Schiavi a Piano Tavola

operai

Ancora umiliazioni sul posto di lavoro; operai vittime del padrone; realtà vergognose per un’Italia che crede che lo sfruttamento schiavista si sia estinto o esista solo in Cina. Ancora una volta per soffrire basta non allontanarsi troppo da Catania, basta andare a Piano Tavola, dove ha sede la Lavanderie Industriali Villardita (Liv), un’impresa che da troppi anni ignora il più elementare riguardo verso i propri dipendenti e forse anche qualche legge. Questo è almeno quanto denunciano i dipendenti più battaglieri in ogni sede (sindacati, asl) e, da ultimo, anche alla Prefettura di Catania. Dicevamo “i più battaglieri”, perché ormai si fatica a ricordare quanti siano passati per la Liv perdendo la voglia di lavorare e di lottare, insieme alla propria dignità di modesti operai.

Cento, forse duecento operai (a 20 circa alla volta) hanno avuto l’amara esperienza di lavorare per Villardita, l’uomo che nel 1998 aveva fondato la Liv con altri soci più giovani approfittando della Legge Regionale 44 sull’imprenditoria giovanile. In questi anni la Liv aveva offerto i suoi servizi a tutti gli ospedali di Catania, garantendo il giusto trattamento a lenzuola, camici e ogni cosa potesse interessare una lavanderia. Oggi la Liv lavora solo per l’ospedale Garibaldi di Catania, il Gravina di Caltagirone, l’Umberto I di Enna e per la Marina di Catania, Messina e Augusta.

Un lavoro fatto a regola d’arte, giura Villardita, forte di tante certificazioni. Ma parlando con gli operai tutto si fa più fosco: le certificazioni sembra fossero estorte ai lavoratori con la minaccia di essere licenziati, tanto ogni dipendente firmava sempre le dimissioni insieme al contratto d’assunzione. Questa era la prassi. Come era prassi offrire una sede di lavoro dove l’igiene era un optional, tanto da richiedere lo scorso agosto l’intervento di ispettori sanitari. Ma forse per i dirigenti Liv era normale dare agli operai dei topi per compagnia. Così come doveva sembrargli normale scrivere periodicamente circolari dove, equivocando un po’ sulle parole, si obbligavano, per esempio, gli operai a fare turni anche di 15 ore, tanto i portoni li poteva aprire solo il padrone. In fondo, alla Liv basta lavorare sempre per non avere guai. Perché se si chiedono le ferie, iniziano i problemi e non le si otterrà mai. Meglio andare in malattia, così scatta qualche extra di rimborso all’azienda.

Dal 1999 gli impiegati Liv protestano non per buste-paga più ricche o l’idromassaggio nel dopo-lavoro, ma per essere lavoratori normali, quelli di cui si parla nelle leggi italiane, quelli che se hanno diritto alla mensa, hanno la loro sala mensa, e non uno squallido spogliatoio che a turno tocca pure pulire da sé, magari non lontani da quella caldaia senza manutenzione che, con un po’ di fortuna, può anche saltare in aria! Succede anche questo, alla Liv. Intanto però gli stipendi si son fatti più radi e chi ha avuto l’ardire di iscriversi al sindacato (tutti e tante le donne) è stato licenziato e sostituito ufficialmente per “giusta causa”. Pare che la loro unica colpa fosse quella di scioperare. E pare che il motto di Villardita sia: “A casa mia si fa come dico io”. Ma neanche nella propria casa si è padroni di uccidere, fosse anche la dignità di un operaio.

per Spartacus. Periodico politico del Pdci di Catania n. 4, febbraio 2006.

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