Sul polso della sinistra

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«Bisogna creare uomini sobri, pazienti, che non disperino dinanzi ai peggiori orrori e non si esaltino a ogni sciocchezza».

Sono le parole abbastanza note di Antonio Gramsci scritte in carcere. Le cito perché farebbero bene a tenerle a mente i compagni italiani che stanno vivendo il 2008. Ho sentito ad aprile tanti dire che la sinistra era morta, sparita e ne sento altrettanti dire dopo l’11 ottobre che la sinistra è viva, ricomparsa. Sono letture di cui diffiderei, ma che evidentemente testimoniano come a sinistra quegli uomini sobri e pazienti che voleva Gramsci non ci sono ancora, o forse c’erano e oggi non ci sono più.

Nell’arco di sei mesi si è così passati, almeno in apparenza, dalla disperazione più nera all’esaltazione più rosea e mai per fatti storico-sociali di una certa rilevanza, ma solo dopo una conta: quella delle urne ad aprile, quella di una piazza a ottobre.

Se c’è qualcosa che appare e scompare nel giro di 6 mesi, quella forse è la neve a 1000 metri o certi laghi in certe zone della Sicilia, ma un popolo politico a sei zeri, quale è quello di sinistra, non è fatto della stessa pasta.

Se la sinistra dal 2006 al 2008 ha perso il 75% dei suoi elettori, non vuol dire che essi fossero evaporati, ma più tranquillamente che avessero fatto scelte diverse, soprattutto di astensione e per motivi precisi (cfr. la mia analisi del voto del 16 aprile scorso). Recuperare questo 75% non sarà facile e l’11 ottobre dimostra che la strada è ancora in salita.

Se il 20 ottobre 2007 senza Sd e Verdi, con le maledizioni della Cgil e con una Casa delle Libertà comatosa era sceso in piazza un milione di persone, perché stavolta ci si è fermati a 300mila? Come ad aprile abbiamo perso il 75% dei voti, stavolta abbiamo perso il 70% dei manifestanti. Non per questo voglio avanzare equazioni forzate tra i due eventi, ma perché per Prodi scendeva più gente che contro Berlusconi? E stavolta a livello di ceto politico, di sigle, non mancava proprio nessuno dai destri di Sd agli iperestremisti dei Carc.

Sorvolare sulla questione dicendo “potevamo essere di meno” sarebbe un atto irresponsabile come quello di un contabile che facendo il bilancio di un’impresa concludesse: «Bene, quest’anno abbiamo perso solo 25 milioni di euro, ne potevamo perdere 100».

La sinistra non è mai morta e non morirà mai. Non ci ha ucciso il ventennio fascista, figurarsi i suoi epigoni berlusconiani. C’è da domandarsi quanto il popolo di sinistra ha ancora fiducia in noi sinistra organizzata in partiti e movimenti. Prc, Pdci, Sd, Verdi, Pcl, Sc, Pmli, Carc, ecc. hanno chiamato, ma non hanno risposto in un numero proporzionato all’attuale fase politica. E allora gira gira il problema è sempre lo stesso: che fascino ha questa sinistra? E che fascino ha dopo l’11 ottobre? Temo che la risposta sia: scarso.

Bertinotti, tra una fesseria indicibile e l’altra, una cosa giusta l’ha detta a Vespa: Siamo percepiti come inutili. Stessa frase detta da Ferrero già il 17 aprile. La prova delle prove? Questa ve la indico io: il crollo della finanza globale. Siamo a una svolta storica, l’impalcatura neoliberista della scuola di Chicago divenuta prima legge e poi dogma grazie a Reagan, Tatcher, Craxi e allievi forse verrà archiviata dopo 27 anni. Il capitalismo suda freddo, il nobel per l’economia lo vince nientemeno che un neokeneysiano, per i marxisti potrebbe essere l’ora della riscossa e la sinistra italiana che fa? Tace o balbetta. Potremmo andare davanti a quelle poche telecamere che ci offrono per dire, almeno noi comunisti, la nostra idea di economia, il nostro progetto antitetico a quello plasticamente fallimentare che Bush è il primo a picconare. Semplicemente il nostro progetto alternativo di società. Peccato però che non ci sia.

Quando la destra vide crollare il muro di Berlino, andò subito all’attacco per capitalizzare l’evento; noi vediamo crollare la Wall Street della finanza facile e non sappiamo far di meglio che dire solo “ehy, noi ci siamo”. Bello sapere che esistiamo, ma sarebbe ancora più bello sapere se la nostra esistenza ha pure un senso. A tal proposito vi segnalo l’editoriale di Rossana Rossanda per il manifesto dell’11 ottobre.

In tutto ciò non aiuta certo il nostro essere spaccati in rivoli più o meno piccoli. Certe spaccature tra chi vuol rilanciare la questione comunista e chi la vuole liquidare sono insanabili, ma per il resto speriamo di trovare presto una soluzione. Altrimenti il richio è di fare ancora un corteo come quello dell’11 ottobre che più che un blocco compatto anti-Berlusconi, a tanti è sembrata la fiera campionaria del tatticismo poltico. Giusto approfittare di certi eventi per trovare nuovi alleati alla propria causa, ma se ci si arena solo su quello, si rischia di perdere di vista l’obiettivo primario, che nella fattispecie è quello di contrastare il governo Berlusconi.

Cosicché per qualcuno l’11 ottobre è stato il giorno per battezzare la propria associazione con tanto di magliette e gazebo (Vendola), per qualcun altro l’occasione per organizzare una sorta di “communist pride”, del quale almeno io non sentivo il bisogno (avendo l’orgoglio di essere comunista tutte le volte che la realtà dà ragione a noi pazzi prosecutori di Marx e Lenin, e non quando c’è un corteo di bandiere rosse). Con l’incredibile paradosso che è stata antiberlusconianamente più incisiva la piazza navona dipietrista che la rossa(-verde) piazza bocca della verità.

La lunga marcia verso la rivoluzione e il socialismo necessita, a mio modesto parere, di un nuovo modo di marciare. Bisognerebbe essere: 1) comunisti; 2) uniti; 3) economicamente competenti; 4) socialmente utili. Non invento nulla: tutto imparato dai testi di Lenin, Gramsci e Togliatti.

E nel frattempo piedi per terra, sobrietà e pazienza.

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