Dal Pdci al Prc

Rifondazione

Mi sono avvicinato al Pdci sul finire del 2003 e, dopo aver lavorato alla campagna elettorale europea, presi la tessera 2004 dei Comunisti Italiani. Era la mia prima tessera di partito, la prima di una discreta serie, sempre nel Pdci. In fondo il mio è il percorso comune a tanti giovani della mia generazione, quella di chi è nato nei primi anni ’80 e ha vissuto gli anni ’90 acquisendo quel poco di consapevolezza che bastava per portarlo a Genova, materialmente o idealmente, nel luglio 2001 a urlare tutta la propria rabbia contro chi stava portando il Titanic delle nostre vite contro l’iceberg del mercato. Genova, Carlo, il primo vero governo Berlusconi, la timida opposizione dei riformisti, e fuori d’Italia Bush, i teo-con, la guerra… ce n’era abbastanza per spingere me e tanti altri a non limitarsi a scrutare la politica nei media. Occorreva farla. Occorreva uscire di casa, ritrovarsi con altri come te e fare politica, da sinistra, ma meglio ancora da comunisti perché solo negli ingialliti libri di Marx, Lenin o Gramsci si trovava spesso la teoria più lucida in circolazione a spiegare cosa era il nostro neonato XXI secolo. E anche perché solo nella pratica di lotta comunista si respirava il senso vero della parola “lotta” (possibilmente di classe). Allora c’è chi scelse il Prc, e c’è chi scelse il Pdci. Io scelsi quest’ultimo, come da allora tanti altri dopo di me, perché l’impressione è che dopo il congresso del 2002, il Prc aveva avviato un processo che a parole era di rifondazione del comunismo, ma che nei fatti mi appariva di autentica liquidazione di quest’ultimo. Una liquidazione che oggi sappiamo a cosa probabilmente avrebbe dovuto portare (lo scioglimento del Prc in qualcosa di sinistra tanto più largo, quanto moderato e confuso) e che allora mi sembrava più efficace contrastare dal Pdci, che certo non correva rischi di involuzione anticomunista, anzi sembrava che col tempo quel piccolo partito si andasse radicalizzando sempre di più, tanto da spingere un Cossutta turbato a fuoriuscirne da destra.

Nel Pdci sono cresciuto e maturato politicamente, ho imparato tanto e, come ogni esperienza di vita che si rispetti, ho avuto gioie, dolori, vittorie (il 2006 su tutte) e sconfitte (il 2008 su tutte, ovviamente!). Da ogni vittoria ho tratto entusiasmo per andare avanti, da ogni sconfitta ho tratto lezioni per superare i propri limiti. Ma credevo che il vecchio “chi sbaglia, impara” fosse applicabile solo a me e non a un partito di 90mila iscritti come il Prc. Chianciano 2008 ha dimostrato che mi sbagliavo.

L’elezione di Paolo Ferrero alla segreteria e la contestuale sconfitta di Nichi Vendola hanno platealmente dimostrato che nel Prc l’opzione comunista viene ritenuta rifondabile, ma anche insostituibile. Due necessità che se non presenti contestualmente portano solo a partorire cose informi e sterili. Progetti come Sinistra Arcobaleno o Sinistra e Libertà sono la mera sostituzione del comunismo con, nella migliore delle ipotesi, un riformismo più o meno massimalista. Viceversa non sostituire il comunismo senza rifondarlo porta solo alla creazione di quacosa di statico via via sempre più inefficace ad aggregare masse, figurarsi ad avviare processi rivoluzionari! Un partito di tale tipo sarebbe destinato a essere di pura opinione, un’opinione tanto bella quanto inefficace per sé e per gli altri.

Da Chianciano all’ultimo Cpn del 13-14 giugno ho assistito a un lavorìo complesso, accidentato, fatto di difficoltà interne prima che esterne. Eppure la bussola non è mai stata smarrita. Dalla proposta di un partito sociale avanzata a Chianciano a quella di trovare «un momento di discussione che rilanci la ricerca sul terreno della rifondazione comunista» contenuta nell’ultimo Odg Ferrero (ma in fondo ritrovabile anche nei documenti respinti), si ritrova lo spirito migliore col quale fu fondato il Prc nel 1991 e che per anni era andato come smarrito.

Di contro nel Pdci dopo otto anni di ricerca dell’unità della sinistra, da uno ci si è fermati all’unità dei comunisti senza aggiungere altro. Come se i processi unitari da soli fossero operazioni sufficienti davanti all’erosione di consenso senza precedenti della sinistra e che ormai tende a essere strutturale o non episodica. Così l’Ufficio Politico del Pdci il 9 giugno scorso si è limitato a proporre come «assai utile la comune organizzazione delle tradizionali feste di Prc e Pdci». Il che sarebbe come curare un tumore con’aspirina. Forse altri hanno bisogno di riunificare il Prc e il Pdci a piccoli passi, ma non io di certo. La crisi dei comunisti impone prontezza di riflessi.

Per questo scelgo di entrare da subito nel Prc e nel mio piccolo contribuire a rilanciare la rifondazione comunista, rafforzare la svolta a sinistra di Chianciano e arrivare nel lungo termine a ricreare insieme un partito anticapitalista rinnovato, radicato e socialmente utile.

Ai compagni con i quali ho condiviso tanto in questi anni mando un caloroso arrivederci, certo che ci ritroveremo tutti.

Ai compagni che andrò trovando dico: scusate il ritardo.

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