L’operaio contro se stesso

operaio

Ci sono crisi che, se viste in filigrana, ci parlano di altre crisi. Così la crisi economica che da circa un paio d’anni è quotidianamente all’ordine del giorno, ha come effetto domino quello di incentivare i lavoratori a suicidarsi. Si badi bene che non è detto in senso figurato, ma è la letteraria e amara constatazione che la crisi attuale non è raffigurabile solo in gruppi di persone ben vestite che mette le proprie cose negli scatoloni e se ne va a casa, perché così daremmo solo un’immagine quasi irenica al confronto del fiume di sangue di lavoratori suicidi  che si sta spargendo in Italia dopo, presumibilmente, un altrettanto silenzioso fiume di lacrime per la disperazione di aver perso il lavoro e di non poterne trovare un altro.
Che la crisi economica in Italia non sia un’invenzione di pessimisti melodrammatici è confermata da un buon numero di statistiche che, in soldoni, ci dicono che da mesi è in atto una lunga e neppure tanto lenta eutanasia dell’impresa italiana. Ovunque. Ma soprattutto al Nord, il ricco Nord, dove i fallimenti nel 2009 sono aumentati del 35% contro il 19% del Centro. Così in 9mila, nel solo 2009, hanno chiuso e mandato a casa i propri lavoratori, i quali però scoprono ben presto che non sanno né come andare avanti né da dove ripartire.

Un paese ricco in boom economico ha statisticamente sempre una disoccupazione attorno al 4% e a questa regola il Nord Italia degli ultimi decenni non faceva eccezione. Questo, è cosa nota, ha significato per tanto tempo che oltre Po il lavoro bene o male si trovava, tanto che per anni il problema su cui far un facile dibattito era se fosse giusto o meno che i ragazzi del Nord, finita la scuola dell’obbligo,  scegliessero di lavorare in qualche fabbrichetta anzicché proseguire gli studi. Un dibattito impossibile per i meridionali afflitti da una disoccupazione cinque-sei volte superiore.
Non è questa la sede dove sviscerare le cause, pur interessanti, a monte della crisi del fu florido Nord e dell’Italia in genere. Qui preme solo mettere in evidenza che il declino economico non risparmia più nessuno e ha delle conseguenze che vanno ben al di là di una semplice saracinesca abbassata o del calo del troppo osannato PIL. Anche perché prima di abbassare la saracinesca c’è una tutta una fase ansiogena fatta di salari non pagati e di ricorsi a casse integrazioni che meglio di tante voci fanno capire in anticipo a qualunque lavoratore come il terreno sotto i piedi stia venendo meno e quanto l’ombra dei creditori si faccia via via più cupa e inquietante. Del resto, ce l’ha spiegato bene Marx, chi è il proletario se non colui che per campare può vendere solo la propria forza lavoro?

Tuttavia sono tempi questi che di padroni e padroncini disposti a sfruttare e soprattutto a pagare non se ne vedono più molti. Un vicolo apparentemente cieco al quale sempre di più si pensa di poter dar una risposta sventolando bandiera bianca e suicidandosi, facendo così coincidere drammaticamente la propria vita lavorativa (che di norma non dovrebbe superare un terzo della propria giornata) con la vita tout-court. Chiude la fabbrica? allora “chiudo” anch’io – sembra dirci questa scia di sangue operaio fuori cantiere.
Sergio Marra, 36 anni, operaio di Bergamo lo scorso 30 gennaio mattina, un sabato, saluta la moglie, prende la sua modesta auto e con essa va in una strada defilata alla periferia di Brembate. A questo punto tira fuori la sua bella tanica da benzina e si dà fuoco. La piccola azienda per la quale lavorava pare che non lo pagasse più da un po’. Marra sapeva dunque di essere uno di quei 6 mila lavoratori a rischio della Bergamasca, dove già in un anno in 10 mila sono stati licenziati.
E ancora: Emanuele Vacca, solo 28 anni, saputo che la sua piccola azienda di Vinovo (TO) forse lo avrebbe messo in mobilità, in dieci giorni prima si è dato all’alcol e poi, l’11 febbraio, ha deciso di impiccarsi in fabbrica e nel suo ultimo giorno di lavoro.
Due casi su decine, tutti recenti, che hanno spesso come sfondo la Padania delle PMI, che la dicono lunga sul deprimente stato del movimento operaio. Ecco dunque l’altra crisi di cui ci parla la ben più nota crisi economica. Perché quando un gran numero di lavoratori davanti alle difficoltà e alle asperità del capitalismo (perché sempre di questo si tratta) decide subito di rinunciare a intraprendere qualunque battaglia di riscossa per rovesciare come un guanto la propria situazione individuale e collettiva, preferendo invece la “scorciatoia” del suicidio, allora vuol dire che quei lavoratori si sono sentiti soli  in quel vicolo apparentemente cieco del quale si è detto sopra e dal quale pensano nessuno avrebbe potuto tirarli fuori.
La scarsa o nulla coscienza di classe, la sfiducia nei bonzi sindacali (come si diceva una volta), l’assenza di politici prossimi che non siano meri notabili di potere, tutto questo ha certo il suo peso. Marra, prima di darsi fuoco, aveva fatto causa al proprio padrone attraverso il sindacato, ma evidentemente non ci credeva più da voler adare fino in fondo. Così la loro crisi è la nostra crisi, la crisi di un popolo di lavoratori che non fa lega e che non conosce la parola opposizione neppure, cosa sconcertante, quando si tratta di giovani sotto i 30 anni. Ci furono tempi in cui il “problema” per certe classi dirigenti era come mettere a freno i furori giovanili che rischiavano di travolgere e archiviare un certo stato di cose. La violenza contro il proprio nemico di classe è oggi deviata verso se stessi, col risultato che Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, poteva “consolare” gli spettatori di Che tempo che fa del 16 gennaio scorso, ricordando che «l’Italia è un paese straordinario» perché «stiamo attraversando una crisi profonda, però abbiamo una straordinaria pace sociale che in altri momenti della nostra storia non abbiamo avuto: negli anni Settanta, per esempio». Proprio una gran fortuna.

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