere. In uno schema bipolare, che non ci piace ma esiste: stare fuori dalla coalizione non paga. Eppure, nelle Marche, dove siamo stati esclusi perché il Pd ha preferito l’Udc che, per una pregiudiziale ideologica, non voleva i comunisti in coalizione, il risultato è stato buono. Perché? Perché siamo riusciti a coinvolgere Sinistra e Libertà nell’operazione di un polo alternativo, costruendo un’alleanza grande e credibile di tutta la sinistra».

Sul tema delle alleanze emerge tutto il bigottismo di certi comunisti che senza Pd si sentono come bambini in acqua senza braccioli. In questo caso si citano i disastri di Lombardia e Campania, ma si dimentica che non va meglio altrove. E poi un conto è l’autonomia, un altro l’isolamento. Il primo può essere vincente (vedi grillini o Casini), il secondo è condannato all’irrilevanza. Nelle Marche si era autonomi infatti, ma non isolati. Ad ogni modo viene riproposta da Diliberto la formula del centrosinistra più largo possibile, viene cioè riproposto il peccato originale che tiene oggi un Diliberto fuori non solo dal Parlamento, ma dalla politica tout-court.

«All’interno del cerchio più largo, c’è il tema della sinistra. Noi dobbiamo consolidare la Federazione della Sinistra. La linea dei Comunisti Italiani è nota. Avremmo voluto, vogliamo, continueremo a volere l’unificazione tra i due partiti comunisti, il Pdci e il Prc. Ma la riunificazione, che a me sembra un fatto rilevante e, vorrei aggiungere, persino di buon senso, si può fare se le due forze sono d’accordo. Sino ad oggi Rifondazione è stata contraria. La Federazione è al momento il livello possibile di unità. Va consolidata. Senza forzature, tenendo conto dei problemi dei territori, ma anche senza tentennamenti, perché l’autosufficienza – vale per noi ed anche per Rifondazione, che ha subito il tracollo più devastante dal 2006 ad oggi – è semplicemente una sciocchezza. So bene quante difficoltà e problemi e diffidenze vi siano in alcune regioni e provincie nel processo federativo. E anche in queste elezioni regionali ne abbiamo registrate non poche. Occorre grande senso di responsabilità, il che non significa che debba essere il Pdci a esercitare la responsabilità più grande. La linea non può e non deve essere altro da quella di un reciproco equilibrio e pari dignità.
Se fossimo andati ognuno per conto proprio non saremmo stati in grado di eleggere consiglieri regionali. Quest’inedito tentativo di alleanza politica organica, mantenendo ciascuno la propria diversità, è il livello possibile e quindi quello su cui investire».

Il solito discorso ambiguo: si vuole l’unità a tutti i costi, che in effetti è cosa di buon senso, ma poi si pongono i paletti del «reciproco equilibrio» e della «pari dignità», il che è comunque cosa discutibile visto l’indiscutibile differenza di dimensioni fra Prc e Pdci. Nel frattempo queste parole, lette fra le righe, mostrano come il Pdci non sia monoliticamente a favore della Federazione se a qualcuno è venuto il dubbio che era meglio andare alle elezioni col simbolo del Pdci. A ogni modo è davvero mortificante ridurre tutto al miglior incastro possibile a fini elettorali.

«A partire dalla Federazione e dal simbolo della falce e martello che la contraddistingue, credo che si possa ragionare anche su possibili allargamenti del sistema di alleanze a sinistra. Da questo punto di vista non posso che registrare positivamente il dato della Toscana, al momento il più importante, un esisto addirittura migliore di quello europeo, dove la Federazione s’è alleata con i Verdi. Allo stesso modo è encomiabile il risultato pugliese. In condizioni difficilissime, essendo la regione di Vendola, senza la soglia di sbarramento, sempre assieme ai Verdi, avremmo eletto due consiglieri. Provare a riconnettere un bacino elettorale a sinistra del Pd che, potenzialmente, è attorno al 6/7%, non è impossibile, pur mantenendo ciascuno, com’è ovvio, la propria identità e la propria autonomia: politiche, culturali, ideologiche ed organizzative».

Siamo ancora alla trita idea della confederazione della sinistra alias Arcobaleno che ormai ha 10 anni e che s’è visto dove ci ha condotti. Ovviamente quando Diliberto parla di allargare a sinistra, allude a Vendola e Bonelli, il primo anticomunista, il secondo antisinistra (tanto da levare la bandiera della pace dal simbolo dei Verdi!).

