Beppe Grillo letto attraverso Antonio Gramsci

Vday2007

Prima di dare una diagnosi e azzardare una prognosi, sarebbe cosa buona e giusta fare una discreta anamnesi. Vale per i medici, ma vale anche per chiunque osservi la realtà e il suo continuo mutare. È dato il caso, in questi giorni, che si faccia un gran parlare di Beppe Grillo e del suo V-day, lanciandosi o in sperticate lodi o in drastiche stroncature o in prudenti balbettii tipici di chi non ha la più pallida idea di cosa dire. Quest’ultimo caso si commenta da solo ed è ascrivibile al grande mistero del perché talvolta non si taccia se proprio non si ha nulla da dire; quanto al primo caso converrà per ora metterlo da parte per concentrarci sulle critiche.

Da subito si è parlato del V-day come di un fenomeno antipolitico, qualunquista, fascista e giù ad avocare il precedente di Guglielmo Giannini, il commediante che tra il ’45 e il ’47 fece tremare le piazze col suo Fronte dell’Uomo Qualunque fino a diventare il terzo politico più votato alla Costituente (dopo De Gasperi e Togliatti) e subito dopo eclissarsi col suo movimento che passerà alla storia come l’anticamera dell’Msi.

Chi dice questo, parte dalla considerazione che l’8 settembre scorso in piazza c’era gente che allegramente ha mandato a fare in culo l’interno universo politico senza stare lì a fare troppe distinzioni e, implicitamente, autoesaltando se stesso, uomo semplice (uomo qualunque) ormai stanco di subire la tirannia dei politici. Chi ha sostenuto ciò nelle prime ore ritiene di aver trovato conferma nelle stesse parole di Beppe Grillo pronunciate il giorno dopo, 9 settembre, a Sabaudia nel corso del suo normale tour teatrale: «Io non voglio fare un partito, io li voglio distruggere i partiti, perché sono il cancro della democrazia. Siamo noi che dobbiamo riappropriarci della politica». E giù applausi fragorosi. E a questo punto alla mente non viene solo il Giannini di 60 anni fa, ma anche il Bossi di 20 anni fa con la sua Lega Lombarda-Lega Nord, partito che sull’antipolitica ha fatto le proprie fortune diventando un ottimo polo di attrazione di fascisti più o meno dichiarati di ogni specie.

Eppure qualcosa non torna. Per capirci di più mi sono visto tutto il V-day (http://www.radioradicale.it/scheda/234532) e ho poi passato al setaccio il blog di Grillo. Il filmato dura circa 2 ore e mezza e non ha i tratti della becera adunata qualunquista, né mi è sembrato che Grillo giocasse a fare il demagogo. Antipolitica? Diciamo che chi era lì era per fare “politica anti” e da un punto di vista fortemente progressista. In più va ricordato che la piazza non era fine a se stessa o, peggio, per acclamare le battute di un vecchio comico, ma c’era in ballo una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare (art. 71 della Costituzione) per un “Parlamento pulito” da ottenere impedendo ai condannati definitivi di essere eletti e agli innocenti di fare più di 2 legislature senza liste di partito bloccate, come avviene dal 1994. Tre punti chiari, fortemente politici, magari criticabili (per esempio a me non convince il limite alle legislature), ma che fanno del V-day un giorno non di mera e sterile denuncia, ma anche di proposizione di un ddl che non vuole abrogare la politica o farla sterzare verso soluzioni autoritarie (come nel caso della recente campagna per i referendum di Segni), ma restituirle un minimo di credibilità etica (impedendo ai delinquenti di legiferare), democratica (il parlamentare diverrebbe definitivamente precario) e rappresentativa (restituendo un minimo di certezza su chi si delega a rappresentarti). Se si pensa poi che quello che accadeva a Bologna con Grillo sia accaduto in contemporanea in altre 200 città e paesi – dove non c’era né un Grillo né un Antonacci a far da richiamo – per un totale di 332.225 firme raccolte (ne bastavano 50mila), allora continuare a interrogarsi se il V-day sia qualunquista o meno, rischia di farci fare la parte del noto scemo che guarda il dito e non la luna.

Chi sono queste migliaia di italiani che hanno riempito piazze e moduli di Beppe Grillo? Qualunquisti eccitati all’idea di gridare in pubblico vaffanculo a Prodi e Berlusconi o new-global sventolanti bandiere rosse di Che Guevara? Orfani del Bossi pre-ictus o prossimi costituenti del Partito Democratico?

