La mia confederazione

falce martello

In attesa di capire meglio come Diliberto, Giordano, Mussi, Pecoraro e gli altri vorranno concretizzare la confederazione della sinistra, vale la pena ragionarci su liberamente. In fondo un discretoprofilo della confederazione lo possiamo intuire, anche in virtù di 7 anni di discussione (l’anniversario cadrà il 23 maggio).

Innanzitutto si ricordi che la confederazione esclude l’idea della fusione in un partito unico. La scelta di Diliberto in effetti era ineccepibile. La fusione prevederebbe a monte una sostanziosa somiglianza fra i diversi che si vanno fondendo. Fu così fra i comunisti di Gramsci e Bordica con i socialisti di Serrati negli anni Venti. Così come la fusione tra Psi e Psdi nel ’68 (che poi si ruppe per ragioni tattiche). Difficile invece immaginare una fusione tra Prc, Pdci, Verdi e Sd. Se esistono gli Sd orgogliosamente socialisti e altri due partiti orgogliosamente comunisti, è perché c’è stata la Bolognina 18 anni fa. Una fusione tra queste due anime potebbe avvenire solo abiurando o qualcosa del comunismo o qualcosa della Bolognina, il che si tradurrebbe in una clamorosa autosconfessione, se non peggio. Ma anche una fusione fra Prc e Pdci sarebbe impensabile, malgrado le somiglianze di loghi, riti e parole d’ordine. In fondo se esiste il Pdci è anche perché i futuri comunisti italiani non si sentivano più aloro agio dentro un partito che parlava linguaggi anti-Pci e inseguiva massimalismi parolai e velleitari figli di una storia politica sì di sinistra, ma tradizionalmente ostile a quella gloriosa del Pci (1921-1988).

Bene, quando dei gruppi diversi sono insolubili e hanno identità forti, ma sono cmomunque tenuti a stare insieme per sopravvivere al meglio, l’uomo è sempre ricorso alla via confederale. È successo nella Svizzera dalle quattro etnie, è successo nella Yugoslavia dalle sei-otto etnie, è successo nell’Urss, ma anche nella Germania dei nostri giorni che pur essendo popolata di fatto da una sola etnia, ha voluto darsi una forma federale per difendere e tutelare tutti i particolarismi locali figli di secoli di land-stato e divisioni cuscinetto fra oriente e occidente.

Dunque una confederazione della sinistra non è solo una via da intraprendere per esclusione, messa da parte la via unionista, ma un’esigenza per far sì che continuino a vivere Prc, Pdci, Sd e Verdi, quasi tutti partiti ventennali che hanno imparato a rappresentare quattro anime ben precise della sinistra che finora hanno sprecato molte energie per farsi concorrenza a vicenda e che , invece, se coordinate fra loro possono dar vita a qualcosa di straordinario. Pensiamo a al Prc, alla sua vocazione movimentista, alla sua capacità di interloquire con i centri sociali meglio sicuramente di chi scrive. I Verdi con loro essere monotematici, hanno una bagaglio culturale ambientalista che può solo contaminarci al meglio, ma che solo non andrebbe molto lontano (come infatti accade da almeno 10 anni). E poi ci sono i socialisti di Mussi, utili per intercettare tutti quei post-comunisti che, a torto o a ragione, a quel “post” non ci vogliono rinunciare, ma vorrebbero continuare a sostenere le posizioni di giustizia sociale che in fondo erano del Pci e non certo del Psi. E poi ci siamo noi del Pdci, partito che può aspirare a diventare il centro mediatore fra queste anime, in virtù di anni di serietà e lealtà dimostrata ad ogni livello, il partito per chi ancora crede che la via iniziata da Gramsci, tracciata da Togliatti e proseguita da Berlinguer e Natta, sia ancora validissima, fatto salvo una normale “manutenzione ideologica” dettata da tempi e situazioni, e non vuole certo seppellirla a favore di altre vie più nuove, ma che, in tutta onestà, sembrano ripieghi o abbagli di chi si sente sconfitto dalla storia.

