La sinistra federata fra ottimismo e pessimismo

FdS

Intorno alla FdS ruotano i sogni e gli incubi di tutto un popolo comunista al quale non manca la voglia di lottare, ma che non sempre sa mettere a fuoco la vista su strategia e tattica. Si rischia, così, di essere belli e inutili come Don Chisciotte, personaggio non a caso inventato da Cervantes per sottolineare l’inadeguatezza degli intellettuali spagnoli davanti ai nuovi tempi.

L’unità è precondizione necessaria per qualunque operazione e, in tal senso, contrastare la creazione della FdS era ed è un’idiozia. Fatta l’unità (seppur ancora da rafforzare), al servizio di cosa la si metterà? Da qui i sogni e gli incubi cui si accennava: per me si va per l’unità dei comunisti, per me si va per il governo, per me si va per la rivoluzione, per me si va per l’Arcobaleno, ecc. E siccome siamo solo all’inizio, si potrebbe concludere che tutte le ipotesi stanno sullo stesso piano, e nessuna è nettamente in vantaggio da farci capire dove la FdS andrà a parare.

Schematicamente direi che il discorso si vada polarizzando su due ipotesi:

1) Tesi pessimista – La FdS è un nuovo Arcobaleno con la falce e martello;

2) Tesi ottimista – La FdS è un nuovo e più grande partito comunista teso ad assorbire ed egemonizzare tutto il resto della sinistra.

Formalmente la tesi negativa è smentita dai fatti, perché basterebbe confrontare la Dichiarazione d’intenti de la Sinistra/l’Arcobaleno con il Manifesto Politico della FdS per capire che lo spostamento a sinistra è reale.

Nella sostanza però le due tesi rischiano in un futuro prossimo di essere uguali: la FdS parte comunista, attrae il resto della sinistra ora in Sinistra e Libertà, ma nel gestir male questa fase con accordi al ribasso, riscivola sulle posizioni anticomuniste dell’Arcobaleno.

Alternative a questo scenario? Chiudere subito la fase costituente della FdS, magari espellendo anche quei destri di Patta e Salvi?

Preferisco rovesciare il discorso su un altro piano: dall’unità all’utilità. Unire per far massa fa sempre comodo e non mi sognerei di mettere alla porta chiunque voglia lottare con me per il socialismo. Ma fatta l’unità possibile, dove si vuole andare? Il problema non è la forma, ma la sostanza.

L’Arcobaleno non significava aggregare tutto quanto c’era a sinistra del PD, ma voleva dire creare un pol(l)o di sinistra che rinuncia al comunismo, tollerandolo al suo interno, oppure spaccia per socialismo del XXI secolo il peggior opportunismo da Palazzo.

E allora arriviamo al punto vero. I comunisti e la sinistra filocomunista che cosa vuole essere da grande? Un animale sociale o un animale da Palazzo? La forza dei lavoratori lanciata contro il padronato o un esercito di tribuni tanto gagliardi nell’imporre un emendamento, quanto incapaci di guidare uno sciopero? Su questo l’Arcobaleno ha perso nel 2008. Ha perso quando si capì che non serviva a nulla avere 150 parlamentari uniti e una manifestazione di 1 milione di persone (il celebre 20 ottobre 2007), quando poi basta la pressione di un senatore Dini per far ordinare al centrosinistra di blindare gli accordi sul lavoro del luglio precedente. Fa dunque sorridere Diliberto quando il 5 dicembre proclamava che bisogna tornare in Parlamento con quanta più forza possibile per «spostare gli equilibri, per dare voce alle lotte», ma i megafoni funzionano se qualcuno ci urla dentro, altrimenti restano afoni. In quel 2007 i 150 parlamentari furono messi in scacco dalla propria maggioranza perché nella lotta di classe, arrivati a un certo punto, conta quanto sei capace di mobilitare (non sfilare) la tua classe allo scontro e in quel momento il popolo del 20 ottobre capì quello che la borghesia già sapeva: l’Arcobaleno e le sue forze comuniste erano massa istituzionale allo stato puro, partiti d’opinione facilmente travolgibili senza conseguenze.

Non voglio sostenere che allora bisogna essere astensionisti e fuori dalle istituzioni, ma al contrario bisognerebbe essere versatili quanto basta da saper condurre lo scontro tanto dentro, quanto fuori le istituzioni, altrimenti appunto, come dimostra la scorsa legislatura, si è extraparlamentari di fatto pur essendo al governo e al proprio massimo storico di seggi.

Per far ciò, purtroppo, non credo esistano scorciatoie. Occorre un paziente lavorìo sul lungo periodo sulla strada maestra del partito sociale all’esterno (per dimostrare coi fatti la nostra utilità fra i lavoratori) e dello studio sul fronte interno (per evitare pressappochismo, balbettii e di scoprirsi incapaci nel dare una risposta a qualunque domanda). Attualmente sono in preparazione della campagne di massa su acqua, precariato e nucleare che possono essere molto utili a patto che non si riducano a un “firmi qui”, pena ricadere nella precarietà del partito d’opinione.

La FdS può, se vuole, essere tutto ciò. Se invece vuole illudere e illudersi che la nostra primavera passa solo dal ricostruire l’Unione del 2006 e riconquistare le posizioni perdute in Parlamento (come hanno lasciato intendere Diliberto a Il Fatto del 3 dicembre e Ferrero a l’Unità del 9 dicembre), allora il nemico di classe penso possa fare sonni tranquilli.

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