A tal riguardo ci possono venire in aiuto i Quaderni del carcere di Gramsci. Da circa sei mesi c’è un gran dibattere, grazie al Corriere della Sera, della cosiddetta “crisi della politica”, un tema che in passato era proprio solo del Prc e satelliti e che voleva portare alla fondazione della democrazia partecipativa, e ora è fatto proprio dai poteri forti per arrivare a una terza Repubblica autoritaria, seppur formalmente democratica. In sostanza si parla di crisi della politica quando viene meno un’autentica rappresentanza e/o i poteri dello Stato sono menomati, insufficienti, inefficienti. Il popolo sovrano della Repubblica se ne accorge e inizia a manifestare il proprio disagio in forme imprevedibili. Una di queste forme può essere un rumoroso V-day, come un più silenzioso ricorso all’astensione elettorale. Ma in generale si assiste a un progressivo distacco dei cittadini dai partiti che dovrebbero rappresentarli e organizzarli. È già successo altre volte e ne parla pure Gramsci nel XIII quaderno: «A un certo punto della loro vita storica i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali, cioè i partiti tradizionali in quella data forma organizzativa, con quei determinati uomini che li costituiscono, li rappresentano e li dirigono non sono più riconosciuti come loro espressione dalla loro classe o frazione di classe. (…) In ogni paese il processo è diverso, sebbene il contenuto sia lo stesso. E il contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di “crisi di autorità ” e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso». Ma attenzione: «quando queste crisi si verificano, la situazione immediata diventa delicata e pericola, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all’attività di potenze oscure rappresentate dagli uomini provvidenziali o carismatici». Che è poi in fondo quello che è accaduto fra il 1992 e il 1994, quando gli italiani che osannavano Mani pulite, finirono per votare in massa Silvio Berlusconi, apparso dal nulla. Di solito accade che lo Stato riesce a trovare il modo, magari doloroso, per riconquistare l’egemonia sul popolo e riesce a cambiare tutto perché non cambi nulla, ma «quando la crisi non trova questa soluzione organica, ma quella del capo carismatico, significa che esiste un equilibrio statico (i cui fattori possono essere disparati, ma in cui prevale l’immaturità delle forze progressive) che nessun gruppo, né quello conservativo né quello progressivo, ha la forza necessaria alla vittoria e che anche il gruppo conservativo ha bisogno di un padrone (cfr Il 18 brumaio di Luigi Napoleone)». Prosegue Gramsci: «Questo ordine di fenomeni è connesso a una delle quistioni più importanti che riguardano il partito politico, e cioè alla capacità del partito di reagire contro lo spirito di consuetudine, contro le tendenze a mummificarsi e a diventare anacronistico. I partiti nascono e si costituiscono in organizzazione per dirigere la situazione in momenti storicamente vitali per le loro classi; ma non sempre essi sanno adattarsi ai nuovi compiti e alle nuove epoche, non sempre sanno svilupparsi secondo che si sviluppano i rapporti complessivi di forza (e quindi posizione relativa delle loro classi) nel paese determinato o nel campo internazionale». Oggi in Italia va rimontando una crisi di egemonia dovuta alla mummificazione dei partiti politici, anche se oggi il partito italiano più anziano non ha più di vent’anni.

Nel XIV quaderno, Gramsci ci spiega invece come avviene che un partito si deteriori. Sostiene Gramsci che in Italia le masse popolari tendono all’apoliticismo: «Questo apoliticismo, unito alle forme rappresentative (specialmente dei corpi elettivi locali) spiega la deteriorità dei partiti politici, che nacquero tutti sul terreno elettorale (al Congresso di Genova la quistione fondamentale fu quella elettorale); cioè i partiti non furono una frazione organica delle classi popolari (un’avanguardia, un’élite), ma un insieme di galoppini e maneggioni elettorali, un’accolta di piccoli intellettuali di provincia, che rappresentavano una selezione alla rovescia. Data la miseria generale del paese e la disoccupazione cronica di questi strati, le possibilità economiche che i partiti offrivano erano tutt’altro che disprezzabili. (…) In realtà per essere di un partito bastavano poche idee vaghe, imprecise, indeterminate, sfumate: ogni selezione era impossibile, ogni meccanismo di selezione mancava e le masse dovevano seguire questi partiti perché altri non ne esistevano». Una particolare forma di apoliticismo è rappresentato per Gramsci dall’«individualismo arretrato, corrispondente a una forma di “apoliticismo” che corrisponde oggi all’antico “anazionalismo”: si diceva una volta “Venga Francia, venga Spagna, purché se magna”, come oggi si è indifferenti alla vita statale, alla vita politica dei partiti, ecc. Ma questo “individualismo” è proprio tale? Non partecipare attivamente alla vita collettiva, cioè alla vita statale (e ciò significa solo non partecipare a questa vita attraverso l’adesione ai partiti politici “regolari”) significa forse non essere “partigiani”, non appartenere a nessun gruppo costituito? Significa lo “splendido isolamento” del singolo individuo, che conta solo su se stesso per creare la sua vita economica e morale? Niente affatto. Significa che al partito politico e al sindacato economico “moderni”, come cioè sono stati elaborati dallo sviluppo delle forze produttive più progressive, si “preferiscono” forme organizzative di altro tipo, e precisamente del tipo “malavita”, quindi le cricche, le camorre, le mafie, sia popolari, sia legate alle classi alte. Ogni livello o tipo di civiltà ha un suo “individualismo”, cioè ha una sua peculiare posizione e attività del singolo individuo nei suoi quadri generali. Questo “individualismo” italiano (che poi è più o meno accentuato e dominante secondo i settori economico-sociali del territorio) è proprio di una fase in cui i bisogni più immediati economici non possono trovare soddisfazione regolare permanentemente (disoccupazione endemica fra i lavoratori rurali e fra i ceti intellettuali piccoli e medi). La ragione di questo stato di cose ha origini storiche lontane, e del mantenersi di tale situazione è responsabile il gruppo dirigente nazionale».

