Sì all’unità, ma…

Vuoi vedere che

Le urne non ci hanno fatto registrare una semplice flessione, ma una vera a propria voragine determinata dall’astensionismo incazzato di tanti nostri compagni che nel 2006 ci avevano mandato al governo rispondendo positivamente allo slogan del Prc “Vuoi vedere che cambia davvero?”. Non è cambiato nulla, anzi, e i nostri ci hanno abbandonato. E siccome chi non ci ha votato è anche intelligente e istruito, non ha ritenuto che esistesse qualcun’altro meritevole del voto. Meglio starsene a casa. Caro elettore comunista astensionista, hai ragione! Per anni abbiamo campato di rendita sul logo e sul nome comunista, ma il dramma della Bolognina ha esaurito la sua spinta propulsiva sia per ragioni anagrafiche sia perché siamo a una crisi diffusa tale per cui servono cure da cavallo. La sinistra, tutta, è stata l’unica a capire quali erano i problemi, ma assolutamente incapace di proporre uno straccio di ricetta valida. Il precario con l’acqua alla gola spesso sa bene che sta di merda e che deve dire grazie alla legge Maroni, ma non può accontentarsi di una sinistra che gli dice “come stai male, vediamo di aiutarti”. Vorrebbe anche sapere come e avere qualche acconto subito. Su altri problemi, come la sicurezza, va anche peggio perché la sinistra tace. La xenofobia è chiaramente artefatta e pompata da tg subdoli, ma il disagio è reale e una sinistra che ambisce a percentuali a 2 cifre non può fare spallucce e occuparsi d’altro. C’è poi mai stato un responsabile economico comunista che abbia dato delle risposte concrete ai piccoli e piccolissimi imprenditori, che spesso è solo proletariato che crede ingenuamente di rompere le sue catene facendosi padroncino? Ovunque c’è disagio, lì deve esserci un comunista in grado di dare una ricetta per sciogliere quel disagio. È questa la lezione del Pci ed è uno dei motivi per cui il Pci, unico nel mondo, sorpassò i socialisti e divenne una forza di 12 milioni di voti. Abbiamo spesso accusato i Ds prima e il Pd poi di essere salottiera, ma anche fra i comunisti non va meglio perché anche loro hanno i loro salottini informali in cui si rinchiudono e che hanno sancito la frattura definitiva con le masse popolari. Ho visto dirigenti affannarsi a parlare alla testa di borghesi colti e progressisti con gli argomenti tipici di chi non ha il problema della terza settimana del mese, e ne ho visti altri rincorrere i 20enni dei centri sociali promettendo un altro mondo possibile senza comunismo, ma né gli uni né gli altri sono in grado di dare quella spinta che ti fa uscire dalla marginalità. La transizione al socialismo è un obiettivo più che possibile, ma sotto la dittatura della borghesia post-’89 non concede errori strategici. Pena l’annichilimento e le fortune di forze come la Lega Nord.

E allora questi sono i nodi che un comunista italiano deve sciogliere e li scioglie imbracciando le classiche vie della teoria e della prassi che devono andare eternamente a braccetto. Entrambe vanno costantemente aggiornate, ma ciò non avviene dal 4 dicembre 1981, quando Berlinguer pubblicò su Rinascita “Rinnovamento della politica e rinnovamento del Pci” (dove, per inciso, Berlinguer bocciava senza appello ipotesi già circolanti di bolognine). Con la morte di Berlinguer il rinnovamento è proseguito, ma secondo i suggerimenti di Napolitano e Craxi e ciò ha portato all’attuale Pd. Altra storia. Noi comunisti post-Pci siamo invece sempre fermi a dirci da 20 anni che bisogna rifondare, rifondare, rifondare e poi non si rifonda nulla oppure, di fatto, si rivalutano le formule Occhettiane dicendo di “fuoriuscire da sinistra dal comunismo”. Chi fuoriesce dal comunismo, da destra o da sinistra, fa poca strada, ma magari fa carriera. Vizi di destra come individualismo e carrierismo sono penetrati anche fra i comunisti. Lo ha ammesso in un Cpn anche Giordano alla fine del 2006, quando ammise che nel Prc ci sono elementi che occupano il partito a livello locale facendone un proprio feudo. La stessa accusa (con delle aggravanti date dall’occupazione dello stato) che Berlinguer faceva a Dc, Psi, Psdi ecc. e che egli chiamava “questione morale”. Non a caso ogni volta che si è andati alle urne il Pdci ha perso pezzi di ceto politico che non si sono visti collocare adeguatamente. L’ultima è stata quella campionessa della Dolci che ha appena annunciato che nel 2009 entrerà nel Pd. Situazione simile per il Prc, dove l’esodo là avviene anche per correnti in blocco ed è figlio di una prepotenza della corrente bertinottiana sulle altre. Le scissioni non nascono per capriccio perché sono sempre salti nel buio. Sempre per vizi di destra come l’individualismo, è accaduto che fra noi compagni comunisti non siamo più riusciti a comunicare e a tollerarci reciprocamente giocando al massacro al chi-deve-fare-il-culo-a-chi. Così fu assurda la durezza dei cossuttiani verso l’ex Pdup regalato ai Ds nel 1995, come fu assurda la durezza dei bertinottiani verso i cossuttiani nel 1998 e altrettanto assurda fu l’autosufficienza spavalda e arrogante di Bertinotti al congresso di Venezia del 2005. Così se il Prc fosse stato in grado di tenere dentro di sé il Pcl e Sc, oggi avremmo superato lo sbarramento. Più un partito si impoverisce di partecipazione, più è destinato a essere un disadattato in politica.

Vedo pertanto un popolo comunista che non sa né lavorare all’esterno delle sue sedi, né al suo interno e la cui credibilità politica è ormai infima. Pensare di risolvere tutti questi problemi riunificando Prc, Pdci e altri è assolutamente insufficiente come è insufficiente un’aspirina davanti a un tumore. Allora niente costituente? Non esageriamo. Come Marx ci insegna solo uniti siamo efficaci, ma se l’unione deve essere fatta in modo coatto o per disperazione senza affrontare i problemi di sopra, si rischia la prossima volta saremo ancora qui a dirci che il Partito Comunista Unificato d’Italia non ha funzionato e che bisogna inventarsi altro. Spero anzi che un dialogo fra tutti con franchezza leninista possa portare a partorire idee nuove davvero, e non nuoviste.

Se poi volete sapere come rinnovare la teoria e la prassi dei comunisti in Italia, io delle idee le avrei. Per esempio per molti aspetti si potrebbe tornare alla Tesi di Lione del 1925, e soprattutto si potrebbe cominciare a fare delle sedi del nuovo Pci un punto di riferimento reale per il territorio dispensando servizi concreti e gratuiti o quasi alla popolazione (che non è il solito Caaf o patronato!).

Altrimenti dove non ha potuto Occhetto e Bertinotti, ci riuscirà l’Italia a farci diventare una “tendenza culturale”.

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