Su “Una sinistra a partire dalla realtà”

Fulvia Bandoli

Non tutti invecchiano allo stesso modo. La regola per cui invecchiando quello che si perde in vigore fisico, lo si guadagna in saggezza, non ha purtroppo valore universale. Qualcuno purtroppo la saggezza la va perdendo strada facendo e si arriva al paradosso che a 30 anni si è stati più lucidi che a 50.

Un esempio ce lo offre la compagna Fulvia Bandoli nientemeno che su Critica Marxista. Come molti sapranno, la Bandoli (classe 1952) appartiene a quei compagni sessantottini che, dopo essersi opposti alla svolta della Bolognina, accettarono di aderire al PDS per uscirne solo nel 2007 fondando Sinistra Democratica. Nel frattempo è stata deputata dal 1994 al 2008 e qualcuno forse la ricorderà pure a capo di una mozione ecologista al congresso DS del 2005.

È questa dunque l’autrice sull’ultimo numero di Critica Marxista di Una sinistra a partire dalla realtà, riflessione sulla sinistra italiana dopo le ultime disfatte elettorali. Per la Bandoli il problema resta quello di «come costruire in Italia un nuovo, unitario e plurale soggetto politico della sinistra» e siccome la soluzione – argomenta – non può essere un’ammucchiata generale modello Arcobaleno, non resta che scegliere fra «Sinistra e Libertà da un lato e da Rifondazione Comunista dall’altro». Tuttavia, si fa intuire, trattasi di falsa scelta, perché la prima viene descritta gagliardamente come «un nuovo soggetto politico della Sinistra, autonomo e competitivo rispetto al Pd, nel quale vivano tutte le culture politiche storiche della sinistra assieme a coloro che sono diventati di sinistra in altri modi e con altri percorsi», insomma quasi una comune hippy, mentre a suo dire «il secondo ripropone la ricostruzione in Italia di una forza solo comunista e dai tratti fortemente identitari», cioè il solito cliché che ci vuole un’asfittica setta marxista-leninistra dura e pura. E con la scusa che «non serve ora alcuna polemica con Rifondazione Comunista», Fulvia Bandoli sui comunisti la chiude lì.

Segue quindi tutta la cronaca delle “scoperte” fatte dalla Bandoli nell’ultima campagna elettorale «girando per l’Italia, guardando la vita reale e ascoltando con attenzione le persone». A parte che non è bello sapere che le serviva la campagna elettorale per ritrovare la «vita reale», ma almeno si spera che le scoperte siano state felici e fruttuose e l’abbiano fatta meditare sugli errori politici suoi e dei partiti che ha appoggiao negli ultimi vent’anni.

Sostiene la Bandoli che le son state poste da chi ha incontrato «domande di realtà», essendo quest’ultima in notevole contraddizione con le verità veicolate dai media, ma funzionale a un sistema di gestione del potere basato sulla paura e sulla speranza usati rispettivamente, par di capire, come il bastone e la carota di mussoliniana memoria. «Dal che possiamo dedurre già – scrive sempre Fulvia Bandoli – una prima importantissima cosa: la buona politica è quella che cerca di non spaventare nessuno». Deduzione illogica, prima che discutibile, perché non tutti i comportamenti dei cattivi sono cattivi! Se si scoprisse, per ipotesi, che la destra per i suoi scopi facesse largo uso del sapone, non per questo la sinistra dovrebbe smettere di lavarsi! Dunque non credo che bisogna ripudiare l’uso della paura in politica. «Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo», scriveva qualcuno più importante di tutti noi, perché ci fu un tempo in cui ai nostri nemici non suscitavamo risolini o falso pietismo, ma una paura ai limiti del panico che dava poi origine a uno scontro che dimostrava da sé quanto noi del lavoro avessimo ragione e loro del capitale torto. Il che poi non contraddice il nostro dovere di smontare le falsità messe in circolazione dalla destra, cioè togliere il prosciutto ideologico dagli occhi costruito ad arte dalla destra per leggittimare lo statu quo.

Si dice però poi che la sinistra «dovrebbe avere a cuore la trasformazione della realtà e il miglioramento dello stato di cose presenti». Il punto politico principe è da sempre questo e proprio qui si dimostra quanto i dirigenti di Sinistra e Libertà siano scientemente delle armi spuntate contro il nostro nemico comune: lo stato di cose presenti non si “migliora”, si abbatte e lo si sostituisce con qualcosa di superiore e se non lo si vuol fare o è perché non si avverte la cancrena maleodorante dello stato di cose presenti, o è perché non si ha voglia di creare una profonda cesura nella vita delle persone, ma solo di alleviarne un po’ il peso della vita. Insomma, siamo al vecchio, trito e sterile riformismo.

L’intervento della Bandoli si conclude con quella che è definita «una delle ragioni del declino della Sinistra in Italia», e cioè il «fatto che ad un certo punto cominciammo a diventare alieni, e così iniziarono a percepirci le persone che incontravamo. Alieni, arroganti, e per nulla incuriositi o innamorati della realtà. Ora possiamo solo migliorare». C’è molto di vero in questo, ma detta così sembra quasi di parlare di una mutazione genetica prodotta dal caso, quasi un’inevitabile colpo di sfiga. Vengono poi almeno mille dubbi all’idea che ora si posso solo migliorare, magari proprio grazie alle riflessioni di Fulvia Bandoli. O quantomeno dipende quali riflessioni.

Se infatti torno con la mente al 1990, XIX congresso del PCI, ricordo una Bandoli delegata di Ravenna che a quelli della Bolognina ricordava che «proprio perché il “comunismo reale” è crollato ad Est trovo oggi più ragioni per raccogliere qui ad Ovest, una sfida che veda i valori di un orizzonte comunista (…) in campo nella lotta che oggi c’è tra conservazione e rinnovamento. (…) L’unico comunismo possibile è proprio quello che si può interpretare come tendenza verso una società libera, giusta e democratica». Ineccepibile. E se Fulvia Bandoli volesse rifar suo queste parole sostenendo che per far ciò occorre un partito come Sinistra e Libertà e non come il PRC, le si può rispondere ricordandole che allora ammonì i congressisti occhettiani spiegando che invece «serve una formazione politica non genericamente di “sinistra” né genericamente popolare, ma un partito rappresentativo di ceti sociali, di bisogni manifesti, di diritti da definire, di potere da ridislocare: un partito, quindi, fortemente antogonista e critico». Cioè tutto il contrario di quel che è stato il PDS-DS e, ahinoi viste le premesse, di quel che sarà il PD e SL. Non tutti invecchiano allo stesso modo.

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