Ricapitolando in Italia si arriva ai V-day quando: 1) lo Stato vive una crisi di egemonia, 2) i partiti sono anacronistici e deteriorati e 3) economicamente le cose non vanno tanto bene per larghi strati di popolazione. La popolazione italiana a sua volta è tradizionalmente affetta da apoliticismo e individualismo che può sfociare anche in forme arretrate che portano alle mafie o a quello che oggi chiamiamo qualunquismo e del quale Alberto Sordi era uno “splendido esemplare”.

Alla luce del pensiero gramsciano anche un’affermazione forte come «i partiti sono il cancro della democrazia» ha una sua giustificazione, perché i partiti italiani del 2007 come un cancro stanno lavorando inconsapevolmente perché la democrazia arrivi alla cancrena. E sappiamo cosa accadrebbe oggi se morisse una democrazia: niente di augurabile. Tuttavia i partiti non sono fatti per creare necrosi democratiche, anzi! È ancora Gramsci a spiegarcelo (quaderno IX): per l’ex segretario del Pcd’I l’apoliticismo italiano è anche da collegare a «i tenaci residui di campanilismo e altre tendenze che di solito sono catalogate come manifestazioni di un così detto “spirito rissoso e fazioso” (lotte locali per impedire che le ragazze facciano all’amore con giovanotti “forestieri” cioè anche di paesi vicini ecc.). Quando si dice che questo primitivismo è stato superato dai progressi della civiltà, occorrerebbe precisare che ciò è avvenuto per il diffondersi di una certa vita politica di partito che allargava gli interessi intellettuali e morali del popolo. Venuta a mancare questa vita, i campanilismi sono rinati, per esempio attraverso lo sport e le gare sportive in forme spesso selvagge e sanguinose. Accanto al “tifo” sportivo, c’è il “tifo campanilistico” sportivo». Dunque la vita politica e di partito come strumento di emancipazione.

E se allora il V-day fosse il tentativo generoso di chi vuole affossare una parademocrazia per riappropriarsi della democrazia descritta dalla Costituzione, quella dove il popolo è sovrano (art. 1) e determina la politica nazionale mediante partiti politici (art. 49)? Detta così sembrerebbe una semplice battaglia liberale vagamente progressiva. Eppure se andiamo a vedere contro chi e contro cosa si è gridato di volta in volta “vaffanculo”, si scopre che il popolo del V-day è fortemente orientato a sinistra o quanto meno fa proprie problematiche a cui è sensibile solo la sinistra comunista e ambientalista. Come dire: io cittadino semplice denuncio questi problemi, le soluzioni so che si possono trovare, ma se aspetto che ci pensi un parlamento reso “sporco” da delinquenti e da innocenti insensibili e/o autoreferenziali, allora sono un illuso; prima se ne vanno o si danno una regolata e forse dopo nascerà una speranza.

Ha scritto Michele Serra su la Repubblica del 9 settembre che «quello che lascia il segno, vedendo decine di migliaia di cittadini mobilitarsi attorno a Grillo, alle sue drastiche parole d’ordine, al suo ringhio esasperato, perfino alla sua presunzione di Unto dalla Rete, è constatare, piaccia o non piaccia, che un uomo famoso ma isolato, popolare ma ex televisivo, antimediatico suo malgrado o fors’anche per sua scelta, sia in grado di mobilitare una folla che molti dei piccoli partiti, pur radicatissimi nei telegiornali e sui giornali, neanche si sognano». E ha ragione se si pensa che il V-day è stato lanciato solo il 14 giugno scorso e in sordina: attraverso un blog e senza la solidarietà della stampa che si è trovata poi davanti al fatto compiuto.