«Questo ci conduce al terzo cerchio che, all’interno della sinistra e della dinamica del centrosinistra, è rappresentato dai comunisti. Per una somma di circostanze e dopo non poche sconfitte, propongo la seguente riflessione.
La questione comunista va tenuta aperta, rilanciata, le va dato un senso nel terzo millennio. E questo è compito dei comunisti italiani, non di altri. Vedo nel nostro partito e nel suo rilancio il baluardo ultimo. E non perché non ci siano tante e tanti comunisti. Ci sono dentro Rifondazione e sparsi nella società. Ma il nostro partito è l’unica forza politica organizzata, radicata nei territori, presente a rete in tutte le provincie e nelle grandi città, che ha posto al centro della sua prospettiva l’unità dei comunisti.
Il nostro partito deve essere a disposizione dell’ambizioso progetto della ricomposizione dei comunisti. Il che significa, molto banalmente ma vale la pena ripeterlo, avere chiaro che oggi, in una fase assolutamente difensiva, si deve fare politica guardando avanti. Siamo l’unica forza che continua a ritenere che si debba operare per il superamento del capitalismo. Non bastano aggiustamenti, pur necessari, ma un radicale sovvertimento dei rapporti di classe. Per questo ci chiamiamo comunisti. E’ la grande differenza con chi è di sinistra ma non comunista. Da questo punto di vista l’unica speranza è il Pdci. Nella prospettiva italiana e nella logica europea, dove i partiti comunisti francese, portoghese, greco e cipriota sono andati assai bene alle elezioni, questo ha un senso forte. Mentre un’aggregazione come la Linke tedesca è irripetibile fuori dalla Germania. Perché la Linke non nasce dalla riunificazione di due partiti, ma dalla riunificazione di due Stati, la Germania est e la Germania ovest. A differenza di Rifondazione, noi guardiamo e abbiamo rapporti intensi con grandi paesi governati da partiti comunisti. Nelle forme che si sono di volta in volta determinate nel mondo, dall’Asia all’America Latina al Sudafrica, sono oggi trionfanti. In questa prospettiva – per l’ Italia e come referenti in Italia di un movimento internazionalista – la questione comunista va rilanciata, offrendo un riferimento a tutti quelli che sono comunisti».

L’unica forza che continua a ritenere che si debba operare per il superamento del capitalismo? Mai affermazione fu (fortunatamente) più spudoratamente falsa. Sulla Linke dice cose giuste. Questa riaffermazione da gallo cedrone di orgoglio Pdci e la contemporanea svalutazione del modello Linke, sembra quasi un modo di tenere aperta la possibilità di mettere da parte la Fds (come improbabile Linke all’italiana) per chiamare a raccolta dentro il Pdci tutti i comunisti che vogliono continuare a far politica dentro un partito comunista. È, insomma, il piano che si doveva mettere in atto subito dopo le elezioni del 2008: lasciare l’Arcobaleno a Bertinotti e inglobare i comunisti del Prc che poi hanno conquistato la guida del Prc.

«Occorre allora che il nostro partito moltiplichi gli sforzi, il tesseramento, il radicamento nei territori, anche laddove oggi è più difficile di ieri. Dove non abbiamo eletto abbiamo poche risorse. E dopo la fine del finanziamento pubblico e la scomparsa dei gruppi parlamentari con i relativi, cospicui versamenti, anche le finanze del partito sono in seria difficoltà. Le misure dolorosissime che abbiamo dovuto adottare (la sospensione della pubblicazione di Rinascita, il ricorso alla cassa integrazione per alcuni nostri funzionari) vanno nella direzione di un partito che vuole tenacemente resistere nonostante le difficoltà economiche. Non ci piegheranno con il ricatto delle risorse!
Pertanto, chiedo alle compagne e ai compagni uno sforzo straordinario, un’abnegazione anche maggiore che nel passato, il superamento di eventuali delusioni personali, pur comprensibili, per la mancata elezione. Abbiamo il dovere di tenere quanto più possibile caro, prezioso, il nostro partito. Al servizio di un progetto che è quello della trasformazione generale. E’ un compito strategico, assieme all’unità della sinistra e a un’unità più ampia di tutte le forze democratiche, mantenendo irriducibile la nostra diversità. E’ una diversità che va conservata gelosamente affinché la si possa consegnare un domani alle future generazioni».

Bla, bla, bla, che tradotto vuol dire: non lasciatemi solo. Ma chi è causa del proprio male….

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