Ma entriamo concretamente nel merito delal confederazione. Forse pochi lo ricorderanno, ma Diliberto in qualche occasione descrisse la confederazione come «un livello più alto» ai rispettivi partiti. Tradotto significa che la confederazione dovrebbe tradursi in una sorta di “super comitato centrale” rappresentativo delle anime dei membri della confederazione. Poi si può discutere se dare una rappresentanza paritaria o proporzionata agli iscritti delle singole organizzazioni, ma prioritario sarebbe la creazione di questo parlamento superiore e interno che sappia prendere decisioni vincolanti per tutti i membri.

Trattandosi di una federazione, il nostro super CC dovrebbe comunque limitarsi a quei temi di Sinisttra dove è importate, prima che facile, unirsi: lavoro e pace su tutti, ma anche giustizia sociale e democrazia sostanziale. Temi minori o su cui non ci sia spazio per accordi largamente condivisi, possono essere gestiti dai singoli partiti in piena autonomia, anche a rischio di contraddizione.

A tal riguardo abbiamo a noi vicino il più grande e ardito esempio di confederazione mai raggiunta: l’Unione Europea. Pensate: 27 nazioni molto differenti fra loro che hanno però saputo mettere quel minimo di interessi in comune (soprattutto capitalistici, non me lo scordo!) per rendere una grande realtà in potenza, una grande realtà in atto, capace di guardare negli occhi alla pari gli Usa. Una confederazione, quella dell’Ue, capace di imporre direttive comuni agli stati membri, ma che pure ha permesso sacche di autonomia talmente ampie, da permettere che gli stati membri possano essere Repubbliche o Monarchie. Il fatto che l’Ue malgrado tutto non sia stato un flop e abbia spento 50 candeline, non può che essere uno dei nostri principali punti di riferimento, quando scriveremo le regole di convivenza, il DiCo della Sinistra dell’Unione, fermo rimanendo che uno stato non è un partito e viceversa.

A tal proposito settimane fa Paolo Ferrero ha proposto come modello confederale quello che 30 anni fa legava le tre categorie metalmeccaniche di Cgil, Cisl e Uil, ovvero la Flm, la Federazione Lavoratori Metalmeccanici. La trovo un’idea interessante, da non scartare.

Ricapitolando: non scioglimento dei partiti, super comitato centrale, scelta dei temi confederati e di quelli autonomi. Si aggiunga anche liste uniche alle elezioni e gruppi unici nei consigli locali e nazionali.

E qui arriva la croce e delizia della confederazione. È chiaro infatti che la confederazione serve per dare anche una consistenza a doppia cifra alla Sinistra che a oggi non ha nessun partito e che pure si meriterebbe e può avere da subito. Per questo non si può non pensare a una confederazione che lavori a liste uniche. Oltreutto, col metodo D’Hondt, prende più seggi un partito al 20% che cinque partiti al 4%. Coerenza di ragionamento e tattica ci spingono alla scelta della lista unica. E qui la solidità delle organizzazioni di partito sarà decisiva. Come ha detto qualche giorno fa Diliberto, «chi ha più filo per tessere, tesserà». Parafraso io, chi ha più tesserati, tesserà. Perché è chiaro che nel gioco delle preferenze interne alla lista, vincerà chi saprà mobilitare più persone dietro a nomi precisi, altrimenti il richio è di lavorare per altri. Noi conosciamo bene questo rischio perché lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle alle scorse regionali, quando il nostro come sempre impeccabile lavoro, non ebbe la meglio dietro campioni di preferenze rodati come i candidati Sdi di Uniti per la Sicilia.

Anche ai tempi del Fronte Popolare del 1948, il Pci in certe zone dove era inferiore al Psi, seppe lasciare a bocca asciutta i socialisti perché meglio organizzato. Quindi il lavoro politico del Pdci, come del Prc e degli altri partiti, non finisce all’atto di nascita della confederazione, ma continua per colmare tutte le mancanze che la confederazione può avere e perché ognuno possa continuare il proprio percorso particolare interno alla Sinistra, ma finalmente libero di non avere più concorrenti a Sinistra, ma solo a Destra.

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