Allora anziché liquidare con poche battute il V-day, occorrerebbe interrogarsi su quanto evidenzia Serra. Anche qui c’è un’interessante riflessione gramsciana che vale la pena citare. Il “regime parlamentarista” si dovrebbe basare, dice Gramsci (quaderno IX), sulla «”razionalità storicistica” del consenso numerico», cioè il numero «misura proprio l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle élites, delle avanguardie ecc. ecc., cioè la loro razionalità o storicità o funzionalità concreta. Ciò vuol dire anche che non è vero che il peso delle opinioni dei singoli sia esattamente uguale. Le idee e le opinioni non “nascono” spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di irradiazione e di diffusione, un gruppo di uomini o anche un uomo singolo che le ha elaborate e le ha presentate nella forma politica di attualità. La numerazione dei “voti” è la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che “dedicano allo Stato e alla Nazione le loro migliori forze” (quando lo sono). Se questi presunti ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiedono, non hanno il consenso delle maggioranze, saranno da giudicare inetti e non rappresentanti gl’interessi “nazionali”, che non possono non essere prevalenti nell’indurre le volontà in un senso piuttosto che in un altro».

Se dunque il cittadino Grillo raccoglie tanto consenso, anche se non è stato misurato nelle urne, forse è perché è stato capace negli ultimi 15 anni di farsi «centro di irradiazione e di diffusione» di idee «presentate nella forma politica di attualità». E se qualcuno andando nei suoi spettacoli possa aver pensato che in fondo era comunque solo un comico, che le sue erano esagerazioni, iperboli, magari fantasie buone per fare spettacolo, il tempo galantuomo e fatti come il crac Parmalat gli hanno via via dato quella autorevolezza che in certi casi ha portato i suoi estimatori a farne un proprio guru, un maestro meritevole di fiducia acritica. Comprensibile.

A rileggere i testi degli spettacoli degli ultimi 15 anni, Grillo si impone come un intellettuale perché capace di togliere quel “velo di Maya” che è sugli occhi di tanti e che, purtroppo, spesso neanche i comunisti sono più in grado di fare, presi come sono dall’ossessione della disfatta del 1989. E tuttavia, proprio perché comunisti, sono rimasti i migliori che siedono in Parlamento.

Ecco dunque perché ho iniziato parlato di anamnesi: per capire Grillo bisognerebbe conoscere il suo percorso artistico e politico degli ultimi 15 anni, cioè da quando (approfittando della scorsa crisi di egemonia italiana) riuscì a ottenere due prime serate su Raiuno e iniziò a spiegare e svelare tutte le bugie che, per dirla come Marx, sono create dall’ideologia della classe dominante per imbrogliarci, per perpetuare gli attuali rapporti di classe. Dopo due ore di spettacolo, quella sera su Raiuno Grillo chiuse dicendo al pubblico: «Dopo quello che ho detto, non so quando potrò tornare ancora qui. Io però queste cose ve le ho dette. Ora le sapete. Spero che ora chiederete che vi trattino con un po’ più di rispetto». E a suo tempo non era forse il Pci che insegnava ai lavoratori «a non togliersi il cappello quando passa il padrone»?

Chi stava al V-day erano italiani convinti da Grillo a chiedere la loro quota di rispetto e se il Parlamento gliela negherà sarebbe un autogol incredibile. E pazienza se nel mezzo alla piazza potesse anche esserci qualche qualunquista doc in odor di fascismo. Quante volte il Pci si è ritrovato a lottare per i diritti dei lavoratori avendo dalla stessa parte anche l’Msi, questo però non rese quelle battaglie meno giuste o equivoche. L’importante era andare avanti.

Cronologia V-day (14/6 – 17/9/2007)

http://www.beppegrillo.it/2007/06/vaffanculoday.html
http://www.beppegrillo.it/2007/06/parlamento_euro_1.html
http://www.beppegrillo.it/2007/07/disinfestiamo_i_1.html
http://www.beppegrillo.it/2007/07/v_come_previti.html
http://www.beppegrillo.it/2007/07/v_come_emilio_f.html
http://www.beppegrillo.it/2007/07/parlamento_puli_3.html
http://www.beppegrillo.it/2007/07/corte_dei_conti.html
http://www.beppegrillo.it/2007/07/v_come_informaz.html
http://www.beppegrillo.it/2007/07/il_parlamento_risponde_al_blog.html
http://www.beppegrillo.it/2007/08/la_marcia_del_v.html
http://www.beppegrillo.it/2007/08/linno_del_vday.html
http://www.beppegrillo.it/2007/08/vday_istruzioni.html
http://www.beppegrillo.it/2007/08/v-day_nel_mondo.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/oltre_180_citta.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/vday_in_tutto_i.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/le_risposte_del.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/veltroni_e_gree.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/ligabue_per_il.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/v-day.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/piazza_maggiore.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/gli_intellettua.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/aria_fresca_in.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/vgeneration.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/vday_after.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/le_firme_del_v-day.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/l_herald_tribun.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/la_carica_dei_1.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/i_comuni_ai_cit.html
http://www.beppegrillo.it/2007/09/sotto_la_politi.html

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