Morire d’ospedale

sanità

Si dice che la medicina abbia fatto passi da gigante. Si dice che ormai ci sono farmaci e macchinari che possono curare di tutto. Si dice che molte malattie, un tempo mortali, si sono ridotte a fastidiose formalità. In Sicilia si dice anche che in ospedale si muore. Basta poco: un’appendicite, un parto e si passa dall’ambulatorio all’obitorio. Forse si esagera. Forse. Perché in effetti in Sicilia in dieci giorni di settembre ci sono state ben otto morti per operazioni quasi banali. E anche ad ottobre c’è chi a Mussomeli (Cl) muore partoriente di emorragia perché lì non ci sono centri trasfusionali a portata di mano.

La classica malasanità, si dirà, quella che può capitare a chiunque in qualunque parte del mondo. Eppure a fare notizia di questi tempi è solo la Sicilia, da Messina a Palermo e sempre in modo eclatante. Allora non basta dirsi “può succedere”, non basta dirsi “coincidenze”. Servono spiegazioni, magari da chi dovrebbe sovrintendere al sistema sanitario dell’isola, cioè l’assessore alla sanità Pistorio o addirittura il Presidente della Regione, Cuffaro. I due minimizzano, “coincidenze”, “può succedere”. Eccezioni. Se è così non c’è nulla da fare, nessun provvedimento da prendere, nessuna legge da approvare. Al più una commissione d’inchiesta, ma in pratica, se un siciliano si sente male, quando entra in ospedale, o ha un amico primario, oppure prega. Così sembra pensarla la Regione.

O forse così gli conviene pensarla. Perché se nulla nasce per caso, se certi morti sono un effetto, allora ci dev’essere una causa. Il primario di cardiochirurgia al Civico di Palermo, Carlo Marcelletti prova a dire la sua sul Corriere della Sera. Dice che “la verità è che noi medici abbiamo preferito tacere per troppo tempo. Adattandoci alla realtà della terra siciliana”. Realtà siciliana, cioè, come spiega, “sabbie mobili, mafia e inettitudine” e “primariati che vengono decisi nei salotti frequentati da professionisti e mafiosi”. Così accade che, come ha ricordato il procuratore Pietro Grasso, l’80% dei medici in Sicilia è indagato. E con loro pure quell’Aiello, imprenditori della Sanità, che potrebbe aver fatto da prestanome a Bernardo Provenzano, numero uno di Cosa Nostra.

Sono strane le aziende ospedaliere siciliane. Più che curare i pazienti, sembrano curare soldi e carriere: molto aziende e poco ospedaliere. E la Regione favori e denaro non ne fa mancare. Come non fa mancare convenzioni ai centri privati (sono così tanti che non ci supera nessuno). Non mancano pure i poli d’eccellenza, costosissimi, ma intanto qui si muore d’appendicite come nell’Ottocento, quando il poeta Belli scriveva “Nun sai c’a lo spedale ce se more?”.

Cuffaro è anche medico e forse di medici se ne intende. Visti gli ultimi tempi, sarebbe anche utile se una volta facesse pure il paziente, chissà che non inizi pure lui a sudar freddo.

per Spartacus. periodico politico del Pdci di Catania n. 1, ottobre 2005.

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